Sul miscuglio del Quarto Re

Ovvero: Sulla putrefazione dello Stato italiano convenzionato con lo IOR

“Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe” (Mt 21,12).

La situazione è da allora rimasta immutata. Perciò Goethe scrisse la “Favola” e Rudolf Steiner la spiegò come triarticolazione dei poteri dell’organismo sociale in base alla Scienza della libertà (i.e.: i primi sette capitoli de “La filosofia della libertà. Risultati di osservazione dell’attività interiore secondo il metodo delle scienze naturali”).

Infatti che fine fa nella “Favola” il quarto Re, che accentrava in sé, come in un miscuglio disordinato e confuso, le materie costitutive degli altri tre Re dell’organismo anti-sociale in quanto plenipotenziario? Crolla con le venature d’oro ormai mangiate dai fuochi fatui. Il quarto Re, simbolo del caos, deve infatti crollare in un mucchio di materia informe e cedere così il potere ai tre Re, ora liberati dalla loro triplice impotenza. 

Si tratta di una favola vera, secondo la quale l’ordine verrà con la chiarezza circa la cultura, la giustizia e l’economia, auspicata appunto da Steiner nel suo libro sui punti essenziali della questione sociale, ed in moltissime sue conferenze.

Cercherò ora di mostrare come l’economicismo, mascherato da chiesa, si mescoli col diritto di Stato, mascherato da Stato di diritto.

La colpa di tutto ciò non è di Caio o di Sempronio, ma di tutti coloro che, anziché ragionare, preferiscono credere che l’autorità sia la ragione stessa.      

Lo IOR , meglio conosciuto come “La Banca di Dio” è la banca della Città del Vaticano.

Dopo le vicende legate al banco Ambrosiano, al crac e al cardinale Marcinkus, nel 1990 Wojtyła lo riformò.

Bergoglio, accorgendosi del marciume, disse poi di volerlo riformare, anzi eliminare.

Risultato: ora lo Stato del Vaticano ha due banche: lo IOR e l’APSA, creata, a sua volta, da Montini (quel papa che, comportandosi come Pilato, disse da Piazza San Pietro, ai brigatisti che avevano rapito Moro, di liberarlo “senza condizioni”, decretando così, in pratica, la sua uccisione).

Le armi trattate dal Vaticano erano testate nucleari. In Vaticano, discutendo dell’acquisto di una partita di armi, si parlava infatti di osmio materiale utilizzato per la realizzazione di testate nucleari. Così aveva dichiarato il faccendiere Francesco Elmo ai magistrati della Procura di Torre Annunziata nell’inchiesta giudiziaria “cheque to cheque” sul traffico internazionale d’armi in cui emersero, appunto, lo IOR (banca vaticana, o meglio l’“Istituto per le Opere Religiose”) e l’insospettabile arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles, garante della vendita illegale di cento milioni di dollari attraverso lo IOR.

Nella seconda metà degli anni ’90 si parlò poi di una trentina di ordinanze di custodia cautelare in carcere con l’accusa di reati vari: associazione per delinquere, riciclaggio di denaro, traffico d’armi, di oro e di materiale radioattivo, intermediazione valutaria abusiva, e contrabbando di titoli di credito. Tra i destinatari c’erano, oltre all’arcivescovo, il leader dei nazionalisti russi Vladimir Zhirinovski, il notaio di Basilea Hans Keung, Licio Gelli ed il figlio Maurizio, nonché il trafficante d’armi Saud Omar Mugne, imprenditore di origine somala, residente a Bologna e collegato a vicende che avevano portato all’omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi ed alla strage di Loockerbie.

Era infatti emerso che la giornalista aveva indagato sulla compravendita di armi di Mugne tra Paesi dell’Est europeo, l’Italia e l’Africa.

