Gli amici di Francesco Carbone

Gli amici di Francesco Carbone sono miei amici perché sono rimasti umani. Da loro posso ancora imparare qualcosa. Non così dagli altri, mascherati, ottenebrati e terrorizzati dalla TV e dai giornali di regime, dalla scienza di regime (1), dalla politica di regime e dall’economia di regime. Questi altri sono come la banda Bassotti di Walt Disney: cani di regime. Da loro si possono solo apprendere qualità animali.

La distinzione tra l’animale e l’uomo è il pensare. Il pensare fa sì che l’anima (attività interiore), di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito, diceva Hegel con ragione. Perciò, aggiungeva Steiner, il pensare dà la sua impronta caratteristica all’agire dell’uomo. Probabilmente si illudevano entrambi, dato che nel mondo il pensare è morto assieme al concetto di civiltà.

Eppure negli amici di Francesco Carbone il pensare vive ancora. Perciò sono gli unici miei amici del pianeta.

Recentemente ho rimosso tutti i miei video youtube perché youtube e la censura sono diventati sinonimi e la libertà della ricerca ne è impedita. Oggi è impedita la civiltà stessa ma questo è un bene oggettivo, dato che il concetto di civiltà era malato fin dalla nascita del “civis romanus” che lo generò. Nonostante la sua anti-cristianità la fioritura di Roma lo sviluppò, dimenticando e facendo dimenticare la propria provenienza dal fratricidio di Romolo che uccise Remo, e dal sequestro delle donne sabine (ratto delle sabine) per popolare il territorio romano. Tutte cose dimenticate come quelle relative a Caino ed al serpente.

La chiesa cattolica e tutte le confessioni religiose del pianeta non possono aprire gli occhi sulla verità perché verità e libertà vanno insieme e la tanto predicata libertà collettiva è un asintoto, cioè qualcosa che non può attuarsi se non come attendismo deresponsabilizzante nonostante sia pieno di inutili speranze.

Su tale asintotica libertà del collettivo si basano le massonerie chiesastico-mafiose dei manipolatori dei capitali dei “contribuenti” di tutto il pianeta (delle scimmie cattoliche, protestanti, partitocratiche o settarie). Il massone o il mafioso o il sacerdote odierno, manipola il collettivo sapendo che il collettivo è di per sé come un gregge vincolato all’erba da cui può svincolarsi solo col trapasso, creduto morte: “adesso e nell’ora della nostra morte”. Quindi mediante dialettica di frasi fatte, il cui funzionamento è  sperimentato da millenni, predica al gregge di essere “nel mondo e non del mondo” (proposizione astratta da Giovanni 15,18-21). Cioè gioca con parole che, accontentando il sentire immediato (anima passiva o inanimata), impediscono all’io reale – in nome di tale asintotica libertà di tutti presunta reale ma che di realtà può avere solo la menzogna – l’autonomia del liberarsi individuale rispetto all’io di gruppo o specie.

L’io è lo spirito umano che manca all’animale. Lo spirito non è anima umana se non opera. L’anima non è spirito se non si lascia operare. Se l’io opera non vi è anima al mondo che possa impedirlo. Né si tratta di connessione gratuita con uno spirito solo dedotto (o astratto) ma di concreto agire dell’io.

Proprio per l’errore di precludersi l’agire individuale in nome di quello collettivo è oggi percepibile la crisi mondiale di ogni confessione. E questa è una buona cosa perché almeno l’errore si vede. L’essere umano non è umano se si comporta da sub-umano o da antico romano fratricida, sequestratore o ladro, o rapinatore secondo le regole della banda Bassotti.

L’io non ha regole per essere sé stesso. Ha regole solo per essere ciò che non sarà mai pur astrattamente bramando essere qualcos’altro da sé, cioè un io. L’io di ognuno è infinito. In quanto tale non può essere completo o finito in una sola vita terrena. La comprensione di ciò  non è un processo individuale ma un evento individuale, e l’evento è l’io. Anticamente si parlava di sé in terza persona (“L’anima mia magnifica il Signore”). Tale evento non potrà mai essere collettivo.

La consapevolezza di tutto questo non è una questione di fede né di colpa originale di questo o di quel popolo peccatore. Il termine ebraico אדם, “adam” (Adamo) non caratterizza alcuna individualità, bensì la specie di coloro che nella loro essenza non c’entrano con i legami di sangue (sangue in ebraico è דם, “dam”) ma con l’א, “alef”, l'”uno” (senza il quale si è appunto solo sangue, carne morta, carne da macello, schiavi). Solo nei tempi antichi ci si riferì al peccato originale morale. E anticamente l’evoluzione dell’umanità era pensata nel senso appunto di quel “peccato originale”. Oggi occorre pensare a un superamento del peccato originale. Questa esigenza è cristiana (l’ideale umano del Cristo è infatti il nuovo אדם, “adam” di cui parlava già Paolo di Tarso) grazie al riconoscimento del contenuto pensante (cioè immateriale e/o spirituale) del mondo (spiritualizzazione della conoscenza)” (cfr. R. Steiner, “Conoscenza vivente della natura”, Milano 1993, p. 126).

Se fosse altrimenti, l’uomo odierno, non liberandosi del peccato originale, non apprenderebbe dal mondo ciò che in realtà vi è nel mondo, ma ciò che vi fu. Se questo avviene, avviene che una simile illusoria comprensione del mondo conduce l’anima umana fuori dalla realtà che le è invece consona ora, e precisamente la conduce in una realtà luciferina (il passato non può che portare al “serpente” cioè all’antico tentatore, quindi alla caduta).

Ecco perché è importante che nella concezione dell’anima si sappia evitare tutto quanto il luciferico attraverso il vero portatore di luce che è l’io cristico, cioè superiore all’io di gruppo detto ego animale. Se ieri si diceva “l’anima mia magnifica il Signore”, oggi si dovrebbe dire “io magnifico il Signore”, dato che l’attività del pensare trattiene le cose e le utilizza evolutivamente. La condizione indispensabile per evolversi o ascendere non è, prima, involversi o sprofondare in un baratro, per poi risalire, bensì prendere coraggiosamente consapevolezza del fatto che, a causa della “caduta” o del cosiddetto “peccato originale”, siamo già sprofondati in un baratro, e che il problema o il compito odierno è solo quello di riuscire a venirne fuori (grazie alla forza del Logos o del Signore che inabita l’io, volenti o nolenti). In altre parole: al salire non necessita discendere.

Personalmente, non ho la sensazione di dover essere redento se mi libero. Non sento bisogno di redenzione perché non sento di essere nato nella colpa e quindi colpevole di qualcosa. I miei peccati ci sono se li compio, ma questo (del peccato originale) no, non esiste più. Io sono casomai meritevole di essere nato. Non sono assolutamente colpevole di essere nato. Potrei essere colpevole per via di un mio karma ma non è il mio caso tutto sommato: non vedo da che cosa mi dovrei salvare se giornalmente mi libero dalle catene dottrinali dell’antica fede o visione o veggenza. So che a tal fine devo solo continuare ad educare e/o sviluppare il pensare, così da trovare in me la forza necessaria a fronteggiare, prima, quella dell’ordinario sentire (autoreferenziale) e, poi, quella dell’ordinario volere (desiderare, bramare, ecc.). Scendere invece – come vorrebbe la psichiatria di Stato junghiana o freudiana o di altro tipo – mediante astrazioni dell’ordinaria coscienza nelle viventi sfere del sentire e del volere significherebbe scendere, inermi, nella “fossa dei leoni”.

Si prenda la matematica. Perché la matematica “non è un’opinione”? Non la è proprio perché sta fuori da quella fossa. Standone fuori, sta però fuori anche dalla vita, dato che con la matematica non si possono eliminare i pregiudizi, né mitigare la testardaggine, né calmare la faziosità. In altre parole la matematica non può far nulla in campo etico, come dimostrò Goethe. Cosa può fare allora? Può solo (potrebbe) sfruttare il suo stato limbico per apprendere l’arte di domare i leoni e poter così tornare, come il profeta Daniele, alla vita. Invece che fa? Continua, astratta e inerme com’è, a ridiscendere nella fossa finendo così, come dimostra la post-moderna “psicologia del profondo” (che per esempio promuove democraticamente l’inversione dell’umanità in “gender”) per essere sbranata, maltrattata, incenerita, cioè usata per dire tutto e il contrario di tutto. Dovremmo casomai imparare ad essere fuoco. Perché solo allora il fuoco non ci brucerebbe: solo un pensiero di fuoco – le “lingue di fuoco” della Pentecoste se si volesse parlare ancora da mistici – potrebbe penetrare nella sfera delle nostre emozioni e istinti senza venirne inceneriti. Ecco perché occorre trovare in noi (mediante vita pensante) la vita e la dynamis che hanno solitamente i sentimenti e gli impulsi dell’agire, se vogliamo davvero entrarvi per trasformarli o nobilitarli.

Cosa c’entra tutto questo con Carbone e gli amici di Carbone? C’entra perché la civiltà è terminata e lo dimostra il contenuto dei video di questa pagina.

In quest’altro video Carbone stesso spiega tali incredibili contenuti, i quali testimoniano la nemesi della civiltà come fine della civiltà:

Oggi è infatti percepibile in pratica che il contenuto concettuale di civiltà, intesa come evoluta vita conviviale, è una tragica trappola. Cioè io non credo più nella civiltà perché il civis romanus, trasformato prima in contribuente, e poi in suddito e/o schiavo o carne da macello, come appare nel video, contraddice quel contenuto.

Pur sapendo che scendere in piazza per protestare appartiene all’antico e non al nuovo, sono sceso in piazza in nome dell’epicheia (equità, giustizia, mitezza) ma non mi sento in contraddizione con me stesso, dato che l’ho fatto solo per avere in me stesso la dimostrazione della fine della civiltà (comunque anche per l’esibizionismo del poter dire “c’ero anch’io” in quell’evento storico di risveglio, e ne sono tutt’ora onorato): mi sono animato come attivista più per me che per Francesco Carbone e indipendentemente dai risultati che potrà (potremo) ottenere. Se lui riesce nel suo intento significa che è più cristiano di me e dunque continuerò a seguirlo; se invece non vi riesce significa che anche lui dovrà osservare più a fondo il concetto di civiltà, ed allora potrò aiutarlo ancora di più negli intenti del GdP (Governo del Popolo) in quanto sociali ma non civili, bensì basati su individualismo etico. In tal caso sparirà – ma non per mia o altrui volontà – il concetto di cittadino. Sparirà semplicemente perché tale concetto, provenendo dal civis, in verità non è cristiano bensì imperiale, così come non è più cristiano oggi dire “la mia anima” in luogo di “io”. Per me è già così: ma non perché un soggetto (io) sostitusca l’oggetto, idem est l’assemblea dell’APS, Associazione Promozione Sociale degli amici di Francesco o quella di cristiani uniti per la santificazione del nome del Padre, Padre che oggi non può che essere l’universalità del pensare evolutiva del sabato per l’uomo. Le cose stanno già così semplicemente perché questo è lo spirito del tempo risultante dall’osservazione fino a prova contraria: la civiltà è finita (totalmente in mano ai draghi che avrebbe dovuto sconfiggere).

Ecco perché l’osservazione scientifico-spirituale del concetto di tricotomia paolina (corpo anima e spirito) mostra come evidenza storica che il mondo delle idee è sempre identico a se stesso. Io mi attengo a quel mondo (cerco almeno di attenermi a quel mondo), perché so che non esiste “il mio concetto” di questa o di quella cosa: esiste solo come sentire soggettivo non ancora come pensare di tutti (universalità del pensare). Esistono le nostre rappresentazioni delle cose, ma le rappresentazioni delle cose non sonoi concetti delle cose, bensì percezioni non ancora concettualizzate: percependo una cosa non ho ancora il suo concetto ma solo la mia rappresentazione immaginativa che il pensare trattiene come ricordo ai fini della sua concettualizzazione.

L’idea di anima in spirito, cara alle confessioni religiose e/o scientifiche, politiche ed economiche è deduttiva ma inutile in quanto l’io o lo spirito di chiunque, non abbisogna di deduzioni per sperimentare l’anima tramite sé. La grandezza dello spirito che anima l’anima, se paragonata a Dio, è come una goccia di un mare grande quanto il cosmo. Ecco perché col termine “io” intendo soltanto l’io reale che ha dominio sul movimento del mio corpo e non un generico io dedotto dall’io reale dei miei simili. Un io di quel tipo, infatti, può essere ottenuto da quello reale solo mediante astrazione, quindi subordinandolo al proprio singolo io reale. Invece avviene di solito il contrario soprattutto quando prendendolo per ego subordiniamo il nostro vero io all’io astratto. Se io mi libero non devo più subordinarmi ad alcuno. Però se non mi libero devo subordinarmi a chi credo più libero di me. L’anima risiedente nello spirito è solo escatologica somma di ogni azione umana che alla fine di un’incarnazione non può che risiedere nello spirito di restaurazione (apocatastasi) per la vita futura.

(1) Un esempio di scienza di regime è il bluff della pandemia, cioè il falso isolamento del virus Sars Cov2 (detto Covid 19) oggi definitivamente smascherato (questa notizia mi è stata fornita da Salvatore D’Anna – che è lo stesso amico di Carbone che mi fece conoscere la straordinaria opera culturale giurisprudenziale Carbone-Cerullo – che ringrazierò fin che campo; cfr. anche di Stefano Scoglio, “La pandemia inventata, la nuova patologia dell’asintomaticità, e la non validità del test per il covid-19”) il falso riscaldamento globale cosiddetto antropico, cioè causato dall’uomo, il falso nel monetaggio bancario criminalmente creato dallo Stato; nonché il falso della sovrappopolazione del pianeta con cui lo Stato di regime ha sempre cercato di giustificare ogni suo crimine.

Nereo 19 giugno 2021

Ancora da Salvatore D’Anna che ringrazio:

LO SMASCHERAMENTO FINALE DELLA VIROLOGIA

LA TRUFFA DELL’HIV SPIEGATA DA SCOGLIO

Visitate la piattaforma Giovannidanna. Mi sembra molto promettente. Ciao

Trascrizione dei contenuti del primo video (LO SMASCHERAMENTO FINALE DELLA VIROLOGIA)

La virologia non si basa su metodi scientifici. Per dimostrare l’esistenza di un virus e la sua relazione causale con una patologia occorrono tre cose: 1) isolare, cioè estrarre, il virus da un malato e pulirlo in modo da ottenere quel virus isolato costituito solo da mere particelle virali; 2) osservare al microscopio questo virus per fotografarlo e sequenziare il sup genoma, determinando così la sua composizione proteica; 3) trasferire il virus isolato e ripulito in un ospite sperimentale per causare la malattia.
Solo seguendo con successo questo procedimento si può dire che il virus esiste e causa la patologia.
In un’osservazione epidemiologica è evidente che un gruppo di persone si ammala contemporaneamente. Ciò però non dimostra l’esistenza del virus, né si individua con ciò una causa specifica di queste malattie. Gli epidemiologi non dimostrano, né affermano la causa. Determinare la causa di queste condizioni si verifica solo dopo studi epidemiologici. L’ammalarsi insieme non dimostra di per sé l’esistenza di virus. Lo scorbuto, per esempio, non fu causato da un virus, anche se i marinati iniziarono ad ammalarsi manifestando gli stessi sintomi contemporaneamente o successivamente per molto tempo. Lo scorbuto, il beriberi e la pellagra furono creduti morbi infettivi e contagiosi. Poi si scoprì che erano solo conseguenze di carenze nutritive. Questi non furono gli unici esempi. La superstizione che fa credere a virus come causa dell’ammalarsi insieme dovrebbe coerentemente ritenere che Chernobyl non sia stato un incidente in una centrale nucleare ma un virus. Le osservazioni epidemiologiche pertanto non dimostrano di per sé alcuna esistenza di virus. Se il virus sia causa o no resta da vedere. Le malattie respiratorie sono causate da vari fattori, per es., sostanze chimiche, inquinamento dell’aria, stili di vita tossici, farmaci e tanti altri fattori. Oltre seicento sono i farmaci induttori di polmonite, come ad esempio il paracetamolo, gli antibiotici, le statine, e perfino l’aspirina.
In tutta questa storia del cosiddetto Covid-19, che dura ormai da due anni, non sono MAI stati effettuati i passaggi sopra accennati, nonostante l’esistenza di un numero enorme di pubblicazioni i cui titoli affermano la menzogna dell’isolamento avvenuto del sars-cov-2.
La procedura di isolamento utilizzata con successo in microbiologia consente di ottenere particelle virali, cioè campioni puri di virus o altro da studiare. Ma senza la procedura citata capace di ottenere tali campioni non può esistere nemmeno la relazione causale con la malattia, né conseguenti test diagnostici, né vaccini. Ad oggi (giugno 2021) fino a prova contraria in virologia questa procedura non è MAI stata effettuata. I virologi sono gli unici scienziati al mondo che hanno deciso di ignorare le caratteristiche del contenuto concettuale di isolamento. I loro metodi per l’isolamento di un virus non hanno nulla a che fare con l’universalità del pensare circa tale contenuto concettuale. In virologia, isolare un virus, non significa isolare, cioè estrarre tale virus dall’organismo di un malato. Significa solo eseguire la cosiddetta coltivazione virale: si prende un campione del liquido polmonare, da cui non si isola il virus, per cui non si ha idea se in quel campione il virus sia presente. Poi si mette il campione di liquido polmonare in cellule renali di scimmia, dette “cellule Vero”, aggiungendo antibiotici e antimicotici e limitando gravemente la nutrizione delle cellule (mettendole alla fame). Quindi si osserva un effetto citopatico, cioè la morte delle cellule, affermando che questa morte provi la presenza e la patogenicità del virus nel campione. I farmaci antibiotici e antimicotici aggiunti alle cellule affamate sono però potenti citotossine e nefrotossine, che mettono in dubbio che cosa abbia effettivamente ucciso le cellule. Per cui non si sa chi tra i farmaci tossici, la fame o un ipotetico virus, sia il vero killer. Ci vorrebbero esperimenti di controllo per saperlo. I virologi potrebbero ad es. prendere il materiale non infettivo (il liquido polmonare di una persona sana o una soluzione sterile) ed usare le stesse condizioni, cioè la stessa quantità di farmaci tossici e la stessa riduzione di nutrimento, per mostrare che non si verifichi quell’effetto citopatico. Solo allora sarebbe chiaro al 100% che questi farmaci e la fame non possano essere i killers.

Esiste su questo pianeta una pubblicazione di un simile esperimento sul cosiddetto isolamento del sars-cov-2 o nell’intera storia della virologia? Se la risposta è no, come sembra, bisogna ammettere che nella virologia si intendono per virus isolati non campioni puri di virus ma semplici cellule uccise in vitro e che nulla hanno a che fare con virus isolati. Sembra proprio che il virologo non abbia bisogno di esperimenti di controllo, cosa che nella scienza dovrebbe essere inaccettabile.
Gli esperimenti di controllo non esistono in virologia perché comporterebbero risultati che porterebbero alla morte la virologia stessa.
L’inventore di questa procedura fraudolenta di (uccisione delle cellule che i virologi chiamano) isolamento e che oggi stanno usando è John Enders, condusse un esperimento di controllo ignorato da tutti: in una sua pubblicazione del 1954, intitolata “Propagazione nelle colture tissutali di agenti citopatogeni da pazienti con morbillo”, descrisse per la prima volta i risultati della sua cultura della cellula e scrisse quanto segue “Un secondo agente è stato ottenuto da una coltura non inoculata di cellule renali di una scimmia. I cambiamenti citopatici che ha indotto nei preparati non colorati non potevano essere distinti con sicurezza dai virus isolati dal morbillo”. Questa è una citazione molto importante e la leggerò di nuovo: “Un secondo agente è stato ottenuto da una coltura non inoculata di cellule renali di una scimmia. I cambiamenti citopatici che ha indotto nei preparati non colorati non potevano essere distinti con sicurezza dai virus isolati dal morbillo”. Per non farvi confondere, ve lo spiego: i virus ottenuti da pazienti con morbillo sono semplicemente un campione di tessuto prelevato da una persona malata. Non è un virus purificato. In quel caso, avendo prelevato dai bambini i campioni, Enders diceva di aver fatto un esperimento di controllo, cioè aveva preso una coltura cellulare, mettendola nelle stesse condizioni di riduzione nutritiva e di tossicità da antibiotici senza usare alcun materiale “infettivo” con ipotetico virus di una persona malata: usò le sole cellule, l’ambiente con la nutrizione limitata e gli antibiotici e, come scrisse, ottenne i risultati, indistinguibili dai risultati ottenuti usando il cosiddetto materiale “infettivo” del presunto interno virus e questa è già la diretta prova che l’effetto citopatico non è causato da alcun virus ma dalle condizioni tossiche dell’esperimento stesso. “Sperimentando” in tal modo avviene quindi che, durante il decadimento cellulare, le cellule rilasciano notevoli quantità di particelle diverse che contengono materiale genetico. Queste particelle provengono però da cellule renali di scimmia nonché da siero fetale di vitello, anch’esso aggiunto alla mucosa del paziente: Enders aggiungeva lì anche latte di mucca.
Quindi si trattava di molte fonti di materiale genetico in gioco: cellule renali di scimmia (cellule Vero), liquido polmonare umano, siero fetale bovino (del feto di vitello) e latte. Tutti componenti che, contenendo materiale genetico, avrebbero poi prodotto, durante il decadimento, particelle, vescicole extracellulari con acido nucleico all’interno. La comparsa di queste particelle è però ancora oggi annunciata come prova del moltiplicarsi del virus (come se il virus fosse un riccio o un essere affamato di sesso – nota mia; scusate ma queste cose, in quanto scienziaggini, le vivo come maxi comicità del terzo millennio): i virologi osservano particelle al microscopio, scegliendo quelle la cui forma piace loro di più (perciò ho alluso al ridicolo riccio marino, tipo porno – nota mia), le fotografano e le battezzano col nome di virus sars-cov-2. Non isolano mai queste particelle. Le guardano semplicemente con un microscopio e le fotografano. Non c’è alcuna prova che queste particelle siano virus di qualche tipo, dato che possono appunto essere comuni prodotti di decadimento di tutti i materiali coinvolti nell'”esperimento”. Quello che nelle foto è chiamato virus sars-cov-2 non è altro che la copia esatta di esosomi, vale a dire di particelle prodotte dalle cellule dei mammiferi, che oltretutto non sono patogeni. Covid-19 = esosomi. Non c’è alcuna prova che quelle foto appartengano a virus anziché ad esosomi.
In un’altra pubblicazione di tre anni dopo, cioè nel 1957, intitolata “Virus del morbillo: un riepilogo degli esperimenti relativi all’isolamento, alle proprietà e al comportamento”, Enders scriveva: “Ruckle (è un altro scienziato, spiega Lanka) ha recentemente riportato risultati simili e inoltre ha isolato un agente dal tessuto del rene di una scimmia che finora è indistinguibile dal virus del morbillo umano. Tuttavia, il problema dell’origine dell’agente responsabile non è stato ancora risolto”.

(continua)

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Nanotecnologie per il NWO)

Nereo Villa (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Nanotecnologie per il New World Order

Al minuto 22,43 del video “Nanotecnologie per l’essere umano” lo scienziato informatore fa dichiarazioni che vorrebbero apparire scientifiche ma che mi sembrano ingenue e/o primitive. Mi riferisco ai contenuti concettuali generali di processo, processore, procedimento per l’integrazione dei dati percepibili, ecc. Secondo questi contenuti, il sistema cellulare dei pesci e degli uccelli, denominato “hair cells” “transducerebbero” (termine orribile che vorrebbe dire “trasformerebbero”) le vibrazioni (di un solo primo movimento animale) in corrente elettrica per cui i branchi si muoverebbero all’unisono, cioè tutti quanti insieme.

Questa però è una visione superstiziosa dell’io di gruppo animale. Si crede cioè che se un primo pesce o volatile cambi direzione, il branco, “avvertendo” (idem est: percependo) elettricamente il cambio di turbolenza, si adatti immediatamente al cambio direzionale di quel primo esemplare di specie (ittica o volatile).

In questa spiegazione dei fatti vi sono però già due errori: il primo risiede nel termine “immediatamente”, dato che l’avvertire presunto (cioè il percepire presunto) esigerebbe necessariamente mediazione dell’istinto animale visto come meccanismo: a livello animale umano io sterzo in curva perché percepisco la curva, e la curva è un fatto che c’entra poco con l’elettricità; se sterzassi a causa dell’elettricità sarei un robot o un elettrone e non un individuo umano; anche a livello istintivo dei miei riflessi condizionati (istinto di conservazione) le cose non cambierebbero, dato che qualsiasi mio istinto di sopravvivenza si fa valere quando è in gioco la sopravvivenza stessa, per cui occorrerebbe sempre una mediazione pensante per quanto subconscia. Quindi non potrebbe trattarsi di tale presunto automatismo immediato. Il secondo errore consiste nel fatto che non esiste spiegazione del motivo per cui il primo pesce o uccello cambi direzione.

L’io degli animali è fino a prova contraria un io di gruppo (uno spirito di gruppo). L’io umano è invece individuale. Questa è la differenza osservabile tra anima animale e anima umana (anima = attività interiore).

Quindi l’idea che emerge dal video anche solo come accenno, cioè di guidare il traffico automobilistico senza l’uomo, è a dir poco senza senso: un traffico automobilistico senza uomo è un traffico di rete ferroviaria, ma allora dovrebbero esistere “mini-treni” in luogo delle macchine (vetture), che pertanto dovrebbero chiamarsi, appunto, “mini-treni”.

Anche i sensori di un’ipotetica pelle artificiale, promossi nel video, o addirittura una matrice di sensori i cui risultati integrati dal cervello genererebbero le capacità cognitive simili a quelle umane è erroneo e poggia sulla credenza o sul pregiudizio che il cervello sia in grado di integrare il risultato dei sensori o delle rappresentazioni delle percezioni è una svista del processo di conoscenza: la funzione del cervello – se la si osserva compiutamente – è simile alla funzione di uno specchio. Così come lo specchio non ragiona, non calcola e non mette insieme le cose, dato che è la vita pensante in cui l’io (lo spirito) è immerso a fare ciò, allo stesso modo il cervello non ragiona ma semplicemente rispecchia le immagini delle cose del mondo, le quali possono essere integrate esclusivamente da un io (di gruppo come nell’animale o nell’uomo), non da altro.

Per sostenere che l’intelligenza artificiale o il robot possa equiparare l’uomo, il predicatore del video cade poi in un’altra superstizione di base: crede (come tutta la scienza di oggi) che noi interagiamo col mondo perché processiamo miliardi di dati provenienti dalla nostra “rete di sensori”. Senza il minimo dubbio e senza avere minimamente osservato cosa succede dinanzi all’operazione della natura umana detta “processo”, il metodo della scienza odierna per la definizione di “operativo”, “processo”, “andamento”, “svolgimento”, ecc., finisce col sostituire alla natura le sue registrazioni, all’esperienza o agli esperimenti le apparecchiature di rilevazione. In tal modo il cronometro si sostituisce di fatto al tempo e il termometro alla temperatura, il tachimetro alla velocità e lo spettrofotometro ai colori. In questo contesto in cui la convenzione primeggia in luogo della scienza, l’anagrafe prende il posto del popolo, la statistica elettorale prende il posto della volontà dei “contribuenti” e il casellario giudiziario prende il posto della loro cattiva coscienza.  

Cosa sia la natura dell’io e come si faccia per raggiungerla non passa neanche nell’anticamera del comprendonio di chi, per abitudine oramai secolare esclude l’uomo dalla scienza.

Eppure si può scientificamente osservare l’io nella sua attività, o “processo”, o “operazione”, conoscitiva: basterebbe osservare un qualsiasi processo di conoscenza. Attraverso una considerazione pensante (riflessione, sì, ma pensante) dei processi, l’io cerca di rendersi conto di cosa ci sia effettivamente alla loro base.

“Ma cosa vorresti raggiungere con questa considera­zione pensante?” ti dice lo scienziato escludente l’uomo. Allora bisognerebbe rispondergli: “Vorrei solo osservare che cosa mi rimane senza questa”. Propongo perciò il seguente esempio.

Si consideri un qualunque processo a piacere (processo giuridico compreso). Io scaglio una pietra in direzione orizzontale rispetto a me. La pietra si muove tracciando una linea curva e dopo un po’ cade a terra. Dopo lo sforzo per averla scagliata lon­tano, la vedo in momenti successivi e in punti diver­si. Tramite la mia considerazione pensante acquisisco quanto segue: durante il suo movimento la pietra si trova sottoposta almeno a due influssi. Uno è quello della mia forza, l’altro è quello dell’attrazione terrestre. Se subisse solo l’effetto della mia forza, continue­rebbe a volare per l’eternità ed esattamente in direzione retta, senza mutare di velocità. Anche la terra però esercita un influsso sulla pietra, indicato come forza di attra­zione. Se la lasciassi semplicemente cadere dalle mani senza scagliar­la, la pietra cadrebbe perpendicolarmente sulla terra, aumentando continuamente la sua velocità. Dunque dalla reciproca azione di questi due influssi si produce quanto succede davvero. Tutte queste sono riflessioni del pensare che io aggiungo a quel che mi sarebbe offerto senza considerazione pensante.

In questo modo posso sapere che in ogni processo conoscitivo ho da un lato un elemento che mi si presenta anche senza considerazione pensante, e dall’altro lato un altro elemento acquisibile solo attraverso considerazione pensante. Quando poi ho entrambi questi elementi, è evidente che questi si appartengono reciprocamente. Un processo si svolge proprio nel senso della legge che acquisisco attra­verso il mio pensare su di esso.

Il fatto che per me questi due elementi siano separati e che poi possano essere collegati tramite il mio processo conoscitivo, è comunque una cosa che riguarda me. Al processo non interessa questa sepa­razione e riunione. Ne consegue che tutto il conoscere è una questione mia, cioè qualcosa che realizzo solo a mio vantaggio.

Ma qui c’è ancora altro da considerare. Le cose e i processi del mondo, di per sé, non mi danno mai quello che io acquisisco mediante la mia attività di pensiero su di loro. Di per sé mi danno appunto quel che mi rimane senza tale attività. Ciò non significa altro che io (come ogni essere umano) prendo da me quel che vedo nelle cose come la loro più profonda essenza. I pensieri che mi fac­cio sulle cose, li produco dalla mia interiorità (cioè dalla mia attività interiore o anima). Cionono­stante, quei pensieri fanno parte delle cose, come ho mostrato nell’esempio. L’essenza delle cose quindi non mi giunge dalle cose, ma da me stesso. Quel mio contenuto è la loro essenza: addirittura, non arriverei neppure a domandare che cosa sia l’essenza delle cose, se prima non trovassi qualcosa in me che indico come essenza, vale a dire come ciò che appartiene a quelle, ma che lo­ro, di per sé, non mi danno, e che posso prendere solo da me.

Se è vero – e lo è – che nel processo della conoscenza traggo da me l’essenza delle co­se, ho quindi in me l’essenza stessa del mondo.

Di conseguenza ho in me anche la mia propria essenza. Ma mentre nelle altre cose mi si presenta un duplice aspetto, cioè un processo senza l’essen­za e l’essenza attraverso di me, in me il processo e l’essenza sono invece identici: l’essenza di tutto il resto del mon­do lo produco a partire da me, e produco da me anche la mia propria essenza.

Il mio agire è allora una parte del divenire universale del mondo.

Il mio agire ha infatti la sua essenza in me come ogni altro evento. Per l’agire umano cercare le leggi significa dunque produrle dal contenuto dell’io.

Come chi ha fede in Dio de­sume le leggi del proprio agire dalla volontà del suo Dio, così chi si rende conto che nell’io si trova l’essenza di tutte le cose, può trovare solo in sé anche le leggi dell’agire. Solo se l’io si è davvero compenetrato dell’essenza del proprio agire, solo allora se ne sente padrone.

Finché crediamo a un’essen­za del mondo estranea a noi, siamo estranei anche alle leggi del nostro agire. Queste ci dominano, e tutto quello che realizziamo resta sotto la costrizione che quelle esercitano su di noi. Ma se da entità estranee le trasformiamo nell’originario agire del nostro io, allora quella costrizione cessa: quello che costringeva diventa nostro proprio essere: la legge non regna più su di noi, ma in noi; regna di fatto sul divenire che promana dal nostro io.

Realizzare un processo grazie a una legge estranea a chi lo realizza è un atto di non libertà, mentre è un atto di li­bertà se passa attraverso chi lo realizza.

Darsi da sé le leggi del proprio agire, significa agire come liberi individui. Esa­minare il processo della conoscenza mi mostra allora che io posso trovare le leggi del mio agire solo in me stesso.

Cogliere l’io mediante il pensare significa creare i presupposti per fondare solo sull’io quello che proviene dall’io. L’io che comprende sé stesso non può rendersi dipendente da null’altro se non da sé stesso. E non può essere respon­sabile di nessuno se non di sé.

Ovviamente, col termine “io” intendo soltanto l’io reale che ha dominio sul corpo del singolo e non un io generico dedotto da questo. Un io di questo tipo, infatti, può essere ottenuto da quello reale solo per mezzo dell’a­strazione, e in tal modo subordinato al singolo reale.

Nel secolo diciottesimo, e nella maggior pane del di­ciannovesimo, il pensare fece ogni sforzo per conquistare la giusta posizione dell’io nell’universo. Spiriti che contrastarono questa tendenza semplicemente perché a loro estranea furono Schopenhauer, Hartman, Jung, e gli junghiani che ancora oggi operano con forza fra di noi. Nessuno di loro collocò mai più nel mondo esteriore, come essere universale primigenio, l’essere completo del nostro io, che ognuno può ritrovare nella propria coscienza. Schopenhauer vide una parte di questo io, il volere, come essere universale, mentre Hartmann considerò in tal modo l’inconscio. Comune a entrambi nonché ad ogni tipo di psicanalista (junghiano, freudiano e di altri indirizzi) fu ed è il tentativo di subordinare l’io all’essere univer­sale da loro ipotizzato (oggi: il nuovo ordine mondiale). Invece, come l’ultimo degli strenui individualisti, Nietzsche, partendo da Schopenhauer, arrivò, sì, a concezioni che condussero sul­la via dell’assoluto riconoscimento del singolo io. Secon­do lui, però, la vera cultura consisteva nel promuovere l’individuo affinché avesse la forza di sviluppare da sé tutto quello che è posto in lui. Secondo questa sua ottica, fino ad allora fu dunque solo un caso che un singolo come lui si potesse pienamente sviluppare da sé, e scrisse: “Questo tipo di valore più elevato è già esistito ab­bastanza di frequente: ma come caso fortuito, un’eccezio­ne, mai perché voluto. È stato al contrario il più temuto: fino a questo momento era quasi spaventoso. E per paura è stato voluto, educato e ottenuto il tipo opposto: l’uomo addomesticato, la bestia del gregge, l’animale malato, – il cristiano…”. Nietzsche spiegò poeticamente il suo ti­po di uomo ideale nel suo Zarathustra. Lo chiamò il “supe­ruomo”, cioè l’uomo liberato da tutte le norme, che non vuole più essere a immagine di Dio, gradito a Dio, un buon cit­tadino e così via, ma vuole essere sé stesso e null’altro: il puro e assoluto egoista.

Non così Steiner (amico di Nietzsche, e oggi – soprattutto oggi (giugno 2021) – odiato dall’ordine mafioso, solo perché ebbe il coraggio di spiegare agli uomini del terzo millennio l’individualismo etico come sabato per l’uomo: si veda a proposito del concetto di egoismo nella storia dell’umanità R. Steiner “L’individualismo in filosofia. Uno sguardo d’insieme sulla filosofia dall’epoca di Talete” in “L’egoismo”, Milano 2020). Oggi sembra che la scienza ami la macchina a tal punto da voler meccanizzare lo spirito attraverso mere scienziaggini di Stato: ma vincerà l’uomo. E vincerà nella misura in cui pretenderà di conoscere come avviene il “meccanismo” secondo cui avverrebbe il discernimento tra un virus e un altro. In altre parole, fino a prova contraria, non c’è nessuno in grado di spiegare come agisca il tampone per certificare la presenza di covid 19 in un essere umano. Se si accetta supinamente il riconoscimento della macchina preposta a ciò significa solo ancora una volta che l’uomo continua ad essere escluso dalla scienza di Stato. E ciò è realmente patologico. Le “nanotecnologie per l’essere umano” sono solo l’ennesima maschera a tale reale pandemia.