Sulla stessa vicenda avevano lavorato agenti dei servizi segreti di diversi paesi, uccisi in circostanze mai chiarite. Ecco perché l’“interesse” di Mugne per il traffico di armi tra Stati Uniti e Iran, era per i PM connesso oltre che all’acquisto da parte dei Contras del Nicaragua di materiale bellico, anche alla strage di Loockerbie. Il leader dei nazionalisti russi Zirinowski fu accusato di traffico di materiale radioattivo (mercurio rosso, osmio e plutonio), fornitigli da alcuni trafficanti della Bielorussia. L’arcivescovo di Barcellona fu perciò accusato di intermediazione valutaria abusiva, per la vendita, tramite lo IOR, di 100 milioni di dollari, realizzata con l’intermediazione del professore Sala e del notaio Keung. Tra i destinatari delle ordinanze di custodia figura Rodolfo Meroni, socio dello studio Meroni-Muller-Lanter di Zurigo, legato all’agente della Cia Roger D’Onofrio, arrestato poi anch’egli. Anche il faccendiere Francesco Elmo fu arrestato nell’ottobre 1995. Era legato al Sismi e al colonnello Mario Ferraro. Coautori del traffico sotto inchiesta furono anche il maggiore dell’Esercito Pierangelo Quinti, Enrico Urso e Riccardo Marocco, intermediari che il “ramo italiano” dell’organizzazione utilizzava per il riciclaggio e la vendita di oro e valuta. L’inchiesta mise in luce una “rete” di rapporti finanziari internazionali realizzati attraverso un meccanismo denominato “Roll Program”.

Tutte queste cose emergono dai fatti raccontati dai giornali dell’epoca. Sono dunque non ipotesi complottistiche ma fatti di pubblico dominio e, fino a prova contraria, oggettivi.

Secondo la definizione data allora dal cardinale Agostino Casaroli, emerge altresì che l’organismo finanziario vaticano IOR non sia una banca nel senso comune del termine ma un’istituzione che utilizza i servizi bancari in cui l’“utile” non va, come nelle banche normali, agli azionisti (che nel caso dello IOR non ci sono) ma risulta a favore delle “opere di religione”! Insomma, ogni cliente usufruiva di una tessera di credito con un numero codificato, fornita dallo IOR senza nome né foto. Con questa si era identificati; alle operazioni non si rilasciavano ricevute, né alcun documento quantitativo contabile; non c’erano libretti di assegni intestati allo IOR: chi li voleva avrebbe dovuto appoggiarsi alla Banca di Roma, CONVENZIONATA con lo IOR. I suoi bilanci erano noti a una cerchia ristrettissima di cardinali ed ogni passaggio di denaro avveniva nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti. Si racconta, tra leggenda e realtà, che quando Wojtyła, dopo lo scandalo Calvi, alla richiesta dell’elenco di tutti i correntisti dello IOR, si sentisse rispondere: “Spiacenti, santità, ma la riservatezza dei clienti è sacra”.

La banca di DIO fece comunque sempre affari in ogni settore: “Fondi neri della Gea World” e conti bancari segreti in Vaticano. Milioni di euro provenienti da operazioni di calcio-mercato, spariti poi dai bilanci della società di collocamento calciatori, presieduta da Alessandro Moggi e amministrata da Franco Zavaglia. I PM romani Luca Palamara e Maria Cristina Palaia si occuparono, appunto, dell’inchiesta sul denaro che da vicolo Barberini, sede della Gea a Roma, portava direttamente allo IOR.

I clienti dello IOR possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti. Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo motivo, negli ambienti finanziari, si dice che lo IOR è l’ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali e qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti… L’allora segretario della “Congregatio pro Doctrina Fidei” Angelo Amato, esperto di terrorismo psicologico, in vero e proprio stile mafioso, avvertiva che a minacciare la vita di ognuno e delle società, non ci sono solo i kamikaze, ma anche il famoso “terrorismo dal volto umano”, propagandato, proprio come la “santa inquisizione dal volto umano”, diceva questo prete ottuso, “dai mezzi di comunicazione” “manipolando ad arte il linguaggio con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti”, come del resto le “guerre dal volto umano”. Perciò si mandavano i propri impiegati a benedire i contingenti in partenza per i fronti di guerra.

Del resto lo IOR beneficiò sempre, keynesianamente, dei profitti delle guerre per poter poi elargire carità alle popolazioni colpite dalla guerra e dalla fame!

La Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), l’organismo più importante del vaticano è il garante dell’ortodossia. Manipolando le parole si può certamente anche dire “garante della purezza della fede”… “Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo” (ovviamente il bene e il male li stabiliva Angelo Amato parlando al cellulare con Dio che prima si era sentito con Ratzinger). Il vescovo Angelo Amato sarà ricordato come colui che scomunicò l’intero pianeta, assieme a Ratzinger che, per bocca di questo suo tirapiedi porporato, scomunicava i parlamenti ed interveniva ai congressi dei partiti politici invitandoli a non farsi affascinare da “una vecchia concezione laicista di ispirazione ottocentesca”.

“Non si governa la Chiesa con un’Ave Maria” diceva Marcinkus, il banchiere di Dio, l’uomo che per 17 anni (dal 1971 al 1989) fu padrone assoluto delle finanze vaticane e che venne accusato di orrendi crimini.

Nel suo libro “Le carte segrete di Papa Benedetto XVI”, basato sui documenti del cosiddetto Vatileaks, il giornalista Gianluigi Nuzzi riporta che lo IOR, con circa 8, 3 miliardi di dollari in assets, ha riciclato approssimativamente 280 milioni di dollari per conto della Mafia. La chiesa cattolica “arriva a costare agli italiani nove miliardi di euro ogni anno” (Gianluigi Nuzzi, “Vaticano S.p.A.”, Ed. Chiarelettere, Milano 2009, pag. 193).

Bergoglio, volendo, avrebbe potuto dire come stanno le cose che ben conosce, invece di stracciarsi le vesti per le corruzioni del mondo (cfr. ad es., i dati emergenti dal mio articolo “Il Papa dica la verità”, improvvisandosi economista furbetto. Non avrebbe dovuto avere bisogno dei libri di Nuzzi e di Fittipaldi per essere informato su questi fatti.

Nuzzi, dopo la pubblicazione di quei libri, ha accettato di fare il conduttore televisivo e non ha più fiatato in merito a queste cose. Si è lascito chiudere la bocca.

Credo che l’attuale obbligo della “mascherina” sia la medesima “chiusura di bocca” di tutti coloro che sanno ma continuano a tacere a proposito del nuovo dio Covid, sostitutivo del “Padre nostro”, dato che la chiesa cattolica è intercapedine dello Stato italiano, cioè sempre CONVENZIONATA con questo.

Sugli antroposofi marci

Il contenuto del concetto di “meccanismo” riguarda parti di macchine, macchinari, cioè strutture che, non avendo vita in se stesse, possono essere mosse solo da spinte esterne. Da questo punto di vista, il concetto “automobile” è spurio, perché unisce il prefisso “auto” – che è attribuzione propria, cioè “di sé” – al termine “mobile”.  Per es., l’intrappolamento del topo avviene perché la trappola scatta mediante meccanismo, non mediante vita “di sé”. Nella natura vivente non possono esistere meccanismi, proprio perché ogni essere vivente si muove da sé, grazie alla propria vitalità.

Ciò premesso, racconterò ora come avviene un errore di giudizio e la sua correzione in base ad universalità del pensare.

Tizio presenta delle frasi a Caio chiedendogli: “Come ti sembrano?”. La risposta di Caio è: “Mi sembrano belle”. Tizio obietta: “Belle? Non vedi il loro errore?”. Allora Caio osserva meglio e vede che in effetti poggiano su rappresentazioni spurie, quindi sbagliate. Allora cambia il suo giudizio: “Hai ragione, sembrano belle ma sono errori”. L’universalità del pensare ha trionfato.