Favoletta blues

L’asino disse alla tigre:
“L’erba è blu”.
La tigre rispose:
“No, l’erba è verde”.
La discussione si riscaldò e i due decisero di sottoporla ad un arbitrato, per cui andarono davanti al leone, il Re della Selva.
Già prima di arrivare alla radura della foresta, dove il leone era seduto sul suo trono, l’asino cominciò a gridare:
“Vostra Altezza… Non è vero che l’erba è blu?”
Il leone rispose:
“Vero, l’erba è blu”.
L’asino si avvicinò e continuò:
“La tigre non è d’accordo con me e mi dà fastidio, per favore, puniscila”.
Il re allora sentenziò:
“La tigre sarà punita con 4 anni di silenzio”.
L’asino saltò allegramente e proseguì il suo cammino, contento e cantando:
“L’ erba è blu, l’erba è blu, l’erba è blu”
La tigre, accettò la sua punizione ma prima chiese al leone:
“Sua Maestà… Perché mi ha punito?
Dopo tutto, l’erba è verde”.
Il leone rispose:
“In realtà, l’erba è verde”.
La tigre chiese:
“Allora… perché mi punisci?”
Il leone rispose:
“Questo non ha nulla a che vedere con la domanda se l’erba è blu o verde.
La punizione è dovuta al fatto che non è possibile che una creatura coraggiosa e intelligente come te perda tempo a litigare con un asino e venga a disturbare me con questa domanda”.
Morale: mai perdere tempo in discussioni che non hanno senso.
Ci sono persone che per molte evidenze e prove che il mondo presenta, non sono nella capacità di comprendere e altre sono accecate dall’anatreptica e l’unica cosa che desiderano è avere ragione anche se non ce l’hanno.
La pace e la tranquillità valgono di più.

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (La falsa pandemia come Notizia di reato)

Nereo Villa (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

La falsa pandemia come Notizia di reato [trascrizione di parte dell’intervista del 23 aprile 2021 a Stefan Lanka e Stefano Scoglio con note curate da Chalet].

Il 23 aprile 1984 lo scienziato Robert Gallo e la scienza, credendo alla segretaria alla salute USA Margaret Heckler, cominciano la propaganda della paura che continua attualmente generando sofferenza per tutta l’umanità. Grazie a scienziati non compromessi come Lanka, Scoglio, Kaufman, Cowan e altri, si può incominciare a chiarire il problema da risolvere e cioè questa pandemia e quelle future. L’anti-scienza non è solo pseudo-scienza e la condotta anti-scientifica della virologia va pertanto spiegata.

STEFAN LANKA: L’attitudine antiscientifica dei virologi è dimostrata dal fatto che non hanno mai fornito la documentazione degli esperimenti di controllo di alcuno dei 7 passaggi necessari a provare l’esistenza di un virus e ad escludere che siano state le tecniche in uso e non il virus a dare il risultato della sua esistenza [oggi se con la tecnica midi io suono il trombone non significa che abbia in mano un trombone reale per poterlo registrare – ndc].

Quei 7 passaggi sul SARS-CoV2, o in ogni altro caso di virus, si smentiscono tutti.

1° passaggio: [i virologi – ndc] credono che le cellule della provetta muoiano per colpa del virus ma non è il virus. Le cellule invece muoiono a causa della mancanza di nutrienti e perché sono avvelenate dagli antibiotici.

2° passaggio: le particelle mostrate al microscopio elettronico non sono mai state mostrate all’interno di un corpo umano, in un animale o in un liquido derivato. Infatti mostrano al microscopio elettronico le tipiche strutture delle cellule che muoiono, ma nessuna di queste cellule è stata mai caratterizzata biochimicamente per mostrare la presenza di proteine virali e del nucleo del virus, il suo materiale genetico [allo stesso modo il tecnico del suono che sintetizza una sezione di fiati o di violini, ecc., non sa dire di che lega o albero siano fatti gli ottoni o il legno di questi strumenti di cui registra sinteticamente le onde sonore meccaniche – ndc].

3° passaggio: hanno mostrato un altro tipo di particella; si vede un gran numero di particelle simili, una dopo l’altra, per cui dicono che questo [elettronico – ndc] sia un altro metodo con cui si possa mostrare le particelle virali ma se si osserva nei dettagli si vede che non è stato fatto alcun esperimento di controllo; nessun esperimento di controllo mostra che il tessuto non infetto non si degradi allo stesso modo; quello che fanno è semplicemente centrifugare le proteine e gli acidi grassi, che poi colorano. Colorano bolle che poi fotografano dicendo che sono particelle virali senza mai avere analizzato biochimicamente quelle particelle per mostrare l’esistenza di tutte le proteine e dei materiali genetici del virus. Quindi hanno fallito anche in questo passaggio [allo stesso identico modo oggi si può immettere l’etichetta con l’immagine animata di un pianoforte o di altri strumenti musicali per caratterizzare il relativo software o plugin, il cui suono si può perfettamente registrare in sale di registrazioni, anch’esse completamente virtuali, cioè del tutto elettronicamente computerizzate – ndc].

4° passaggio: hanno preso detriti cellulari molto piccoli di acidi nucleici – milioni di pezzettini di ogni tipo di fonte umana, animale, dal siero fetale bovino ai microbi che c’erano dentro – ed hanno sequenziato tutti questi tipi di acidi nucleici, poi li hanno tagliati in pezzetti ancora più piccoli, mentalmente, al computer, e se ne sono usciti con questo nuovo modello di virus, dopo di che hanno cambiato la sequenza parecchie volte in diversi passaggi ed infine hanno detto che quello era il genoma virale. Di questo assemblaggio virale non hanno mai fatto gli esperimenti di controllo, affermando addirittura di aver trattato i tessuti allo stesso modo senza peraltro avere mai trovato la sequenza virale. Anche in questo passaggio mancano gli esperimenti di controllo. Hanno dunque creato e creano qualcosa mentalmente nei loro programmi ma non è mai stato dimostrato che questa esista come intera striscia di acidi nucleici. E da circa mezzo secolo questa è la tecnica standard per mostrare la presenza di acidi nucleici di diverse dimensioni ed analizzare la struttura di questa presenza o la sua sequenza: ciò non è mai stato fatto. Questo è il 4° punto della menzogna della virologia [in musica ciò è paragonabile all’inserimento nel sequencer di parti musicali di ogni tipo, musica classica, rock, suoni registrati di ogni tipo, ridotti a hertz computerizzati per dimostrare che la musica non esiste ed esistono solo hertz, non toni, né semitoni, non pentatonia, né eptatonia, ecc., dato che si crede che le onde sonore siano hertz, ben sapendo che l’hertz è la loro unità di misura e non l’oggetto misurabile; e ciò è una contraddizione che può essere fatta risalire ad Einstein, il quale non si accorse mai che lo spazio percorso dalla lancetta dell’orologio non era e non è il tempo ma la sua convenzionale e visibile misura; perciò se ne uscì con il concetto di spazio-tempo, pura costruzione mentale poggiante sulla cecità della differenza tra unità di misura convenzionale e unità aritmetica comprendente ritmo temporale; il concetto stesso di sequenza ha infatti senso solo attraverso il tempo, quindi è diacronico, non “anacronico” come vorrebbe la sua psichica ed astratta relatività – ndc].

5° passaggio: quando fanno un nuovo assemblaggio di un ceppo – che significa che non hanno mai trovato alcunché pur avendolo assemblato, i virologi hanno un modello di un genoma virale che non è mai emerso in natura, nemmeno dai cosiddetti batteriofagi o virus giganti – hanno in mano un prodotto teorico a sé stante e non hanno mai dimostrato che quel prodotto possa o non possa essere generato a partire da acidi nucleici di colture cellulari infette o non infette ma trattate allo stesso modo.

6° passaggio: è il non aver detto la verità consistente nel non essere stati in grado di isolare abbastanza acidi nucleici dalla saliva o dal sangue per creare un genoma, per cui i virologi devono sempre usare le colture per avere molti detriti, non sono mai stati in grado di prendere semplicemente il sangue o i tessuti dagli esseri umani, dagli animali, o di estrarre dai loro fluidi gli acidi nucleici e sequenziarli: non è mai stato fatto e non l’hanno detto pubblicamente, perciò la gente pensa che abbiano trovato un virus completo nella saliva, sangue o altro.

7° passaggio: quando [i virologi – ndc] se ne sono usciti dicendo di avere gli esperimenti sugli animali, non li avevano. Se vai a controllare vedi che gli esperimenti stessi provocano la malattia: non ci sono gruppi di controllo; e se controlli cosa fanno, vedi la quantità di liquido iniettata negli occhi, nelle orecchie, nella testa, nel cervello o nei polmoni e vedi che è l’esperimento stesso a provocare i sintomi della “malattia infettiva” di cui incolpano il virus; stanno usando il liquido derivato da colture cellulari.

Quindi abbiamo 7 punti che smentiscono tutto questo e adesso ho portato ciò all’attenzione del sistema giuridico: è già in corso un’azione legale, e un’altra è quasi pronta per chiedere alla magistratura tedesca di rimuovere immediatamente le misure anti-corona a causa del dimostrato approccio antiscientifico dei virologi, dato che si sono smentiti da soli in ogni passaggio.
Credo che si veda la fine della virologia ed è quello che sto facendo per finirla; naturalmente stiamo diffondendo queste informazioni in queste interviste a tutte le nazioni: è il nostro dovere come scienziati e come esseri umani.

STEFANO SCOGLIO: Personalmente penso di essermi trovato in una situazione molto strana durante questa pseudo, falsa pandemia, perché da un lato ho preso fin dall’inizio una posizione molto radicale, cioè che il virus non è stato isolato. Infatti l’unico “test” di tossicità che è stato fatto sui topi dimostra che nei topi selvatici normali, qualunque cosa abbiano iniettato, non ha generato alcun effetto e spiegherò la mia opinione su questo. Dall’altro lato mi ritrovo anch’io a cercare di fare qualcosa in ambito giuridico-politico, a dover prendere posizione, entrando ad esempio nella discussione sulla PCR, dove si critica la PCR anche all’interno del quadro della virologia. La mia posizione, fin dall’inizio, era che se guardiamo cos’è successo quando hanno fatto il primo presunto “isolamento del virus”, in Cina – la stessa equipe che poi ha fatto il sequenziamento del genoma di cui parlava Stefan Lanka – hanno preso questo liquido broncoalveolare e lo hanno centrifugato, l’hanno anche filtrato, come ho detto prima, attraverso dei nano pori; il problema è altresì una matrice molto complessa [anche in musica si usano matrici elettroniche della stessa complessità – ndc]. Personalmente ho fatto un calcolo che, secondo quanto si sa oggi sul corpo umano e sulle cellule, probabilmente nel liquido che hanno usato i virologi c’erano circa 30 miliardi di acidi nucleici di cui almeno il 90% erano di origine umana. Cosa ne fanno in realtà sono due cose diverse, perché da una parte fanno quello di cui parlava Stefan: prendono quel liquido e lo iniettano in una provetta con le cellule Vero, queste cellule renali di scimmia rese immortali che ovviamente sono intossicate di per sé, perché continuano a immettere antibiotici, ormoni e altri nutrienti sintetici, dall’altra parte quello che fanno è prenderlo come base per la PCR. Ma sono due cose separate. Anche la PCR sul liquido broncoalveolare è di per sé ridicola perché usano 2 primer, che sono più o meno dai 18 x 2 ai 24 x 2 “nucleotidi”, su un virus che dovrebbe essere di 30.000 nucleotidi e in un certo senso lo gettano in quel materiale molto complesso dove ci sono probabilmente dal 90 al 95% di acidi nucleici di origine umana. Lo lanciano lì e definiscono virus qualunque cosa si leghi a quel primer. Anche il prof. Palù (ora nuovo presidente dell’AIFA in Italia), in uno studio da lui pubblicato nel 2015, diceva che una situazione del genere è come cercare un ago in un pagliaio. Quindi qualunque cosa venga fuori è completamente casuale. La sequenza del genoma che viene eseguita, basata sulla PCR è in realtà completamente casuale; non ha alcun rapporto con qualche virus naturale isolato.

In realtà per i virologi, come ho detto prima, l’isolamento non è sottrarre, separare qualcosa dal resto, bensì gettare quel resto, quella complessa matrice che prendono dal liquido broncoalveolare, in una provetta con le cellule Vero, e tutte le cose che si moltiplichino lì, se c’è una moltiplicazione a causa di decadimento delle cellule, chiamatele detriti o altro, dicono che è isolamento. Sento che pochissime persone sostengono questo tipo di posizione, la posizione radicale in cui non c’è il virus, né c’è stato alcun isolamento del virus, ma essenzialmente non c’è il virus. Ci sono però altre aree in cui puoi lavorare per attaccare la narrativa mainstream. Una di questa è data dai difetti e dalle limitazioni della PCR, perché chiaramente, quello che sta succedendo in tutto il mondo, almeno in questa pseudo-pandemia, è che hanno iniziato a fare il test PCR in cui utilizzano un minimo di 35 ma più spesso di 40, 45, 50, 60 cicli. Tutti – anche gli esperti di PCR – riconoscono che quando si superano i 20 cicli non si sa davvero cosa si ottiene ed è molto probabile che si tratti di un falso positivo. Anche se, chiaramente, tutta la discussione non ha senso, nel senso che non è un virus.

Anche l’idea che fino a un certo livello di cicli si possa effettivamente trovare un virus, non ha alcun senso: è un bias. Quando però si discute con persone che in realtà non vogliono prendere posizione riguardo alla visione radicale della virologia, questo è un punto importante, perché persino i virologi che hanno fatto queste ricerche sono arrivati alla conclusione che ci sono 6 studi che affermano che fino a 17 cicli esiste ancora una correlazione tra qualunque positività ci sia nel test PCR e la coltura del virus, qualunque cosa significhi, ma sopra i 17 cicli, continui a scendere e quando arrivi a 30/35 hai un falso positivo all’80/100%. Questo è un punto molto importante, perché – anche senza entrare nel conflitto della virologia riguardante il virus, cosa che penso sia molto importante, anche con le persone che sono nel campo della virologia e vogliono metterlo in dubbio – l’idea che ci siano così tante persone affette ma asintomatiche o così tante persone morte per il virus, quando sono state testate per il virus con 40, 45, fino a 50 cicli di PCR, ciò mostra di per sé che è completamente fasullo, anche dal punto di vista della virologia. Io ho effettivamente aiutato un avvocato italiano, Mauro Sandri, non so cosa sia successo perché se ne è parlato ieri. Devo chiamarlo perché ha effettivamente fatto un’azione legale al Tar del Lazio, contro il governo, proprio su questo punto, cioè che i risultati del test PCR non possono essere utilizzati perché completamente inaffidabili. Vedrò cosa succederà ma certamente questo è un punto molto debole di tutta la narrativa ufficiale. Detto questo – e concludo -, ho anche affermato che queste cose sono molto importanti: è molto importante attaccare la narrazione da qualsiasi punto di vista possibile ma è anche molto importante, credo, il fatto che dobbiamo tirare fuori la radice della falsità della virologia e parlare così della mancanza di isolamento, perché altrimenti saremo prigionieri per sempre di questo tipo di discorso […].
LANKA: […] Di fronte a chi crede che nel proprio corpo qualcosa si trasformi in qualcosa di cattivo, creando contro di lui il “cancro”, e crede che questo tumore possa spostarsi nel corpo, credendo cioè nel concetto di metastasi, crederà anche all’idea di “metastasi volante”, dobbiamo allora accorgerci che questo tipo di mentalità è fondamentalmente fraudolenta e dobbiamo affrontarlo. Perché con la virologia e con il covid ci rivolgiamo solo a poche persone. Sono sicuro che un numero di persone dieci volte più alto soffrono di cancro o di malattie cardiache che sono mal diagnosticate e sono curate in modo sbagliato, e solo perché la sofferenza è reale, tutti credono che il diavolo sia là fuori: non dobbiamo solo affrontare la virologia ma tutto il problema in cui stiamo lavorando. Questo tipo di cose non ha niente a che fare con la realtà. Dobbiamo dirlo, altrimenti stiamo ignorando l’orrore che sta succedendo in questo campo di malattie croniche. Nel cancro, nelle malattie autoimmuni, succede tutti i giorni: sempre più persone ne sono colpite.

SCOGLIO: Sono completamente d’accordo. Penso che la virologia sia solo uno dei pilastri di una dimensione molto più ampia che è tutta basata su false premesse.

LANKA: Dobbiamo affrontare il fatto che una comprensione migliore esiste e può essere sfruttata…

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Stato di diritto, Notitia criminis e APS GdP)

Nereo Villa (alias Chalet)

APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

STATO DI DIRITTO, NOTITIA CRIMINIS e APS GdP

Quanto segue è la mia versione del bellissimo ma breve articolo di Carlo Ceresoli intitolato “Lo Stato di diritto e la notizia di reato” così come può essere intuito e “tradotto” in base alla conoscenza dei punti essenziali della questione sociale, che da più di un secolo esige risoluzione.

La separazione o divisione dei poteri, principio fondamentale dello Stato di diritto, è infatti inattuabile nell’organismo sociale vivente se tutto rimane così come è oggi (giugno 2021), allo stesso modo in cui non potrebbe attuarsi la vita in un organismo umano il cui cuore fosse sezionato in parti. Proprio perché lo Stato sociale o politico non è altro che il cuore di tutto l’organismo.

I contenuti dell’articolo di cui sopra [in fieri la ricerca del nome del quotidiano che l’ha stampato] (immagine), anche se scritti secondo logica anacronistica del “civis romanus” e che pertanto non possono più essere semplicemente creduti se non in base ai valori di dignità che esprimono, sono un punto fermo massimamente importante, quindi da studiare e ristudiare, al fine di riscoprire ciò che di umano comportano nella comprensione individuale, che deve farsi conoscenza, non più credenza o fede in questo o quel partito, fazione, testata giornalistica, ecc.

Si tratta in definitiva di comprendere come sia possibile il passaggio dalla società astratta, definita o morta nella mera carta al vivente organismo sociale.

La separazione dei poteri o delle carriere, “principio fondamentale dello Stato di diritto”, è inattuabile nell’organismo sociale vivente, così come non potrebbe attuarsi la vita in qualsiasi organismo in cui il cuore fosse in sé separato o diviso nelle sue tre funzioni relative per esempio al sangue venoso, arterioso e al plasma.

I talenti, viventi qualitativamente negli esseri umani, non si possono separare quantitativamente come se fossero merce da pesare. Perciò la caratterizzazione dei poteri non può avere a che fare con separazioni o divisioni ma con articolazioni. Ciò vale anche per il concetto di autorità, il quale proviene dall’autore di qualcosa: se io sono l’autore di un’opera ho autorità su di questa e ciò indipendentemente dalla sua qualità morale. Il giudizio sull’opera procede da sentimento individuale immediato non da mediazione pensante, perché questa lo pre-giudica. La vita non può essere divisa se no muore come vita e diventa sopravvivenza. La stessa cosa può essere detta del respiro: il “tempo dell’inspirazione”, il “tempo dell’espirazione” e il “momento in cui non vi è né il prima né il secondo” (detto di solito “punto zero”) non sono separati tra loro ma naturalmente modulati, cioè articolati. Solo la costruzione di un robot, cioè di una macchina, può essere pensata come giustapposizione di parti meccaniche, non così l’organismo umano, e non così l’organismo sociale, il cui socio continuerà a fallire nel proprio tentativo di costruire una vita sociale adatta a sé. 

Dai Veda a Salomone, e da Platone fino Montesquieu, la filosofia ha continuato a fallire individuando e separando le cosiddette tre funzioni dello Stato: legislativa, esecutiva e giudiziaria.

Anche mettendo in risalto la neutralità del potere giudiziario, appannaggio di giudici nominati pro tempore tra i soci dell’organismo sociale, nulla di sociale si è attuato perché ai soci è sfuggito che ognuno alberga in sé facoltà nervose, cardiache, e motorie, che riflettono tutto l’organismo sociale stesso. Nervi, cuore, e membra sono una triade preposta alla riflessione, al sentimento ed al movimento, astrattamente detti pensare, sentire e volere. Se però si vuole qualcosa solo con l’intenzione e non si muove la mano e il braccio per afferrarla, si permane nel pensare e non si entra ancora nel volere. La questione è semplice ma lo scientismo l’ha fatta diventare una impossibilità pratica, escludendo da sé l’individualità umana, l’io umano, per procedere in modo rigorosamente oggettivo. Perciò si trova imprigionata in sé stessa: senza un io che sperimenti concretamente un volere, un sentire e un pensare, nulla può fare. Quindi è diventato difficile chiarire la differenza tra funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria. Legiferare, eseguire (o far eseguire, imporre, obbligare, costringere, ecc.) e giudicare non possono attuarsi se non in base a pensare, agire e sentire, i quali sono strumenti dello spirito umano o io.

Napoleone assunse in sé i tre poteri non come essere umano ma come un dio e l’operazione fu un fiasco colossale.

Dopo la seconda guerra mondiale, quando io nascevo, la costituzione italiana non esisteva ancora. Entrò in vigore quasi un anno dopo, il 10 gennaio del 1948. A volte ho il sentore di essere nato per dire: guardate che questa carta non dice il vero. Ebbene, questa carta si fonda sulla netta separazione dei poteri: legislativo del parlamento, esecutivo del governo, e penale della magistratura. Quindi accade che oggi esiste una contraddizione, tutt’altro che avvertita, riguardo la delega costante del parlamento, titolare del potere legislativo, a favore del governo, deputato al potere esecutivo. Avviene perciò che il parlamentare facitore di leggi delega costantemente chi governa a imporle. Già questo è come accettare che esista un uomo che scoprendo una legge, voglia delegare un altro, che dovrebbe essere un suo simile, a rispettarla e a farla rispettare. Se il socio fosse una macchina sarebbe giusto. Se però il socio è un organismo vivente quanto lui, non è giusto. Se si scopre la legge naturale di gravità di un corpo, cioè un peso, quel peso vale per entrambi, se no la scoperta è fasulla. Quindi c’è differenza fra legge di natura e legge meramente decretata o solo detta, parlata, inventata o scoperta. Perciò entra in campo il giudizio, cioè il sentire. Ed è in questo clima psicologico politico e sociale che si innesca ogni possibile contestazione o protesta relativa all’esecuzione del potere giudiziario da parte della magistratura. Con quale diritto io parlamentare posso decretare che un mio simile possa eseguire un mio ordine? Questo è un problema mai risolto di una dittatura mai rimossa e mai trasformata in modo naturale, cioè umano, in democrazia o in vita conviviale. Il DM (Decreto Ministeriale) non è altro che un retaggio tirannico del fascismo se non è motivato universalmente. Avvenne invece che il DM del 30 settembre 1989 (anno della caduta del muro di Berlino e del comunismo) introdusse nell’iter relativo alla notizia di reato (in latino “notitia criminis), già disciplinata nel titolo 2° del 5° libro del codice di procedura penale, il “modello 45”. Si tratta di un registro che si accomuna ad altri modelli come il 21, sul quale si annotano notizie di reato di cui si conosce il colpevole, oppure il modello 44 quando il reato è attribuito ad ignoti. Il modello o registro 45 è invece destinato a contenere la registrazione di quegli atti “privi di rilevanza penale”, come ha precisato la circolare del ministero di giustizia del 20 luglio del 1990. L’obbligo dell’iscrizione della “notitia criminis” su questi registri è in capo al pubblico ministero o procuratore della repubblica, come disposto dall’articolo 335 del cpp (codice di procedura penale); spetta a lui decidere ed è solo sua la discrezionalità di valutare se nella notizia di reato si configura un’ipotesi di reato o se la denuncia-esposto, da parte anche di soci dell’organismo sociale (i cosiddetti privati cittadini) oppure trasmessa dalla polizia giudiziaria, debba essere inviata al giudice delle indagini preliminari e quindi avviare un processo. Questo kantiano “dover-essere-per-inviare (o avviare, o fare qualsiasi altra cosa) è ridurre l’uomo ad un ridicolo automatismo che mostra una “fisiologia” meccanica o robotica che non esiste in natura: sia nell’organismo umano che nell’organismo sociale: nella vita reale non esiste la teoria da una parte e la prassi dall’altra; questo modo di ragionare è meccanicistico e materialistico, ed è uno dei maggiori errori rimasto come retaggio del marxismo nelle coscienze quasi addormentate dell’uomo attuale: quando si va al bancomat per prelevare soldi non si agisce mai nella mera prassi: anche solo nel camminare si esprime un rapporto tra pensare, sentire (o percepire) ed agire; magari davanti allo sportello del bancomat si trovano persone che stanno aspettando il loro turno prima di noi; aspettare in coda non è un programma da computer che vive nell’uomo come teoria o prassi: la cosiddetta prassi distinta dalla cosiddetta teoria di cui si parla dai tempi di Hegel e di Marx è un’idea illusoria che non risponde ai contenuti a cui si riferisce. La corrispondenza tra pensare e agire pratico può solo riguardare la traduzione in realtà di contenuti fisici e meccanici. Per un computer vanno bene perché nel computer possono esservi programmazioni e relative azioni meccaniche. Ma non si tratta di azione vera, cioè di volontà vera. Il poter realizzare nella prassi il prelievo di una somma da un qualsiasi conto bancario per versarla a favore di un gruppo di bisognosi è, sì, azione pratica, ma lo è solo in quanto si attua per il contenuto ideale che comporta: l’azione pratica non è il movimento meccanico dell’andare in banca, prendere la somma e portarla ad altri. È invece l’obbedire mediante consequenzialità pratica a una decisione interiore che è immateriale: la volontà è lo scorrere di quella decisione in un’azione, non il suo meccanismo. La volontà non è il meccanismo dell’azione. Il meccanismo dell’azione è sempre in contraddizione col mio agire. Marx fu molto sagace nel prevenire questa contraddizione con la filosofia della “prassi” riconoscibile come il movimento hegeliano dell’idea, o di tutto l’idealismo da Socrate a Gentile: farsi del vero, prassi, per virtù della “materia”, che muove come “idea”. Fu però un dividere la vita umana in due: da un lato il corpo fisico e dall’altro lo spirito che lo anima (nella dottrina di Marx sarebbe stato sufficiente sostituire la parola “materia” con “idea” e tutto sarebbe andrebbe a posto: “non occorre molto acume per accorgersi che la materia, autonoma, vi è ravvisata come idea, mentre si attribuisce all’idea soltanto l’autonomia della prassi, ossia l’autonomia movente dalla materia: però vista come idea” (Massimo Scaligero, “Metafisica del materialismo”, in “Il pensiero come antimateria”, Roma, 1978).

Legiferare, eseguire e giudicare possono attuarsi solo mediante pensare, agire e sentire, universalmente validi, cioè a disposizione di ogni socio. Il concetto di ministero va riveduto se no si cade e si permane nel mistero o nella metafisica ministeriale in cui tutto può essere il contrario di tutto, come risulta essere oggi dappertutto in ogni campo scientifico, politico, ed economico.

Appare evidente che se il pubblico ministero (il socio procuratore della repubblica, che procura elementi su cui impostare il giudicare) non soppesa mediante sentire, o non percepisce, e quindi non ritiene-mediante-pensare che un fatto portatogli di fronte come notizia di reato abbia caratteristiche di notizia di reato né elementi probanti dello stesso, si muoverà solo mediante il voler iscrivere al registro modello 45 tale notizia. Avviene così che i dati di quel fatto non sono inviati al gip (giudice indagine preliminare) per l’archiviazione ma sono direttamente avviati all’archivio del pubblico ministero. Cioè la notizia del crimine è archiviata. Questo è il “vulnus” della questione, alimentata dalle recenti polemiche relative alle commistioni di (o “porte girevoli” per) politici e magistrati, che pre-giudicano l’articolazione dei poteri (detta meccanicisticamente o materialisticamente “separazione” o “divisione”) tra cui l’autonomia della magistratura giudicante-mediante-sentire, che assieme alle altre due autonomie (legiferare-mediante-pensare ed eseguire-(o far eseguire)-mediante-volere-in-atto) è un perno centrale della democrazia antica e nuova, anzi sempreverde.

Per contrastare la distorsione dei contenuti costituzionali a salvaguardia dell’articolazione naturale dei poteri, detta materialisticamente separazione, così come è detta tripartizione la “tri-articolazione sociale” dei neo-massoni dell’antroposofia, nel 2017 – con mia grande felicità – è nata l’associazione di promozione sociale denominata Governo del Popolo, guidata da Francesco Carbone.
All’associazione fanno parte liberamente soci dell’organismo sociale, professionisti, avvocati e magistrati che contestano l’uso strumentale meccanicistico e materialistico del modello 45 «[…] utilizzato per sabotare denunce e processi contro sistemi criminali dentro e fuori le istituzioni (cosche, logge, ordini, sette)» (volantino dell’associazione GdP). Questa associazione ha organizzato la protesta con il presidio davanti a 55 procure italiane, iniziata domenica 23 maggio 2021. Le procure italiane sono pertanto a tutt’oggi presidiate ad oltranza da numerosi soci di GdP, garanti della sicurezza di ognuno e di non procurare alcun disagio alla normale vita dei passanti, che distribuiscono volantini informativi nei pressi delle procure.

È questo un momento storico e sociale in cui è vivo più che mai il fermento del popolo che vede in pericolo il proprio futuro soprattutto circa l’uguaglianza della pari dignità di ogni socio dell’organismo sociale. Questa uguaglianza riguarda lo Stato di diritto, accanto al quale si articola da un lato la libera ricerca della Cultura (cultura giurisprudenziale compresa) e dall’altro la fraternità (mutuo soccorso) dell’Economia. Questa tri-articolazione è un fatto che si attua grazie all’individualismo etico dei soci e ciò è il continuum delle conquiste dei nostri padri, anche a costo della loro vita, sacrificata nell’interesse di tutti, anche delle generazioni future.

Questo evento storico è caratterizzato altresì da una nuova veggenza scientifica e spirituale che ricomincia a prendere vita dopo un secolo di torpore di SCIENZIAGGINI di Stato, meramente creduti, e imposti da cultura dell’obbligo, quindi non libera.

I contenuti del video seguente (https://youtu.be/Q2D-CApMXqY) possono essere considerati, da questo punto di vista (presumente apertura degli occhi), come la portata scientifica e spirituale del sopracitato mutamento storico nelle anime (attività interiori) di ricercatori, liberi dalle strettoie di una pseudo-cultura divenuta oramai superstizione. W i tempi nuovi. Viva il futuro!

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Inutilità delle banche di Stato)

Nereo Villa (alias Chalet)

APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Inutilità delle banche di Stato

Il correre dietro allo Stato da parte delle scuole steineriane con la richiesta di parificazione e dall’agricoltura biodinamica con la richiesta di contributi EU non porta altro che all’impedimento della comprensione ed espansione dell’antroposofia, quella vera, che infatti non decolla mai nella sua vera essenza, essendo continuamente usata per fare business attraverso arte terapia, musicoterapia, danzaterapia, ecc.: addirittura è comparsa da poco un’accademia sartoriale che vende vestiti “antroposofici”…

Osservate sempre l’organismo sociale a partire da voi stessi, cioè dal vostro organismo umano. Non si può non vedere il sabato per l’uomo. Ed ai fisiologi dell’astrazione chiedete di dimostrarvi sperimentalmente la consistenza dei nervi motori. Rendetevi conto che tale tipo di nervi non esiste. Perché voi non siete macchine ma corpi umani dotati di io, capace di movimento in atto.

Secondo una visione concretamente scientifica, nella fisiologia umana non vi è divisione tra nervi motori e sensori in quanto i nervi sono tutti solamente sensori, cioè sentono le cose. E neanche vi sono solo cinque sensi. Fin dalle elementari il socio dell’organismo sociale è imbrogliato nell’insufficiente modo generale di suddividere e rappresentare i sensi umani. Gli sguardi degli altri sono però per il socio non meno importanti delle loro parole e/o del tono con cui venivano dette. Avvertiamo il “senso” di tali percezioni come qualcosa di unitario, un quid espressivo, concreto ed essenziale, senza il quale la condizione umana si palesa incompleta o similare a quella animale in cui non vi è più il volto ma solo il muso. Avvertiamo questa “condizione”, anche se non riusciamo ad esprimerla. E, anzi, veniamo al mondo proprio per usufruirne. Poi, alle scuole superiori dobbiamo prendere atto che nella fisiologia impartita dai docenti come oro colato, gli organi di senso sono studiati come cose assolutamente indipendenti tra loro, e ciò non mi permette di farcene una giusta immagine, corrispondente al nostro quotidiano sentire. Solo con gli studi sui dodici sensi, si incomincia ad avere la giusta panoramica di osservazione che dovremmo trovare nelle scuole dell’obbligo. La fisiologia scientifica ufficiale ammette l’esistenza di cinque sensi: vista, udito, gusto, odorato e tatto. Per la scienza concreta dell’organismo umano, cioè conforme alla realtà e non solamente intellettuale e/o meccanicisticamente logico-convenzionale, i sensi risultano invece essere dodici. Vi sono dunque sette sensi in più, di cui nessuno parla ed ai quali la cultura ufficiale di Stato non attribuisce alcuna realtà. Un’integrazione scientifica della dottrina ordinaria dei cinque sensi è possibile da riconoscere affinché la scienza ufficiale approdi alla percezione, verificabile attraverso il medesimo criterio scientifico che ha permesso di attribuire realtà ai primi cinque sensi. Il presupposto per pervenire a un simile criterio risiede già nel concetto di “senso”: sentire non è pensare. Col termine “senso” si indica ciò che della fisiologia umana entra in azione offrendo all’uomo la possibilità di farsi un’opinione percettiva PRIMA dell’entrata in azione dell’intelligenza. Ad esempio, dovendo percepire un colore mi serve un senso. Dovendo invece giudicare fra due colori, quel senso non mi serve più. Il criterio di verifica per tutti e dodici i sensi poggia sul dato di una funzione sensoriale che, per ognuno dei sensi osservati, ha la medesima caratteristica: l’antecedenza rispetto al pensare. Questo criterio di immediatezza dei sensi vale per la caratterizzazione di tutto il nostro organismo percettivo. Oggi non abbiamo ancora un’immagine veritiera dell’uomo, perché l’uomo non è solo un prodotto della natura, e non è nemmeno solo ciò che possiamo vedere e toccare. Per accogliere la realtà del tempo che viviamo ma che la scienza ufficiale nega occorre trasformare il nostro modo di pensare: nervi, respirazione e metabolismo sono una tri-articolazione, che va ricompresa a partire dalla sua embriogenesi, affinché l’immagine dell’uomo possa ancora micro-cosmicamente risorgere come espressione antropocosmica delle antiche parole “come in cielo così in terra”. Soprattutto le scoperte di Rudolf Steiner dichiarate nel 1917, dopo trent’anni di indagini e ricerche, raccolte nel suo volume “Enigmi dell’anima” ed esposte in conferenze già dal 1911 sulla fisiologia, mostrano che la fisiologia umana è la risultante dell’articolarsi di tre differenti sistemi di funzioni. Il primo è il sistema dei nervi; il secondo è il sistema ritmico, ed il terzo è il sistema del ricambio. Insieme, questi tre sistemi formano lo strumento attraverso cui si manifesta la triplice attività interiore data dalla vita del pensare, del sentimento e dell’agire. Tramite questa nostra triplice organizzazione, affondiamo le radici del nostro io nel cosmo. Questo è un dato universalmente valido, dato che siamo tutti costituiti da questi tre principi fondamentali: 1) comprendonio (o pensare); 2) sentimento (o sentire); e 3) attività in atto (o volere). Il comprendonio esige luce (conoscenza); il sentimento, calore (amore), e l’agire manifesta entrambi (luce del comprendere e calore del cuore). In tutto ciò siamo tutti identici – come organismi sani – e ci possiamo ritrovare come “tutti per uno, uno per tutti” grazie, appunto, a questa nostra fondamentale struttura, nonché ai bisogni ed alle aspirazioni che vi corrispondono. Che ne siamo coscienti o meno, che ne accettiamo o no l’idea, questa è la verità del nostro essere, ed è solo così che tutti possiamo “lavorare” per formare un’unità. La tri-articolazione e non la tripartizione è funzionale all’unità dell’organismo umano e sociale. Senza l’esperienza dell’universalità di una chiara conoscenza della percezione poggiante sui dodici sensi è impossibile o per lo meno molto difficile arrivare a tale “unità”, così come è impossibile “unirsi” alle varie galassie escludendo le dodici costellazioni più prossime al nostro sistema solare, dato che per rendere preciso, concentrato, e intuitivo il nostro pensare, in merito alla nostra parola, voce, io, ecc., non possiamo prescindere dal nostro percepire. L’indagine fisiologica sui sensi è estremamente importante per la vita universale degli esseri umani e soprattutto per la pace mondiale. Prenderne atto genera l’unica speranza della possibilità di entrare consapevolmente in una nuova era, in cui possa finire la disunione fra gli uomini, che non comprendendosi più, arrivano a farsi le guerre, oltretutto dopo averle giustificate come giuste. Tale disunione finirà. La nuova era si apre a partire dall’apertura dell’individuo ad un pensare nuovo, vale a dire ad un pensare spregiudicato. Senza estendere questi risultati scientifici di “dodecafonia” (o “dodeca-logia”) sensoriale alle affermazioni pseudo-scientifiche della cultura di Stato non può darsi nemmeno alcuna scienza della comunicazione. La nascita delle scienze della comunicazione è infatti il sintomo di un’esigenza sociale del nuovo tempo. Ovvio che una scienza della comunicazione poggiante su semplificazionismo o su ingenuità filosofiche potrà insegnare poco o nulla, e trovarsi assolutamente impotente a fronteggiare i guai che la mancanza di comunicazione fra i popoli produsse, produce e produrrà su tutto il pianeta. Gesù diceva: “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Infatti, se Caio ascolta davvero quanto ha da dirgli Sempronio, in quel momento non gli interessa nient’altro se non ciò che Sempronio dice: sente il suono della sua voce, sente le sue parole, e percepisce i suoi pensieri, concetti e rappresentazioni, ed è assolutamente certo che Sempronio sia dotato di un “io” così come lo è lui. Fra chi parla e chi ascolta vi è una profonda differenza. Chi parla è egoicamente attivo, e sviluppa pensieri ed idee, che formula in parole e frasi, vivendo nell’elemento quotidiano del suo “io”. Chi ascolta, nella misura in cui ascolta, rinuncia invece ai propri pensieri ed alle proprie opinioni, facendosi mero organo di percezione di pensieri altrui. Se infatti iniziasse a produrre egli stesso pensieri, non potrebbe percepire i pensieri dell’altro. Risulterà pertanto sempre più evidente avvertire dettagliatamente, attraverso la considerazione dei dodici sensi umani, che nel percepire quanto si manifesta nel fenomeno di un semplice colloquio (reale o virtuale), abbiamo sempre a che fare con reali organi di senso, dato che, materiali o spirituali, il tono, il linguaggio, il pensiero, e l’“io” dell’altra persona, sono mondo reale della nostra esperienza, che in quanto tale può essere sperimentato, allo stesso modo in cui sono sperimentabili gli odori, i sapori, i colori e il calore. Per la pace universale degli uomini occorre prenderne atto. Le conseguenze di questa presa d’atto si manifesteranno sempre più come una scoperta massimamente importante, dato che sempre più saranno proprio queste conseguenze, e non le leggi, a regolare in futuro i rapporti fra gli uomini. 