A questo punto presento Tizio e Caio, cioè gli attori di questo dialogo (effettuatosi realmente come carteggio per email). Tizio è Felice Cafagna. Caio è Nereo Villa, cioè il sottoscritto. Da anni, Felice ed io ci comunichiamo le nostre impressioni sul mondo ed abbiamo stima uno dell’altro, stima che si è mantenuta e si mantiene nel tempo.

In questi giorni (maggio 2020), ho dunque preso questo bel granchio, dovuto a mia disattenzione nell’osservazione. Probabilmente pensavo ad altro. Ho 73 anni ed ogni giorno rispondo a coloro che mi scrivono. In questi giorni le persone che mi scrivono, per insultarmi o per lodarmi sono parecchie… Ma non ho scusanti. Ho sbagliato. Mi sono lasciato ingannare da quelle frasi. Poi ho saputo che il loro autore è un sedicente maestro di antroposofia ed eccomi qui a riderci su.

A questo punto mostro lo “Screenshot…” di quella frase presa da Facebook. Ho sostituito il nome dell’autore con le parole “SEDICENTE ANTROPOSOFO” ed ho evidenziato gli errori con sottolineature in rosso. Ovviamente, costui è per me, un pirla che si atteggia a maestro, esattamente come sono stato pirla io a non riconoscerlo subito. 

Screenshot-del-pirla

L’errore consiste nella caratterizzazione dell’io come se fosse un accendisigari o una lampadina con tanto di interruttore per accenderla.

Dovrei anche dire, per amore di verità, che l’errore non è mai l’errante e che quindi sbaglio nel considerare pirla l’autore di questa caratterizzazione. Dal momento che però questo autore considera la parola “io” una parola come un’altra, il suo dire tradisce un’abitudine di pensiero costante nel tempo: quella di “ragionare” come una macchina. La macchina, per quanto sia considerata “intelligenza cibernetica”,non riuscirà mai a coglierne la differenza. Infatti, l’io può essere rappresentato giustamente solo da chi dice io in sé. Non così avviene per ogni altra parola. Se per esempio io dico “tavolo” ho subito bisogno di rappresentarmi un tavolo fuori di me. Non così se dico “io”.

È dunque certamente sbagliato rimuovere ogni speranza che questo insegnante di antroposofia si accorga del suo errore. Però, fino a quel momento e fino a prova contraria costui permane un… pirla.

Quando ho risposto a Felice che in effetti avevo giudicato male le frasi del pirla, ho avuto da lui altre email di risposta che mi hanno fatto piacere fino alla commozione, e gli ho chiesto il permesso di pubblicarle. Eccole:

“Ti racconto la mia esperienza. Inizialmente, quando ho cominciato a guardare qualche video tuo, avevo già cominciato a leggere Steiner e avevo letto la scienza occulta e qualche altra cosa, e poi la filosofia della libertà e ti lascio immaginare cosa avessi potuto capire… Zero! Cercavo disperatamente chi potesse darmi qualche dritta… anche perché non avevo mai letto nulla del genere in tutta la mia vita. Sentivo solo questa forte attrazione verso questa cosa ma non sapevo cosa fosse. Allora facendo mille giri in internet, finalmente, come per magia, trovai una serie di audio della filosofia della libertà… Era Archiati. Mi misi con passione ad ascoltare, e mi sono fidato, anche se quel che avevo letto sul libro di Steiner, non era uguale. Ma siccome questo si atteggiava a maestro e tantissime persone lo seguivano, mettevo in dubbio ciò che avevo compreso io. Intanto però, ogni tanto mollavo questi audio e mi mettevo su Youtube a cazzeggiare… e come per magia… ancora… mi è comparsa una serie di video contro Archiati… Erano i tuoi! Quello che dicevi tu però, era come avevo capito dal libro di Steiner. Anche se non ti ho chiesto mai nulla… proprio perché non volevo qualcuno che mi spiegasse, e ci volevo arrivare io attraverso il mio pensare… Da quel momento mi si è aperto il mondo. Morale della favola: grazie alla “pubblicità” negativa, che tu hai fatto di Archiati, nominandolo, ma anche ai tuoi scritti contro l’attuale società antroposofica italiana e le tue polemiche con alcuni dei sedicenti antroposofi, io ho cominciato a fare, non dei passi ma dei salti enormi in avanti. Per questo ti ringrazio sempre e ti ringrazierò per sempre. Un abbraccio, e fammi sapere i consigli che ti porta la notte!”.