Nella fisiologia umana secondo una visione concretamente scientifica non vi è pertanto divisione fra nervi motori e sensori in quanto i nervi sono tutti solo sensori. Non è dunque il nervo a farti scrivere a macchina o a battere il cuore ma l’io, cioè lo spirito umano.  L’io fa battere il cuore così come il sole e le stelle determinano il giorno e la notte in ogni pianeta del cosmo.

Se non si accoglie questa incontrovertibile via, verità e vita del nostro organismo umano anche l’organismo sociale diventa astratto cioè senza vita.

In base a questa differente consapevolezza del sistema nervoso nell’uomo, è possibile il paragone con il “sistema nervoso” dell’organismo sociale, consistente nella sua Economia (per intenderci: il pensare non è il nervo, così come il filo elettrico non è il suono della chitarra elettrica, né l’hertz o quant’altro che lo misuri; perciò il paragone con l’economia è possibile: le circonvoluzioni del cervello e le radici dei vegetali sono morfologicamente somiglianti).

L’economia astratta invece, caratterizzabile come “econòmia” per il diverso accento che perfino nell’etimo assume, se la si vuole insegnare a tutti i costi come legge, in greco “nòmos”, è destinata a impoverire ogni socio dell’organismo sociale, dato che la “pastorizia”, in greco “nomòs”, senza è senza pecore (dal latino “pecus”), cioè senza “pecunia” o moneta (o credito), muore, trasformando in pecore i soci dell’organismo sociale, ridotti a schiavi, terrorizzati con vari tipi di “immunità di gregge” e di recinti, proprio per sopperire con moneta-debito, cioè soldi astratti, debito pubblico cartolarizzato come liquidità truffaldina (monetaggio iniquo o signoraggio, espedienti forzosi, banche S.p.A. emittenti con monopolio di Stato, e quant’altro).

Da questa concezione errata dell’economia monetaria incomincia, come pseudo rimedio, l’idea di statalizzare le banche per risolvere il problema della crisi economica in cui versa l’organismo sociale da più di mezzo secolo, crisi causata dal monopolio della stampa o del conio monetario senza riserva (aurea o di qualsiasi altra garanzia).

Ai manipolatori di capitali (cultori del diritto di Stato, mafie, logge, sette, partiti, ecc.) questa “soluzione” appare seducente e bella. Chi però sostiene che la crisi si risolve nella misura in cui sia lo Stato e non le banche centrali ad emettere moneta, dimentica che in tale fede nello Stato non governa la logica: le banche sono colpevoli della crisi mondiale ma non solo le banche: sono colpevoli anche gli Stati occidentali, mafiosi perché le legalizzarono, monopolizzando l’emissione stessa dei soldi. In pratica, gli Stati si comportarono – e si comportano – come mandanti. Gli istituti bancari invece come killer. Lo sapeva già Goethe nel suo Faust, quando poetò della truffa della stampa dei soldi. Per Goethe la soluzione era casomai il discioglimento in tre parti del Reame, oggi sostituito dallo Stato. Perciò espose l’idea dello scioglimento del Re “del centralismo statalista plenipotenziario” in tre diversi Re articolati fra loro in modo sano (si veda la sua “Favola del serpente verde e della bella Lilia”). Steiner, studioso di Goethe e dell’idea della tri-articolazione dell’organismo sociale, gli faceva scientificamente eco.

Steiner, il prototipo del vero scienziato, è purtroppo considerato ancora oggi (giugno 2021) uno stregone antiscientifico proprio a causa degli odierni antroposofi masso-mafiosi delle scuole ad indirizzo pedagogico steineriano, che hanno preferito la “sicurezza” della “parificazione statale” alla libertà della ricerca culturale. Queste persone non hanno capito alcunché dei concreti contenuti dell’antroposofia che predicano, facendola perfino degenerare in “antropocrazia”.

In ogni caso, non si tratta di promuovere un’ennesima neo-sovranità di Stato, perché lo Stato è colpevole esattamente come le banche.

Chi oggi afferma ancora la fede nello Stato astratto – come l’attuale Italia per esempio, in cui non è il popolo a governare ma il diritto di Stato, cioè le mafie sopracitate – predica che bisognerebbe imitare gli USA e la FED, ma ciò è più o meno come predicare Pinocchio, che va a seminare le monete d’oro nel campo dei miracoli del Gatto (Stato) e della Volpe (Banca emittente).

Questi predicatori dovrebbero almeno sapere che in America, dopo il crollo economico del 2008, scomparvero cinquemila miliardi di dollari di fondi pensione, valori immobiliari, 401K (= funzioni di produzione), risparmi e obbligazioni, e che otto milioni di persone persero il lavoro e sei milioni persero la casa. E questo solo negli USA. Perciò non c’è da imitare alcunché: non si può più predicare quella o qualunque altra fede restando in buona fede, come se il mandante del killeraggio fosse meno colpevole del killer. E neanche si potrà ancora terrorizzare la gente con pandemie inesistenti per raschiare il fondo del barile con la mafiosa industria del vaccino. 

Ci insegnarono idealisticamente che lo Stato siamo noi ma nessuno – eccetto Virginia Cerullo a cui questo libro è dedicato – ci insegna a pretenderlo. Perciò si è verificato (ufficialmente dal crollo del muro di Berlino, 1989) che lo Stato è “cosa nostra”. E questa è la realtà insana che abbiamo di fronte. Nel suo manifesto dei comunisti Marx scriveva “il proletario si servirà del suo dominio politico per strappare alla borghesia tutto il capitale e per accentrare tutti gli strumenti nelle mani dello Stato, vale a dire del popolo stesso”. Ma lo Stato non era e non è ancora il “popolo stesso”. Il materialismo storico, in ossequio alla frase adottata dalla chiesa: “memento homo qui a pulvere venis et in pulvere redieris” attribuisce all’uomo valore di mera polvere e Marx vi si adeguò, selezionando buona polvere proletaria dalla cattiva polvere borghese. Ovviamente però chi comanda è sempre colui che comanda, anche se Lenin considerava “dittatura del proletariato” lo spurgo dittatoriale del dittatore di turno (cfr. Paolo Pasotto, “La pentola magica, ovvero prolegomeni di una cultura a venire”, Ed. il Capitello del Sole, Bologna, 2005, pag. 36). Regolari o no, gli eserciti tutti si comportano come grandi famiglie in cui ci si odia e ci si comprende anche quando ci si martirizza. Se la disciplina è l’impegno all’adempimento verso l’applicazione di determinati fattori indipendentemente da che siano buoni o cattivi, è mafiosa. Va bene per il computer, non per l’uomo, altrimenti l’uomo si “macchinizza” di ventando robot. Oggi il criterio che ingenera il militarismo è ancora incardinato nella disciplina, intesa come obbedienza ad una gerarchia fondata sull’astratta nomenclatura: rigidamente imposta a livello di sottomissione, la sua ragione morale è esitata come l’ordine stesso espettorato dal “superiore”, che il subalterno deve commettere per il bene della patria. È un controsenso, un’aporia, mafia insomma: la disciplina militaristica presume il parziale ottenebramento della coscienza, altrimenti, uno non andrebbe allegramente ad uccidere. Si basa sul coraggio della paura e sull’esaltazione stolida. Per il militarismo, sotto-valore è tutto ciò che non rientra nel suo dominio. Spudorata diventa allora la spettralità della patria fatta sventolare al di sopra di ogni cosa. È infatti nel nome suo che si insegna a torturare e ad uccidere. Patria: parola che fa riferimento al vetero-maschilistico sangue del padre. E per non creare scompensi ci si è rimediato col prefissoide “madre”: madre-patria. In tal modo la consegna familiare vorrebbe essere illusoriamente ricomposta. Per cui, nel nome della patria ci si può ripulire di ogni azione delittuosa, così che il bravo soldatino possa gridare follemente: “Sissignore… Perché il nemico è nemico, e lui è cattivo, e noi lo facciamo a pezzi! Signore!” e allora ucciderà, torturerà e compirà atti di conclamato eroismo. E si scaricheranno bombe sulle città, si sparerà in faccia alla gente e si riceveranno medaglie al valore, ma: sempre con il volto irrigidito da eroica gravità!

Comunque, il soldatino, è sempre uomo o donna: sarà un debole, sarà un becero, sarà un cretino, ma in fondo, una certa coscienza ce la deve pure avere. Insomma non si può andare a martoriare la gente e poi mettere avanti l’obbedienza ai superiori che avevano ordinato i crimini che lui/lei è andato a commettere! Non sono i superiori quelli che ammazzano: loro i crimini li ordinano soltanto. Sono gli ubbidienti, sono i soldatini che vanno a sporcarsi le mani. Ecco perché le persone che danno gli ordini sono di già “ingenuamente” sporchi, sono “ingenuamente criminali”. Ma oggi che la coscrizione non è più obbligatoria ed il militarismo si è fatto tutto quanto professionale, chi è pagato per commettere “crimini patriottici” scade a livello di semplice carnefice e per lui non si può neppure parlare di sporca “ingenuità” criminale. Mentalità bestiale con armi sofisticate, la guerra è la punta di diamante del militarismo. La chiamano difesa della patria (dello Stato)! E allora se non ci fossero più gli Stati non ci sarebbero più gli eserciti e non ci sarebbero nemmeno le guerre! Se tutto il denaro dilapidato in eserciti ed armamenti fosse impiegato per l’elevazione dell’umano, forse non ci sarebbero neppure scaramucce. La bocca delle genti è piena di esaltazione pacifista e: “pace tra i popoli” continuano a gridare gli ipocriti operai che fabbricano armi e mine anti-uomo ben sapendo quello che fanno! E si dice “popoli”, al plurale, come brandelli singoli di un’umanità che gli Stati Nazionali tengono smembrata (oggi addirittura distanziata e mascherata ascientificamente). E per la difesa della pace ogni Stato inalbera il proprio esercito e si fa la guerra. Agli americani, che nella fattispecie sono bambinoni cresciuti che giocano con le armi, e non si ritrovano oberati dal peso di millenni di “civiltà”, come agli europei, agli americani dunque, è capitato un incredibile colpo del destino: sono stati uniti. I loro nonni, che hanno sparso tanto sangue, hanno unificato una cinquantina di patrie che da allora non hanno più bisogno di “difendersi” le une dalle altre. Però la nostalgia della guerra li pompeggia sempre e così vanno a disporre di un esercito il più costoso del mondo e delle armi più sofisticate.

In un vivente organismo sociale non può più essere l’accozzaglia di Stati nazionali. Quindi non più a un esercito sia indispensabile l’organo dei difensori pubblici contro la violenza interna bensì a un organo tanto preparato quanto smilitarizzato e formato da persone responsabili, profonde e irreprensibili, che insegnino la libertà della ricerca culturale. Le armi esistenti siano raccolte e spedite in fonderia. Nei millenni che precedettero la venuta del Cristo i maggiorenti erano le necessarie guide trainanti che focalizzavano in loro gli impulsi provenienti dagli Dei. Ma con lo sviluppo della facoltà pensante in tutti gli esseri umani e con la loro emancipazione dall’io di gruppo animale, l’impulso dato dagli Dei è venuto meno. Il pensare arrivò a compenetrare il mondo greco. Platone e Aristotele furono già individualità che disposero del pensare pari alla più alta capacità odierna. Una capacità pensante completa, la si ebbe circa fino al IV secolo, dopo di che flesse, e vi fu crisi fino agli albori del XV secolo. Oggi, ciascuno che sia ancora umano, è idoneo a riconoscere da sé concetti giusti, come pure a sbagliare in proprio. Nelle epoche antichissime il capo era la testa di tutto un popolo, oggi un capo, anche se è un testone, è più o meno come gli altri e quindi può sbagliare lui pure. Ciascun uomo oggi è virtualmente un capo e l’ubbidienza alle ingiunzioni non argomentate e comunque non condivise, emesse da un testone, anche per chi non sia una “natura predisposta” o addirittura un militarista, è cosa non più adeguata ai tempi. Oggi, ognuno è virtualmente un capo e questa è una fondamentale differenza tra ieri e l’oggi. E ogni essere umano sano di mente è ora in grado di agire comprendendone perfettamente anche il “perché”. Quindi gli ordini vanno discussi. Gli ordini non dovrebbero mai essere senz’altro obbediti, e chi li riceve, prima di eseguirli, dovrebbe condividerli in piena e lucida coscienza perché, karmicamente, pagherà di tasca propria la parte che gli compete, ne stia certo. L’organismo sociale che prima o poi dovrà subentrare agli Stati nazionali, basa sull’individualità cosciente, e le nazioni resteranno figurine sulla carta geografica solo nominalmente: vigerà una sorta di federazione dei territori fra loro distinti soltanto dai bisogni locali: una località che si trova al caldo avrà certamente bisogni diversi da un’altra che si trova al freddo. Tutto questo non è una profezia, ma l’unica speranza e auspicio per il divenire umano (cfr. ibid. pagg. 36-38-42).

Oggi, tutti i soldi del pianeta si trovano da un lato nei conti bancari e nell’economia reale (sulla quale lo Stato cerca di produrre tassazioni accettabili ma non ci riesce se non con la menzogna) e, dall’altro, nelle cosiddette camere di compensazione bancaria, nazionali e internazionali, come ad esempio quella denominata “Clearstream”. Queste cose sono conosciute oggi anche dai non addetti ai lavori (cfr. “Voci dalla strada”). Questo tipo di soldi proviene da tanti ambiti insani, monetaggio iniquo o signoraggio, denaro sporco, traffico droga, traffico di armi, ecc.

«Oggi tutti pensano che sia giusto tassare il reddito […]. Se nel sistema tributario si vuole creare qualcosa di non parassitario per il processo economico, ma qualcosa che sia una vera dedizione del processo economico alla collettività, allora il capitale va tassato nel momento in cui viene immesso nel processo economico. […] L’imposta sulle entrate va trasformata in un’imposta sulle uscite (da non confondere con l’imposta indiretta)» (Rudolf Steiner, “Cultura Politica Economia. Per una triarticolazione della vita sociale”, 2ª conf. di Zurigo del 25/10/1919).

Attuando questa unica imposta sulle uscite si genererebbe immediatamente una consistente quota, sufficiente per garantire un minimo vitale incondizionato per tutti dalla nascita alla morte. Inoltre tale imposta non solo non sarebbe nemmeno avvertita ma libererebbe ogni individuo dal recarsi all’ufficio imposte per pagare. Oltretutto si eviterebbe di delegare incompetenti ad occuparsi del nostro portafoglio.

Siamo invece ancora attratti dall’idea ottocentesca di uno Stato plenipotenziario di tipo monarchico. Ma nell’organismo sociale sano i “Re” sono almeno tre: la cultura, il diritto e l’economia: così come nell’organismo umano i sistemi principali sono tre, tutti e tre essenzialmente diversi: sistema delle membra o metabolico, sistema toracico o cardio-respiratorio, e sistema nervoso con sede principale nel capo. In ciò consiste la tri-unità cosmologica che ancora deve attuarsi per volontà dell’individualità umana etica.

Valutare lo Stato (o l’appartenenza a un gruppo o a un popolo) più del singolo individuo è anacronistico. Oggi le persone sono talmente irretite nel valutare più del necessario la o le comunità (o i partiti) rispetto all’individualità, che si sentono perfettamente a posto se viene disumanizzata, cioè ridotta ad uno schema statuale o a un numero.

La moneta può essere emessa solo in regime di non monopolio e non dallo Stato: nell’organismo sociale sano lo Stato di diritto si occupa (dovrebbe occuparsi) del diritto, non di economia, né della cultura, pur restando a servizio giuridico delle istanze provenienti da queste ultime. 

Oggi il monopolio consiste nel fatto che non tutti possono stampare o coniare moneta o una banca che possa stampare o coniare moneta. 

Il criterio statalistico stesso di gestione della banca centrale, subordinata allo Stato, è inutile in un organismo sociale in cui diritto, economia e scuole siano armonicamente funzionanti. 

Non sarebbero necessarie banche di Stato in tale tri-articolazione di poteri. Ovviamente occorre approfondire questa idea paragonando i tre “Re” (cultura, diritto ed economia) ai tre sistemi che tengono in vita il nostro proprio organismo umano.

Per questo fine, non occorre credere nella tri-articolazione ma riconoscerla in noi. Questo sì che va fatto.

In merito al signoraggio bancario (monetaggio iniquo) non lasciatevi fuorviare da universitari privi di universalità. Il “signoraggio” può essere rappresentato come segue: abbiamo da una parte il mondo monopolista che stampa dal nulla soldi e li presta creando debiti inesigibili con gli interessi, secondo una prospettiva esponenziale di debito che lo Stato attua per sottomettere fiscalmente i sui sudditi, detti contribuenti; e dall’altra, abbiamo i contribuenti, detti schiavi, cioè noi.

In estrema sintesi: se nel mondo siamo solo tu consumista ed io monopolista (o tu mondo consumista ed io mondo monopolista o keynesiano), ed io ti presto 100, non posso esigerne poi la restituzione di 110 (= 100 + 10% di interesse). Semplicemente perché quei 10 in più non ci sono nel mondo. Quindi, per pagarmi gli interessi, tu sei costretto a chiedermi altro prestito, che solo io monopolista posso farti. Questo monopolio è mafioso in quanto è diritto di Stato che si sostituisce allo Stato di diritto.

Ecco perché Steiner affermava nelle sue conferenze sulla tri-articolazione sociale l’inutilità e l’insensatezza di banche di Stato per l’evoluzione dell’organismo sociale dei nuovi tempi, cioè di oggi. Ed ecco perché queste cose riguardanti la truffa della creazione dei soldi dal nulla erano note già ai tempi di Goethe che aveva esposto poeticamente nella sua “Favola” la questione sociale attraverso i “tre Re” come “tri-articolazione”. Ai suoi tempi, si aspettava il terzo millennio come una nuova era di equilibrio fra pensare sentire e volere… Invece ora che siamo nel terzo millennio siamo per lo più addormentati nell’oscurantismo dagli stessi antroposofi, infedeli tanto quanto quelli della magistratura dell’“agromafia” di “cosa nostra”…

Cari amici, in un certo senso il libro che pubblicherò non serve a nessuno, dato che come ben sapete, sono contro anche alla controinformazione. L’unica informazione vera è dentro di noi, ed è il battito del cuore che ci riCORda incessantemente che dobbiamo al ritmo il nostro essere e perciò all’essere presenti in ogni istante nel qui ed ora. Tutto il resto è NOIAAAAAAAAAAAA, no, non ho detto gioia, ma NOIA, NOIA, NOIA ahahaahh! W la coerenza e abbasso la disCORdanza! L’importante è la salute e non l’essere immuni.
P.S. A proposito di contraddizioni: immune = voce dotta recuperata dal latino immunis ‘esente da contributi’, derivato di munus ‘obbligo’, con prefisso in- privativo. (SIGNIFICATO di “immune”: non soggetto a obblighi, libero.) Quindi dal vaccino di Stato siamo obbligati a essere liberi e detassati essendo schiavi tartassati!
Cfr:
https://unaparolaalgiorno.it/significato/immune : il contenuto di questo link va letto per rendersi conto che per chi vuole capire è già tutto offerto su un piatto d’argento da Arimane stesso, cioè dalle parole che SOLTANTO in noi in quanto viventi diventano Logos, e quindi sconfitta di Arimane.
CIAONE
Neri

PS:

PS del PS: Che nel Vaticano sia albergata la mafia è notorio. Domani, Piazza San Pietro, sarà comunque piena di gente gaudiosa che sosterà sotto il sole cocente o sotto la pioggia scrosciante per ore per vedere apparire il BOSS detto vicario di Cristo: lui protetto dalle intemperie e i fedelissimi semi-cotti o inzuppati… Basta punto.

Ricevo da Ares Salieri il seguente commento (che riporterò anche nel libro. Bravo Ares!):

Una cosa che caratterizza l’Italia è che il principio mafioso è ben accentuato nella famiglia media. Un grosso dono che ha fatto l’impostura pandemica è stato sconvolgere una gran fetta di rapporti familiari. Dicasi dono perché in senso sociale ciò mette il principio mafioso in pericolo tanto quanto viene messa la chiesa cattolica e crea nuovi presupposti. Troppi antroposofi invece paiono piantati sul refrain lagnoso della “crisi dei valori” e del “stiamo fallendo come umanità”. Vorrei specificassero quale. Soprattutto da coloro che si professano praticanti gli esercizi c’è una lagnanza che lascia piuttosto basiti, sembra si stiano davvero perdendo quel che di bello c’è nel brutto.

L’umanità invece rilevo che stia andando assai bene in questa fase di test: chi va a rotta di collo nella raccolta differenziata cosmica lo sta facendo nel migliore dei modi possibili, ovvero in massa. E questo sacrificio del gregge mette a disposizione del singolo praticante un potenziale di redenzione, ora, che i mondi spirituali per legge cosmica possono aprire la porta anche a chi bussa con meno violenza di quanto sarebbe stato necessario soltanto poco tempo addietro per l’apertura. Ciò non significa che vi siano sconti sugli effetti stravolgenti che tale direzione comporta, questa mancata compensazione di forza da parte dell’uomo crea un po’ di grattacapi angelici.

D’altro canto tale potenziale abbondanza spirituale ha messo il principino del globo in allarme con esattezza reattiva e gravitazionale per cui cosa di meglio che ottundere le volontà degli individui sfruttando i processi sociali in corso e persino usare come marionette un po’ di ex-discepoli deviati del povero Scaligero, per paralizzare gli intenti delle anime meno corrotte in fatto di retta concentrazione? Insinuandosi in quegli attuali incontri antropomafiosofici in cui tratti di vero, bello, e buono e macchie di falso bello e buono si mescolano amabilmente al massimo, perché null’altro potrebbero il vero e il falso che essere la verità-una riunita in una menzogna dialettica.

Così prendo a riferimento l’intervento di cui riporto il link indicizzato in calce se vorrai farti un’idea precisa (https://youtu.be/Ge4XJymE-p4?t=4305), di un recente incontro di praticanti steineriani perlomeno a loro detta, che ritengo essere il più significativo se si volesse esporre a scopo didattico come materiale per un elaborato esercizio di confutazione o più semplicemente per comprendere, per chi è in grado, in che condizione riversi una significativa parte di quel che fu l’esperimento scaligeriano. In pochi minuti il relatore che appare nel video – pare eserciti la professione di psichiatria… – è riuscito a fare attorno alla concentrazione un pasticcio su tutti i piani: informativo, ontologico e ancor peggio di orientamento pratico. Fortunatamente la Marina ha specificato che ogni relatore si prendeva le responsabilità di quel che avrebbe detto e ciò fuga ogni dubbio sugli intenti e mette l’anima in pace circa ogni afflato inutilmente correttivo. Di questi tempi c’è direttamente la differenziata cosmica ed essa basterà e avanzerà per tutti gli attuali archiagottlieb del mondo.

Già, stiamo davvero fallendo come “umanità” in modo completamente irreversibile rispetto a questa forma. Ed era ora! Ciao.

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Mutuo soccorso)

Nereo Villa (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Mutuo soccorso

Così come i giovani hanno diritto all’educazione, allo stesso modo i vecchi, gli invalidi, le vedove, gli infermi, hanno diritto al sostentamento. Nell’organismo sociale paragonato a quello umano, il capitale occorrente a questo scopo, così come quello per l’educazione di chi non è ancora in grado di produrre qualcosa, fluisce allo stesso modo in cui la linfa, il sangue venoso e quello arterioso sono condotti nelle reciproche diverse sedi dalla da tri-articolata “diga” che è, per la salute di tutto il corpo, il cuore umano: “così come il sangue scorre attraverso il corpo umano, allo stesso modo i beni scorrono come merci in tutte le vie possibili attraverso l’organismo economico” (R. Steiner, “I capisaldi dell’economia”, Opera Omnia n° 340).

Ogni organismo umano di qualsiasi organismo sociale è sano solo se vive dignitosamente.

Il sistema giuridico, che nell’organismo sociale è il “cuore”, cioè l’organismo sociale mediano che armonizza e perciò garantisce le esigenze culturali ed economiche dell’organismo sociale, ha il ruolo di sostenere la dignità di ogni socio, come ho accennato nel precedente capitolo.

L’essenziale in tutta questa vitale attività è che il compito di fissare le entrate spettanti a chi non guadagna da sé non debba dipendere dalla vita economica – come avviene oggi in modo spurio con la cosiddetta politica-economica (economicismo) inventata da Keynes – ma che viceversa sia la vita economica a dipendere da ciò che a tale riguardo risulta dalla coscienza del diritto.

Dallo Stato di diritto (Stato politico) separato dalla vita economica – va sottolineato il fatto che per esempio la separazione delle carriere in ambito politico giudiziario non è che una minima parte iniziale ma essenziale a quanto necessita per l’attuazione di una “legge uguale per tutti” che non sia solo uno slogan o una frase fatta – “ciò che è un interesse generale dell’umanità, cioè l’educazione e il mantenimento degli inabili al lavoro, sarà veramente trattato come tale perché, nel campo dell’organizzazione politica, tutti gli uomini divenuti maggiorenni devono poter interloquire” (R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”, Capitolo 3°, §45).

I compensi per soddisfare tali necessità sono pertanto donati, per effetto di libera comprensione dei soci, all’organismo sociale (ibid. §43). Questo dono non è altro che una delle tre forme strumentali della moneta circolante, il denaro di dono, appunto: precisi aspetti della grande circolazione del sangue che irrora il sistema metabolico e degli arti inferiori e che, per esempio, si distingue sia per la prevalenza di processi anabolici-costruttivi (anche nella coscienza dormiente), sia per la sua connessione con le forze volitive dell’io (volere in atto) dirette verso il futuro, conducono al paragone col denaro di donazione nell’organismo sociale. Questo tipo di denaro è infatti indirizzato al futuro, dato che è destinato a tutto il percorso formativo-culturale dei giovani, soprattutto per far fiorire i talenti di ognuno. Perché non si tratta di dare astrattamente un reddito di cittadinanza a condizione che si lavori non importa dove o in quale interscambiabile mansione, bensì che ogni socio dia effettivamente all’organismo sociale prodotti scaturenti dal suo vero talento. Il socio è allora felice di dare tutto ciò che sa dare perché quel dare non diminuisce ma aumenta il proprio talento.

Prima di chiarire le altre due forme di articolazione monetaria, occorre premettervi il concetto di epicheia del denaro stesso. Epicheia (politica del palestinese Gesù di Nazaret quasi sempre omessa quando si parla delle buone notizie che avrebbero dovuto fecondare duemila anni di storia del nostro pianeta) non significa solo disobbedire a leggi ritenute ingiuste, significa anche equità. Il denaro è equo quando, sulla bilancia dei valori, vale come una qualsiasi merce ma non per quantità, bensì come qualità. Ogni merce (perfino il diamante) si altera nel tempo. Il denaro no. Questo significa che non c’è equità tra merce e denaro se non si doma il denaro come un cavallo affinché serva l’uomo. Perché se il servire l’uomo non si attua col denaro, si attua il suo contrario: servire il denaro mediante l’uomo, che ne diventa schiavo. Il denaro creduto plusvalore rispetto al valore mercantile è una superstizione di cui liberarsi. Il concetto di denaro va attuato come valore temporale esattamente come ogni cosa del mondo soggetta al divenire. Quindi occorre realizzarlo come cosa nel tempo di una vita e non solo come cosa nello spazio di una cassaforte. L’invenzione del denaro diventa allora un bene reale come una qualsiasi merce buona come il pane. Per questa bonifica o evoluzione del denaro occorre renderlo domestico. Addomesticare il denaro nel divenire, così come ogni cosa del mondo è posta nel divenire del mondo, significa conferirgli una data di nascita ed una data di morte nel tempo. Solo adattando il denaro allo scorrere del tempo la sua qualità nello spazio può essere equa e servire, come bene di scambio, l’uomo.

Ciò premesso, è chiaro che in un simile contesto, non solo la produzione ma anche l’accoglimento della vita immateriale da parte degli esseri umani può basarsi sul libero bisogno dell’attività interiore. Insegnanti, artisti e simili che nella loro posizione sociale siano in diretto rapporto con legislazioni ed amministrazioni sorgenti solo dalla quella stessa vita immateriale, se sostenuti da impulsi che solo da quella provengono, possono allora sviluppare con la qualità del loro agire, quella ricettività per le loro prestazioni, in persone libere dal dover unicamente soggiacere alla costrizione del lavoro, così che dal diritto e dallo Stato politico reso autonomo, possano meritare anche quei riposi necessari a risvegliare la comprensione di beni immateriali (cfr. ibid. §39) (io immagino per esempio che in futuro l’uomo realmente pratico, capace di produrre un determinato bene, sia anche particolarmente adatto ad insegnare a qualcuno quella produzione, o a fare l’insegnante, e che questo tipo di insegnanti attuino perciò un andirivieni continuo tra scuola e azienda, o tra scuola e qualsiasi altro campo di azione in cui producano quel dato bene).

Il consumo dei beni esige un’articolazione del denaro, diversa da quella di dono: il denaro di consumo o di scambio, o di compravendita, ecc., che rispetto al sopra accennato denaro di dono proveniente dal presente per il futuro, proviene dal passato: le merci intese sia come manifatture artigianali, sia come confezioni fabbricate in serie, sono frutto di progettazioni e azioni già svolte. Da sempre, cioè da quando si superò la primitiva forma di baratto, il valore dei soldi rappresenta il controvalore dei beni di consumo. La forma del denaro di consumo è rivolta ai beni di consumo, dal pane alla casa. Nello scambio tra merce e denaro di consumo, ambedue le parti sono soddisfatte. Ognuna ci guadagna e può anche far fruttare le possibilità nascoste negli oggetti scambiati. A questa circolazione di denaro di consumo fa da specchio nell’organismo umano la cosiddetta circolazione cerebrale o encefalica, che si diffonde nel capo, sede principale del sistema nervoso, in cui si svolgono prevalentemente processi catabolici-distruttivi a favore della coscienza di veglia, che vi si innesta grazie alle forze del pensare, come impulso dal passato.

Il mutuo soccorso, scientificamente inteso, ha a che fare con il cuore umano ma non in senso mistico o buonistico bensì fisiologico. Oggi i tempi sono cambiati e ognuno dovrebbe gridare nel deserto di sé: voglio essere io a dire queste cose perché senza l’io non si può fare alcunché. Oggi i tempi non sono cambiati perché, essendo bestie o pinocchietti di legno, anziché diventare umani muniti di io, preferiamo mascherarci come sub-umani de-pensanti. Forse la luce ci fa male al punto che chiudiamo gli occhi appena ne vediamo un raggio e prendiamo in mano quel raggio con le pinze perché abbiamo paura di sporcarci le mani: non vogliamo contaminarci col sole, non vogliamo morire, credendoci immortali senza io. Perciò mettiamo i soldi in banca e all’occorrenza li spendiamo per comprare antidoti alla vita stessa dell’io. Non vogliamo essere che materia. Non vogliamo sapere alcuna cosa che non sia materia o carne. Siamo regrediti ma i tempi sono cambiati. Siamo regrediti perché il tempo non cambia se lo pensiamo come spazio percorso dalla lancetta dei minuti secondi di un orologio o di un meccanismo…

Oggi crediamo di avere in banca i soldi che risparmiamo, senza avere la minima consapevolezza che questa categoria di soldi riguarda una terza articolazione del denaro, il “denaro di prestito”, ancora diversa dalle precedenti due accennate. Proprio per questa credenza, dai tempi dei tempi (e soprattutto oggi) imperversa, proprio per assenza di giudizio critico, negli organismi sociali di tutto il pianeta, la turlupinatura dei soci.

Il denaro di prestito è denaro di impresa, per cui chi mette temporaneamente in banca il suo denaro credendo di bloccare il passaggio dalle sue tasche a quelle di un suo simile, e di attuare così il cosiddetto “risparmio”, si sbaglia. Perché egli attua quel passaggio come prestito, dato che non appena quei soldi sono in banca, si crea la possibilità per qualcun altro di prenderlo in prestito. Quindi dal momento in cui il denaro è prestato ricomincia a passare di tasca in tasca. Chi prende soldi in prestito vuole avere la possibilità di usarli, investendolo per esempio ed acquistando con quel denaro tutto quanto serve a produrre ciò che il suo progetto richiede. Siamo divenuti incoscienti calcolatori di denaro proprio perché procediamo usando solo un quarto della logica che dovremmo usare, perciò non sappiamo che nell’atto del risparmiare – che in realtà è prestare – i soldi acquistano una dimensione nuova, una nuova qualità.

I rapporti che legano il risparmiatori-creditori e gli utilizzatori-debitori dei soldi prestati si esprimono in termini monetari. Si tratta di rapporti annotati nei libri contabili in cui sono registrate le somme impegnate. Si arriva così al “bilancio”, proprio al bilancio di qualsiasi banca: in una parte del registro di bilancio (parte destra) si riporta quanto il risparmiatore (l’intestatario del conto) vanta nei confronti della banca: il credito; nell’altra parte (sinistra) si registra il debito di chi ha ricevuto il prestito dalla banca. La relazione tra il risparmiatore (il creditore) e il mutuatario (debitore) genera l’impegno della restituzione della somma. La frase “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” è divenuto uno slogan rivolto a nostro padre con la “p” minuscola, dato che non crediamo nemmeno a lui come padre. Vogliamo saperlo scientificamente ma non possiamo perché non ci ricordiamo di essere stati spermatozoi di altri spermatozoi, di vita in vita fino al primo padre. Quindi neghiamo tutto. La vita è un sogno, meglio non pensarci che svegliarci, interessarci, dato che la realtà dei fatti ci impone un interesse ben diverso, un ben altro impegno, detto appunto l’”interesse”.

Generalmente questa somma aggiuntiva è considerata una ricompensa per la disponibilità del risparmiatore che temporaneamente non ha soddisfatto sue necessità. Così giustifichiamo più o meno il processo attraverso il quale il risparmio si trasforma in prestito mediante l’intervento della banca. In verità siamo sempre noi ad intervenire perché siamo noi a portare in banca i soldi ma non ci vogliamo pensare. Ciò che importa al risparmiatore è la certezza di riavere indietro il proprio denaro quando lo richiede, e di ottenere dal prestito concesso l’interesse più alto possibile. Dall’altra parte, chi prende il denaro in prestito si assume la duplice incertezza di 1) essere in grado di restituirlo e di 2) poter pagare gli interessi.

La scienza della materia dice che il tempo non esiste eppure il denaro di prestito ha essenzialmente a che fare con la dimensione del tempo: il risparmiatore che porta i suoi risparmi in banca può farlo nella misura in cui la propria possibilità di spendere soldi per acquistare beni o servizi non sia usata per un po’ di tempo. Per esempio, se io verso del denaro in un conto bancario, se cioè il denaro è “risparmiato”, per qualcuno si crea la possibilità di spenderlo al mio posto, finché io non ne avrò bisogno. L’altra persona prende in prestito il denaro. Ed è così che il denaro risparmiato diventa denaro prestato. Gran parte di questo denaro è preso in prestito da imprenditori che lo investono nelle loro attività.