Infatti quella notte ebbi una specie di sogno che fu la risposta al mio errore di interpretazione di quelle frasi, ed al risveglio ebbi la certezza: la differenza tra gli arimanici (bianchi, terrei, freddi ed economicisti) e i luciferici (rossi, infuocati e urlanti nelle piazze per imporre la loro “crazia”) oggi è mutata: entrambe le fazioni sembrano identiche nella misura in cui il contenuto del concetto di “ragione” (pensare, universalità del pensare) è stato sostituito con quello di autorità.

Scrissi queste cose a Felice, che poi mi disse: “Forse non hai ben compreso quanto tu sia grande. Tutto ciò che hai scritto e tutti i tuoi video saranno utili a tutti. Io non ho nulla in più rispetto a tutti quelli che si avvicinano alla scienza dello spirito.  Siamo animati tutti dallo stesso spirito del tempo. Non sono degli stupidi creduloni ma hanno bisogno di te… esattamente come è accaduto con me. Tornando sugli arimanici e luciferici, Steiner diceva che, anche avendo una influenza luciferica, l’uomo sarebbe stato trascinato nel materialismo. Infatti ho notato che, mentre la Russia, prima di Putin, e la stessa Cina, erano dominate prima da una visione arimanica, oggi sono il contrario. Mentre l’Europa è diventata ciò che era prima l’URSS. Anche l’America era diventata comunista-socialista ma anche là, dalla scorsa elezione di Trump, eletto non a caso con lo slogan “America first”, sembra cambiata e stanno ridiventando nazionalisti. Da quanto mi risulta, da Oriente e da Occidente,  gli Stati sono tornati al nazionalismo, mentre l’Europa è l’unica ad essere preda di Arimane. E nei prossimi mesi, penso possano ancora cambiare le carte in gioco. Staremo a vedere. Ciaoooo fratello. Aspetto ciò che pubblicherai.

A questo punto interveniva nella mia posta elettronica la carissima studiosa Laura Grandi, alla quale avevo accennato al carteggio  con Felice: “Il signor Cafagna conferma il tuo essere “monumento e patrimonio dell’umanità”. Ringrazialo da parte mia! Sollazzi a parte! È importante, se non necessario continuare sulla strada dell’essere umano per giungere all’Essere (Divino). Detto questo… buona sudata Negus! Io sudo assieme a Te e anche al signor Cafagna a quanto comprendo!”.

Ed ora parlerò dei “marcioni”, cioè dei sedicenti odierni antroposofi italiani della “parificazione”: parificazione delle scuole pedagogiche steineriane alle scuole dell’obbligo di Stato.

Nella loro superbia, costoro sono un esempio molto concreto di stupidità superba. E ciò che questi nuovi chierici traditori predicano come scienza antroposofica è proprio superba stupidità.

Di fatto la maggior parte di coloro che nel web si occupano, a pagamento, di Steiner, fondatore della Scienza a carattere antroposofico, si rispecchia in due polarità, entrambe  nemiche del pensare: da un lato ci sono i nemici del pensare, che tuttavia hanno appreso dalla vita solo a truffare per non essere truffati; e dall’altro i nemici del pensare, che della vita hanno appreso solo l’antroposofia-new-age, quella che serve per fare i soldi.

I primi sono persone che hanno magari letto una o due conferenze di Steiner, che sono per lo più senza professione, o sfaccendati, che si intendono un po’ di borsa e/o di economia, e che avendo “mangiato la foglia” della “politiche” keinesiane, si attivano immediatamente per creare gruppi, fazioni, partiti ecc., per “politicamente” sostenerle facendo mostra di combatterle, previa la creazione di nuove dottrine o ideologie dell’“antroposoficamente corretto”, funzionali al “politichese”, dato che la politica è divenuta oggi “la sola professione per cui non si crede necessaria alcuna preparazione” (R. L. B. Stevenson 1850-1894, famoso drammaturgo e poeta scozzese): il politico, anziché mettersi a servizio della nazione, è divenuto oggi qualsiasi dialettico che riesce a mettere la nazione al proprio servizio.