Anche tutto ciò ha a che fare con la fisiologia del cuore, perché la terza articolazione del flusso circolatorio del sangue nel nostro corpo è paragonabile al denaro di prestito, consistente in fondo nei nostri risparmi e registrato in periodi (pause temporali) più o meno lunghi, in attesa di prendere il via verso il futuro come denaro di donazione, o verso il passato come denaro di acquisto. Si tratta dell’ambito che nel cuore è individuabile a partire dal ventricolo destro: tramite le arterie polmonari costituisce la piccola circolazione fluente nel sistema ritmico polmonare e sboccare nelle vene polmonari dell’atrio sinistro. I paragoni tra la piccola circolazione sanguigna il denaro di prestito calzano. Ovviamente se non li pensiamo non calzano e troviamo difficile vederli perché allora non ci mascheriamo solo la bocca ma anche gli occhi per non vedere e le orecchie per non sentire i battiti del nostro cuore vivente. La vita è comunque fatta di forza vitale o eterica anche se l’einsteinismo ha rimosso la realtà dell’etere e del tempo. Perché la vita è ritmo e l’ambito del nostro organismo fisico in cui ritroviamo il paragone col tasso d’interesse corrispondente all’organismo sociale è appunto duplice: una delle due differenziali del prestito consiste nel cosiddetto spazio morto o punto “zero”, in cui non avviene lo scambio gassoso nella dinamica respiratoria, là dove termina l’espirazione e inizia l’inspirazione; invece la seconda o il secondo diaframma del prestito è scandito dal cuore come ritmo (tempo esistente) del proprio battito connesso a tutto il sistema di conduzione che comporta il cuore come fenomeno di uguaglianza naturale e sana o periodica tra una battito e l’altro. Ecco perché la circolazione coronarica del cuore può paragonarsi al flusso di denaro risparmiabile. Quest’ultimo è infatti riservato per un “tot” alle necessità preventivabili per i bisogni propri e di coloro che ci stanno a cuore, e per una “tot” (di pause cardiache o di sospensione del solare ritmo di diastole e sistole) al dirigersi verso il futuro (grande circolazione) o verso il passato (circolazione encefalica).

Il credito stesso sta nel ritmo del cuore fisico anche se il credere è immateriale come è antimateria la vita del pensare.

Ecco perché il paragone continua per me ad essere giustificato in sé stesso: «Come, infatti, nelle oscillazioni di un moto pendolare vi è un attimo di stasi del pendolo, che appare sottoposto alla legge di forza d’inerzia, cioè per una frazione di secondo pare non muoversi né verso sinistra né verso destra, così nel nostro stesso processo respiratorio, abbiamo un punto di stasi, un punto “zero”, che non è inspirazione né espirazione, ma che non pregiudica, per questo, la nostra vita, bensì la rende possibile, in quanto differenziazione tra inspirazione ed espirazione. Già nei primi decenni di questo secolo ventesimo è stato dimostrato che tutta la materia del nostro sistema cosmico non è qualcosa di rigido, di morto, ma è, in ogni istante della sua esistenza, in movimento e trasformazione, in evoluzione e metamorfosi eterne; che “la più piccola unità della sostanza è trascinata con le sue forze e i suoi nuclei di sostanza nel loro vortice in un perenne movimento interno” (G. Wachsmuth, “Le forze plasmatrici eteriche”, Ed. Atanor, pag. 324). Negli ultimi decenni del secolo la biologia molecolare ha riconfermato la cosa, grazie alla scoperta di Barbara McClintock sulla “mobilità” del DNA, concepito fino ad allora meccanicisticamente come una struttura a sé, statica, non mobile […]. D’altra parte, anche nel sistema numerico binario, usato per la programmazione dei moderni calcolatori elettronici, l’uso dello zero e dei numeri negativi risulta necessario quanto quello degli altri numeri: superando i limiti ammessi per i numeri interi, cioè aggiungendo 1 al limite positivo dei numeri interi, si ottiene il limite negativo. “In pratica, è come se i numeri fossero disposti in circolo: superato il limite massimo (overflow), ci si ritrova all’inizio (wrap around)” (cfr. Enrico Colombini “Corso di C”, Jackson Libri, pag. 62). Lo stesso principio vale per la trasmissione delle onde di energia. “Le onde dell’energia – suono, luce, calore o elettromagnetismo – vengono emesse costantemente e costantemente assorbite, da tutti gli oggetti dell’universo, dagli atomi alle galassie intere. È un principio realmente unificatore della Natura e Pitagora aveva ragione a considerarlo il legame fondamentale tra uomo e cosmo. Nella prima metà del ciclo, (di trasmissione di energie) l’energia aumenta fino ad un massimo (positivo), poi decresce. Nella seconda metà, diminuisce fino ad un livello minimo (negativo) per poi aumentare. Quando arriva a 0, il ciclo ricomincia da capo. Anche questa è matematica, poiché, come ha precisato il cibernetico dott. David Foster, è un sistema ‘binario’, l’elemento più semplice nella terminologia del computer” (cfr. J. Vogh, “Bioastrologia”, Ed. Mursia, pag. 51)» (Nereo Villa, “Numerologia biblica. Considerazioni sulla Matematica Sacra”, Ed. SeaR, Reggio Emilia 1995, p. 53).

Sono passati 26 anni da quando ascrivevo queste cose, che oggi sono costretto a citare ancora come testimonianza di un mondo possibile senza maschere. 

Ed ecco perché gli imprenditori, con l’aiuto di denaro, impiegando risultati di lavoro umano, impianti (macchinari ed edifici) e materie prime, cercano di soddisfare una domanda. Quando l’imprenditore è capace di ricavare per lo meno il valore rimunerativo dei costi (comprendenti la propria retribuzione, l’interesse sul proprio denaro, l’ammortamento del capitale investito, e tutte le relative imposte reddituali scaricabili sui prezzi dei suoi prodotti) allora nel giro di un determinato tempo è in grado di restituire il suo debito. Fino a quando non estingue il proprio debito può fare assegnamento solo sulla fiducia riposta nella propria attività, che gli viene riconosciuta sotto forma di credito dalle persone che gli hanno prestato denaro.

Il termine “credito”, dal verbo credere, vuol dire fiducia. Concedere un prestito, dare credito, significa avere fiducia nell’abilità dell’imprenditore che utilizza il denaro, che lo investe. È grazie a questa fiducia che il denaro, anziché essere speso, può essere risparmiato trasformandosi, attraverso il prestito, in mezzo di investimento.

Tutti i processi economici mondiali sono pertanto massimamente influenzati dal credito, e in ultima analisi dalla fiducia e dalle scelte dei consumatori, che spesso, nel momento in cui sono coinvolti in questi processi, è come se fossero addormentati.

Col  denaro di prestito si entra dunque in un ambito diverso, in cui bisognerebbe chiedersi che cosa realmente stia avvenendo.

Quando prestiamo del denaro entra in gioco un “rapporto”. Il rapporto si istituisce tra soggetti diversi: da una parte c’è chi vanta un credito, dall’altra chi ha un debito. Il primo gruppo è costituito dai prestatori di denaro, o creditori, il secondo dai mutuatari, o debitori.

Chi concede un prestito ha i seguenti interessi: 1) desidera mettere da parte il proprio denaro per un certo periodo dì tempo; 2) vuole essere certo di poterlo in seguito riprendere; 3) cerca di ricevere il più alto interesse possibile sui propri risparmi.

Il modo in cui si realizzano e la garanzia e l’interesse è cosa che non lo coinvolge più di tanto. Chi riceve un prestito ha invece i seguenti interessi: 1) essere assoggettato il meno possibile a “garanzie”; 2) pagare l’interesse minimo e alla più lunga scadenza; 3) se possibile avere la massima libertà sui tempi di pagamento delle rate di rimborso e degli interessi.

Questo, in sintesi, è il dilemma in cui ci troviamo.

Sembra quasi che chi concede un prestito e chi lo riceve si voltino reciprocamente le spalle, e che ciascuno miri unicamente al proprio vantaggio. Nei rispettivi ruoli di risparmiatore e investitore non mostriamo alcun interesse reciproco. Eppure, per un certo periodo di tempo, siamo strettamente connessi l’uno all’altro. Oltretutto, se chi riceve il prestito non amministra oculatamente il mio denaro, sarà improbabile che io lo possa poi davvero riavere. In fin dei conti chi riceve un credito, determina quanto vale il mio risparmio. Ed il banchiere afferma: “Data questa tendenza a voltarsi le spalle l’un l’altro diventa necessario l’intervento di una terza persona che crei un collegamento tra parti che mostrano reciproco disinteresse. Questa funzione oggi è svolta dalle banche” (Rudolf Mees, “Ecologia del denaro. Etica ed economia per un mondo migliore”. Ed. Filadelfia, Milano, 1996).

La banca, in teoria, dovrebbe assumersi la responsabilità di offrire le garanzie richieste dal cliente che ha depositato risparmi, impegnandosi, in considerazione delle sue responsabilità verso i risparmiatori, ad assicurare il denaro necessario a chi lo domanda in prestito. “Da questa attività si determina il bilancio bancario. Questo bilancio rappresenta il ponte che lega le “coscienze opposte” rappresentate dai clienti risparmiatori e dai clienti in cerca di prestiti. È caratteristico il fatto che il risparmiatore e il mutuatario non siano ancora disponibili a considerare le necessità e le aspirazioni della controparte. In parole povere si può affermare che il risparmiatore, e l’utilizzatore di denaro in prestito, determinano – proprio attraverso la loro mancanza di consapevolezza reciproca – l’esistenza del bilancio bancario dall’equilibrio del quale deriva parte del potere riconosciuto alle banche. Tale potere è il risultato della reciproca indifferenza delle parti in gioco, della loro incapacità di sviluppare interesse per le aspirazioni dell’altra parte” (ibid.). 

Ecco perciò l’esigenza di sane comunità di risparmio e/o di prestito. Solo allora è possibile un mutuo soccorso reale.

Se produco una cosa, questa dovrebbe avere un valore tale per cui io ricevo in cambio quello che mi occorre finché non ne abbia realizzata un’altra. Non può quindi trattarsi di fissare un salario come remunerazione del lavoro, ma di stabilire i prezzi reciproci dei prodotti. Naturalmente nel calcolo andrebbe compreso tutto ciò che serve per l’assistenza agli invalidi, ai malati, per l’educazione dei bambini e via dicendo. Tutto questo che dovrebbe essere compreso non è altro che il vero mutuo soccorso: si tratta di creare una struttura sociale tale per cui il risultato del lavoro occupi davvero una posizione di primo piano, e che il lavoro poggi su un rapporto giuridico, dato che non può essere regolato se non in modo che l’uno lavori per l’altro, cioè secondo la divisione del lavoro (solo con la divisione del lavoro si possono produrre merci, dalle patate ai piroscafi: il contadino in quanto tale non può per esempio pensare di costruirsi gli strumenti per arare il campo). Ma il modo in cui l’uno lavora per l’altro va regolamentato in campo giuridico, non nella mentalità di mercato propria dell’economia. Lo Stato di diritto è una cosa. Lo Stato dell’economia e lo Stato della cultura sono un’altra cosa. I compiti e i limiti della democrazia nella vita giuridica, tanto nel diritto pubblico quanto in quello penale vanno ripensati in tal senso, che è il senso della dignità umana: sono gli uomini a creare istituzioni, non viceversa. Nelle classi dirigenti, soprattutto dal 1989, la morale e il diritto sono diventati invece sempre più impotenti fino ad approdare all’“agromafia europea” (chiamo così la distruzione degli agrumi per farne crescere il prezzo secondo logica unilateralmente economica) di cui parla Falcone in “Cose di Cosa Nostra”. Abbiamo finora creduto al dogma di tale impotenza secondo il quale l’economia sarebbe onnipotente. Perciò il diritto è scomparso ed oggi l’uomo non riesce più a pensare e a pretendere relazioni con altri sulla base del sentimento di uguaglianza, cioè da pari a pari in quanto esseri umani. Il fattore democratico dovrebbe valere per tutti gli aspetti della vita in cui ogni individuo maggiorenne avesse la stessa capacità di giudizio dell’altro. Perché ogni uomo in quanto umano possiede tale capacità di giudizio critico. Invece il nostro parlamento italiano (ma anche ogni altro parlamento si potrebbe dire) è composto per lo più da rappresentanti di interessi meramente economici. Ecco perché i diritti pubblici sorgono attraverso deliberazioni catastrofiche a maggioranza di voti e si esprimono sottoforma di leggi meramente economicistiche. È perciò necessario ricostituire un terreno giuridico su cui gli uomini s’incontrino unicamente come uomini, a prescindere dal talento individuale e dal potere economico. Nel lavoro, il soddisfacimento per il nostro prodotto, impossibile da provare scientificamente, va perciò sostituito dall’interesse per l’uomo. In ambito di giudizio, il talento individuale del giudice è, sì, determinante ma esattamente come quello degli insegnanti: anche i giudici devono infatti essere assegnati dalla libera vita culturale, di cui la giurisprudenza è parte. E dato che la giustizia è stata fatta scomparire nell’economia, il sistema giuridico, ripeto, va ricreato di sana pianta.

La visione delle tasse è anch’essa da cambiare cioè da… vedere. Basta aprire gli occhi. Il sistema dei crediti e dei tributi può essere risanato solo attraverso associazioni per la creazione di valore e di prezzi. Non può essere risanato attraverso professionisti della politica dell’agromafia economicistica e affini o attraverso affiliati alla “Banda Bassotti” dei mascherati per lo stordimento e la mascheratura dei popoli. Per questo stesso motivo l’idea della tri-articolazione degenera in tri-partizione in mano a questa banda di criminali, divenendo la solita partitocrazia che invece dovrebbe sparire in quanto metastasi tumorale dell’organismo sociale. Non si tratta di dividere l’Italia ma di unirla secondo articolazioni paragonabili a quelle che sussistono nell’organismo umano di ogni socio dell’organismo sociale. L’idea della tri-articolazione è solo il metodo scientifico per un risanamento sociale poggiante sul fiuto istintivo per la realtà. Tale fiuto fa parte della vita immateriale di ogni attività interiore, esattamente di quella parte di umanità che la scienza della materia esclude. In ogni uomo vi è un potere triadico capace di sviluppo organico della tri-unità sociale costituita da libertà individuale, solidarietà sociale e loro bilanciamento tramite l’uguaglianza democratica. Solo attraverso questo potere la vita culturale diventa produttiva e pratica perché necessariamente amministrata in modo indipendente dallo Stato e dall’economia. L’economia diventa produttiva e sociale solo se è indipendente dalla vita statale e da quella giuridica. L’amministrazione politica dell’economia (keynesismo) è la sua morte, dato che nell’era tecnologica e meccanicistica l’iniziativa del singolo individuo umano è indispensabile per l’economia. La vita delle associazioni è pertanto un cooperare in base ai talenti di ogni socio in vista di una produzione al servizio del consumatore. Nell’economia i soldi non possono tiranneggiare il socio se sono addomesticati o domati dal socio come sopra accennato: il lavoro non è una merce, perciò non può essere pagato. Nell’economia monetaria è invece il potere del denaro a determinare i prezzi. Invece in un’associazione è il buonsenso del socio a determinare il valore reciproco di ogni merce e servizio. Soprattutto è il talento umano presente in ogni socio nella propria individualità a meritare “credito”, cioè fiducia. Le imposte sulle entrate invece inibiscono il talento, mentre solo quelle sulle uscite lo possono favorire. Decisivo è il pensare, vale a dire la capacità di giudizio dell’individuo. La massa dei singoli cessa di essere massa pilotabile da fuori solo quando il singolo supera ogni tipo di fede nell’autorità. Ovviamente le risposte alle domande su questi argomenti possono darle solo chi li ha sperimentate prima in sé stesso. Perciò qui si apre un nuovo capitolo che si trova all’interno di ognuno come vita del pensare o dello spirito umano.

PS: Risposte di Nereo alla questione sociale: https://join.skype.com/NOux2taezIoh

Questa finestra sarà sempre aperta a tutti, soci della APS Governo Del Popolo compresi. Ciao. Il prossimo capitolo sarà sulla inutilità della banca di Stato nell’organismo sociale sano.

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Risoluzione)

Nereo Villa (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Risoluzione

A questo punto bisogna imparare a guarire dalla pandemia, che ha infettato da secoli il pianeta-dei-pregiudizi, attraverso la liberazione individuale da questi e mediante un prezioso libro: il libro della spregiudicatezza. È un libro che non si trova nelle librerie perché risiede in ogni singolo individuo umano come vita interiore. Occorre riaprire quel libro con pazienza momento per momento ogni volta che un dubbio nuovo affiora in superficie, portato dalle onde infinite dell’“etere” informatico o elettrico che da tempo invade l’etere vero, che è vera forza vitale combattente ogni istante contro la cadaverizzazione dell’uomo e del cosmo, senza la quale sarebbero entrambi ridotti a meri corpi fisici ed a disordine o caos. Occorre ripartire dal nuovo modo di concepire il cosmo intuito da persone come Ipàzia (360?-415), Giordano Bruno (1548-1600), Johannes Kepler (1571-1620), Francesco Redi (1626-1697), e tutti coloro che quasi balbettando osarono pensare diversamente dai codici o dai format istituiti dallo spirito dell’oscurantismo.

L’antico detto “il sabato è per l’uomo” trasposto nella fisiologia dell’organismo umano è in realtà una legge imprescindibile di salute. La salute dell’organismo umano è tanto più grande quanto meno la singola cellula o il singolo organo ritenga per sé i “ricavi” delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di quei “ricavi” sono donati agli altri organi “collaboratori” della salute, e quanto più i suoi bisogni non sono soddisfatti dalle proprie prestazioni, ma da quelle degli altri organi. Se per esempio il risultato del “lavoro” di uno stomaco fosse trattenuto nello stomaco, l’organismo si ammalerebbe, tanto quanto se per svilupparsi volesse digerire gli organi vicini. Ogni organo che contraddica questa legge, alla lunga, produce in qualche modo patologie fino alla morte. È una legge organica vitale: “lavorare” per i propri organi vicini e conseguire determinate “entrate” di energia per il proprio sviluppo sono due attività fisiologicamente distinte. Occorre il coraggio di distinguerle, perché solo attraverso questa distinzione si può leggere quel libro, che non esige dovere o debito ma gioiosa libertà interiore.

Assistiamo da anni all’esponenziale decadimento della vita conviviale in ogni comunità umana ed oggi siamo arrivati a un punto tragico in cui l’umano sembra essere ridotto al “subumano”. Questo sta avvenendo proprio perché la maggior parte degli odierni “scienziati” del “sociale” continua ad usare quella legge per mero business, cioè commercialmente, senza averne minimamente compreso la portata: la prefigurazione di una società vista come vivente “organismo sociale” affine all’organismo umano. Si tratta semplicemente di immaginare la vita fisiologica del sociale, paragonandola a quella del corpo umano: la salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non siano soddisfatti dalle proprie prestazioni, bensì lo siano da quelle degli altri. Tutte le istituzioni entro comunità di uomini che contrastino questa legge, sono destinate alla miseria e al dolore in un modo o nell’altro. Il punto più importante da considerare è una distinzione imprescindibile tra due fatti concreti: lavorare per i propri simili e conseguire determinate entrate. I punti essenziali della questione sociale dipendono praticamente dalla capacità degli uomini di distinguere questi due fatti. (cfr. R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale” Opera Omnia n° 23, §35).

Oggi si fa esattamente il contrario, cioè si incatena il lavoro alle entrate chiamandolo “forza lavoro” e si schiavizza in tal modo l’uomo perché, di fatto, è come se lo si vendesse a fette. Dunque si tratta della peggiore delle schiavizzazioni della storia umana, anche perché nessuno la vede nella sua logica di realtà ma tutti la percepiscono “solo” come sintomo patologico e quindi come “sofferenza bestiale”. Tutto pertanto dipende dal fatto di non collegare in alcun modo il contenuto concettuale di lavoro a quello di reddito perché il reddito ha essenzialmente un altro motivo d’essere, un altro collegamento che purtroppo passa inosservato: l’essere umano non percepisce reddito solo per mangiare o bere o per soddisfare un qualsivoglia nostro bisogno fisico o psichico ma anche e soprattutto per il semplice fatto che lavora per gli altri. Si pensi al gestore di un bar o a un cameriere e ci si immedesimi per esempio nel loro lavoro: il motivo essenziale, la vera molla che li spinse a scegliere tale professione è il servizio al prossimo. Si lavora per altre persone, esattamente come soci dell’organismo sociale ed esattamente come cellule organiche, cioè cellule vive di questo organismo (cfr. R. Steiner “Cultura, politica, economia”, Opera Omnia n° 332°: Risposte alle domande dopo la conf. del 30 ottobre 1919).

Oggi, gli “scienziati” del sociale credono che la fatica dipenda dall’usura dei muscoli ma considerano la fatica in modo astratto e non organicamente vivente nell’insieme dei fenomeni vitali. Si crede che l’uomo si affa­tichi perché fa uso dei muscoli e che i muscoli esigano un rinnovarsi di forze. Questa fede sembra loro plausibile, per cui concludono che l’uomo si affatica quando il lavoro logora i muscoli. Questo è però un modo superficiale di osservare. Se si osserva con attenzione emerge tutt’altro e si vede che tale fede è solo una superstizione: ciò che si osserva in superficie non è effettivamente in quei termini.

Se durante l’osservazione ci atteniamo a nozioni che solo sfiorano la superficie delle cose senza penetrarvi, non è possibile capire di cosa si tratta. Se i muscoli potessero veramente stancarsi, in che condizioni sarebbe allora il muscolo cardiaco? Il cuore lavora incessantemente e non è mai stanco: lavora senza posa come ogni altro muscolo tanto nell’uomo quanto nell’animale. È perciò illusorio cercare la spiegazione della fatica nel rapporto del lavoro col muscolo. La fatica è un fenomeno presente quando il lavoro non è causato dall’organismo né da funzioni vitali, ma da circostanze esterne. Qualsiasi organo di qualsiasi essere vivente “si stanca” nella misura in cui partecipa ad un lavoro mediante coscienza. Nel mero processo vitale non vi è alcuna cosa che possa causare la fatica. Invece là, dove le funzioni vitali degli organi sono mischiate a qualcosa di esterno alla loro natura, ci si può affaticare. La fatica appare solo e sempre come fenomeno di coscienza. Perciò sarebbe ridicolo parlare della fatica di una rosa. L’organismo vivente si stanca solo perché si trova di fronte a qualcosa di estraneo che si contrappone alla propria natura. Le alterazioni o i disturbi nelle funzioni vitali, che si manifestano come stanchezza, fatica, pesantezza, ecc., dimostrano che la vita affettiva ed intellettuale non trae le sue origini dalle leggi della fisica, ma che è in permanente contraddizione con le leggi del corpo fisico. Da questo punto di vista, perfino il concetto di fisiologia potrebbe essere detto spurio, dato che il vero corpo fisico è il cadavere non la “logia” o il logos presente nel vivente. La fatica si spiega perciò nell’opposizione esistente tra le leggi della nostra coscienza e le leggi della materia: tutto ciò che è estraneo a quest’ultima e che la disturba, genera fatica ma in noi, non nella materia dell’organo. Il sonno ed il riposo riparano l’usura provocata dalla fatica. L’usura è poi giornalmente ricondotta da un sempre nuovo elemento che si insinua nella vita organica ma proviene sempre dal fatto che l’uomo è in contatto col mondo esterno.

Il contatto dell’uomo col mondo esterno si indurisce andando avanti con l’età e le nostre predisposizioni precedenti, entrano ogni giorno in attività con gli elementi nuovi. Avviene perciò qualcosa in ogni istante: così come il germe o il virus vitale etereo o eterico si trasforma nel corso della nostra vita individuale, allo stesso modo elaboriamo in noi indurimenti progressivi a partire dalla nostra nascita. Sono le spine della rosa, le cortecce dei vegetali. Nel mio regno, anzi, nel dominio spirituale o immateriale di ogni essere umano, la causa della morte è legata a questo impulso o tendenza verso una nuova vita, proprio come nell’organismo animale la fatica ha per causa il fatto che l’organismo entra in contatto con gli elementi nuovi che gli sono estranei.

Chi si rende conto che nella stanchezza si esprime il contrasto fra l’elemento immateriale (o spirituale) e l’elemento organico vede che il fenomeno della fatica aiuta a comprendere il fenomeno della morte e del deperimento.

La risoluzione del caos sociale in cui è piombato l’“uomo mascherato per paura di morire” potrebbe inverarsi innanzitutto da qui, come necessità di aprirsi alla conoscenza della morte. Nessuno sa perché si muore ma tutti i portatori di io lo possono sapere nella misura in cui si osservi come l’io contenga in sé tanto la morte quanto la rinascita. Questo è percepibile da tutti non come dimostrazione scientifica materiale o sensibile della restaurazione (Atti 3,21) o ghilgal (גלגל), ma in modo interiore o sovrasensibile, dato che la scienza della materia può accedere solo a materiali percepibili dai sensi o creduti tali. Non andrebbe comunque mai dimenticato che la dimostrazione scientifica di qualcosa è sempre immateriale, cioè costituita di pensare, la cui concreta consistenza è sempre antimateriale (il pensare, per sua natura va sempre al di là dell’oggetto osservato, formando gli stessi concetti di soggetto e oggetto).

La nostra vita da svegli è come il deperire delle piante in inverno, dunque è un morire. Ogni mattina noi facciamo entrare e mescoliamo nel nostro organismo forze di morte che nel corso della vita si sommano. Moriamo per questo motivo: il motivo della morte sta nella coscienza. Moriamo perché viviamo in modo cosciente (cfr. R. Steiner, “Commemorare i defunti”, Opera Omnia n° 140, conf. 21 gennaio 1913).

Invece la nostra vita nel sonno presenta continuamente solo come disavanzo, un processo di morte: quando dormiamo, le forze di distruzione sono annullate dalle for­ze di crescita ed è quasi pareggiato quello che il giorno distrugge ma è sempre presente un eccesso, un disavanzo di forze distruttive, così che il disavanzo giornaliero si aggiunge agli altri determinando il fatto che moriamo, intervenendo naturalmente la morte per vecchiaia proprio perché la somma diventa così grande che le forze di di­struzione prevalgono su quelle della costruzione (cfr. R. Steiner, “Indagini occulte sulla vita tra morte e nuova nascita”, Opera Omnia n° 141, conf. 11 febbraio 1913).

La morte non può essere conosciuta se ci si limita a considerarla un fenomeno fisico o una cessazione di vita. E questo fatto genera paura negli uomini limitati alla materia. In realtà durante tutta la nostra vita il nostro io ha in sé anche un germe (detto anticamente bacillo e attualmente virus) di morte. Saremmo però tutti incapaci di sviluppo e di elevazione se non si unisse tale germe di morte alla vita dell’io.

Così come non c’è un lavoro esteriore senza fatica, ugualmen­te non può esserci arricchimento ed elevazione interiore senza quel germe di morte.

Ovviamente oggi, viste le condizioni sociali, ognuno è costretto a lavorare, e si ha soltanto la scelta tra morire di fame oppure lavorare. Una coercizione al lavoro diversa da quella che emerge da queste condizioni sociali non è infatti possibile in un ordine sociale in cui la libertà dell’essere umano è una condizione fondamentale (cfr. R. Steiner, “Idee sociali. Realtà sociale. Prassi sociale. 1° Vol.”, Opera Omnia n° 337a).

La condizione fondamentale della libertà però non esiste per l’uomo odierno e quindi l’uomo odierno è schiavo: proprio perché alla libertà preferisce la sicurezza. Quindi non merita e non ha libertà, né sicurezza, diceva lo scienziato Benjamin Franklin (1706-1790; l’immagine del suo volto campeggia ancora oggi sulla banconota americana da 100 dollari).

Il problema odierno da risolvere è anche questo: non è tutta colpa degli schiavisti se siamo noi a volere essere schiavi e gregge in cerca di protezione, sicurezza e recinti. Abbiamo creduto alla superstizione dello “spazio-tempo” per più di un secolo in cui la scienza è divenuta fantascienza e abbiamo voluto far quadrare i conti nonostante i conti non tornassero mai, continuando a sperare nella macchina del tempo. Si sarebbe potuto osservare, a tale proposito, che l’impossibile quadratura del cerchio ci avrebbe risparmiato le fantasticherie relativistiche, quantistiche, ecc., nonché il regno della quantità privo di qualità. Oggi la qualità della vita è scemata in nome dei “quanti”. Eppure tra il quadrato e la circonferenza c’era, c’è e sempre ci sarà un salto di qualità: il quadrato è discontinuo in quanto fatto di quattro segmenti, la circonferenza è invece continua. Oggi il cosiddetto contribuente è diventato per lo più una testa quadra che pensa la propria vita come un segmento, anziché come una circonferenza. Pensare la vita come una circonferenza significa invece pensarla non come spazio ma come tempo. Pensare la vita in modo circolare significa considerarla non come “stato” (participio passato di “essere”), ma come “divenire”. C’è pertanto essenziale differenza tra spazio e tempo, concrete essenze immateriali la cui concretezza non può essere mescolata, così come è impossibile mischiare acqua e fuoco. Oltretutto, il tempo di cui tutti sempre parlano non è il tempo: il tempo lo ignoriamo o addirittura lo neghiamo e ci limitiamo a misurarlo, spazializzandolo, con l’orologio. Perciò abbiamo una coscienza spaziale del tempo. Ciò è inevitabile perché la coscienza intellettuale è tutta spaziale e, come tale, spazializza tutto ciò che incontra. Però lo spazio percorso dalle lancette dell’orologio non è il tempo. Per conoscere il tempo ci vuole cuore e battito, non spazio convenzionale. Questa cosa ha la sua importanza non solo in ambito culturale ma anche in quello dell’uguaglianza, dato che non si può legiferare su uomini considerati tutti minorenni o anziani o neonati, e soprattutto in quello economico: solo se si riesce a distinguere lo spazio dal tempo si può scoprire il rapporto tra i prezzi dei beni prodotti. Allora si può scoprire che ogni uomo che lavora può ottenere, come equivalente o compenso per un suo prodotto, quanto occorre per l’appagamento di tutti i bisogni suoi e dei suoi familiari, fino a quando egli abbia di nuovo lavorato per un altro prodotto del genere. Ovviamente questo rapporto tra i prezzi non può essere fissato d’ufficio; dovrebbe invece risultare dalla cooperazione vivente tra le associazioni, attive nell’organismo sociale (cfr. “I punti essenziali…”, op. cit., §49).

Fissare d’ufficio il “costo” della “forza-lavoro” (o il “prezzo” del lavoro svolto, cioè il “salario da lavoro) al giro economico generò solo lotte di classe, del tutto inutili dato che oggi si è ritornati daccapo al medesimo punto di partenza ottocentesco, percepibile per esempio nella schiavitù da lavoro nei salariati Amazon e di ogni altra mega industria.

Questo è avvenuto per anacronismo: in un organismo sociale sano il salario e la proprietà avrebbero dovuto mutare, metamorfosarsi, rinnovarsi: molte merci sono oggi interamente prodotte da macchine, mentre ieri erano lavorate sudando. Un prodotto confezionato dalle macchine dovrebbe costare “zero forza lavoro” e solo qualcosa per il mantenimento delle macchine che nel tempo si usurano. Perciò il ruolo del salariato o del lavoratore avrebbe dovuto sparire, lasciando il posto al cooperatore produttivo, cioè al socio dell’organismo sociale.

Lo stesso lavoro a cottimo avrebbe dovuto sparire perché fa diventare l’uomo una “macchina”, che invece di alzare la qualità del prodotto, l’abbassa. L’anacronismo si è perciò trasformato in schiavismo e la schiavitù in sub-umanità. Di fatto l’anacronismo fa male al cuore. Non solo in senso metaforico o sentimentale: se un cuore non andasse a tempo finirebbe per sviluppare malattia e morte.     

Invece là, dove l’uomo fosse restato umano e col cuore sano, l’interesse oggettivo per la produzione sarebbe aumentato e si sarebbe potuto constatare come il reddito provenga dall’andamento degli affari di tutti. Però così non è stato ed, a causa di anacronismo, o di deficitaria uguaglianza tra salari onorevoli per i mafiosi uomini d’onore e salari disonorevoli per tutti gli altri non sottomessi all’“onore” di Stato. Quando ero bambino tutti sognavano le macchine che avrebbero risparmiato il lavoro all’uomo e si lavorava anche per questo fine. Ora che le macchine risparmiano effettivamente le lavorazioni, l’uomo anziché goderne ne soffre come mendicante di lavoro oramai sparito e svolto dalle macchine. Perfino i bambini non giocano più, non sognano più e, privi di immaginazione, se non hanno il cellulare in mano si annoiano. Poi la scuola insegna loro che il cellulare è merito di Einstein.

Tra le aporie questa è la più grande: si parlò tanto di “libertà della scienza e dell’insegnamento”, ma si considerò naturale che lo Stato politico amministrasse la “libera scienza” e il “libero insegnamento”. Non si avvertì come lo Stato mettesse la vita culturale o spirituale, o dell’interiore attività umana, in dipendenza dei propri bisogni statali mediante menzogne su menzogne.

Ora è tempo di liberarci da questa dipendenza e da queste menzogne, altrimenti si verifica che lo Stato NON siamo noi ma la mafia all’interno delle istituzioni.

In verità lo Stato è morto e l’uomo si è fantozzianamente sub-umanizzato di fronte a mafiosi di Stato, che da servitori dello Stato quali avrebbero dovuto essere onorevolmente, se ne sono fatti padroni facendo dello Stato di diritto un diritto di Stato, che conferisce dignità e onore solo come “salario” ai sottomessi: anche i parlamentari trasformati in vassalli sono schiavi se sono costretti a girare con la scorta. Ed oggi la civiltà della menzogna funziona così, proprio perché si è procrastinato il tempo delle verifiche. Oggi non si può più rimandarlo a dopo o alla fede o alla superstizione. È venuto il tempo di liberarsi delle verità di Stato nella misura in cui sono menzogna. La verifica sperimentale delle menzogne nozionistiche imparate a scuola come cultura di Stato è una necessità sociale. Quanto segue ne è un esempio pratico.

Si tratta di risoluzione pratica proprio a proposito della liberazione dalla sopracitata menzogna del telefonino congetturato come superstizione scientifica o, meglio, come scientifico aspersorio di Stato massonico, mafioso ed anglosionista.

Di fatto il telefonino è la prova degli errori e della superficialità di Einstein.     

Il giroscopio ottico contenuto oggi nei cellulari, smartphone, whatsapp, ecc., secondo la relatività di Einstein non avrebbe dovuto esistere. È con il giroscopio inserito nel cellulare che si possono sfogliare le immagini come le pagine di un libro ed alla minima sua rotazione le foto si assestano magicamente nella nuova posizione.

Ciò però non è spiegato nelle scuole di Stato ed è per questa omissione che nessuno sa che il giroscopio ottico funziona in contraddizione con la relatività speciale di Einstein. In pratica Einstein vede che l’ipotesi del giroscopio ottico smonta il suo impianto di congetture relativistiche, quindi derealizza preventivamente l’ipotesi stessa. Questo modo di procedere è però un infantilismo da bar Sport: “Amico, questo che dici non mi sta bene quindi non esiste”.

Però il telefonino munito di giroscopio esiste.

Ma andiamo con ordine, perché se si dicono queste cose per “sentito dire” ci si comporta con la stessa superficialità degli einsteiniani.

Secondo l’inventore dell’orologio atomico Louis Essen, il lavoro di Einstein del 1905 era «caratterizzato da stranezze quali la brevità dell’introduzione […] e l’omissione di ogni riferimento al lavoro di H. A. Lorentz e H. Poincaré» (Louis Essen, “The Special Theory of Relativity. A Critical Analysis”, Clarendon Press, Oxford, 1971).

Queste parole fecero pensare a Roberto Monti (1945-2014), fisico matematico del CNR, che Essen avesse «semplicemente omesso di considerare l’elementare evidenza sperimentale: e cioè che A. Einstein era uno studente mediocre, con la sola possibilità, una volta laureato, di diventare un impiegato presso l’Ufficio Brevetti di Berna» (Roberto A. Monti – Gerardina A. Cesarano Monti, “Il vero Einstein (2007)”, Ed. Andromeda, Roma 2018).

Secondo le ricerche di R. Monti, «Einstein venne a conoscenza dell’esperimento di Michelson quando era studente, leggendo il libro di Lorentz del 1895” (L. Kostro, B. Lange, “Proceedings of the International Conference: Galileo Back in Italy II”, Andromeda, Bologna, 1999, p. 338 in Roberto A. Monti, op. cit.): subito arrivai alla conclusione che la nostra idea circa il moto della Terra rispetto all’Etere non è corretta, se accettiamo il risultato nullo dell’esperimento di Michelson come un dato di fatto (A. Einstein, Speech at Kyoto University, December 22, 1922. NTM Shriftenreiche für Geschichte der Naturvissenshaften. “Technik und Medizin”, Leipzig, 20, 1983, p. 25-28).