Goethe chiamava questa genia di persone “fuochi fatui” (Goethe, “Favola”). Sono i cosiddetti attivisti eternamente “in movimento” nel pretendere fondi dallo Stato, paventando di volta in volta nuovi spauracchi agli spauracchi degli avversari, anzi, deifinti avversari, per esempio sostenitori dello spauracchio del “debito pubblico”. Per combattere questo “debito”, i “fuochi fatui” propongono la secessione, l’anarchia, o la dittatura, o addirittura, in veste di sedicenti prigionieri politici, l’emigrazione in altri Paesi!

Ovviamente questa attivistica ricerca di aderenti clienti dei “fuochi fatui” poggia sulla stessa logica partitocratica di sempre per cui “chi sta con noi è puro, e chi non sta con noi è impuro”, che tradotta in analisi transazionale corrisponde al tipo di transazione “IO SONO OK – TU NON SEI OK”, tipico – secondo Berne, Morris, Harris, ecc., – della tendenza psicologica basilare alla criminalità.  

I secondi, cioè coloro che della vita hanno compreso solo l’antroposofia-new-age, sono i neo-parrucconi, schierati a naso in su, che viaggiano con in tasca i “sei esercizi di Steiner, e che ti riprendono se dici “cazzo” o “figa”, come se fossero brutte parole rispetto a “verga” o “fessura”. Costoro sono anch’essi “fuochi fatui” ma eternamente preoccupati di mostrare al mondo l’immagine di se stessi come conoscitori dell’antroposofia. Questi fatui “antroposofi diplomati” (contraddizione in termine secondo la tri-articolazione del potere sociale) vivono perciò in modo settario soprattutto nel loro linguaggio, comprensibile ai soli adepti e/o clienti. Per cui, anche quando hanno intuizioni o osservazioni da fare sulle cose del mondo e dell’organismo sociale, non riescono a socializzarle se non producendo altri adepti, cioè altri fuochi fatui pudicamente schierati, come se la pregiudiziale-pudicizia-antroposofica-pagante fosse il nuovo che avanza con guanti e mascherine per non infettarsi.

Chi conosce l’opera di Steiner sa bene quante volte nelle sue conferenze egli auspicasse un mondo liberato e un modo di procedere spregiudicato. Certamente la spregiudicatezza dei suoi tempi non può essere paragonata a quella odierna. Una volta, da ragazzo, assieme ai miei genitori, vidi alla TV un film western in cui sentimmo la frase: “Ti taglio il collo e poi ci cago dentro!”. Scoppiammo a ridere tutti e tre! Quando si dice l’evoluzione del linguaggio! 

I linguaggi cambiano. E quando sentiamo parole nuove ce ne appropriamo, magari per usarle in contesti diversi. Per esempio Steiner ed il teologo russo Solov’ëv (Vladimir Sergeevič Solov’ëv, 1853-1900), molto apprezzato da Steiner, usarono entrambi il medesimo esempio delle “palle da biliardo” nel medesimo contesto filosofico, l’uno nel libro “La filosofia della libertà”, che più che filosofia è Scienza, l’altro in “Divino-umanità”, che è teologia del sollevamento del regno terreno al regno di Dio.