«In quanto studente Tedesco – continua R. Monti – egli non ebbe la possibilità di leggere il lavoro originale (in Inglese) di Michelson e Morley: altrimenti avrebbe constatato che il risultato sperimentale era al disotto delle aspettative, ma non nullo. “La velocità relativa della Terra e dell’Etere è probabilmente inferiore a un sesto della velocità orbitale (5 km/s) e certamente inferiore a un quarto (7.5 km/s) […] l’esperimento dovrà essere ripetuto” (A. A. Michelson, E. W. Morley, Am. J. Sci. 34, 333, 1887).

Einstein arriva troppo presto a un’idea sbagliata come conseguenza di una informazione iniziale errata. Inoltre, come impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna, non ebbe alcuna possibilità di conoscenza diretta della fisica sperimentale, specialmente della Metrologia Elettromagnetica: era semplicemente digiuno di cose quali referenze e bibliografie. Per questo motivo, nel suo lavoro sulla Relatività Speciale, non cita il nome di Michelson: “aveva semplicemente ammesso il risultato nullo dell’esperimento di Michelson come un dato di fatto” (“Speech at Kyoto University”, op. cit.).

Per la stessa ragione, egli non conosceva il lavoro di Michelson del 1904: “Relative motion of Earth and Ether” (A. A. Michelson, “Relative Motion of Earth and Ether”, Phil. Mag. S. 6, Vol. 8, n.48, Dec. 1904, p. 716 in Roberto A. Monti, op. cit.), che spiega il principio dell’Effetto Michelson-Sagnac: il principio del Giroscopio Ottico (F. Zemike, Physica 13, 279, 1947 in ibid. e R. A. Monti, “The Michelson Morley, Sagnac and Michelson Gale experiments, Proceedings of the VIII National Congress on the History of Physics”, Napoli 1987, Milano 1988, p.307 in ibid.)».

Le conclusioni di Roberto Monti in “Il vero Einstein” (op. cit.) sono le seguenti:

«Einstein giunse “troppo presto” a un’idea sbagliata come conseguenza di un’informazione erronea. Dal l887 al 1932 esiste una coerenza e continuità ben definite dei risultati non nulli degli esperimenti interferometrici, che dimostrano l’infondatezza della Relatività Speciale.

Nel 1913 Sagnac dimostrò che la Relatività Speciale è sperimentalmente infondata e suggerì che il suo Circuito Ottico poteva funzionare come Giroscopio Ottico (M. G. Sagnac, Comptes Rendus, 27 Octobre 1913, p. 708. Comptes Rendus. 22 Dicembre 1913, p. 1410. J. De Phys. 5 Ser. T. IV, p. 177, March, 1914 in ibid.). Le vibrazioni meccaniche dell’apparato di Sagnac consentirono lo sganciamento delle onde stazionarie. Altrimenti l’esperimento di Sagnac sarebbe stato certamente considerato ulteriore prova della Relatività Speciale. Nel 1960 il problema dell’agganciamento fu scoperto e risolto tecnicamente perché era già noto che un Circuito di Sagnac doveva funzionare (un risultato nullo non poteva essere accettato) (D. Z. Anderson, “Optical Gyroscopes, Scientific American”, 254, 86, April 1986). Il secondo Giroscopio Ottico (dopo quello di Michelson e Gale) fu costruito nel 1963 da Macek e Davis. Oggi un Giroscopio ad anello laser può stare nel palmo di una mano ed è sensibile a 0.001 deg/h (W. W. Chow, J. Gea Banacloche, L. M. Pedrotti, “The Ring Laser Gyro”, Rev. Mod. Phys. Vol. 57, n. l, January 1985, p. 61 in ibid.).

Ogni giorno i Giroscopi Ottici su velivoli passeggeri, come Boeing e Airbus, dimostrano l’inconsistenza della Relatività Speciale.

Nel l937 Nernst sottolineò che i “redshift Galattici non costituiscono un effetto Doppler”. La Cosmologia di Nernst ha ignorato completamente, in quanto irrilevante, l’intera teoria della Relatività, sia Speciale che Generale. Le sue implicazioni cosmologiche, il Big Bang e l’Universo in Espansione “erano pura fantasia” così che egli non le aveva “considerate ovviamente di alcuna importanza” (W. Nernst, ZS.F. Phys. Bd 106, 1938, p. 633). Ma grazie agli errori di Ives nel 1938 l’Effetto Doppler ha potuto continuare ad essere una “spiegazione Relativistica” dei redshifts Galattici (H. E. Ives, G. R. Stilwell, J. Opt. Soc. Am. 27, 389, 1937; 28, 215, 1938, in ibid.).

Nel 1941 Miller morì. Ma nel 1955, al termine della sua vita, il vero Einstein stava ancora cercando di nascondere i risultati sperimentali di Miller, usando la complicità di Shankland, per evitare che “la Relatività crollasse come un castello di carte” (L. Swenson, “The Ethereal Ether. A History of the Michelson Morley Miller Ether Drift Experiments”. U. Texas Press, Austin, 1972, p. 243 in ibid.).

Nel l942 Nernst morì, e il vero Einstein tentò di seppellire il significato del suo lavoro scientifico dicendo che dopo il 1930 – quando Nernst scrisse il suo lavoro contro la Relatività e l’Universo in Espansione – “egli (Nernst) era sopraffatto da debolezza egocentrica (R. A. Monti, “Progress in Cosmology According to W. Nernst and E. Hubble”, Andromeda, Bologna 1988 in ibid.). Nernst fu, di conseguenza, dimenticato, e quando nel 1964 Penzias e Wilson riscoprirono la radiazione di fondo a 2.7°K, Gamow giocò una nuova disinformazione cercando di convincere tutti che egli aveva predetto correttamente e prima di chiunque altro la giusta temperatura della Radiazione di Fondo Cosmica sulla base dell’ipotesi del Big Bang (A. K. T. Assis, “History of the 2.7°K Temperature prior to Penzias and Wilson”, Apeiron, Vol. 2, n. 3, July 1995, p. 79 in ibid.).

Il 4 Aprile, 1955, Einstein scrive una prefazione al testo: “Cinquant’anni di Relatività”, nella quale ammette che: “Siamo molto lontani dall’avere una base concettuale della Fisica nella quale possiamo confidare” (A. Einstein, Preface to: “Cinquant’anni di Relatività” (Fifty years of Relativity), Giuntine-Sansoni, Firenze, 1955, p. XX). Aveva ragione: perché la Relatività ha dimostrato di essere la più colossale truffa nella storia della Scienza Moderna. Einstein morì il 18 Aprile 1955.

Dopo l00 anni di Relatività Einsteiniana “Il n’en reste plus que des ruines” (Allais) (M. Allais, Libres Débats sur la Théorie de la Relativité. Private communication to R. A. Monti, Article à publier en anglais dans la revue Physics Essays, in ibid.).

Ma il danno più grave è costituito dal fatto che il dominio della Relatività durante il secolo scorso ha impedito alla maggioranza della Comunità Scientifica di studiare le proprietà Fisiche dell’Etere, considerato come una sorgente di energia disponibile per l’umanità. Uomini come Trowbridge (J. Trowbridge, “The Electrical Conductivity of the Ether”, Phil. Mag. SS, 43, 264, 378, 1897) sono stati dimenticati. La “macchina ad Etere” di Tesla (1931) (Nexus, Italian Edition, Anno XI, Numero Gold, Maggio-Giugno 2005, p. 49) è stata ignorata da Case Automobilistiche, Compagnie Petrolifere e di Energia, non interessate a una “energia libera”: l’energia dell’Etere, disponibile liberamente a tutti e gratis.

Nel 1943 Tesla morì. Recentemente una nuova Compagnia, Steom, sembra aver scoperto di nuovo come attingere energia dall’Etere, una tecnologia simile a quella di Tesla (www.Steom.com). Nell’estate del 2006 noi abbiamo deciso di costituire la Monti Astronautical Corporation» (Conclusione, “Il vero Einstein”, op. cit.).

Ovviamente queste cose andrebbero approfondite individualmente, dato che oggi è possibile. Queste stesse pagine non sono scritte per essere credute ma per essere verificate. Tutti sanno come dovrebbe procedere uno scienziato: dopo l’osservazione di un fenomeno si ipotizza (o si formula) una teoria per poi sottoporla alla verifica sperimentale. Solo Einstein invece incredibilmente dichiara, sempre ragionando come tra amici del bar Sport, che “non si può verificare sperimentalmente tutto” (cit. in W. Heisenberg, “Fisica e oltre”, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 79) per poi lamentarsene: è infatti notoria la considerazione di Einstein che vedeva come uno dei più gravi difetti del proprio lavoro il fatto di non poterne parlare con il proprio portiere.

Una scienza che non possa verificare tutto sperimentalmente non è scienza ma “fede scientifica” da bar Sport, che nemmeno baristi o “portieri” possono accettare.

Invece cosa fa perfino l’odierno critico dello scientismo? Con un giro di parole “physically correct” o “scientifically correct” scrive: «“Il portiere non deve capire”, giacché la scienza si deve liberare da quelle rappresentazioni approssimative, di quelle domande mal poste e di quei concetti tradizionali che per l’appunto sono simboleggiati nel portiere di casa Einstein» (Giuseppe Sermonti, “Il crepuscolo dello scientismo”, Ed. Nova scripta, Genova 2002, p. 108). E l’alienazione continua.

Credo che il prione (della mucca pazza) abbia invaso molti cervelli kantiani, einsteiniani, e in generale “scientifichesi”, ai quali bisognerebbe chiedere: se il prione ha invaso il cervello come fa il cervello a studiare il prione? O meglio: se il covid-19 ha invaso il cervello come fa il cervello a studiare il covid-19?

I problemi della politica (Stato di diritto), quelli dell’economia e quelli della cultura da cui tutto dipende, possono essere risolti osservando la vita del sano organismo umano paragonandolo all’organismo sociale: così come nell’organismo umano sano il mantenimento della funzionalità cardiaca risulta dall’armonia fra sistema respiratorio, sistema nervoso e sistema metabolico, così che non vi siano interferenze di un sistema nell’altro, allo stesso modo nell’organismo sociale sano, il mantenimento dello Stato politico è fornito da un “diritto d’imposta” risultante dall’armonizzazione delle esigenze della vita giuridica con quelle della vita economica e con quelle della vita culturale. Il diritto di imposta per il mantenimento dello Stato politico concerne infatti la dignità di ogni socio, per cui anche il mantenimento dei soci comporta la medesima (uguale) dignità (tutti per uno, uno per tutti). L’organo che nel corpo umano stabilisce le direzioni del sangue venoso, arterioso e del plasma è il cuore.

Il cuore dell’organismo sociale che stabilisce queste direzioni è, appunto, lo Stato. 

Questa armonia è possibile, così come è contemplabile nella fraterna vita economica e nella libera vita culturale la vita umana nei suoi tre sistemi vitali, nonostante e proprio perché questi siano essenzialmente compresi nella loro diversa essenza.

Fuori da questa armonia, perfino il trinomio “liberté, égalité, fraternité” della rivoluzione francese, per quanto simpatico a tutti, risulta impossibile, perché in contraddizione tale da non potersi mai attuare se non in modo asintotico.  

Il fatto che tale triade non si sia mai realizzata e che ci troviamo continuamente in crisi mondiali irrisolvibili dimostra in modo inequivocabile che ogni rivoluzione cruenta è incapace di attuare ciò che si propone, e che ogni tentativo per risolvere questioni e necessità sociali imposte dalla vita non può che risultare fallimentare se non si riesce a farlo poggiare sulla realtà di ciò che è vivente.

Lo stesso può essere detto del cattolicesimo, generatore di cattolici che mai diventano cristiani. Se esistesse oggi un cristianesimo reale o se vi fosse nella storia un minimo aspetto di esso, non vi sarebbero stati nella storia massacri di infedeli da parte della chiesa cattolica, che tra l’altro ne detiene il primato di sterminio, come risulta anche dagli gli attuali massacri, ed anzi, se vi fosse un minimo di cristianesimo reale non vi sarebbero “Santi Padri” (“non chiamate nessuno Padre”, Mt 23,9), né la chiesa cattolica stessa materialisticamente ingessata nel suo “tempio” materiale, dato che il vero “tempio” dovrebbe essere il corpo di ognuno (Gv 2,21), e che dei templi  materiali non sarebbe dovuto restare in piedi una sola pietra (Mt 24,2; Mc 13,2; Lc 19,44; 21,6).

Ecco perché anche l’odierna “crisi delle vocazioni religiose” non è segno di mancanza di spirito ma della sua presenza.

Lo spirito è santo nella misura in cui, essendo sano, libera scientificamente dall’ipocrisia tutta la vita religiosa dei soci umani. Ed ecco perché: “la vita religiosa dell’umanità moderna, in unione con tutta la vita spirituale liberata, sviluppa infatti la sua forza sostenitrice in ogni attività interiore umana: “Così come la natura crea condizioni prime poste fuori dalla sfera economica e che l’uomo accetta come qualcosa di dato sulle cui basi soltanto egli può costruire la sua vita economica, allo stesso modo, tutto ciò che nel dominio economico stabilisce un rapporto di diritto da uomo a uomo, nel sano organismo sociale va regolato dallo Stato politico che, al pari del fondamento naturale, si svolge come qualcosa di autonomo, di fronte alla vita economica” (R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”, cap. 2°, §23).

Quasi un secolo fa, l’11 giugno 1922, Rudolf Steiner concludeva come segue la decima conferenza di Vienna del ciclo “Leben in dritten Jahrtausend”. Queste sue parole corroborano quanto detto fin qui. 

«Con ciò si rimanda non a una tripartizione dell’organismo sociale ma a una “tri-articolazione” dell’organismo sociale che tuttavia si ricompone nell’unità dell’intero organismo sociale per il fatto che ogni uomo appartiene a tutte e tre le sfere. L’individualità umana, da cui tutto dipende, è inserita dentro questo organismo sociale in modo da collegare le tre sfere l’una con l’altra: [non si tratta di tendere] a una divisione dell’organismo sociale, bensì a una sua articolazione, proprio affinché la sua unità si compia nel modo opportuno. Possiamo anche vedere, se ci accostiamo all’aspetto superficiale, che l’umanità tende da più di un secolo a trovare una simile articolazione. Essa verrà. Anche se gli uomini non la vogliono coscientemente. Perché inconsciamente agiscono nelle sfere economica, spirituale e giuridico-statale in modo tale che tale tri-articolazione verrà. È qualcosa che è voluto dall’evoluzione stessa dell’umanità.

Così possiamo anche far notare che i tre impulsi da considerare rispondenti a queste tre diverse sfere della vita, hanno fatto il loro ingresso nella civiltà europea come tre parole d’ordine per la vita sociale. Alla fine del diciottesimo secolo in Europa si è imposto l’appello: libertà, uguaglianza e fraternità. Chi non direbbe, tra chi condivide lo sviluppo della modernità, che in queste tre parole sono posti tre ideali umani molto significativi?

Ma, d’altra parte, dobbiamo anche dire che nel diciannovesimo secolo in molti hanno confutato in modo davvero brillante l’idea che un organismo sociale unitario o un qualche Stato sia possibile, realizzando contemporaneamente questi tre ideali. A questo proposito è stato scritto più di un libro in cui si dimostra che nello Stato, libertà, uguaglianza e fraternità non possono essere contemporaneamente realizzate appieno. E non possiamo dire che quanto è stato scritto in quei libri non debba farci molto riflettere. Così ci ritroviamo di nuovo in una contraddizione della vita.

La vita, però, non esiste per evitare ogni contraddizione. La vita è dappertutto ricca di contraddizioni e consiste nel superare una dopo l’altra le contraddizioni che continuamente si presentano. La vita consiste proprio nel sollevare e superare contraddizioni. Per cui è legittimo che siano stati posti questi tre grandi ideali di libertà, eguaglianza e fraternità. Ma siccome nel diciannovesimo secolo e fino ad oggi si è creduto che tutto debba essere organizzato in modo centralizzato siamo caduti in contraddizioni esistenziali.

E perciò non si poteva capire che non ha senso stare sempre a discutere sul modo in cui i mezzi di produzione devono essere gestiti, come si deve evolvere il capitalismo, e via dicendo, ma che si tratta di condurre gli uomini in rapporti in cui possano organizzare i loro affari collettivi in base agli impulsi più originari del loro essere.

Solo chi comprende che la libertà deve agire nella vita dello spirito [col termine “spirito” Steiner intende l’io – ndc], il dispiegamento libero e produttivo dell’individualità; che l’uguaglianza deve agire nella vita giuridico-statale, dove ciascuno può sviluppare in senso democratico ciò che spetta a tutti, assieme a ogni altro uomo; e che la fraternità deve agire nella vita economica, in quei concreti sodalizi che comprendono ciò che io chiamo associazioni, solo chi guarda alla vita in questo modo, vede in modo giusto.

E vede anche che le organizzazioni economiche devono tendere alla giusta dimensione. Se queste associazioni crescono troppo, non possono sopravvivere; e ugualmente [non sopravvivono – ndc] se non crescono abbastanza (nel testo dattiloscritto della redazione tedesca si trova a questo punto il seguente passaggio in­completo: “Si troverà, come le diverse organizzazioni si formano, sì… in forme più grandi… la vita giuridico-statale… come queste appunto interagiscono, come fanno anche le tre articolazioni nell’organismo umano, per il fatto che ognuna ha le sue premesse”). Ma allora si comprende pure che si è caduti in contraddizioni esisten­ziali, perché si è creduto di poter sistemare nello stesso modo tutti e tre gli ideali entro lo Stato unitario in cui si è infiltrato anche l’elemento economico.

Comprenderemo bene i tre ideali di libertà, eguaglianza e fraternità se capiremo come la libertà deve regnare nella vita dello spirito, l’uguaglianza nella vita politico-giuridica e la fratellanza in quella economica. E vi devono regnare non in modo senti­mentale, ma in modo da portare a strutture sociali in cui gli uomini operano in modo tale da vivere la loro dignità e il loro valore di uomini.

Se capiamo che l’organismo sociale unitario può durare solo se dalla libertà si sviluppa lo spirito in modo produttivo; se l’ugua­glianza opera nell’amministrazione dello Stato e della giustizia; se la fraternità opera nella vita economica, nelle associazioni; allora ci possiamo lasciare alle spalle le ferite sociali più gravi del presente [oggi la situazione è molto più grave di allora anche se allora si alludeva alla guerra; oggi infatti ci troviamo – ma occultamente – in un periodo di esperimenti bestiali sugli esseri umani (tipo vaccinazione economico-keynesiana) che ricorda, in qualche modo, quello dell’ultimo periodo dell’Atlantide, cioè quello precedente al cosiddetto “diluvio universale” – ndc].

Infatti, solo ciò che scaturisce dall’uomo libero nel proprio io, gli dà una vita spirituale che affonda le radici nella verità. Questa verità può venire alla luce se sgorga immediatamente dal cuore umano. Altrimenti la vita dello spirito diventa ideologia, frasi vuote [oggi bisognerebbe ripristinare il concetto di ideologia intendendola ancora come “logica delle idee” – ndc].

Il senso democratico non troverà pace finché non avrà realizzato nella sfera statale-giuridica l’uguaglianza. Possiamo far ciò tramite la ragione, o altrimenti ci esponiamo al pericolo di rivoluzioni. Allora il diritto che viene fondato tra gli uomini in condizioni tali che l’uguale sta di fronte agli uguali, è un diritto vivente. Tutto il resto, il diritto che aleggia per aria sugli uomini, si trasforma in convenzione. Il vero diritto deve derivare dalla convivenza degli uomini, altrimenti diventa convenzione.

E nella sfera economica la fratellanza deve vivere nelle associa­zioni. Vera fratellanza può fondare una prassi di vita, solo se essa stessa è fondata in associazioni a partire dai rapporti economici stessi. Altrimenti non è prassi vivente, ma routine della vita a fondare la cooperazione tra gli uomini nelle organizzazioni, come accade dappertutto al giorno d’oggi.

Solo quando ci si chiede che situazione caotica si è creata sotto l’influenza delle frasi fatte, al posto della verità nella sfera spirituale; della convenzione al posto del diritto nella sfera politica; della routine della vita al posto di una prassi di vita nella sfera economica, solo allora si pone la domanda nel modo giusto. E allora ci si mette in cammino per affrontare la questione sociale nel giusto modo.

Forse adesso alcuni potranno essere un po’ scioccati per il fatto che qui la questione sociale non è trattata come qualcuno crede che debba esserlo. Ma qui bisogna parlare solo in base a quello che si può ricavare dalla realtà stessa con l’aiuto di una scienza dello spirito [oggi non occorre più parlare come Steiner di “scienza dello spirito” dato che la scienza di gregge o di immunità di gregge, o ancora di frasi fatte o vuote, ha scientificamente dimostrato di non essere scienza – ndc] che mira ovunque alla realtà.

Ne risulta che le questioni essenziali della vita sociale di oggi sono: come perveniamo, attraverso una giusta articolazione dell’organismo sociale, dalla frase vuota alla verità? Come perve­niamo dalla convenzione al diritto? E come arriviamo dalla routine a una vera prassi di vita? Solo quando riconosciamo che l’orga­nismo sociale tri-articolato è necessario per creare libertà, eguaglianza e fraternità, possiamo cominciare a trattare la questione sociale giustamente.

Allora potremo ricollegare nel modo giusto il momento presente al diciottesimo secolo. Allora l’Europa centrale potrà trovare la possibilità di replicare a quello che ha detto l’Europa occidentale quando ha preteso libertà, uguaglianza, fraternità. Allora l’Europa centrale, in virtù della sua vita spirituale, potrà dire: libertà nella vira spirituale, uguaglianza nella vita giuridico-­statale e fratellanza nella vita economica.

Allora sarà staro fatto qualcosa per la questione sociale, e ci si potrà fare un’idea su come nell’organismo sociale, dalle nostre caotiche condizioni sociali di oggi, le tre sfere della libertà, dell’u­guaglianza e della fraternità potranno operare insieme per giungere a un risanamento».

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Un esperimento di divulgazione scientifica)

Nereo Villa (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Un esperimento di divulgazione scientifica

Nel 1984 il fisico matematico del CNR Roberto Monti scrisse una critica alla doppia relatività di Einstein, che ne dimostrava a piene mani la fallacia fin dalle prime argomentazioni qui riportate. Perfino nel titolo intendeva far capire ironicamente che si trattava dell’esperimento divulgativo per gonzi, dato che la divulgazione scientifica della fisica, disastrata da quasi un secolo di relatività, trattò e tratta sostanzialmente sempre e soltanto di quel medesimo esperimento di “fisica ma non di fisica” che caratterizza ogni scientismo einsteiniano. Roberto Monti fu uno dei pochi in Italia a parlar chiaro, dimostrando delle due l’una: o Einstein fu un malato mentale oppure mentiva sapendo di mentire. Nel volume “Scritti di critica alla Teoria della Relatività (1984-1987)”, pubblicato dalla casa editrice Andromeda, da lui fondata come biblioteca del terzo millennio, si parla infatti di questo argomento, che nessuno a quanto pare sembra ancora disposto ad affrontare seriamente per apprendere. Eppure l’argomento è trattato anche per lettori non laureati in fisica o per l’uomo della strada e forse è il caso di dire che il motivo di questa riluttanza a comprendere è che non ci vuole davvero Einstein per capire.

Paolo Brunetti, amico di Roberto Monti e direttore editoriale delle Edizioni Andromeda, illustrò con le parole seguenti le principali caratteristiche di questa Casa Editrice: “La Biblioteca per il Terzo Millennio per chi sa che, oggi, l’intelligenza è eresia” e nell’introduzione a questo volume: «In questo primo volume sono raccolti in ordine cronologico gli articoli che Roberto ha pubblicato su “Seagreen” negli anni 1984-1987. In questi lavori il lettore può trovare ampiamente documentate le argomentazioni scientifiche con cui Monti ha contestato la validità della Teoria della Relatività di Albert Einstein. Ma non solo! Nella documentazione presentata è possibile rendersi conto dell’ostracismo e della “guerra” che i guardiani dell’ortodossia scientifica hanno scatenato contro di lui. Mi ricordo come fosse ora le giornate trascorse assieme a preparare gli articoli da pubblicare, le ore ed ore di discussioni accanite sul modo migliore di “fare breccia” nel l’ortodossia, i confronti fatti sia attraverso la corrispondenza che “de visu” con altri ricercatori eretici. Perché la mia casa, in via Allende 1 a Bologna, divenne in quegli anni il luogo di incontro e di discussione dei ricercatori di frontiera di mezzo mondo su numerosi paradigmi scientifici della nostra epoca. Da Roberto Monti a Ignazio Licata, Stefan Marinov, Maurizio Manca, E. W. Silvertooth, L. Kostro, Vigier, W. A. Rodrigues jr, H. Aspden, Umberto Barrocci, Renzo Boscoli, Giuseppe Arcidiacono, Joseph Hasselberger, M. Mamone Capria, P. T. Pappas, J. P. Wesley, Giuseppe Antoni, P. Tewari, Omero Speri, P. E. Amico Roxas, G. Spavieri e tantissimi altri ancora. Paradigmi scientifici messi in discussione, dalla Relatività einsteiniana alla Fusione Fredda ai principali dogmi della Medicina Convenzionale. In quella casa furono ideati e organizzati i Convegni internazionali “Galileo back in Italy (1990), “Quale fisica per il 2000 (1992)”, “Galileo back in Italy II (2000)”, oltre che ben 6 Convegni su Medicina alternativa, Aids e Vaccinazioni con decine e decine di relatori, tra il 1990 ed il 2000. Tutti Convegni i cui Atti sono stati pubblicati da Andromeda. Discussioni senza fine, tirando mattina, e poi i Comunicati stampa, i contatti con i “Politici”, i giornalisti, quelli che “non parlo, non scrivo, non vedo e non sento”, tranne rarissime eccezioni. Un ‘avventura durata oltre venti anni, in cui sono stati messi in discussione alcuni fondamenti della Fisica e della Medicina. “Per liberare arte, scienza, politica dalla metafisica”».

Ciò premesso, l’esperimento di divulgazione scientifica che avrebbe dovuto esserci ma che non è mai avvenuto, pur essendo stato creduto normale esperimento di verifica è appunto quello delle due relatività einsteiniane, ovvero una relatività speciale ed una relatività generale.

Già questa cosa avrebbe dovuto far riflettere i nostri nonni e bisnonni. Che senso aveva differenziare in “speciale” ed in “generale” una formula o un concetto, o un ‘idea? La formula del l’area del triangolo è “Base per Altezza fratto due” o “BxA/2”. Ma che senso avrebbe parlare di “BxA/2 speciale” e di “BxA/2 generale”, o del concetto speciale di mela e di un concetto generale di mela? Certamente una mela può essere anche speciale. Una formula, però, è come una zappa, cioè uno strumento e funziona oppure non funziona. Che bisogno ho di distinguerla in speciale e generale? Eppure oggi, se si parla con un fisico di relatività einsteiniana senza precisare se si parla di relatività speciale (o ristretta) o di relatività generale, si è subito inquadrati come ignoranti in materia. E si indignano pure: come, non sai nemmeno che le relatività sono due?

Con ciò si è già posti di fronte ad un sapere tanto settario quanto banale in cui vige il trasformismo concettuale da ogni parte. Insomma, in tale sapere il contenuto stesso dei concetti non è più univoco ma biunivoco o “tri-univoco”, o “multi-univoco”, non universale ma “multi-versale”. Insomma basta avere il diploma o la laurea di Stato e puoi de-pensare alla grande. Sottolineo che per i miei titoli di Stato sarei un maestro di scuola elementare ma io sono davvero convinto di essere un genio di fronte ai fisici sfornati dallo Stato con lo stampino. Ci vuol poco: Orwell parlava di “bi-pensiero” o di “bis-pensiero” della “neolingua” del futuro e aveva ragione. 

Entrando con Einstein nella doppiezza dei concetti, tutto diventa tanto complicato quanto banale. Ma la cultura è altra cosa. A buon ragione dunque l’einsteinismo è lasciato da parte dall’uomo della strada come un fetente verme nero, esattamente come è lasciata da parte l’economia, proprio quando il bipensiero la sdoppia, così che essa non è più quella della massaia ma è l’”econòmia” dell’economista di Stato, tutt’altro che economo. 

Tutto il mondo oggi sa che, secondo Einstein, non si può superare la velocità della luce o la velocità luminale. Questo “sapere” non è però preso molto sul serio, e ciò avviene non solo a causa degli scrittori di fantascienza che infrangono le regole, ma anche perché è ormai un’abitudine sentire nuove divulgazioni scientifiche di velocità dette “superluminali” in quanto superiori alla presunta velocità della luce, immediatamente e pedissequamente smentite dalla sedicente comunità scientifica e dai relativi galoppini einsteiniani che ogni volta – a causa del superamento – si stracciano le vesti come Caifa, contro… gli eretici, cioè coloro che si sono permessi l’audacia di dire l’inaudito, e cioè pane al pane. 

Certamente distinguere le cose comporta discernimento e ciò è un bene se si vuole capire la vita. Se però il distinguere diventa un credere a questa o quella teoria, diventa allora pure un pre-giudizio e quindi non è più un distinguere ma un confondere ed un confondersi per uniformarsi là, dove tutta la lingua è cambiata, come del resto avviene nelle sette, nelle cosche, nei partiti e nelle “catechesi scientifiche” – come quella del l’attuale Comitato Tecnico Scientifico per la “pandemia”, che assume l’incarico di paladino del contribuente come avviene nei marciapiedi tra il “protettore” e la “prostituta” – in cui ci si esprime secondo simbologia o secondo dogmi: questo va distinto, questo no, perché qui abbiamo già la nostra pre-comprensione “scientificamente” fondata. Insomma in questo mondo di mascherati, l’intuizione è diventata l’eresia che i guardiani del l’ortodossia scientifica devono poi controllare. 

Perciò questa guerra tra la velocità luminale dei santi scienziati di Stato e quella superluminale degli eretici durerà molto tempo se non si tornerà a distinguere la luce immateriale dalla “luce materiale”, cioè l’antica “lux” dal l’antico “lumen”, dato che l’oggetto della misurazione della luce materiale non è altro che il mezzo in cui il fenomeno del lumen si manifesta. D’abitudine sentiamo dunque periodicamente parlare di velocità superluminali immediatamente smentite dai guardiani del l’ortodossia, anche se in genere tutto questo bailamme rimane nel cosiddetto subconscio collettivo, così come avviene del resto per altri “saperi”, quali, ad es., il “buco del l’ozono” o il “riscaldamento globale causato dall’uomo” o per altre “dottrine”, “mistiche”, “discipline” e così via.

Basterebbe leggere anche un solo retrocopertina dei libri di Roberto Monti per informarsi circa l’esperimento-mai-sperimentato-ma-creduto-come-valido in tutto il mondo: “Esiste una evidente coerenza e continuità dei risultati non nulli degli Esperimenti Interferometrici che dimostra l’inconsistenza sperimentale della Teoria della Relatività. I giroscopi ottici confutano ogni giorno la Teoria della Relatività speciale. L’intera Teoria della Relatività, sia Speciale che Generale e le sue implicazioni cosmologiche: il Big Bang e l’Espansione del l’Universo, sono pura fantasia. La Relatività ha dimostrato di essere la più colossale truffa Scientifica della Scienza Moderna” (Retrocopertina di R. Monti, “Il vero Einstein 2007”, Ed. Andromeda, Roma 2018).

Affermando che gli Esperimenti Interferometrici avessero dato risultato nullo e che i tempi di andata e ritorno di un segnale ottico sono uguali per definizione, Einstein disse due bugie: prima bugia: l’esperimento di Michelson-Morley non ha mai dato risultato nullo. Seconda bugia: i tempi di andata e ritorno di un segnale ottico non sono uguali per definizione, dato che la loro differenza è dimostrata dal l’esistenza dei Giroscopi Ottici presenti in qualsiasi smartphone e quant’altro.

Pertanto è ora di gettare alle ortiche l’intera Teoria Einsteiniana e già che ci siamo anche il cervello del suo ideatore, attualmente conservato in formalina come la reliquia di un Dottor Azzeccagarbugli santificato dalla masnada dei nuovi credenti, sedicente scientifica.

Tutta la teoria relativistica non ha capo né coda e il capo dell’einsteinismo è bacato da quelle due menzogne. La coda dell’einsteinismo, detta Big Bang, è altrettanto bacata. E ciò è dimostrato dall’empiria di dati, confermati dall’odierna tecnologia astrofisica non solo da Halton Arp (Halton Arp, “Seeing Red. L’Universo non si espande”, Jaca Book) ma anche da moltissimi altri astronomi del calibro di Pasquale Galianni, Alberto Bolognesi, Eleanor Margaret Burbidge, Geoffrey Burbidge e dalla generazione di studenti o studiosi che lavorarono e studiarono presso costoro, nonché dalle future generazioni di coloro che avranno il coraggio di non essere fideisti, e perfino da Margherita Hack, le cui esternazioni del 2013 nel libro “Il perché non lo so” (Sperling & Kupfer), dopo sessant’anni di articoli, libri e conferenze a sostegno del Big Bang, mostrano il Big Bang come una cialtroneria, dato che in quel suo ultimo scritto l’autrice consegna sé stessa ad un universo “che sempre è esistito e sempre esisterà”.

Oggi la kultura di Stato predica ancora quella Fisica e quell’Astrofisica della menzogna senza avvedersi che non hanno capo, né coda. L’olografia, secondo la quale tutto sarebbe contenuto in un unico punto e in un unico istante, e che da questo sarebbero “proiettate” percezioni (cioè astrazioni) nelle coscienze, è la più grande illusione della fisica teorica. Perciò in questo tipo di Fisica non è possibile alcun cambiamento. Che la fisica teorica sia oggi astrattamente adattata agli esperimenti sulla materia oscura o sul l’energia oscura o su un virus oscuro è solo il risultato di una fede in un dio della menzogna.

In base alla contraddittorietà dei fisici meramente teorici e della maggior parte degli scienziati odierni non potrà esserci cambiamento se non attraverso una catastrofe: in quanto sono proprio loro a preparane le condizioni in tutti i campi (culturale, giuridico ed economico).

Il cambiamento per lo sviluppo reale della scienza presume che si riparta da Goethe. Altri cambiamenti non potranno esserci, se non in peggio, proprio perché la fisica teorica non è correggibile. È “mestierantismo”, per di più politico. Faccio un esempio per chiarire: se per eseguire un difficile passaggio al pianoforte continuo ad eseguirlo pur constatando ogni volta di sbagliare, è assurdo sperare di riuscirci continuando a provare senza operare su me stesso, cioè sulla mia diteggiatura. Invece non è assurdo il contrario: tornare appunto indietro fino alla diteggiatura di quel passaggio fino ad avvertire il punto dell’errore da correggere. Solo così allora è sperabile che il brano possa essere correttamente eseguito. Non vedo altra soluzione. Giocare con le parole potrà ancora favorire l’einsteinismo ma ciò è appunto quello che sta già avvenendo nelle università, e ciò che sta avvenendo è solo la valorizzazione del pensiero dialettico incatenato alla materia, cioè degenerato, dato che il pensare umano è immateriale e pre-dialettico. Quindi, ripeto, per il cambiamento non vi sono altre vie che cambiare. Non ci vuole Einstein per capirlo.

Tutta la teoria della relatività di Einstein è una congettura come quella paradossale di Zenone. Il paradosso di Zenone sulla dicotomia all’infinito afferma che per attraversare una stanza bisogna prima raggiungerne la metà ma che per arrivarci bisogna prima coprire un quarto della distanza, e così via… e così via in un numero infinito di distanze decrescenti. In base a questa logica l’uomo non potrebbe mai muovere neanche il primo passo, dato che ci sarà sempre la metà di un quantitativo o di quanto o di numero. Zenone avrebbe così dimostrato che il movimento è impossibile. Ma tutto ciò è solo logica astratta, non logica di realtà, dato che in realtà tutti sanno benissimo attraversare una stanza e che quindi non è impossibile. Invece Einstein trova sensato affermare che una velocità finita è infinita: “Nella nostra teoria […] la velocità della luce gioca fisicamente il ruolo di una velocità infinita” (A. Einstein, Ann. Phys. 17, 891, 1905). Egli perciò, riproducendo nella sua fisica teorica il paradosso di Zenone, o knabenphysik (letteralmente: fisica da ragazzini) regredisce in una sorta di mediocrità omologata al sofismo di 2300 anni fa, bloccandosi in una strada a spirale infinita e oscura, e tuttavia spacciata nelle sue formule matematiche, come finita e quindi in contraddizione perfino col suo mentore Zenone d’Elea.

La buona strada della Fisica fu irrazionalmente (ma bisognerebbe dire “politicamente”) abbandonata all’inizio del 1900. Occuparsi della cosiddetta velocità della luce significava infatti avere a che fare con le proprietà elettriche e quelle magnetiche del mezzo (l’Etere) in cui il fenomeno luce appariva (e appare) ma che Einstein, per far quadrare meglio i suoi conti, dichiarò superflue: “l’introduzione di un etere luminoso si rivela superflua” (A. Einstein, “Zur Elektrodynamik bewegter körper”, giugno 1905, in “Annalen der Physik”, pp. 891-921; e in italiano in “Cinquant’anni di Relatività”, Giuntine Sansoni, Firenze, 1955, pp. 479-504).