Solov’ëv distingueva infatti nel mondo due mentalità, che io chiamo “dell’elmo di Scipio” e “senza l’elmo di Scipio”. Vi è infatti un pensare che io chiamo cablato (quello con l’elmo o la mascherina): meccanico, razionalistico e combinatore, che prende i concetti nel loro stato di separazione astratta, e astraendoli li considera in una qualche determinazione unilaterale, unendoli poi in maniera esteriore, oppure raffrontandoli in una qualche relazione ugualmente unilaterale più generale. E vi è un pensare organico, che considera l’oggetto nella sua integrità da più punti di vista, e quindi col suo nesso interiore con tutti gli altri. Ciò permette di dedurre dall’intimo di ciascun concetto tutti gli altri, cioè di evolvere un concetto fino alla pienezza della verità integrale. Solov’ëv chiama questo secondo pensare evolutivo o contemplativo e lo caratterizza come proprio ai veri filosofi ed alle masse popolari. Invece coloro che stanno “a mezza via” fra “quelli dell’elmo di Scipio” e quelli “senza elmo”, cioè i cosiddetti colti o istruiti (le “mezze calze”, gli “intellettualini”, e i “politicanti”, mascherati da politici ed assoldati nella politica) che in seguito a un maggior sviluppo formale delle loro attività intellettuali, hanno abbandonato le concezioni popolari immediate ma non sono pervenuti a una coscienza filosofica integrale, devono accontentarsi del pensare astratto, che divide o dissolve (analizza) la realtà immediata (e qui sta il suo merito) ma che non è in grado di forgiare alla realtà una nuova realtà superiore e un nesso (e qui sta il suo limite, che ho chiamato, appunto, cablatura cerebrale).

Costoro in sostanza fanno oggi sopportare alle masse popolari (fantozzianamente pazienti nel lasciarsi strumentalizzare) il risultato malato della loro logica anti-uomo, cioè bloccata al proprio più basso livello, quello meccanico-descrittivo del mondo sensibile e del suo accostamento in concetti coerenti (qui si nasconde in effetti il grande inganno sia dei dominati che dei dominanti: è il dominio del pensiero astratto sul concreto. In tal modo, si è dominati dalla quantità e dai numeri, perché si è incapaci di avvertire la presenza dei superiori tre livelli logici che ogni uomo ha come massimo potere.

Oltre il livello della logica matematica (o della catena di montaggio), che è quello più basso, ogni uomo ha disposizione ma non utilizza tre altri superiori gradini del pensare: quello della creazione delle immagini (logica immaginativa), quello della creazione di comportamenti nuovi (logica ispirativa) e quello più alto nella vita del pensare, quello che si accorge dell’universalità del pensare (logica intuitiva) e che supera i pregiudizi, le credenze, le fedi, i credo, i dogmi, ecc., credere per esempio che ogni uomo abbia concetti suoi, propri, e che vi siano tanti concetti di triangolo, o di verde o di rosso, ecc., o di giustizia, quanti sono i cervelli che li pensano; oppure credere che il pensare presuma l’esistenza del cervello. L’antroposofo marcio crede che il pensare sia una specie di secrezione cerebrale, paragonabile ala secrezione biliare da parte del fegato. Solo mediante intuizione può invece accorgersi che l’organo di senso che gli permette di avvertire il pensare nella sua concreta universalità è sovrasensibile. Solo mediante intuizione possiamo comprendere che la risurrezione non è fisica, ma reale (esporrò in altra sede quest’idea).

Invece gli antroposofi cablati dall’elmo di Scipio del dio Covid fanno i guru, saltellando come canguri, appunto, per raccattare i soldi delle iscrizioni alle loro lezioni anti intuizione. Promuovono come Einstein la fine dell’intuire in nome del credere.

Insomma, i fuochi fatui sono sempre esistiti, ed oggi sono i nuovi chierici col diploma, o col timbro di Stato, che non sanno costruire alcun ponte sociale per una vita umana dignitosa e conviviale. Costruiscono solo ponti che crollano.

Il passaggio verso il nuovo mondo è il ponte di accesso al mondo immateriale in cui abita la bella Lilia, intravisto due secoli fa da Schiller e da Goethe (“Favola”, op. cit.), finalizzato al ritrovamento del senso dignitoso della vita, e dell’onore, per cui l’essere umano onorevole abbia onore reale, non mafiosamente cartaceo; e finalizzato alla speranza, non alla disperazione di rettiliane mascherine, guanti o altri preservativi protettivi come i meccanismi Di Maio.