L’eliminazione einsteiniana dell’Etere comportò per la Fisica un’enorme serie di problemi, i quali costrinsero poi a congetturare ulteriori teorie sempre più astruse e complicate come lo spazio-tempo per esempio, per far fronte alla logica di realtà, dato che ci muoviamo tutti entro uno spazio ed entro un tempo che sono due concrete realtà immateriali e non un’unica convenzione di misura priva di connessioni con la vita reale sperimentabile da tutti. Se infatti lo spazio-tempo fosse reale materia misurabile non potrebbe esistere lo spazio interno di un sasso né il tempo di un’intuizione, ma solo spazio vuoto e tempo relativo, per cui potremmo tutti attraversare i muri come i super eroi dei fumetti. Questa possibilità ipotetica è insensata.

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Chi è Einstein)

NEREO VILLA (alias Chalet)
APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA
Chi è Einstein

La relatività di Einstein, che deforma e confonde spazio e tempo, è una mostruosa quanto inutile costruzione. Prima di parlare di questa che definirei “superstizione” ritengo però opportuno osservare un’importante “legge” della scienza, precedente tutte le altre della teoria della relatività: la cosiddetta legge della conservazione della forza o dell’energia, detta poi legge della “conservazione della materia”. L’opportunità di questa premessa risulterà sempre più chiara se si avrà il coraggio della libertà nel valutare autonomamente ogni pensiero di questa indagine. 

Nella seconda metà del secolo 19° fu del tutto fraintesa una conquista, in sé veramente grande, della scienza fisica. Questa conquista è legata al nome di Julius Robert Mayer. La “legge” citata afferma che la forma di tutte le forze o di tutte energie esistenti nell’universo è costante, dato che queste forze possono soltanto trasformarsi, così che una forza si manifesti per esempio una volta come calore, un’altra volta come forza meccanica, e così via. Presentando così la legge di Mayer la si fraintese radicalmente. Mayer mirava solo a mettere in luce la metamorfosi delle energie, non ad enunciare una legge così astratta come quella della conservazione dell’energia.

Questa legge, osservata nella grande concatenazione della storia umana ostacola l’uomo nella comprensione di sé stesso. Infatti negando o derealizzando il fatto riformante di sempre nuove forze è impossibile conoscere il vero essere dell’uomo, perché l’uomo dipende proprio dal fatto che per suo mezzo, di continuo tali nuove forze e sostanze si rigenerino. Pertanto la concezione della conservazione della materia o dell’energia o della “massa” è confutata da ciò che accade nell’interno della natura umana. I corpi fisici degli uomini viventi in questo momento sul pianeta non vivono per magia come se nella giornata di ieri non fossero esistiti. Ogni uomo è la trasformazione di sé nel tempo e ogni sette anni ogni corpo umano è totalmente nuovo dato che non ha più nemmeno un atomo di prima. Anche il corpo fisico del neonato non nasce dal nulla, e così non esiste alcuna creazione dal nulla o per magia. Solo riconoscendo che è effettivamente impossibile che dal nulla nasca qualcosa si può procedere scientificamente in un’indagine scientifica. Dunque si può guadagnare qualcosa di fecondo nel campo delle scienze non per mezzo di superstizioni come la creazione dal nulla ma per mezzo della riconquista del fatto che le cose del mondo non sono statiche come in una fotografia; perfino le foto sbiadiscono, cambiano, tutto è costantemente in moto e vivo e può essere trasformato in modo da perire mentre ne sorge un’altra. Ciò significa che solo sostituendo la superstizione della “legge” che dogmatizza la conservazione della materia, si può parlare di scienza.

Invece noi costruiamo leggi come quella della conservazione dell’energia e della materia, e le proclamiamo leggi universali.

Perciò gli “scienziati” divennero sempre più unilaterali e gli “insegnati” di Stato impararono sempre di più a descrivere unilateralmente le cose del mondo.

I nostri concetti dovrebbero formulare soltanto dei postulati e non dare definizioni con pretesa di universalità: non si dovrebbero formulare leggi sulla conservazione della materia o della sostanza o delle forze, bensì ricercare per quali entità quella data “legge” abbia importanza.

Il secolo 19° ebbe invece la tendenza a stabilire leggi dichiarandole valide in tutti i campi.

Dovremmo adoperare la nostra vita pensante per avvicinarci all’osservazione delle cose anche osservando quali esperienze provochino in noi.

Spesse volte ho dovuto rapportarmi a “scienziati” di Stato la cui eroica mancanza di autostima, o il cui nichilistico impianto scientifico li poneva talmente in conflitto con se stessi che di fronte alla semplice osservazione del mondo si comportavano in modo unilaterale. In tal modo il loro sapere mi appariva  dipendere non da logica di realtà ma da un “aut aut”, cioè delle due l’una: o tutto ciò che non è legge o dogma non è vero, così che anche la matematica è un’opinione, oppure tutto è relativo eccetto l’enunciazione stessa della relatività, così che il vivente mondo, il tempo, lo spazio, le cose stesse del mondo, tutto insomma non esistesse nemmeno e ci trovassimo sempre come in uno stato di sonnambulismo sognante o di sonno profondo.

Persone che secondo gli standard culturali correnti sono ritenute altamente istruite e che esprimono con notevole entusiasmo la loro incredulità rispetto a quello che loro chiamano l’analfabetismo degli scienziati non sanno minimamente enunciare, per esempio il secondo principio della termodinamica, che dovrebbe essere l’equivalente scientifico del saper leggere e scrivere o fare un’addizione o, per esempio, di cosa sia una massa o un’accelerazione, o qualcos’altro di equivalente.

In pratica, rispetto al grande edificio della fisica moderna, che è meramente teorica, la maggior parte delle persone più intelligenti del mondo occidentale ha all’incirca lo stesso livello di conoscenza dei nostri antenati cavernicoli.

Bisognerebbe allora ripartire da quello storico secondo principio se si vuole comprendere cosa sia veramente accaduto nei secoli 19° e 20° in merito a questa mancanza di interesse verso la percezione e la sua concettualizzazione, altrimenti dovremmo divenire ancora credenti e superstiziosi e imbottiti di pregiudizi per esempio di fronte all’infinità di trattati su problemi di interpretazione quantistica della natura, come la dualità onda-particella, l’interazione a distanza, il principio di corrispondenza di Bohr, l’effetto Aharonov-Bohm e la questione della misurazione in sistemi micro e macro-scopici in cui appare il caos, la superfluidità, il laser, la termodinamica dei micro-aggregati, ecc. Ma se appare il caos e lo si teorizza come cosa buona e giusta, non credo sia un gran cosa se si vuole dire che quello è un tavolo, dato che qualcuno potrebbe democraticamente dissentire opponendo che quello è materia, cioè atomi in realtà mai visti se non come spettri e zoom infiniti.

Ecco perché il tutto, malgrado il tentativo dei divulgatori scientifici o degli “scienziati” di facilitare la comprensione di questi argomenti, risulta di difficile lettura per coloro che per esempio non abbiano una strana conoscenza di base-statale in fisica, fatta, appunto, di fede, dogmi e superstizioni: gli elargitori del sapere sembrano addirittura uomini troppo specializzati per seguire regolarmente l’attuale sviluppo di tutte le ricerche naturali e storiche della fisica fondamentale e di fronte al fatto che le varie teorie sviluppate, nelle più diverse discipline, portano tutte al caos, le élite del sapere sono sempre alla ricerca di modi per pubblicizzare le proprie virtù ed affermare l’autorità di cui credono di essere titolate: considerano la scienza come fonte di autorità o come un evento, piuttosto che come un processo, e cercano di appropriarsi della scienza, adeguatamente e erroneamente semplificata, come base per i movimenti da loro promossi.

Da questo fragile contesto nasce un’altra fragilità simile al sonnambulismo: i movimenti hanno bisogno di obiettivi, e questi obiettivi sono generalmente incorporati nella legislazione; l’effetto delle legislazioni sopravvive a lungo, sopravvivendo anche alla smentita delle ipotesi scientifiche su cui si basavano. Ma è normale che sia così: finché gli scienziati sono ricompensati per aver generato tutto questo, è improbabile che si oppongano allo sfruttamento della scienza per fini migliori. Perciò siamo al caos ed alla teoria stessa del caos. Il caos potrebbe allora essere caratterizzato come: “l’insieme dei fenomeni naturali che gli scienziati hanno sempre evitato di vedere” (Alessandro Magni, recensione di “Caos. Una scienza per il mondo reale”, a cura di Nina Hall, Ed. Muzzio, Padova 1992).

Lo “scienziato” procede insomma con paurosi schemi e/o spettri come quando nei tempi antichi si procedeva con la paura dei fantasmi. Non tutti per fortuna credono ancora ai fantasmi. Il fisico dell’atmosfera Richard Lindzen ha per esempio recentemente citato il caso di Herbert Spencer Jennings, figura di spicco della genetica americana fra le due guerre, che nel suo libro del 1930 “The Biological Basis of Human Nature” scriveva: “È passato il tempo in cui il biologo veniva raffigurato al pubblico come una creatura bizzarra con tasche rigonfie di serpenti e tritoni. Oggi, infatti, ci si è accorti che il mondo dev’essere gestito su basi scientifiche”. Eppure oggi siamo costretti a vedere che è vero tutto il contrario di fronte ai “funerali del riscaldamento globale causato dall’uomo”, cioè al grande fallimento dei modelli climatici (cfr. Climatemonitor.it): da anni assistiamo ai mega solenni annunci della fine della montagna per come la conosciamo, cioè della neve. Soprattutto assistiamo alla fine dell’industria del turismo invernale, dato che si arrivò al punto di piantare olivi in vallate alpine circondate da vette alte fino a quattromila metri, quasi attendendo di passare ai banani e alla tapioca, perché lo diceva la “scienza”, per cui il buon investitore deve muoversi di conseguenza. Oggi invece da circa tre anni sulle Alpi continua a nevicare anche in quantità superiori alla media stagionale, eppure l’industria dello sci è finita non per mano del Global Warming, quanto per via dei lockdown legati al Covid. Dunque la vagheggiata trasformazione della Valtellina nel nuovo frantoio d’Europa, solo pochi anni dopo i grandi spaventosi proclami massmediatici, oggi si legge l’annuncio della sospensione del bando per la distribuzione degli olivi nella valle, ufficialmente (ed eufemisticamente) per “identificare le varietà di olivo che meglio si adattano al territorio locale”. Dunque dobbiamo regolare in noi questa contraddizione: o gli olivi valtellinesi faticano ad adattarsi ad un clima “scientificamente” adatto, oppure le politiche economiche basate sulla “scienza” sono decisamente antiscientifiche ed antieconomiche, dato che anziché la scomparsa della neve, assistiamo alla scomparsa degli olivi, cose che capitano a chi pretende di vedere troppo “scientificamente” nel futuro.

Ciò non significa che l’Italia sia più stupida per esempio della Francia: pur non avendo fatto notizia l’ondata di gelo che ha interessato l’Europa negli scorsi giorni, con contorno di nevicate in pianura e temperature abbondantemente al di sotto della media, in Francia le viti stanno letteralmente morendo congelate. L’unica certezza si può scommettere è che arriverà sicuramente un nuovo studio che ci spiegherà con dovizia di particolari e di simulazioni modellistiche che “fa freddo perché fa caldo” magari per suggerire alla Francia di espiantare le vigne per sostituirle con allevamenti di dromedari o piantagioni di cotone (cfr. ibid).

Di fatto, perché si potesse creare una scienza, l’uomo dovette fin dal principio effettuare drastiche semplificazioni sui fenomeni che osservava. Queste semplificazioni permisero di inserire i comportamenti osservati in teorie spesso sorprendentemente semplici e lineari, e fin da Galileo si osservò stupiti una Natura che ripete fedelmente in ogni dove la semplicità del cerchio, del triangolo, della sfera, ecc.

Nella logica di realtà però le cose non stanno purtroppo sempre così: è da secoli che gli scienziati accumulano un gran numero di scheletri negli armadi, comportamenti non spiegabili con le raffinate teorie “modelliformi” ormai accettate, veri e propri “mostri” come a volte sono chiamati. Il caos presenzia perciò nelle discipline più svariate: lo si trova nei più semplici esperimenti di fisica, addirittura nelle oscillazioni di un pendolo (che si credeva non riservare più sorprese già da molto tempo) o in matematica, nella cosiddetta mappa logistica ed appunto ancora nella fluidodinamica, nella meteorologia ad essa collegata, nella dinamica del sistema solare, in chimica, nei circuiti elettronici, nell’economia, e nella termodinamica, e così via. (cfr. Alessandro Magni, op. cit.).

Il denominatore comune della causa di tutti questi fenomeni caotici in questi campi sembra essere l’impossibilità di una conoscenza esatta delle condizioni iniziali. Praticamente la maggior parte degli “scienziati” non ne sa molto, oppure associa a quel poco che sa una inesatta conoscenza delle condizioni iniziali e poiché sempre, nel mondo fisico, si devono dogmaticamente introdurre errori nelle misure – come ad esempio il fatto di continuare a sostenere che il GPS (Global Positioning System) in dotazione sulle nostre auto è merito di Einstein quando si sa benissimo che gli orologi sui satelliti GPS, costruiti in base alla formula di Einstein, devono essere giornalmente “aggiustati” (resettati) altrimenti non funzionano – sempre i sistemi sono destinati ad essere imprevedibili dopo un tempo più o meno lungo.

Inoltre quei tempi non sono mai così lunghi da poter trascurare l’insorgere del caos e siamo perfino arrivati a credere che, a causa del nostro fallimento nel prevedere il futuro, esistano limiti alla conoscenza: facciamo come la volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba.

Sembra che la “scienza” abbia davvero sbagliato strada: va verso il basso perché non sa andare in alto, che odia in quanto nell’alto trova il pensare che considera soggettivo, mentre giudica oggettivo ogni spettro proveniente dallo zoom, mandare in alto significa però evolversi.

Tendiamo ad esonerare il pensare dalla nostra vita perché siamo stati indotti a credere che il pensare umano non sia scientifico se soggettivo. Così la “scienza” provvede a creare un’altra succosa e meravigliosa aporia: da un lato insegna il principio del disordine (secondo principio della termodinamica) che tenderebbe a condurre a rovina ogni cosa organizzata, e dall’altro contemporaneamente il contrario, vale a dire il principio dell’ordine, ovvero il principio di progressione delle cose organizzate (Darwin).

Dunque mentre il mondo fisico tenderebbe alla decadenza, il mondo biologico tenderebbe al progresso. Un po’ come dire: in base al secondo principio della termodinamica, se fai bollire un acquario ottieni una zuppa di pesce. Quasi nessuno però si accorge che poi non si può più riavere l’acquario raffreddando la zuppa e quasi nessuno si chiede se davvero questi princìpi antitetici possano essere ciò che, fin dalle elementari, la scuola pubblica richiede ai nostri nipoti di pensare uniti come due facce della stessa medaglia, scavalcando logica e buon senso. Questa è, d’altronde, la medaglia della “maturità” che la scuola di Stato conferisce ai suoi futuri contribuenti lobotomizzati con premi Nobel da barzelletta.

In questa strana epoca dell’uomo senza meraviglia, i più “maturi” passano per “scienziati”, saldamente ancorati al principio su cui si basa la scienza: l’oggettività. Ovviamente non uno di loro si accorge che se davvero si pretende che una scienza “rigorosamente oggettiva” faccia scaturire i propri contenuti solo dall’osservazione, si dovrebbe pure pretendere che questa rinunzi completamente al pensare, perché per sua natura il pensare va sempre al di là dell’osservato.

Perciò siamo ritornati alla fede ed alla superstizione proprio nel tempo il cui spirito richiede di riorganizzare e sviluppare liberamente il sapere che vogliamo offrire ai nostri nipoti se non vogliamo incollarli nelle tenebre preistoriche in cui siamo arretrati tutti: siamo diventati camere d’aria aspiranti ossigeno da un filtro che ne impedisce il passaggio, scientificamente persuasi dei benefici della mortale ipercapnia, imposta come protezionismo dall’anatreptica di Stato monocratico e monopolistico ma creduto democratico. È come credere che qualcuno ti voglia bene dopo che ti ha scientificamente rapinato o bombardato la casa o picchiato.

L’uomo non comprende più l’uomo. L’origine dei conflitti mondiali è radicata in errori della scienza, poggianti sull’esponenziale incapacità di   comprendere l’uomo, esponenzialmente escluso dal campo scientifico stesso dal medioevale tempo dei roghi ad oggi: la tendenza galileiana di osservare prima il dato empirico e poi di codificarlo da un paio di secoli si è progressivamente e radicalmente invertita.

La necessità di ottenere macchine a vapore sempre più potenti e redditizie (il primo motore a vapore fu realizzato da James Watt nel 1769) incentivò le ricerche e gli studi nel campo della termodinamica, e lo sviluppo di questi studi contribuì a far prevalere il metodo deduttivo su quello empirico.

Uno dei fondamenti della termodinamica fu il cosiddetto secondo principio. Elaborato dal fisico tedesco Rudolf Clasius e generalizzato da Ludwig Boltzmann, tale principio afferma che qualunque sistema fisico non può che procedere da un minore ad un maggiore stato di entropia (l’entropia, termine coniato dallo stesso Clausius, è la misura del grado di disordine di un sistema), cioè da uno stato ordinato ad uno meno ordinato. Questa affermazione, apparentemente innocua, in realtà prevedeva per l’universo la morte termica e lo condannava ad una fine caotica e irrimediabile più o meno lontana.

La coscienza di un inevitabile compimento della “storia cosmica” si aggiunse così alle numerose cause che portarono alla profonda crisi culturale degli ultimi decenni del XIX secolo: contemporaneamente, infatti, Nietszche precludeva ogni possibilità di indagine filosofica, mentre Lamark, Darwin e Malthus avanzavano teorie aberranti che definitivamente toglievano all’uomo le ultime pretese di centralità nella natura sopravvissute a Copernico ed a Keplero; in letteratura, il periodo decadente e di avanguardie nell’arte figurativa offrivano l’espressione di una umanità che sempre più fuggiva dal reale per rifugiarsi infine nel sublime mondo del bello introspettivo della New Age e dell’attendismo e del buonismo. Certo è anche bello sognare e può anche servire al risveglio! Ogni bellezza col tempo perde il suo splendore, spoglia dal corso mutevole della natura ma il tuo eterno essere non potrà svanire né perdere possesso delle sue bellezze, né la morte potrà vantarsi di averlo nell’ombra sua, perché tu crescerai nel tempo e in versi eterni finché uomini respireranno e occhi vedranno dare loro vita… Ma occorre anche risvegliarsi.

Questa crisi, non a caso, si sviluppava parallelamente alla degenerazione progressiva dei rapporti pacifici tra le nazioni.

La prima guerra mondiale completò il disfacimento della vita conviviale: il mondo smarrì completamente la fiducia nel progresso, perché con le nuove tecnologie, il progresso fu finalizzato unicamente – grazie soprattutto alla schiera dei “filosofi eroi” alla Russell – allo sterminio di venti milioni di persone.

In questo mondo terrorizzato, distrutto socialmente e psicologicamente, che vedeva nella scienza non più la via per la libertà culturale ma la strada più diretta per l’annientamento totale, si erano inserite, appunto, la legge della conservazione della materia e della conservazione dell’energia, che Julius Robert Mayer, medico e fisico, aveva scoperto nel 1842, e che nel 1851 aveva annunciato come l’equivalente meccanico del calore, anche se per la fisiologia umana tale legge è una totale assurdità. Ma, si sa, l’uomo è completamente escluso dalla “scienza”, alla quale deve solo sottomettersi.

Sottomettersi all’insensatezza della legge della conservazione della materia è la nuova schiavitù che l’uomo percepisce come sintomo ma non fino al punto di avvertirne le causa e risolvere il problema. La causa è la cultura errata e, nonostante ciò, forzosamente imposta da chi governa. Chi governa è a sua volta governato da quella stessa cultura erronea. Quindi il problema è molto grave.  

L’uomo odierno è persuaso di essere uno scimmione intelligente. In quanto tale non si accorge che la legge della conservazione della materia non ha alcun valore per la sua costituzione fisiologica, nella quale accade in ogni istante qualcosa che la contraddice in modo incontrovertibile. Infatti ogni uomo, in quanto vivente nel bisogno di nutrirsi per la propria riserva di energia o ATP (acido adenosintrifosfato), accoglie in sé alimenti materiali che, passando nell’apparato digerente, sono incontrovertibilmente distrutti.

L’uomo non si nutre per conservare in sé la materia ma per distruggerla attraverso il suo fare (volontà in atto, agire): mediante masticazione fa a pezzi il cibo fino a liquefarlo e condurlo nei vasi linfatici, affinché dalla distruzione l’alimento trapassi a nuova vita assumente forma umana. Chi osserva e conosce l’essere umano sa che nel suo processo organico la materia è del tutto annientata per essere ricreata di nuovo. E bisognerebbe dire allo scienziato della conservazione della materia: proprio nel tuo organismo vi è il processo contrario alla legge della conservazione della materia che sbadatamente imponi dal secolo 19° come superstiziosa fede ai “contribuenti” dello Stato attraverso la cultura di Stato.

L’aver stabilito la legge della conservazione della materia fu e rimane la prova lampante che non si conosceva e non si conosce più l’uomo interiore e ben poco l’uomo della fisiologia. Lo scimmione intelligente non comprende che la transustanziazione della materia in forma umana non è affatto qualcosa di mistico da credere, bensì qualcosa di molto concreto che contraddice la falsa scienza che porta gli ingenui alla dottrina del caos come cosa buona e giusta. L’“ordo ab caos” è certamente verificabile ma è verificabile da ogni essere umano in sé stesso: dal proprio “logos”, cioè dalla propria logica di realtà. Non c’è bisogno di un nuovo ordine mondiale se c’è il mondo, dato che il mondo è pulito e sano fino alla capacità di essere nominato come santo dall’uomo ancora capace di meraviglia quando lo osserva.

L’esigenza è quindi quella di liberarsi delle pseudoscienze di chi si rassegna in definitiva a conoscere soltanto un corpo fisico ridotto a qualcosa che a ben vedere si può solo fantasticare come una manciata di coriandoli di Carnevale: la materia. Chi può veramente dire di averla vista? Cosa è?

Il materialismo – che non è un modo di pensare illusorio – diventa illusorio quando è unilaterale: quando si crede di conoscere qualcosa nella contraddizione della sua “non-percepibilità-avente-caratteristiche-di-percepibilità” date dalla sua misurabilità. In questo caso avviene purtroppo che lo “scienziato” si accontenti della misurabilità delle cose in cui per essa “crede”: si ritiene soddisfatto dal “crederle” anziché dallo sperimentarle. Così facendo, utilizza il pensare solo in merito al “fenomeno” ma esclude (crede di escludere) il pensare dalla possibilità di sperimentarlo come attività propria, che si esplica nel “fenomeno” fino ad assumerlo come vero. Si tratta però pur sempre del fenomeno della misura, non della cosa misurata. Per esempio, si misura un tavolo non l’infinità dei suoi atomi o elettroni o particelle “nanoscopiche”, di dimensioni inferiori al micron, dette “PM2,5” o “polveri ultrasottili”, credute solide e non degradabili perché il tavolo non è solubile come zucchero nel caffè. Anche misurando elettronicamente una cosa, l’unità di misura non è la cosa, la quale resta sconosciuta e non la si può battezzare con un nome se di essa si ha solo una o più misure, dette “quanti” o “muoni” o “tachioni” o “cacao meravigliao”, che non cito a caso ma come esempio pratico della possibilità di indurre a credere esistente l’inesistente, come clamorosamente avvenne trentacinque anni fa in una trasmissione televisiva, ricordata nell’indagine sociologica di Diego Gambetta di cui riporto quanto segue:

«Nel 1986-87 venne trasmesso dalla Rai “Indietro tutta”, uno spettacolo televisivo, che divenne presto molto popolare. Esso era invariabilmente interrotto a metà da un balletto che si ripeteva sempre nella stessa forma: alcune ballerine brasiliane danzavano una samba e cantavano un motivetto pubblicitario in un portoghese improbabile. La musica scandiva il nome di uno sponsor immaginario, il Cacao Meravigliao, che esse fingevano di propagandare per fare il verso a questo tipo di pubblicità e divertire il pubblico. Lo spettacolo proseguì per parecchie settimane scatenando una clamorosa corsa tra veri produttori di cioccolata per comprare le parole “Cacao Meravigliao”. Gli autori dello spettacolo rifiutarono di cedere i diritti di un prodotto che non avevano mai avuto l’intenzione di creare, ma fu difficile sfuggire alla pressione delle ditte in competizione. La gente rise. Perché era una storia divertente, ma anche perché non ci si rende pienamente conto del fatto che le parole (come tutti i simboli, del resto, sebbene essi non si conformino ai normali comportamenti dei beni di mercato) possono essere analizzate come veri e propri beni economici [l’evidenziazione in grassetto è mia – nda]. Le parole possono comunicare credenze, informazioni ed emozioni, ma nei casi che abbiamo considerato [casi di mafia – nda] esse trasmettono qualcosa di diverso ancora: la “reputazione”, una risorsa che la lingua stessa designa con l’espressione “buon nome”. I nomi assumono il potere di comunicare reputazione indipendentemente da ogni altra considerazione, diventando così “marchi”. Il caso del Cacao Meravigliao dimostra che l’invenzione del marchio “mafia” potrebbe benissimo aver anticipato l’emergere della “cosa” stessa, e solo successivamente i produttori di protezione [cioè i mafiosi – nda] – che di certo preesistevano come entità indipendenti – potrebbero essersi avventati sul marchio per impadronirsene. Nel momento in cui “la mafia” assumeva la reputazione di un’entità pericolosa e ubiqua, poter rivendicare “la vera mafia siamo noi” acquisì un valore economico enorme» (D. Gambetta, “La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata”, Ed. Einaudi, Torino 1992, pp. 201-202).

L’esigenza di liberarsi delle pseudoscienze proviene dalla Scienza, la quale non può essere monopolio del mondo accademico, perché ogni monopolio è monocrazia, non democrazia.

Scienziato è chiunque si occupi di logica di realtà in merito alla propria materia. Dunque tanto l’accademico quanto l’uomo della strada può essere scienziato. Ciò non significa che ognuno sia democraticamente libero di crearsi una teoria scientifica. Certo ognuno è libero di fare ciò che vuole ma la libertà umana è una conquista, non un dono. Perciò il libero scienziato ama essere obiettivo e distaccato nei confronti di ciò che osserva, esattamente come ogni uomo capace di libertà. Ama esserlo non per dovere di coscienza ma per rimanere umano nel proprio lavoro. Solo così il mondo accademico può sperare di superare l’obbligo di essere contro l’uomo: che è la situazione baronale odierna nelle università prive di universalità.

Pertanto è inutile e sbagliato che nella vita conviviale il rapporto tra uomo e uomo si basi sulla libertà. Tale rapporto può basarsi solo sull’equità (in greco “epicheia”) capace di garantire sia la possibilità di conquistare la libertà, sia la fraternità del mutuo soccorso.

Privo di intuito, lo “scienziato” ha finito invece col considerare reale il fenomeno senza la propria attività, privandosi dell’atto più importante: riconoscere quel che opera di lui nell’esperienza del reale. Appagato da esatte e quantizzabili misurazioni, cioè da vuoti concetti dei “fenomeni”, non ha avvertito il coincidere dell’oggetto-percepibile col concetto-intuibile ed ha smarrito il nesso ideale tra i concetti, perdendone così il concreto contenuto, nonché la coscienza della propria attività scientifica.

In tal modo, invece di “forze”, ha avuto a che fare con concetti vuoti, o morti in definizioni e formule, rispondenti a quantità misurabili di “fatti” chimici o fisici, fisiologici, spettroscopici, ecc., che sono solo interpretazioni unilaterali e/o assolute dei fatti, da una parte separate dalla vita della natura e, dall’altra, dalla propria attività sensoriale e pensante.

Quando con esse si arriva alla doppia relatività si ha di fronte l’assoluto che è relativo, il finito che è infinito, lo spazio che è tempo, il bianco che è nero, il freddo che è caldo, ecc. Un elettricista si arrampica su un palo della luce per aggiustare le stagioni, curare i raffreddori, e – perché no? – aggiustare il pianeta, salvare il pianeta.  

La cosiddetta relatività ristretta è un argomento di cui tutti hanno sentito parlare ma senza che nessuno o quasi sappia di che cosa si tratti e rappresenta oltretutto una delle più colossali montature storiche nel campo delle scienze fisiche di tutti i tempi. Quando poi si osservi come essa, deformando e confondendo spazio e tempo, sia stata scritta nel disprezzo totale verso ogni serietà e onestà scientifica (non vi è in essa un solo riferimento bibliografico), si deve concludere non solo che la relatività di Einstein è una mostruosa e inutile congettura. Per affermare tale montatura, l’einsteinismo è divenuto poi la nuova fede dei creduloni che, fingendo di averla compresa, ancora oggi (2021) amano apparire intelligenti, colti, e soprattutto scienziati.

Questa montatura ebbe grandi complicità all’interno della redazione degli Annali di fisica. Perciò divenne colonna portante dei tempi odierni, al punto che Einstein è di fatto il simbolo dell’intelligenza. Frasi come “Non ci vuole mica Einstein per capire che…” o “Qui ci vuole l’intelligenza di Einstein per capire che…”, ecc., continuano perciò ad essere pronunciate tanto da coloro che governano quanto dai governati. Eppure si trattò di un’intelligenza raccogliticcia, che oggi sarebbe vietata dalla legge del copyright: quasi un anno prima dell’articolo di Einstein sull’equivalenza tra massa ed energia, fu Fritz Hasenöhrl a rilevare tale equivalenza in merito alla “Relatività Ristretta” o “Relatività Speciale” di Einstein (Friedrich Fritz Hasenöhrl, “Zur Theorie der Strahlung in bewegten Körper”, Teil I, “Annalen der Physik” Bd. 15, 1905; Teil II, “Annalen der Physik”, Bd. 16, 1905). Sessantacinque anni prima, Bruno Thüring, aveva già pubblicato il libro “Albert Einsteins Umsturzversuch der Physik und seine inneren Möglichkeiten und Ursachen”, “Forschungen zur Judenfrage” (Bd. 4, Hamburg, 1940), nel quale si mettevano in luce con precisi documenti storici e psicologici il “tentativo einsteiniano di scardinare la fisica”.

Già nel 1935, anche Jünger aveva segnalato che quelgenio artificiale” (Ernst Jünger, “Der Arbeiter. Gestalt und Herrschaft, 1935”; tr. it.: “L’Operaio. Dominio e forma”, Longanesi, Milano, 1984), “sostenuto dai mezzi della pubblicità” di allora, avevail compito di svolgere la parte avuta in altri tempi dalle grandi personalità”, di cui Albert Einstein era stato il prototipo perfetto per lo sviluppo storico della questione “relatività”, confermando così la qualità di Einstein come genio artificiale in tutti i dettagli.

Già dalla fine dell’Ottocento quel nuovo ramo della fisica, detto “fisica delle alte velocità”, nonché quello correlato dell’equivalenza tra massa ed energia, erano stati progressivamente osservati da molti scienziati. Sia la parte concettuale che quella matematica dell’argomento erano state sviluppate in notevole dettaglio prima della pubblicazione di Einstein: da Hendrik Lorentz e da Henri Poincaré e ancor prima di loro, da Woldemar Voigt (cfr. Karl Brinkmann, “Die Grundfehler der Relativitätstheorie”, Hohenrain, Tübingen, 1988) sotto uno specifico punto di vista, nonché ancora da Hasenöhrl sotto un altro punto di vista del tutto diverso.

Einstein non ebbe dunque niente da aggiungere a quanto già sviluppato matematicamente e che incominciava a fare da guida alla ricerca sperimentale. Non a caso, negli ambienti scientifici di una certa levatura, per diversi anni nessuno fece caso ai suoi «aborti “relativistici”», come testimonia Dingle (Herbert Dingle “Science at the crossroads”, Martin Brian & O’Keeffe, Londra 1972). Il “martirologio” di Dingle, che perse il suo posto di lavoro e fu perseguitato dall’establishment “scientifico” fino alla sua morte nel completo silenzio mediatico perché ebbe il coraggio e l’integrità di prendere posizione contro l’einsteinismo, è stato descritto da Federico Di Trocchio nel suo “Il genio incompreso” (Ed. Mondadori, Milano, 1997).

La fama di “grande scienziato” attribuita ad Einstein fu fatta crescere proporzionalmente alle sue attività politiche, a partire dal primo dopoguerra (cfr. Bruno Thüring, op. cit.), per raggiungere il suo culmine dopo i bombardamenti atomici sul Giappone nel 1945 (cfr. Umberto Bartocci, “Albert Einstein e Olinto De Pretto, la vera storia della formula più famosa del mondo”, Ed. Andromeda, Bologna, 1999).

Non a caso, fu proprio Einstein ad essere l’animatore-principe del criminale “progetto Manhattan” per la messa a punto dell’ordigno termonucleare (bomba atomica), progetto che trovò subito l’approvazione fanatica dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt. La prima bomba atomica avrebbe dovuto essere sganciata su Berlino. Il fatto che la guerra in Europa finì prima del luglio 1945 evitò che ciò avvenisse, e la bomba fu fatta esplodere sul Giappone dopo che quella nazione aveva già chiesto la cessazione delle ostilità (cfr. Giandomenico Bardanzellu, “Le armi segrete del Terzo Reich, rivista”, in “L’uomo libero”, Milano, N. 58, settembre 2004).

Non a caso, ben sapendo che in Germania non c’era alcuna intenzione di sviluppare l’ordigno termonucleare e che nel campo del nucleare, là, le ricerche erano orientate soltanto alla produzione di corrente elettrica, diversi scienziati esuli dalla Germania nazionalsocialista, non vollero saperne di partecipare al progetto Manhattan (cfr. Stefania Maurizi, “Una bomba dieci storie”, Ed. Mondadori, Milano, 2004).

Fu dunque così che Einstein, anziché essere annoverato, alla stregua di Al Capone, fra i più grandi criminali di tutti i tempi come padre della bomba atomica (cosa, tra l’altro, non vera, dato che con le sue formule nulla è stato creato di funzionante), fu fatto passare come uno fra i geni più eccelsi del secolo XX (cfr. Martin Short, “Crime Inc.”, Methuen, London, 1984).

Dopo il 1945, tutti coloro che erano stati i pionieri dello sviluppo della fisica delle alte velocità e degli studi sull’equivalenza massa-energia – e i cui lavori, quindi, avevano indirettamente contribuito anche alla realizzazione dell’ordigno termonucleare – furono mediaticamente soppressi, e tutti i loro risultati furono attribuiti ad Albert Einstein.

Quanto ad Hasenöhrl, morto nel 1915 sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, ci fu prima della guerra un’iniziativa per conferirgli i riconoscimenti che gli sarebbero spettati (cfr. Alan Beyerchen, “Gli scienziati sotto Hitler”, Ed. Zanichelli, Bologna, 1986). Oggi è però divenuto una “non-esistenza” per l’establishment “scientifico”. E non è stato l’unico a subire questo destino.

A partire dalla fine del secolo XIX, cioè da quando ebbe luogo il famoso esperimento di Michelson e Morley del 1881, e fino ai primi anni del secolo XX, si erano incominciate a delineare in fisica nuove casistiche che, disconfermano di fatto tutta la “scienza” einsteiniana. Ciò è stato dimostrato da vari fisici americani e italiani, tra cui Roberto Monti.

Occorre pertanto distinguere tra “scienziati” e scienziati.

Lo scienziato senza virgolette è l’essere umano stesso, perché dal Medio Evo ad oggi il modo di pensare scientifico, nonostante i roghi cattolici e le abiure imposte, è entrato nel sangue di tutti, incominciando sul Golgota con il segno del “più” o del “per” o della cosiddetta croce, l’esperienza della croce, l’esperimento della croce.

Perciò ognuno è in grado oggi di essere naturalmente un fisico sperimentale. E chi non lo è quando il commerciante finge di usare la bilancia per ingannarti sul prezzo di un mandarino? Tutti sappiamo vedere inconsistenze, lacune e contraddizioni gravi con il semplice senso comune dello scienziato che siamo. Quindi sappiamo riconoscere fenomeni fisici più o meno nuovi, sconosciuti ed importanti quali quelli connessi alla gravitazione e quelli creduti “meccanica dell’etere” o del “virus” o del “tempo che salta”, come una cavalletta impazzita. Ma pretendiamo che si smetta di presentare trattati complessi e delicati ancora “sub judice experientiae”come risultati ormai già assodati, o come fondamenti di un nuovo e rivoluzionario “pensiero fisico”, indimostrati e questionabili qual è l’intera storia della Relatività Generale.

Io, uomo della strada e del popolo, voglio essere un severo e critico giudice di questa teoria matematica che pretese e pretende condizionare ogni conoscenza del passato e del futuro, dichiarando l’etere “un punto di vista superato”, mentre non riesce a fornire risposte semplici e da tutti comprensibili su questioni fisiche altrettanto semplici e di dominio comune nella familiare esperienza di ogni giorno e di ogni sternuto invernale. Io voglio essere semplice come un “Paul Gerber qualsiasi” nel contestare errori di calcolo einsteiniano tanto sul “thou va bohu” (Genesi 1,2) quanto sul prezzo dei mandarini, e voglio essere severo e rigoroso come i vari Max Theodor Felix von Laue, Marx Karl Ernst Ludwig Planck e lo stesso Albert Einstein col lavoro di Gerber, cioè verso un collega già morto da otto anni, che creava fastidioso imbarazzo alla pretesa di copyright alla precedenza o primogenitura scientifica nello spiegare quantitativamente e solo relativisticamente lo spostamento del perielio di Mercurio.

Chi è dunque Einstein?

Dare per scontato un assunto non verificato o inverificabile per costruirci poi sopra una qualsiasi teoria praticamente impossibile da realizzare è un modo di agire del “potere” ed Einstein fu un tecnico di quel “potere”.

Oggi abbiamo un altro personaggio usato sempre da quel “potere” anche se ad un altro livello e si tratta di Greta Thumberg che viene usata per suscitare l’indignazione circa il surriscaldamento del pianeta a causa dell’uomo.

E ancora: il debito pubblico, un ulteriore esempio di assunto non verificato in quanto non esiste un debito pubblico in cui il pubblico abbia mai usufruito del rispettivo credito e secondo superstizioni come queste il pianeta sarebbe talmente carico di debiti che l’oro dell’intero sistema solare non basterebbe per estinguerli.

Di conseguenza poi per “far ripartire l’economia” si ricorre ad un ennesimo artificio e cioè al modello keynesiano: creando lavoro attraverso l’industria bellica (se vuoi la pace prepara la guerra) o farmaceutica (se vuoi la salute prepara il vaccino), ecc.  

Oltretutto non è forse un caso che sia Einstein che la Thumberg siano affetti dalla medesima patologia, la sindrome di Asperger e sono dette “Aspie”. Sembra che queste persone debbano apprendere le competenze sociali da qualcuno in quanto in esse non sarebbero innate.

Per capire a fondo questa dinamica di manipolazione di qualsiasi tipo di dati basterebbe osservare il modo in cui da millenni si tiene soggiogato teocraticamente l’uomo da parte dell’uomo: un esempio di ciò lo possiamo vedere nelle “halacot” (הלכות) ebraiche che sono dispositivi legali della giurisprudenza, riguardanti la tradizione “normativa” religiosa dell’ebraismo, codificata in un “corpo” di scritture includente la legge biblica o Torà, con le sue 613 mitzvòt (leggi scritte) e le successive leggi talmudiche e rabbiniche, nonché la tradizione orale e le usanze.

Halacòt significa anche “legislazione” ed è il plurale femminile di “halacà” (הלכה, “legge”, “disposizione”).

Nella fisica relativistica le “potenzialità concettuali” – in tedesco “Denkmöglichkeiten” (letteralmente: “modi di pensare”) – appaiono da ogni parte, ed è compito di chiunque voglia aderire alla teoria della relatività adattarsi a questo potere prescrittivo delle halacòt (comandamenti, dispositivi legali, postulati di tipo giuridico, ecc.) delle quali si afferma da millenni che sono dogmaticamente implicite nella “Torà”. Per es., per “dimostrare” questo o quel dogma a chi fosse restio ad accettarlo, i dottori della legge (rabbini) costruivano e costruiscono per ogni caso specifico un “midràsh”, cioè un metodo tramite cui l’“halacà”, già accettata aprioristicamente, si “dimostra” essere già contenuta implicitamente nella “Torà”.

Ciò comporta però un preciso avvenimento: anziché distinguere tra fede e scienza, scatta il dispositivo della loro mistura attraverso il rovesciamento della relazione causa-effetto, facendo dell’effetto la causa e viceversa.

Questa cosa avviene da millenni e millenni non solo nell’ebraismo ma in qualsiasi altro “ismo” partitocratico o “crazia” o masso-mafia che dir si voglia. Solo nel Medio Evo, soprattutto dopo l’uccisione di Giordano Bruno, si è incominciato a riflettere sul contenuto del concetto di “protezione” (inaudito risulta, tra l’altro, il fatto dello Stato che da sempre impone al contribuente tasse che di anno in anno sono esponenzialmente simili a pesanti randellate e da un giorno all’altro lo voglia proteggere dal raffreddore).

Quando si sappia questo – scriveva nel 1940 il Thüring sopracitato – non è difficile riconoscere «l’identità fra il pensiero talmudico e i fondamenti metodologici della fisica relativistica in tutta la sua estensione: mentre là c’è la “torà”, qui c’è la “natura”, col complesso dei suoi fenomeni e delle sue leggi (i cosiddetti effetti) – visti come completamente indipendenti e isolati gli uni dagli altri» (B. Thüring, op. cit.), in corrispondenza ad un empirismo unilaterale ed astrattizzato dal suo contesto reale. E come là intervengono le “halacòt”, qui agiscono postulati, i quali anziché postulare si fanno valere come princìpi che, in quanto precetti morali o comandamenti scientifici, vanno obbediti e trasmessi. Ciò non è ovviamente sufficiente e per “dimostrare” che sono giusti è necessario da una parte che il loro legame con la “torà” e, dall’altra, con la “natura”, sia instaurato e indicato, in modo che risultino già impliciti nei “fenomeni” là teologici e qui scientifici da interpretare. Si tratta quindi di approdare ad un “midràsh” predisposto per l’uopo. Il midràsh è appunto il metodo concettuale che permette di legare formalmente i postulati-princìpi (le “halacòt”) con qualche fenomeno della natura, così come si studiano le parole della “torà”.

Nella fisica relativistica questi “midrashìm” o metodi (“midrashìm” è in ebraico il plurale di “midràsh”, “metodo”) appaiono, appunto, col nome di «“potenzialità concettuali” (Denkmöglichkeiten), ed è compito di chiunque voglia aderire alla teoria della relatività – o a nuove teorie atomiche formalistiche – l’adattarsi ad esse» (ibid): «La scoperta di una siffatta possibilità, che consenta di instaurare un nesso formale tra qualche postulato già enunciato e qualche fenomeno naturale già conosciuto, è considerata attualmente un grande fatto scientifico, in un caso particolare addirittura insignito con un premio Nobel. Le moderne “teoria dei quanti”, “meccanica ondulatoria”, “teoria relativistica degli errori”, oltre ad una serie di altre costruzioni intellettuali meno conosciute, impiegano questi metodi talmudici di legare “halacòt” e “torà” mediante un “midràsh”; cioè creano un legame formale fra postulati ed effetti applicando opportune “potenzialità concettuali”. E gli inventori di questi schematismi concettuali non si sono mai stancati di proclamare che le loro teorie erano affini alla teoria einsteiniana della relatività e derivanti da essa – accantonando sistematicamente come effetti secondari le discrepanze talvolta insorte con la teoria della relatività (cfr. per es. la presentazione di Max Planck: “Determinismus oder indeterminismus”, “Determinismo o indeterminismo”, 1938, p. 24: “Un problema grave e urgente attende ancora soluzione: di mettere d’accordo la meccanica ondulatoria con la teoria della relatività”). Il fatto che su questo punto si impegnarono tutta una serie di non-ebrei (Planck, Heisenberg, Schrödinger, Jordan, Sommerfeld, Andersen, ecc., non depone affatto contro l’origine ebraica di questi metodi, ma indica semplicemente che pure dei non-ebrei possono assumere come propri i metodi talmudici. La letteratura talmudica testimonia come l’apparire di nuove “halacòt” abbia costantemente suscitato 1’invenzione di sempre nuovi “midrashìm”: nello stesso modo, le già menzionate discrepanze e inesattezze necessariamente insorte dopo la formulazione spesso inevitabile, di nuove “halacòt” (postulati) (principi di equivalenza e di corrispondenza, principio dei quanti, principio di dualità fra onde e corpuscoli, principio di complementarietà e di incertezza, principio dell’energia e principio della statistica) provocavano la continua ricerca di altre “potenzialità concettuali”. In questo modo, la letteratura relativistica (la cosiddetta fisica teorica moderna) è divenuta ipertrofica come quella talmudica» (B. Thüring, op. cit.) così che l’interpretazione giuridica del testo biblico sulla base di un sistema di regole esegetiche è pressoché identica a quella dei testi pieni di formule della fisica teorica, divenuti oramai veri e propri prontuari iniziatici alla felice schiavitù di Stato.

Così, mentre dal Medio Evo la scienza sempre tentò di nascere nella migliore chiarezza possibile, il pensiero “nuovo” si sente invece a suo agio là, dove, per effetto di una confusione di base, si possa “discutere”: «da quando Einstein si impose nel campo della fisica, si è creata in questa scienza una situazione simile a quella che si rinviene nella letteratura talmudica; allorché in quest’ambito qualche discrepanza diventa insanabile, essa viene riportata a dimensioni tollerabili mediante la decisione della maggioranza nel “collegio delle autorità rabbiniche riconosciute”. Le autorità riconosciute del momento rendono noto quel certo postulato e quelle specifiche potenzialità concettuali, escludendo così da ogni futura discussione qualsiasi altra interpretazione. [In questo modo] là, dove le condizioni lo richiedevano, si poteva arrivare ad una regolazione vincolante per tutti, al di sopra delle contraddittorie opinioni delle diverse autorità» (ibid.).

A questo punto qualcuno, di fronte al quesito su come sia stato possibile un simile dogmatismo proprio nel campo delle scienze esatte, dovrebbe cercare di darsi una risposta. La risposta non può che essere delle due l’una: o la natura umana è cattiva e va kantianamente raddrizzata come un legno storto oppure è buona e tutto ciò è avvenuto e avviene per necessità storica. Per accogliere questa seconda opzione, basta accettare che la natura del mondo sia monda.

Dal Medio Evo ad oggi tanto l’uomo di scienza quanto l’uomo della strada hanno continuato esponenzialmente ad avvalersi di concetti che prescindono del tutto da loro stessi e perciò oggi fanno fatica a procedere secondo logica di realtà o secondo esperimento o esperienza reale, anziché secondo logica formale.

Il formalismo logico non può che condurre alla relatività in quanto è un’onesta esigenza dello spirito del tempo. È però disonesto procedere come se tale spirito o il tempo o lo spazio o il moto, ecc., non avessero un contenuto reale.

Se si vuole arrivare a conoscere qualcosa occorre sperimentarla e solo l’uomo può sperimentare la vita: non può farlo il computer o la misurazione, il pallottoliere, l’abaco. La scienza esatta stessa non può farlo e occorre perciò ricominciare tutto da capo dato che, di fronte al concetto di movimento, la scienza può di per sé procedere solo negando valore di realtà al concreto contenuto di quel concetto. 

Solo l’uomo può infatti partecipare per esempio all’esperienza sia del moto che della quiete. È importante rendersene conto: senza che l’uomo li sperimenti il movimento e la quiete sono proprio reciprocamente solo relativi. Ecco perché la teoria della relatività è un’imprescindibile necessità storica: se lo scienziato continua ad avvalersi di concetti che prescindono del tutto dall’umano, è costretto ad essere “scienziato” fra virgolette o “sub-umano” o “sovra-umano” a seconda della sua scientifica persuasione che “essere schiavo è bello”. Infatti se io cammino e mi evolvo e tu sei fermo e lontano, posso dire: “Sì, certo, dopo tutto, è relativo dire che io mi avvicino a te oppure che tu ti avvicini a me; all’apparenza è la stessa cosa”. Furono riflessioni come questa che in effetti troviamo ancora oggi alla base delle teorie della relatività del moto o del tempo o dello spazio di Einstein. La storia della bistecca di Einstein non la racconta più nessuno oggi ma è molto indicativa. Al tempo di Einstein, un fisico aveva presentato ad un congresso un semplice esperimento sulla relatività, dal quale appariva che è del tutto indifferente strofinare un fiammifero sulla sua scatola, oppure tenere fermo il fiammifero e strofinarvi contro la scatola, dato che in entrambi i casi il fiammifero si accendeva e allora uno degli studiosi presenti, di fronte a questa semplificazione della relatività mediante il fiammifero che si accende sia sfregandolo sulla scatola, sia sfregando la scatola sul fiammifero, rispose: “Però c’è una bella differenza se io mangio una bistecca o se la bistecca mangia me”. Fu così che quel fisico si scandalizzò moltissimo per il trattamento della teoria della relatività da parte di quell’altro. Quest’altro però aveva ragione perché intendeva dire: “Certo, lì ci sarà anche qualcosa di relativo. Ed anche in tutto quello che si può applicare mentalmente ad uno spazio newtoniano o a uno spazio euclideo, si può trovare qualcosa di relativo. Però non appena si tratta la relatività in merito alla forza di gravità, le cose non vanno più così semplicemente come Einstein ce le – o se le – rappresenta, dato che sopravvengono condizioni reali”.

Infatti se l’uomo adopera un pensare conforme alla realtà non si può procedere mediante astrazioni dialettiche di quel tipo, cioè meramente teorico e privo di connessioni con la vita reale. Secondo logica di realtà si può dare una prova inconfutabile del moto, dato che tu che stai fermo non ti affatichi, invece io che cammino risulto affaticato. Cosa significa questo? Significa che è possibile, mediante processi interni, dimostrare l’assoluta realtà del movimento. D’altronde, al di fuori dei processi interni che solo l’uomo può vivere e sperimentare in sé stesso. non esiste alcun’altra prova per l’assolutezza del movimento.

L’empirismo mentale unilaterale ma escludente l’uomo, l’“invenzione” dell’esperimento mentale ma valido come se fosse reale, parole come “velocità”, “luce”, “vuoto”, “spazio”, “tempo”, ecc… ma tutte reinterpretabili come “potenzialità concettuali” (Denkmöglichkeiten) e trattabili come elementi basilari di una nuova bibbia della materia a cui adattarsi, divennero la moda del 19° secolo e diedero ad Einstein la possibilità di elevare lo psichismo al livello di una “torà” scientifica.

D’altronde, fu molto semplice procedere così. Dalla pletora dei concetti del mondo delle idee (che è mondo del tutto immateriale anche se molto concreto), soprattutto dai concetti matematici e geometrici, si poteva scegliere quelli che meglio servivano da “midrashìm”. Da notare che, di per sé, questi concetti non sono affatto dei “midrashìm”: il loro senso naturale è del tutto diverso, dato che occupano un posto importante anche nella vita quotidiana di ogni essere umano. Furono piuttosto impiegati come “midràshìm” da Einstein e dai suoi seguaci nello stile degli antichi e moderni talmudisti, o dei dogmatici di qualsiasi confessione religiosa, vale a dire come deduzioni “midrashiche” date per scontate, senza che lo siano per essenza. Per esempio il concetto di luce non è conoscibile come quantità materiale separata dall’uomo o senza distinguere tra “lux” e “lumen”.

La cosiddetta luce, misurata dai fisici della materia, è un “Lumen” da loro creduto “Lux” (cfr. Vasco Ronchi, “The Nature of Light”, London, Heinemann, 1970). All’interno del fenomeno della visione studiato come Ottica fisica, fisiologica, psicologica e tecnica, fu stabilita una precisa distinzione tra luce intesa come facoltà interiore del vedere e luce creduta entità fisica entrante negli occhi. La prima fu definita LUX e la seconda LUMEN. Nel ‘600 l’analisi del lumen prese il sopravvento su quella della lux e la parola luce acquisì un solo significato, quello di entità fisica. Ovviamente sorsero ambiguità interpretative. All’inizio del ‘700 tale “luce” fu intesa prevalentemente come caratterizzata da corpuscoli, invece all’inizio dell’800 come caratterizzata da onde e, dalla seconda metà di questo secolo come specifico intervallo di frequenza nello spettro della irradiazione elettromagnetica. Infine, a partire dai primi del ‘900, prevalse di nuovo un’interpretazione corpuscolare ma affiancata a quella ondulatoria. In questo tipo di assunzione interpretativa gli elementi fisio-psicologici legati al vecchio concetto di lux andarono perduti e l’ottica fisica, oggettivando la luce seppure tra differenti concezioni “metafisiche”, si distaccò dall’universo dell’osservatore umano creduto “soggettivo” e si elaborò, in nome dell’oggettività, una tecnica di misurazione (fotometria) basata su convenzione (standard convenzionali) ed inserendo la “luce” nel più generale ambito dell’irradiazione. A questo punto però l’uso di termini sorti in differenti contesti condusse all’ambiguità più totale (per non dire al caos). L’irradiazione infatti non ha la proprietà della luminosità, concetto essenzialmente psico-fisiologico. La luminosità è infatti inerente al soggetto, non all’oggetto, ed è caratteristica della lux. Invece l’irradiazione elettromagnetica è riconducibile al lumen e solo al lumen. Oggi il caos impera negli insegnanti di fisica teorica, nei magistrati che da fisici si dettero alla politica e negli economisti che scambiano le cause per effetti.

Chi è in grado di dire oggi se la luce sia corpuscolare o ondulatoria? Se si fa questa domanda a un fisico ci si sente rispondere che la domanda è mal posta, e dice lui cosa si deve chiedere.

La fisica infatti, non sapendo rispondere, cosa fa? Si inventa principi: per esempio, il “principio di complementarietà”. Questo è però un principio che non spiega alcunché, in quanto può essere applicato ad ogni contrario. Quindi è un mero formalismo privo di contenuti. “Complementare” significa aggiuntivo, secondario, accessorio, ecc. Un principio avente queste qualità, fatte diventare sostantivi, non è altro che “politichese”, anzi “fisichese”. Certamente il bianco sarà anche complementare al nero. Però nella vita reale (per “realtà” intendo non il solo concetto, né il solo oggetto, osservabili per la riflessione pensante, ma la riunione di entrambi: una mela reale è tanto la mela che mi sta davanti quanto il suo concetto; il mero concetto non è un ente e il mero ente senza concetto è niente) se una cosa è bianca non può essere nera. Allo stesso modo un corpo o qualsiasi cosa corpuscolare non può essere un’onda o qualcosa di ondulatorio. L’onda del mare non è pensabile come corpo, a meno che si voglia pensare a un’onda statica. Ma un’onda statica non è un’onda.

In verità la luce non è corpuscolare, né ondulatoria. La luce nessuno sa scientificamente cos’è. Perché è immateriale e quindi non può essere misurata.

La scienza odierna si basa sul concetto di misurazione, che confonde quasi regolarmente con quello di definizione imprigionandosi nel regno della quantità. La misurazione richiede infatti quantità, cioè un ordine di parti di un tutto o di un insieme. Quindi ovunque c’è un insieme e ci sono parti, c’è quantità misurabile. “Misura” è la scelta arbitraria di una quantità per farne un’unità, al fine di contare quante unità possono stare, per esempio, in una lunghezza. La misura esatta di una lunghezza è però solo quella dello strumento misuratore: una riga misura esattamente solo sé stessa, un orologio misura esattamente solo il suo proprio movimento. Perciò quando l’uomo misura qualcosa commette sempre un errore, specialmente quando l’unità è diversa dall’oggetto da misurare; ma anche quando non lo è, dato che i concetti matematici e geometrici non esistono se non come pensare. Nella natura un punto lo si può solo immaginare e dal momento che col gesso faccio un punto sulla lavagna ho, sì, davanti a me un agglomerato di particelle di gesso che chiamo punto ma il punto, o la retta o il triangolo che ho in mente sono esatti, mentre quelli sulla lavagna non lo sono. Se mi avvicino al punto sulla lavagna vedo che è ben diverso dal punto che volevo rappresentare quando mi sono messo a scrivere alla lavagna.

Figuriamoci allora la luce: è qualcosa di materialmente misurabile? No, perché non ha parti, non è fatta di parti. La luce è luce. Se accendi la luce puoi misurare la parte di corrente elettrica che consumi. Ma lo spirito del linguaggio ti fa dire luce alla luce e corrente alla corrente. Non dici: “Accendi la corrente”. Dici: “Accendi la luce”. Se accendi la luce accendi la luce non una sua parte. Eppure l’affermarsi della teoria della relatività di Albert Einstein rafforza nel mondo scientifico accademico la “fede” nella teoria corpuscolare e nel concetto di fotone (quanto di luce), utilizzato da Einstein per spiegare l’effetto fotoelettrico. Questo però è un errore grossolano simile a quello di chi volesse sostenere che il ritmo del cuore umano è convenzionale in quanto ogni battito è un’unità aritmetica e quindi di misura.

L’unità aritmetica è altra cosa dall’unità di misura, perché l’unità di misura ha bisogno dell’unità aritmetica per esistere come unità di misura. Invece l’unità aritmetica non ha alcun bisogno dell’unità di misura per esistere. E perfino la parola “a-ritm-etica” ha il ritmo in sé. E il ritmo è altro dalla convenzione.

Non distinguendo fra unità di misura ed unità aritmetica, Einstein mescolò e confuse il concetto di definizione con quello di misurazione mediante una formula per misurare l’accelerazione ed un’altra formula per misurare la velocità-uniforme, senza considerare che accelerazione e velocità-uniforme non sono separabili nella vita reale, dato che è impossibile raggiungere una qualsiasi velocità-uniforme senza prima accelerare. Provare per credere!

L’illegittima separazione dell’“accelerazione” dalla “velocità-uniforme” lo condussero così ad una relatività speciale da una parte e ad una relatività generale dall’altra.

Queste due relatività, essendo mere astrazioni prive di connessioni con la vita, non si incontrarono mai e non potranno ovviamente mai incontrarsi.

Quindi tutta la meccanica fu ridotta – senza alcun motivo concreto di osservazione – al movimento ed all’energia (forza), tralasciando così importanti elementi del ritardo come l’inerzia e l’attrito.. Da allora – anzi, bisognerebbe dire dal tempo di Newton e di Galileo – la fisica incominciò ad ammalarsi progressivamente di “macchinite” o di meccanicismo, ed oggi, grazie ad Einstein, procede in modo acefalo con le inutili stampelle della doppia “relatività” e della “meccanica quantistica”.

La scienza, da sempre caratterizzata come “cognitio per causas”, cioè come conoscenza attraverso le cause, è oggi degenerata nell’abitudine, diventata routine, di riferirsi a cause campate in aria, cioè prive di connessioni con i fatti della vita.

Dunque, nella sua essenza, la teoria della relatività non è la nuova conoscenza di qualcosa di finora sconosciuto, bensì solo un “metodo logico” che, per la sua provenienza e struttura, risulta identico al “midràsh” talmudico. Per il singolo, accettarla o rifiutarla è una questione di libera scelta che sulla base di qualsiasi “esperienza” fisica, non può essere determinata né in un senso né nell’altro.

Il “midràsh”, מדרש, è appunto, sì, uno studio ma di tipo interpretativo, è un’“interpretazione anagogica”, “ermeneutica” (Gaio Sciloni, “Dizionario Italiano-Ebraico”, Ed. Achiasaf, Tel-Aviv 1989)

Il contenuto del concetto “midràsh”, che proviene da “daràsh” (“cercare”, “domandare”) riguarda, come ho accennato, il metodo esegetico per le scritture antiche. Il termine indica anche ogni interpretazione singola, nonché tutti i libri, talmudici e non, che raccolgono sistematicamente più interpretazioni.

Per avere un esempio pratico dell’uso del midràsh, si osservi la seguente traduzione dall’ebraico di un brano tratto dal “Midrash Rabbàh” circa il libro biblico “Genesi”. È interessante perché prova che per i Padri della tradizione ebraica l’unica risoluzione possibile al quesito della scrittura del nome “Abramo” poggia sulla logica degli astri: «E Abram disse: Ecco, tu non mi hai dato nemmeno un figlio… (Genesi 15,3). Rabbi Samuel ben Isaac ha interpretato ciò che Abram disse: “Il mio destino planetario mi opprime e sentenzia: ‘Abram non può generare figli’. Il Santissimo, Benedetto sia il Suo Nome, gli rispose: ‘Così sarà, secondo le tue stesse parole: Abram e Sarai non possono generare, ma Abraham e Sara possono’.

In altre parole, il Midrash Rabbàh alla Genesi attribuisce qui l’attitudine astrologica a Dio stesso. Secondo questo testo dei Padri della tradizione ebraica Dio avrebbe detto sostanzialmente ad Abramo: “Certo, hai letto bene il tuo oroscopo. Infatti come Abram e Sarai, prima che io cambiassi i vostri nomi, il vostro oroscopo era corretto, e sareste rimasti senza figli. Ma poiché avete avuto fede in me, avete meritato un nome diverso, così che Abram è divenuto Abraham, e Sarai è divenuta Sara. Ora, se voi tracciate un nuovo oroscopo, utilizzando il momento del vostro cambio di nome come nuova ora di nascita, vedrete che gli influssi planetari indicheranno che voi potete generare”.

I Padri della tradizione ebraica collocavano dunque Dio direttamente nel cuore dell’astrologia, donando indicazioni anche sull’importanza psico-astrologica dei nomi: infatti il concetto corrispettivo a quello del cambiamento del nome, è proprio il concetto occidentale di cambiamento della località: “Cambia posto, cambierai la tua sorte!”, che nell’antica conoscenza ebraico-caldaica della “Rivoluzione Solare” recita: “mishnà makom mishnà mazal”, il cui significato è

“Sostituisci il posto, sostituirai la tua costellazione”,
o, più letteralmente: “Sostituisci il posto, sostituisci la costellazione”

Ciò che anche nella trattazione dell’astrologia talmudica (cfr. Joel C. Dobin, “Kabbalistyc astrology, Inner Traditions”, Rochester, USA, 1977) si riferisce alla costellazione sull’ascendente, è infatti materia di conoscenza di ogni astrologo capace: se la persona cambia la propria collocazione geografica, l’astrologo deve calcolare un nuovo ascendente per la latitudine e la longitudine della nuova località.

L’odierna fisica teorica, quantica, del tutto, del niente, della materia oscura, dell’etere che non esisterebbe ma che poi, gratta gratta, esisterebbe solo col nome diverso di “radiazione cosmica di fondo” o “energia bioplasmatica”, “corpo bioplasmatico” e quant’altro, è dunque mero trasformismo di contenuti concettuali, divenuti settari per allevare governatori sottomessi alla gerarchia baronale del potere e della delinquenza, così come ben descritto da Alexander Comfort nel suo rinomato volume “Potere e delinquenza. Saggio di psicologia sociale”.

Così come l’etere non si vede con gli occhi fisici, allo stesso modo non si vede la cosiddetta materia oscura o la radiazione cosmica di fondo. Ci vogliono altri occhi, non spettrali, non spettroscopici, non meccanografici, insomma non meccanici ma umani. Ogni essere umano può “vedere” sovrasensibilmente ogni cosa eterea, o eterica appunto. Scienziati come Maria Goeppert Mayer, Jensen, e Wigner, volendo misurare questa forza come facoltà coesiva del nucleo atomico, la chiamarono “magica” individuando “numeri magici” in riferimento alla forza di coesione del nucleo. Vadim Nikolaevich Tsytovich invece si distinse chiamando, appunto, il corpo eterico, cioè la vitalità del cosmo, “corpo bioplasmatico”, cioè il corpo di forze che plasmano il vivente universale.

Scienziati che non si occupano di “scienziaggini” esistono e non sono pochi. Sono tutti gli esseri umani rimasti ancora umani nonostante la disumanità imperante in tutte le “kulture” (con la kappa) del pianeta. Sono coloro che sentono in sé stessi di anelare non più tanto al credere nelle scienze ma che vogliono sperimentare e verificare in prima persona i contenuti scientifici. Ciò è possibile. A questo proposito accennerò nel prossimo capitolo ad un curioso esperimento di divulgazione “scientifica” degli “scienziati” del potere, come esempio da non imitare.  

Nereo Chalet, APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA (Chi è Keynes)

Ottimo brano speditomi da L’aura. Grazie! La canzone è bella. Anch’io ne sto creando una intitolata “Erode”.

NEREO VILLA (alias Chalet)

APORIE IN KEYNES, EINSTEIN E NELLA MAFIA

Chi è Keynes

Keynes, “eroe” dell’economia del fallimento burocraticamente conveniente, è giustamente detto l’Einstein dell’economia. Giustamente perché anche Einstein fu smascherato come uno che mentiva sapendo di mentire, ma di lui parlerò nel prossimo capitolo. Qui dico solo che le odierne forme di tecnologia NON esistono grazie ad Einstein ma NONOSTANTE Einstein, ed allo stesso modo l’economia reale regge NONOSTANTE le “leggi economiche” keynesiane abbiano portato in perenne crisi l’economia mondiale.

A tale proposito propongo quindi questa mini-riflessione sul denaro, anche se darà fastidio agli “analisti” della Mafia di Stato: anticamente la pecora era la “moneta”, cioè la “pecunia”, dal latino “pecus” che significa “pecora”. Un esempio: se in uno scambio commerciale tu mi dai una pecora in cambio di patate, ma poi mi accorgo che la bestia è malata, cosa faccio? Se credo nella civiltà mi reco da una guardia civile e racconto il fatto. Solo allora la pecora malata diventa fattispecie giuridica perché sono io a fare la civiltà e non la civiltà a farmi civile (il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato) e perciò incarico un giudice che verifichi il nostro accordo o patto.

Dunque è il socio dell’organismo sociale che chiede a detto organismo di controllare il rispetto dei patti. Questo chiedere fa parte della fisiologia stessa dell’organismo sociale sano, esattamente come è fisiologico nell’organismo umano la richiesta di cibo o di riposo.

Invece nella nostra “società” avviene il contrario: la pecunia diventa carta a priori ed è monopolizzata a priori, da un diritto di Stato che sostituisce lo Stato di diritto. Da ciò emerge un’immagine patologica: come se un corpo umano anziché servirsi del cuore per la circolazione del sangue, o del nervo per la percezione o del muscolo per il consumo di ATP, fosse costretto ad essere intubato da apparecchi posti fuori di sé, da fili elettrici collegati a spettri del desktop per prendere visione del mondo esterno e da passaporti che consentano all’inquilino di quel corpo di spostarsi spazialmente.

Ecco perché allora l’organismo sociale muore come organismo e diventa società astratta che, in quanto tale, impone ai soci di essere anch’essi astrazioni, mossi da S.p.A. funzionanti secondo modelli precostituiti. Per esempio oggi è l’UE a definire quanto deve essere lunga una banana o qualsiasi altro tipo di merce e perciò si impongono modelli di pecora, patate, contratti, ecc.

Eppure l’organismo sociale è sano nel diritto, nell’economia e nella cultura solo se offre al socio la garanzia di patteggiare con tutti, di studiare ciò che ama e di esercitare il proprio particolare talento, così come l’organismo umano è sano a “patto” che siano sani il sistema cardiopolmonare, il sistema nervoso e il sistema metabolico. Tale patto non esiste però in concreto, dato che è il mio stesso corpo a dirmi di respirare, svegliarmi dal riposo notturno e farmi la doccia. Questo continuo paragone col corpo è necessario se si vuole percepire la concreta relazione fisiologica sana tra organismo sociale ed organismo umano.

Ma torniamo alla pecora malata. Ovviamente, se io non credo più nella civiltà, oppure se ancora non la conosco, posso anche farmi giustizia da solo. Sarebbe però poco intelligente e pericoloso agire in quel modo, andando in giro con la rivoltella per sparare ai mascherati della banda Bassotti. Credo pertanto sia meglio agire secondo uguaglianza della legge, secondo fraterno interesse e secondo libertà di ricerca.

Il ragionamento di Keynes è invece tutto il contrario in quanto concepisce “scientificamente” l’uomo come animale e dà per scontato che la pecunia provenga dalla legge perché crede nel pregiudizio che l’economia contenga il termine greco “nòmos” che significa “legge”. Pertanto crede che le patate vadano pagate con moneta e/o cartamoneta, cioè con strumenti perfetti, non con pecore malate. Il discorso sembra giusto. Gli strumenti di pagamento sono MATERIA DI LEGGE, in quanto MATERIA ECONOMICA e l’economia la fa lo Stato, la politica, la legge, appunto. Ma è surrealismo, astrazione, accademia baronale.

Nella vita reale le cose non stanno così e ciò è dimostrato dai fatti. Se sono al volante della mia auto e vedo una curva devo sterzare: la curva determina il mio uso del volante, non il cartello stradale. L’economia keynesiana, tutta quanta, procede solo per cartelli perché basa sul pregiudizio proveniente da “nòmos che significa legge”. Per il keynesiano questa è la verità nella misura superficiale in cui dimentica di verificare che la sua economia non è economia. Se io vedo un film posso anche immedesimarmi nella sua trama fino a commuovermi pur sapendo che quello è un film, non è la realtà, fatta in quel momento dalle mie lacrime. La realtà è data, sì, dall’oggetto percepibile, ma anche dal mio pensare su tale oggetto. Cioè devo verificare davvero allora se la nomea di economia sia davvero “nòmos che significa legge” o se per esempio “nomòs” significhi in greco anche qualcos’altro.

Ciò che contraddistingue la giusta interpretazione di quel termine greco è il suo accento.

Infatti l’economia proveniente dalla legge dovrebbe chiamarsi “econòmia”, dato che il nòmos di legge si pronuncia con quel preciso accento sulla prima “o”. Non si pronuncia “nomòs”, che in greco significa PASTORIZIA, cioè pecore, da cui “pecus”, pecunia, eccetera.

A volte gli accenti cambiano la vita. Altre volte la pronuncia è questione di vita o di morte. È notorio il caso veterotestamentario della spiga, che in dialetto ebraico si diceva “scibòlet” (שבלת) e che pronunziata “sibòlet” (סבלת) diventava discriminante per il razzista che uccideva il proprio simile creduto di razza diversa in quanto il “diverso” non riusciva a pronunciare la fricativa prepalatale sorda iniziale “sci” e la sostituiva con la fricativa alveolare sorda “si” (Giudici 12,6). Questo andrebbe detto ai raccomandati accademici di Stato che non sanno nemmeno i congiuntivi o gli imperfetti della lingua italiana, e che quindi sono superficiali anche in merito al greco. Perché – e bisognerebbe prenderne atto – è questa genia di ignoranti e di arrivisti che continuano a predicare il keynesismo come religione di Stato un po’ fascista e un po’ comunista a seconda di chi comanda. Cosa sono le democratiche destre, le democratiche sinistre e il democratico centro, tutti ancora predicatori keynesiani oggi, 2021, se non dittatura? Con Keynes infatti “si va sul sicuro”: si sale sul carro del vincitore, si fa carriera, si va in tv e quant’altro.

Come arrivista, Keynes fu il re dei voltagabbana. Personalmente lo ho sempre immaginato come Smeagol, il personaggio del film tratto da Tolkien “Il ritorno del Re”, oppure come un mix di Smeagol ed una strisciante serpe transgender dalla lingua biforcuta. Arrivò perfino a dichiarare che a volte si manteneva sul piano della sua teoria ed altre su quello del compromesso.

In sostanza negli anni venti Keynes, predicava il libero scambio economico, detto poi “liberismo”; ma già negli anni trenta auspicava per l’Inghilterra il contrario: dazi sulle importazioni e sussidi alle esportazioni. E sempre giustificando le sue contraddizioni con lingua biforcuta. Nonostante queste aporie fossero sfacciatamente evidenti a molti studiosi, altri le giustificavano di continuo, anche quando dimostravano un preciso nazionalismo economico mascherato da “transnazionalismo”. È notorio che Keynes obiettasse a un suo critico, che gli rimproverava di aver cambiato bandiera: “Quando cambiano le mie informazioni, io modifico le mie conclusioni; perché, Lei come si comporta?”. A dirlo è per esempio un suo estimatore, Luciano Marcello Milone, in “Libero scambio, protezionismo e cooperazione internazionale nel pensiero di Keynes” (Ed. La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993).

Il “bi-pensiero” di Keynes era ottimale tanto per i nazionalisti, quanto per gli internazionalisti. Perciò nacque l’inutile neologismo “transnazionale” ritenuto necessario e sorsero poi i vari i “modelli di derivazione classico-keynesana”, come gli accademici raccomandati amano dire. Ecco perché lo studioso McCarthy – citato dalla brava Camilla Villani nella sua Tesi di Laurea – spiega che la scelta del termine “transnazionale”, in luogo di “internazionale”, derivò dal fatto che è, sì, un termine “trendy” ma che rispecchia in verità il comportamento e gli scopi del crimine organizzato: lo scopo della Mafia non è infatti solo quello di muoversi tra gli Stati, ma soprattutto di muoversi oltre questi, oltrepassando le loro norme e il loro potere.

Ecco perché di Keynes è stato detto e si continua a dire tutto e il contrario di tutto. Keynes era un’aporia vivente.

Le sue contraddizioni generarono e generano da quasi un secolo crisi economiche e problemi inestinguibili come il cosiddetto debito pubblico.

Politiche economiche (invenzione keynesiana) e liberismo economico (sempre invenzione keynesiana) furono e sono ancora due facce della stessa medaglia per il valore dello stolto. La contrapposizione che le contraddistinse fu sostanzialmente futile anche quando la neolingua li mutò in “social-comunismo” e “liberal-capitalismo”.

Viviamo di fatto nella fantascienza del trasformismo e l’intero pianeta continua ad essere soggiogato e diviso da leggi anglo-sioniste del debito inestinguibile o dai vari liberismi che finsero di combatterle secondo il “divide et impera” di romana memoria, orientative dell’arbitrio e delle conseguenti amare vicende di popoli e nazioni.

L’impero del male, sorto su questo inganno planetario, prese anche altri nomi ma furono sempre quelle stesse idee ben speculari l’una all’altra, oggi operanti terroristicamente nella divisione della gente tra “uomini mascherati buoni” e “uomini non mascherati cattivi”.

Per meglio comprendere il giro del “fumo negli occhi” e procedere oltre i giornalieri luoghi comuni delle contrapposizioni fittizie, propinateci dai salotti tv, occorre ricordare un po’ di storia.

Il socialismo anglo-americano giocò un ruolo essenziale nell’ambito di quel progetto sinarchico-massonico di controllo delle persone noto come “New World Order” (o Nuovo Ordine Mondiale): fase storica giunta oggi a piena maturazione e caratterizzata – da un lato – da un lento, progressivo, metodico e programmato svuotamento di valore delle Costituzioni nazionali e del concetto stesso di Stato e – dall’altro – della creazione del recente bisogno di vaccini mediante terrorismo di Stato. Il tutto al fine di lasciare il passo, su scala continentale e mondiale, ad un mero governo (governance) di carattere totalitario, caratterizzato dall’asfissiante presenza di tecnocrazie filo-bancarie globalizzanti e debitocratiche. Interessanti, storicamente, furono i lenti preparativi alla realizzazione di questo caos scientifico. Decisivi, nel Novecento, furono gli incontri di Bretton Woods (la conferenza di Bretton Woods, spesso genericamente identificata anche come “accordi di Bretton Woods”, si tenne dal 1º al 22 luglio 1944 nell’omonima località del New Hampshire per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali Paesi industrializzati del mondo), orchestrati anch’essi dall’emergente anglo-sionismo transnazionale, legato a doppio filo con lo stesso socialismo anglo-americano (British Israel) e Keynes col suo miscuglio di socialismo e liberismo.   

Sono da non dimenticare anche i preparativi da retrobottega concepiti a Bretton Woods il 19 maggio 1919 quando i membri della loggia illuminista dei Masters of Wisdom e della Round Table, riunirono in un summit segreto un gran numero di dignitari e delegati inglesi e americani: il rappresentante designato dagli Usa fu il rabbino Stephen Wise. E tra i rappresentanti inglesi spiccava, guarda caso, l’economista socialista John Maynard Keynes: eccolo là, il padre del “deficit spending” e l’autore di opere preconizzanti la nascita del “Nuovo Ordine Mondiale” fondato proprio sulla dottrina socialista o social-comunista per stravolgere “scientificamente” il sistema dei cambi.

In quell’incontro furono gettate le basi per un collaborazionismo con Mosca nella direzione della promozione a vasto raggio (e su scala transnazionale) del socialismo anglo-americano e del contestuale “anglo-israelismo” (o anglosionismo).

In appena un ventennio si giunse perciò al summit di Bretton Woods.

Da allora le democrazie occidentali iniziarono a vedere in Keynes il modello assoluto da seguire per il raggiungimento di uno “Stato ideale” di benessere economico. Ma dov’è il benessere economico oggi?

Il risultato fu il mastodontico debito mondiale che non accenna a diminuire. Tutto il mondo è in deficit.

Domanda: se tutto il mondo terrestre è debitore chi è il creditore? Forse un altro mondo? La Luna? Venere? Marte?

Il debito pubblico degli Stati mondiali è talmente alto che, quasi per magia, non spaventa più nessuno. Perciò la Mafia mondiale si è inventata lo spauracchio elettronico, detto Covid 19. Tutto procede secondo i piani keynesiani. Tranquilli! Ed i professionisti delle politiche di Cosa nostra sanno che quella è per le loro tasche l’unica via per “far ripartire l’economia”, cioè per fare strada e guadagnare sempre di più. È la via dell’arrivismo e dei recinti per le pecore-popolo.

Come si possa ancora osannare il deficit spending keynesiano è qualcosa di tragicomico, anzi, di comico solamente, perché il tragico finirà, grazie alla comicità sempre più incalzante.                                

Eppure queste cose avvennero: John Maynard Keynes, padre dell’“econòmia” del debito e primo nemico dell’economia reale, in seguito sarebbe stato osannato nelle università europee e non, per la proposta dell’utilizzo della leva del debito (“deficit spending”) da parte degli Stati, quale molla propulsiva al “moltiplicatore economico del debito” (altra “genialità” keynesiana). Le ricchezze nazionali da lui predicate rimasero perciò sempre ancorate nei fondali sabbiosi e pericolosi del debito, trascinando, in un modo o nell’altro, le nazioni nel vortice usurocratico della schiavitù da moneta-debito.

Dietro il benessere fittizio degli anni del “boom economico”, restarono dunque, oceani sconfinati di debito da ripagare con milioni, miliardi di ore di lavoro salariato (“schiavitù sostanziale” o “cinesizzazione indotta nelle nazioni”).

Ancora oggi nelle università gli economisti contrappongono – fittiziamente – i profeti del liberal-capitalismo (es.: Von Mises e Von Hayek: ovvero i cuori pulsanti della corrente liberista più intransigente) ai profeti dell’economia keynesiana del debito (politica-economica socialista, incentrata, come detto, proprio sul deficit spending). Da una parte si esaltano le privatizzazioni e il libero mercato (stretto saldamente nelle grinfie delle solite élite); dall’altra si esalta, invece, l’investimento statale nell’economia (a debito dei cittadini) quale modello ideale di crescita.

In entrambi i casi sono i popoli-pecora a pagarne il prezzo.

Si aggiunga a ciò la componente del non-ragionamento che pervade l’immunità di gregge rispetto al pensare autonomo. Oggi il “deficit spending” è stato di fatto abolito in Italia ma quasi nessuno ci riflette. Ciò è avvenuto con l’introduzione relativamente recente del cosiddetto “Patto di Bilancio” nella Costituzione italiana. È evidente che questa operazione – se si prova a connettere la logica di realtà con sé stessi – ha fatto venir meno, in un modo o nell’altro, il ruolo formale e sostanziale dello “Stato keynesiano” quale “attore-primario” di “generazione della ricchezza”. Questo è avvenuto come da copione: l’Unione Europea dell’élite masso-mafiosa richiedeva un accentramento continentale transnazionale sulle ceneri delle nazioni e degli Stati, sempre meno significativi quali entità politiche e culturali autonome.

Il “deficit spending” keynesiano, pertanto, dal momento che è stato rottamato, ora non dovrebbe più servire allo scopo! Invece, se da un lato questo ha invalidato lo stesso requisito giustificativo della tassazione (se i servizi restituiti dallo Stato ai cittadini sono oggi, di fatto, azzerati per statuto, non si comprende perché debba reggere ancora l’alibi della tassazione), dall’altro ha scoperchiato un altro inquietante vaso di Pandora, aprendo nuovi dibattiti televisivi: il vero benessere delle nazioni non può essere raggiunto né lasciando mano libera alle multinazionali e ai colossi privati; né tantomeno perseguendo modelli economici socialisti basati sull’“econòmia del debito”. Insomma si parla di tutto e del contrario di tutto senza accorgersi che il benessere delle nazioni non può provenire da debiti e doveri.

***

Da anni ci troviamo in un crescente regime in cui la risoluzione del problema “debito pubblico” è solo esponenziale speranza seminata dalle tv negli occhi assonnati del popolo ignaro e sempre più deprivato dell’autonomia del pensare. Esattamente come un vescovo o un capitano templare delle banche emittenti, Keynes raccomandava ai “contribuenti” di “non pensare da sé”. Se il contribuente avesse pensato da sé sarebbe stato pericoloso? Forse sì per Keynes. Per esempio, accorgersi che la democrazia non è monocrazia e che il monopolio bancario della stampa dei soldi conferito alle banche dallo Stato democratico è una contraddizione, la maschera democratica sarebbe caduta e si sarebbe visto il regime, il totalitarismo e la dittatura. Nessuno si chiede come mai nella carta della Costituzione Italiana non appaiano parole come “banche emittenti”, “stabilità dei prezzi”, “creazione del prezzo”, ecc. Evidentemente per i padri costituenti di questa nostra Carta queste cose non erano valori fondanti lo Stato di diritto. La ragione primaria di uno Stato di diritto dovrebbe infatti essere quella di garantire uguaglianza e non di interferirvi con condizioni economicistiche o stratagemmi monocratici. Invece col modello keynesiano si accettò sempre più che se una moderata inflazione consentiva di avere un livello di occupazione più elevato, ciò non sarebbe stato un problema. Dunque considerando il lavoro prima di tutto come valore primario non ci si rese conto che il senso di quel valore non poteva provenire da monopolio o da monocrazia, dato che qualsiasi tipo di merce prodotta dal lavoro dev’essere apprezzata da chi la consuma e che il suo prezzo può stabilirsi solo in base al fraterno rapporto vivente tra chi vende e chi compra, non dal concetto formale ed astratto di uguaglianza giuridica.

Il keinesismo, che divenne poi la “religione” di Bankitalia, fece credere ai figli dei padri costituenti, ai figli dei loro figli ed ai nipoti dei loro nipoti fino a noi, che una moderata inflazione potesse consentire di avere un livello di occupazione maggiore. Questa fede fu ed è il pregiudizio completamente ascientifico dell’economia politica che assolutizzava l’eccezionalità di un accelerare in curva per non uscire di strada, simboleggiando di stampare tranquillamente soldi (cioè premere tranquillamente l’acceleratore della stampa del denaro), generando inflazione e indebitandosi, senza minimamente rendersi conto che un’eccezione, se assolutizzata, non è più un’eccezione ma diventa un dogma, una regola fissa. Così il mondo si è “scientificamente” indebitato con sé stesso.

La “genialità” di Keynes è riducibile in definitiva all’applicazione di tale espediente automobilistico (o meccanicistico) applicato al campo economico: se imbocchi una curva a velocità eccessiva, rischi di andare fuori strada, quindi non devi frenare – come ti verrebbe naturale di fare – ma, semmai, accelerare ulteriormente, perché solo così puoi sperare di rientrare in carreggiata.

Quando però Keynes propose agli inglesi questa sua teoria, disperatamente speranzosa quanto pericolosa, il rapporto fra il debito pubblico ed il PIL era, in Gran Bretagna, del 20%. Alla fine del 2015 in Italia tale debito era a quota 130%, nel 1918 a quota 134,8%, nel 2019 al 158,9%, ecc., ma questi dati sono solo bufale mafiose, cioè è solo quello che la Mafia può dire, dato che se si imbocca una curva che regge i 50 km orari ai 70, si può, sì, accelerare, se però ci si arriva andando ai 150, resta solo da farsi il segno della croce (cfr. italiaoggi.it).

Faccio notare che questa regola fissa dell’accelerazione dura oramai quasi da un secolo, dunque non è per nulla un’eccezione ma è divenuta, appunto un dogma, anzi il dogma che ha portato e continua a portare tutti “normalmente” fuori strada, proprio perché quell’accelerazione è un non senso.

Non si può spendere se non si hanno i soldi né il lavoro che li permette (e/o perché, per l’appunto, la maggior parte del lavoro è oggi svolto dalle macchine!).

Di fronte a questo errore dogmatico concepito come liberismo keynesiano, l’accademico dell’econòmia di Stato propone primitivamente (nel senso filosofico del realismo ingenuo o primitivo) di ritornare all’altro Keynes, quello dello statalismo o dell’interventismo o del protezionismo di Stato, cioè alla Mafia di Stato, che evidentemente, grazie agli insegnamenti delle scuole di Stato, non percepisce come errore.

In sintesi Keynes dice: in casi eccezionali si deve accelerare in curva per non uscire di strada, quindi generate pure inflazione, stampate soldi, così potete dare lavoro a tutti mediante opere di Stato (per esempio il ponte sullo stretto di Messina, o perfino facendo buchi nelle strade per poi ripianarle, o altre opere inutili o incompiute, ecc.). Quando poi tutti si accorgono della crisi Keynes dice il contrario e ne risulta il cosiddetto “deficit spending”. Ovviamente il miscuglio tra latino (deficit) e l’inglese (spending) nessuno lo nota ed è proprio questa mancata “animadversio” che rende possibile l’anatreptica di Stato, cioè l’inganno del gregge umano, immune al pensare

Ecco perché i trattati europei sono costretti a dire: se si continua così a spendere e a spandere non possiamo che ritrovarci in una assurda bolla di sapone che poi è destinata ad esplodere (come è già avvenuto e continua ad avvenire) perciò dovete attenervi ai prezzi ed alle merci che vi diciamo noi: le banane devono avere la lunghezza di un “tot” e devono valere “tot”, ecc. Dunque la nuova regola – dicono – è che prima deve venire la stabilità dei prezzi, e poi viene tutto il resto.

Entrambi i principi sono però errati. Il primo perché l’accelerazione in curva non può divenire una regola di guida dell’auto, e il secondo perché non si può costruire una casa (l’Europa e/o l’Euro) partendo dal tetto ma dalle fondamenta.

Dunque prima di fare una moneta unica, sarebbe stato necessario garantire agli individui la possibilità realmente democratica di scambiare fra loro le loro merci ed i loro servizi. Come? Eliminando ogni monopolio.

Infatti il mercato non è mai stato realmente libero, né potrà mai esserlo se ci sarà qualche Mister X che abbia il monopolio di stampa dei soldi, perché sempre si dovrà dipendere da lui se si vogliono scambiare merci e servizi.

Prima di “fare” l’Europa, e/o l’Euro, occorreva dunque liberare lo Stato italiano dalla “cecità” criminale di coloro che ne iniziarono il saccheggio ed il dissesto: ufficialmente dal 1989, quando crollò il muro di Berlino, rimpiazzato poco dopo dal mafioso muro di Maastricht.

La responsabilità specifica di questo dissesto e di questo saccheggio appartiene a coloro che vi instaurarono il monopolio dell’emissione dei soldi senza accorgersi che il tempo dell’impero era finito e che non vi era più un imperatore o un signore da obbedire ma una nuova situazione, detta “democrazia” da ascoltare (obbedire proviene, appunto, da ob-audire, cioè dall’ascolto) non più monofonico ma stereofonico, anzi “pluri-fonico”, dato che demo significa popolo, ed che il popolo è fatto da più persone. Dunque ognuno, democraticamente, avrebbe dovuto avere il diritto di emettere moneta propria: dal momento in cui una persona presta una somma di denaro o ad un’altra o si occupa dei suoi risparmi riponendoli in appositi banchi contenitori di valuta, non esercita forse il servizio di una banca? Se io ti concedo la mia fiducia firmandoti delle carte corrispondenti a determinati valori commerciali non esercito forse il servizio di emissione di cartamoneta?

Pertanto, ripeto: quando oggi la Commissione europea verifica lo sforamento italiano per concedere magari all’Italia un piccolo “sconto”, vista la sua mediterranea posizione geografica di spina dorsale dell’Europa ma lo fa valutando la cosa sulla base di dinamiche astruse (affinché nessuno le capisca e possano essere gestite a livello tecnocratico in una specie di Olimpo sottratto al dibattito pubblico) raccomandano di non eccedere con politiche di bilancio troppo espansive, cioè  politiche di bilancio troppo pro-occupazione keynesiana, dato che queste, come la storia insegna, generano inflazione su inflazione e bolle speculative su bolle speculative, che poi esplodono in crisi su crisi. Allora cosa succede? Avviene allora che le oche del Campidoglio massmediatico, anziché dire la verità, cioè che occorre un sabato per l’uomo secondo un mutamento direzionale del nostro pensare, auspichino ancora un ritorno a Keynes, ma al Keynes transnazionale dei dazi e dei sussidi.

Tale idea però, nel suo vergognoso complesso, è velenosa per l’organismo sociale, così come è velenosa e mortale quella della distruzione delle arance o della guerra o della produzione di armamenti per far “ripartire l’economia”.

Ora siamo di fronte al fatto che la via keynesiana è di fatto la via della Mafia di Stato ma ciò non consente ancora di averne certezza scientifica. Occorre accennare ai rapporti tra Keynes ed Einstein, anche se della “scienza” di Einstein tratterò nel prossimo capitoletto. 

Quanto segue potrebbe essere, per chi ha orecchi per intendere, l’esegesi del testo “Eazy Sleazy” di Mick Jagger contro i vaccini.

L’economia mondiale è in crisi perché ha seguito il modello della fisica teorica materialistica di Einstein. Keynes non fece altro che apprezzare la relatività dei posti di lavoro, dei risparmi e dello sviluppo. Queste cose non si dicono facilmente ma sarebbe ora di saperle. L’econòmia di Keynes e la teoria della relatività di Einstein viaggiano insieme. Questo insieme evidenzia l’humus adatto per congetturare ciò che Keynes volle fare con la sua “rivoluzione scientifica”.

Keynes ed Einstein si incontrarono a Berlino nel 1926 per una conferenza (“Collected Writings”, Vol. X, p. 382); un altro riferimento a questo incontro appare sette anni dopo in “The New Statesman and Nation” del 21 ottobre 1933. Per questa rivista Keynes scrisse un breve commento con uno schizzo di Albert Einstein, creato dell’artista David Low. Da quel momento Keynes incominciò a mostrarsi spudoratamente anglo-sionista preoccupato per i rifugiati ebrei. Ai suoi occhi il disegno di Low evocava un Einstein sotto attacco e scrisse: «“Sicuramente anche tu, caro lettore, hai fatto conoscenza da ragazzo o ragazza dell’orgoglioso edificio della geometria di Euclide” – così inizia il “Saggio sulla teoria della relatività speciale e generale” (Essay on the Special and General Theory of Relativity) – “sicuramente con la forza di questo pezzo del tuo passato picchieresti con disprezzo chiunque mettesse in dubbio anche il frammento più fuori mano di una qualsiasi delle sue proposizioni”. È davvero così. I ragazzi, che non possono crescere fino alla natura umana adulta, stanno battendo i profeti dell’antica razza: Marx, Freud, Einstein» (“Collected Writings”, Vol. XXVIII, p. 21) [l’evidenziazione in grassetto è mia – ndc].

Il primo indice completo esistente del libro successivo di Keynes, allora intitolato semplicemente “The General Theory of Employment” (imitazione fin nel titolo della “Relatività Generale” di Einstein), fu trovato in un fascio di documenti datato dicembre 1933 (“Collected Writings”, Vol. XIII, p. 421). Nelle prime bozze di quel libro c’è una frase, cancellata dalle bozze successive, che ricorre esattamente nel punto in cui Keynes dichiara che la teoria classica non può essere applicata al problema della disoccupazione, e subito prima di questo passaggio: «I teorici classici assomigliano a geometri euclidei in un mondo non euclideo che, scoprendo che nell’esperienza linee rette apparentemente parallele spesso si incontrano, rimproverano le linee di non mantenersi dritte – come unico rimedio per le sfortunate collisioni che si verificano. Eppure, in verità, non c’è rimedio se non quello di gettare l’assioma dei paralleli e di elaborare una geometria non euclidea. Qualcosa di simile è richiesto in economia» (“Collected Writings”, Vol XIV, p. 366). La frase cancellata diceva: «Abbiamo bisogno, quindi, di elaborare una teoria più generale rispetto alla teoria classica».

Quando si trovano prove circostanziali così forti e si vogliono ancora negare i fatti è più o meno come dire che quel latte è buono anche se ci trovi dentro un topo…

Insomma Keynes, dopo l’incontro con Einstein, si è illuminato e come Paolo di Tarso, cadendo da cavallo, l’ha “copiato”, trasformando l’economia in “econòmia” di Stato, Mafia di Stato, esattamente così come Marx “copiò” materialisticamente la “Fenomenologia dello spirito” di Hegel. Solo che Einstein di scientifico aveva ben poco, dato che fu una montatura politica dall’A alla Zeta, come spiegherò nel prossimo capitolo.

Ancora alcuni dati relativi a questa illuminazione ed al “latte marcio ma buono” di Keynes, misti all’esegesi del brano di Mick:

Testo del brano “Eazy Sleazy” di Mick Jagger

We took it on the chin / The numbers were so grim /Bossed around by pricks / Stiffen upper lips / Pacing in the yard /You’re trying to take the Mick / You must think I’m really thick. Libera traduzione in italiano: Ce li hanno sbattuti in faccia. I numeri erano così: cupi. Comandati da dei ca**oni. Irrigidendo le labbra superiori. Andando avanti e indietro nel cortile. Stai cercando di catturare il Mick. Devi pensare che sono davvero ottuso.

Il concetto di “spazio” nella “General Theory of Relativity” di Einstein, che voleva scardinare la fisica classica, diventò il concetto di “mercato” nella “General Theory of Employment Interest and Money” di Keynes, che voleva scardinare l’economia classica. Solo gli ottusi non vogliono prenderne atto. Ma anche senza prenderne atto, ci saranno sempre persone come “il Mick”, che non si lasciano imbottigliare in scemenze.

“Looking at the graphs with a magnifying glass / Cancel all the tours footballs fake applause / No more travel brochures / Virtual premieres / I’ve got nothing left to wear”. Libera traduzione in italiano: Guardando i grafici con una lente d’ingrandimento, annullate tutti i giri di palle, i finti applausi. Basta con viaggi tracciati, anteprime virtuali. Io non ho più di che rivestirmi (Giovanni 13,4: “depose le vesti” della convenzione sociale).

Quando ci si riveste di convenzioni non ci si può più comunicare con alcun nostro simile nella misura in cui i rivestimenti sono preceduti da analisi astratte di contenuti concettuali che generano inevitabilmente il tipico trasformismo gattopardiano delle cose del mondo: tutto cambia affinché nulla cambi.

L’analogo del tempo newtoniano, nell’economia classica era il denaro. Quando arriva Keynes, la visione newtoniana dell’universo fisico era stata fatta crollare dalle contraddittorie teorie della relatività di Einstein: la separazione assoluta tra il tempo e lo spazio crollò con l’introduzione einsteiniana di una nuova costante universale, la velocità della luce, cioè con la contraddizione stessa della “General Theory of Relativity”: come faceva ad essere relativa tale costante universale? Inoltre il nuovo concetto unificato, lo spazio-tempo, scardinava il concetto euclideo di vuoto che si estende per sempre in tutte le direzioni. Lo “spazio-tempo” era curvo e la relatività di Einstein era l’estensione della geometria riemanniana degli spazi curvi in tutto l’universo fisico. Secondo questa “logica dei miracoli”, vicino a qualsiasi corpo massiccio, la distanza più breve tra due punti si sarebbe curvata intorno, allo stesso modo di un “percorso” di un raggio di luce, per cui linee parallele avrebbero potuto miracolosamente “convergere” e “incontrarsi” se estese abbastanza lontano. Il riferimento di Keynes al rovesciamento dell’assioma dei paralleli di Euclide sopracitato era dunque un’allusione inequivocabile a questa caratteristica della teoria di Einstein.

Quando Keynes scrisse la sua “General Theory”, aveva nei suoi miracoli sia il riduzionismo della verità newtoniana che il suo dicotomico concetto di “spazio-tempo”, poiché entrambi si riflettevano nell’economia classica. In primo luogo, Keynes cercò di abolire lo “spazio assoluto” dei mercati classici e di porre fine alla separazione dei mercati dal mondo del denaro. Keynes caratterizzò la sua teoria come una teoria monetaria della produzione, dando lezioni su questo argomento nell’autunno del 1933 come “The General Theory of Employment…”. Stava prendendo forma il titolo preliminare

Keynes contrapponeva l’economia della produzione monetaria a quella che chiamava l’economia dello scambio reale della visione classica. In tal modo, scardinò i concetti tradizionali non monetari di un “mercato del lavoro” e di un “mercato dei capitali”, inondando entrambi i soggetti con idee – “domanda effettiva” e “preferenza di liquidità” – che non possono essere concepite adeguatamente tranne che in termini monetari.

Looking out from these prison walls / You got to rob Peter if you’re paying Paul / But it’s easy, easy / Everything’s gonna get really freaky / Alright on the night / Soon it’ll be a memory you’rе trying to remember to forgеt. Libera traduzione in italiano: Guardando fuori da queste mura della prigione, devi rapinare Pietro (lo Stato plenipotenziario) se paghi Paolo (le Banche emittenti) (o viceversa, dato che il monopolio della stampa dei solti fu concesso dallo Stato alle banche cosiddette emittenti) ma davvero facile: tutto sarà davvero strano. La notte va bene e presto sarà un ricordo che stai cercando di ricordare di dimenticare.

Certamente la nottata passerà e cercheremo tutti di ricordare ciò che dovemmo dimenticare: la nostra logica di realtà. Nella logica di realtà la merce si acquista con la moneta. Nella logica formale la merce si acquista con la stampa della moneta, quindi teoricamente basta stampare soldi per disporne. Questa fu ed è la logica keynesiana di ogni masso-mafia che generi perennità di un “debito” attribuito ad un “pubblico”. Nella logica di realtà la produzione di moneta dell’uomo della strada dipende dal sudore della sua fronte o dall’attività del suo ingegno. Pertanto nella logica dello Stato Mafia la produzione di moneta favorisce solo l’uomo di Stato, a scapito dell’uguaglianza giuridica. Perciò lo Stato di diritto diventa, mediante il trasformismo gattopardiano prima citato, diritto di Stato, cioè Cosa Nostra.

Ecco perché la produzione monetaria è lo “spazio-tempo” di Keynes: l’unione di domini concettuali precedentemente ritenuti distinti. Per cui Keynes arrivò ad offrire l’idea, oggi normale anche se stoltamente contraddittoria, ma allora creduta “rivoluzionaria” come quella dello “spazio-tempo” einsteiniano, che l’occupazione fosse determinata dall’“effettiva domanda” monetaria di produzione.

Ma cosa determinò questa idiozia? La domanda effettiva proveniva da due direzioni principali: la domanda di consumo delle famiglie e la domanda di investimento delle imprese. Qui lo sragionamento di Keynes lo portò alla cecità volontaria, alla sordità ed al mutismo volontari (come nelle tre scimmiette) circa la seconda direzione di offerta-e-domanda, vale a dire quella del mercato dei capitali, il gioco in borsa, il gioco delle multinazionali, ecc. Nella teoria classica, l’offerta e la domanda di capitale determinavano congiuntamente una quantità, vale a dire il volume totale del risparmio e degli investimenti, e un prezzo, consistente nel tasso di interesse.

Negare questa realtà anziché risolvere le problematiche che creava ingigantì i problemi. Da una parte i risparmi erano forniti dal sudore della fronte degli individui, dall’altra il “mercato” del capitale determinava quanto della produzione corrente sarebbe stata consumata e quanto risparmiata e investita. Così però avveniva che era l’offerta dei ricchi governatori a determinare la domanda dei poveri governati, detti contribuenti. Ma era un mercato che non c’entrava nulla con l’economia reale, perché operato completamente indipendentemente dalla determinazione della produzione reale. I poveri, come è dimostrato da quasi un secolo in questo contesto di assenza di logica di realtà, diventarono e diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Perciò

Keynes predicava che il risparmio degli Stati non serviva a nulla in quanto non aveva nulla a che fare col tasso di interesse. Gli investimenti, secondo lui, dipendevano dal tasso di interesse quindi aveva bisogno di una nuova teoria indipendente del tasso di interesse (esattamente come Einstein ebbe bisogno di una “Relatività Speciale”, dato che la Relatività Generale non stava in piedi).

Ecco allora che Keynes per ottenere un tasso di interesse assoluto ma relativo all’arbitrio dei governatori, introdusse un nuovo mercato, fino a quel momento largamente ignorato in economia: il mercato degli strumenti di debito e, in particolare, il mercato dei soldi, cosa di per sé stonata per la logica di realtà (io vado al mercato per comprare merce non per comprare soldi). Quindi occorreva la maschera della maschera della maschera ad libitum, detta una volta “obbligazione”, un’altra volta “tasso di interesse”, un’altra volta “offerta di liquidità (quantità di moneta)” conciliabile con la “domanda di moneta”, ecc. E nella sempre nuova “sequenza” di Keynes, il tasso di interesse determinato nel “mercato monetario” a sua volta determinava il volume degli investimenti.

Per completare la sua teoria, Keynes ha unito questi elementi. Il mercato del denaro determinava l’interesse. L’interesse (e lo stato di fiducia delle imprese) determinava gli investimenti. L’investimento, insieme al consumo, determinava la domanda effettiva di produzione. La domanda di produzione determinava la produzione e l’occupazione. Il consumo sui redditi determinava il risparmio. L’occupazione determinava il salario reale. Tutte cose insensate nella logica di realtà, dato che il pianeta è ingentemente indebitato con i governatori, a loro volta sottomessi all’anglosionismo della nostra cara regina d’Inghilterra, mascherata da scimmietta Cieca, Sorda e Muta, tipo CSM.

That’s a pretty mask / But never take a chance / TikTok stupid dance / Took a samba class, I landed on my ass / Trying to write a tune / You better hook me up to Zoom / See my Poncey books / Teach myself to cook / Way too much TV its lobotomizing me / Think I’ve put on weight / I’ll have another drink then I’ll clean the kitchen sink / We escaped from the prison walls / Open the windows and open the doors / But its easy, easy / Everything’s gonna get really freaky / Alright on the night / It’s gonna be a garden of earthly delights / Easy, sleazy it’s gonna be smooth and greasy / Yeah easy, believe me / It’ll only be a memory you’re trying to remember to forget. Libera traduzione in italiano: È una bella maschera ma non rischiare mai TikTok stupido ballo. Ho preso una lezione di samba, sono atterrato sul mio culo, sto cercando di scrivere una melodia; faresti meglio a collegarmi a Zoom. Vedi i miei libri di Poncey insegnarmi a cucinare da solo. Troppa TV mi sta lobotomizzando. Penso di essere ingrassato. Bevo un altro drink, poi pulisco il lavello della cucina. Siamo scappati dalle mura della prigione. Apri le finestre e apri le porte ma è facile, facile: tutto apparirà strano davvero. Andrebbe bene di notte: un giardino di delizie terrene, facile e squallido, liscio e scivoloso. Sì, facile, dai, sarà solo un ricordo che stai cercando di ricordare di dimenticare.

Molto semplice, no? Avremo solo un ricordo mattutino di ciò che stiamo cercando di ricordare per dimenticare. Tutto tornerà come prima, con la tv che insegna a cucinare, ogni primavera dopo i raffreddori invernali, si riapriranno le finestre, riscaldamento globale causato dall’uomo permettendo, e sovrappopolazione mondiale permettendo, tutto normale. No?

È in questo mondo sognante che i trasformismi della politica monetaria, come i vari tagli dei tassi di interesse, portarono a “aumentare” i “crediti” bancari, con odierne conseguenze fondamentali: la crisi mondiale mascherata di pandemia, in verità “pandetua”: le antiche problematiche della questione sociale, tanto in Economia quanto in Fisica, erano state infrante anziché risolte. E con la decostruzione del mercato del lavoro e dei capitali, anche l’idea riduzionista e ridotta dei “micro-fondamenti”, cioè dei soci dell’organismo sociale, fu abbandonata e dimenticata. L’uomo doveva essere per il sabato, dato che lo spazio-tempo economico è curvo, il “sistema” interagisce con sé stesso e un equilibrio di piena occupazione non può essere raggiunto all’interno del “mercato” del lavoro, come se il lavoro fosse una merce anziché qualcosa di spirituale, dato che anche per farti un caffè lo schiavo barista deve mettere in moto il pensare, che è antimateria.  

Nel lungo termine Keynes aveva fallito, dato che non ottenne ciò che sperava. Ciò nonostante il suo parallelo con Einstein è passato praticamente inosservato, per cui continuerà a respingere il sabato per l’uomo, dato che tutti sono ancora immensamente innamorati di Einstein, soprattutto in estate quando i bar sono aperti per bontà di Mangiafuoco, quel buon drago dei pinocchietti che seminano le loro monete nel campo dei miracoli. 

Shooting the vaccine / Bill Gates is in my bloodstream / It’s mind control / The earth is flat and cold / It’s never warming up / The arctic’s turned to slush / The second coming’s late / There’s aliens in the deep state / We’ll escape from these prison walls / Now were out of these prison walls / You gotta pay Peter if you’re robbing Paul / But it’s easy, easy / Everything’s gonna be really freaky / Alright on the night / We’re all headed back to paradise / Yeah easy, believe me / It’ll be a memory you’re trying to remember to forget / Easy, cheesy, everyone sing ‘Please Please Me’ / It’ll be a memory you’re trying to remember to forget. Libera traduzione in italiano: Sparando il vaccino, Bill Gates è nel mio flusso sanguigno: è il controllo della mente, la terra è piatta e fredda, non si sta mai riscaldando, l’artico si è trasformato in fanghiglia, la seconda venuta è in ritardo. Ci sono alieni nel Deep State. Scapperemo da queste mura della prigione. Appena ora eravamo fuori da queste mura della prigione. Bisogna pagare Pietro (lo Stato plenipotenziario) per rapinare Paolo (le Banche emittenti) (o viceversa, dato che il monopolio della stampa dei solti fu appunto concesso dallo Stato alle banche cosiddette emittenti, in verità emittenti keynesianamente di moneta-debito) ma è semplicissimo e facilissimo. Sarà tutto proprio strano. Tutto è ok per la notte, si torna tutti in paradiso. Sì. È molto facile. Credi a me. Sarà un ricordo che stai cercando di ricordare di dimenticare. Facile, dozzinale. Tutti cantano “Please Please Me”, un grazie e un prego, che saranno il ricordo che stiamo cercando di ricordare… di dimenticare.

Sparando i vaccini nel sangue della gente per far ripartire l’“Econòmia” di Keynes, si permane nel neo-keynesiano humus della Mafia di Stato, che perciò entra nel veicolo dell’io umano, appunto, nel sangue, come un brutto incubo notturno, da cui dovremo svegliarci per “cercare di ricordare” ciò che in stato di veglia dovremmo “dimenticare” come baratro in cui non precipitare mai più.

Perfino i primi fans delle “scienziaggini” keynesiane mutuate da quelle di Einstein sottolinearono gli stupidi attacchi di Keynes alle “curve di offerta microeconomiche” (cfr. Lawrence Klein, “The Keynesian Revolution” 1947, in J. K. Galbraith, “Keynes, Einstein, and Scientific Revolution”, 2021) ma in America l’opinione prevalente divenne quella del fisico Paul Samuelson, che trasponeva la teoria della disoccupazione keynesiana nell’affermazione che i salari erano “vischiosi”. Samuelson rimise sostanzialmente il demone della relatività keynesiana nella propria scatola, così che i neokeynesiani non avessero di che preoccuparsi. Fu un vero peccato, perché l’arrivistica spirale del tutto, nel caso economico, non è quella dell’universo che si espande. L’interdipendenza, transnazionale ci coinvolge tutti in quanto siamo tutti schiavi degli Stati-nazione plenipotenziari. Per cui siamo tutti afflitti: l’irrazionalità del taglio dei salari, del bilanciamento dei bilanci nazionalsocialisti, degli obiettivi delle banche centrali a “inflazione zero” e dei programmi di austerità del Terzo, Secondo e Primo Mondo è all’ordine del giorno. L’incapacità della macroeconomia keynesiana di stabilire la piena indipendenza teorica dal mercato del lavoro classico e dalla classica neutralità del denaro significa che in effetti ci viene ora negata un’equa discussione sulle soluzioni keynesiane ai problemi politici. Il risultato finale è che non possiamo superare alcuna crisi, proprio come non erano riusciti a superarla i classici ai loro tempi.

Oggi l’intrallazzo Keynes-Einstein è percepito solamente da qualche raro economista pensante (cfr. Ching-Yao Hsieh e Meng-Hua Ye, “Economics, Philosophy and Physics”; Philip Mirowski, “More Heat than Light” 1989). Tuttavia, non esplorando il paragone tra l’errore dello “spazio-tempo” e l’orrore della pseudo “produzione monetaria keynesiana”, il rapporto tra l’aberrante fisica di Einstein e l’aberrante econòmia Keynes resta nell’omertà. Il fenomeno è strano: tutto lo sanno ma nessuno lo dice: chi critica Einstein dice solo che fu un ladro di idee altrui. Io non giudico Einstein come ladro di idee, perché se c’è un campo in cui è lecito rubare è il pensare: è infatti giusto rubare il mestiere ai pensatori che pensano secondo logica di realtà. Io giudico Einstein come ladro di idee sbagliate e creatore di bi-pensiero. Tratterò le aberrazioni di Einstein nel prossimo capitolo.