Oggi ci vuole poco a “profetizzare”. Basta aprire gli occhi… Il seguente video (dello scorso 14 settembre) me l’ha riscoperto Alessandro Ravi, bravo musicista piacentino e amico col quale ho musicalmente litigato spesso. Bei tempi!

In effetti – scrivevo – se si abolisse il contante, o se ne limitasse ancor di più l’utilizzo, con un semplice click lo Stato disporrebbe della vita e della morte di ciascuno: l’individuo sarebbe privato anche della possibilità di arrangiarsi e sopravvivere perché impossibilitato ad utilizzare il contante, non potendo più utilizzare il conto corrente perché pignorato dallo Stato. Se il denaro è solo elettronico, in un attimo lo Stato te lo può azzerare pigiando un tasto del computer. Per questo motivo, ognuno vivrebbe totalmente schiavo di un sistema capace di annientamento vitale dell’essere umano. Questa è dittatura. Tra le peggiori che la storia abbia mai conosciuto.

Inserisco ora qui di seguito, per Alessandro, queste frasi di Steiner del 1919 sulla “meccanizzazione dello spirito”, preannunciata un secolo fa, perché riassumono un po’ il Tutto di oggi, purtroppo.

«Cosa vediamo quando cerchiamo di comprendere fino in fondo l’essenza di questo nostro tempo attuale? In realtà vediamo due vie: una a sinistra e una a destra. La prima ci dà la possibilità di rimanere fermi alle concezioni che ha portato la sola scienza naturale e, da queste concezioni portate dalla scienza naturale, di passare alle concezioni sociali; ci dà dunque la possibilità di partire dalla convinzione che con lo stesso patrimonio di idee con cui si afferra la natura si possa comprendere anche la vita sociale. Questo hanno fatto Marx ed Engels in passato, e questo fanno ora [1919] Lenin e Trotzkij. Per questo motivo arrivano a fondare quel loro sistema. Oggi gli uomini non comprendono ancora che proprio la scienza naturale si trovi dietro questo tipo di via, e che le sue estreme conseguenze si esprimano nel caos sociale, nel declino sociale. La spaventosa fede che oggi nell’Europa dell’est vuole annullare ogni autentica cultura umana, questa fede spaventosa di Lenin e Trotzkij scaturisce a sua volta dalla fede per la quale si debbano percorrere anche nella vita sociale le vie della conoscenza delle scienze naturali. Che cosa è accaduto dunque sotto l’influsso di questa recente fede scientifica materialistica? È accaduto che l’intera nostra vita spirituale è stata meccanizzata. Ma per il fatto che la nostra vita spirituale non si eleva più al pensiero dell’uomo sovrasensibile e che si è meccanizzata nell’esteriore visione meccanica della natura, le anime sono contemporaneamente “vegetalizzate”, divengono simili alle piante, sono rese indolenti. Vediamo allora che accanto allo spirito meccanizzato abbiamo, nella moderna vita culturale, l’anima vegetalizzata. Ma quando l’anima non è riscaldata dallo spirito, quando lo spirito non è illuminato dalla conoscenza sovrasensibile, allora nel corpo si sviluppano qualità animali che vivono oggi negli impulsi antisociali, e che nell’Europa dell’Est vogliono trasformarsi nei carnefici della cultura. E così, sotto la spinta a voler socializzare si sviluppa l’antisocialità più estrema; allora, a fronte di uno spirito meccanizzato e di un’anima vegetalizzata, la vita corporea si animalizza. Gli impulsi e gli istinti più selvaggi emergono come esigenze storiche. Questa è la via che va a sinistra» (R. Steiner, “Libertà di pensiero e forze sociali”, Opera Omnia n. 333, conf. 2ª).

Oggi (maggio 2020), rispetto a un secolo fa, la via di sinistra è putrefatta, mentre quella di destra non ha fatto altro che dettare leggi, perfino “leggi di libertà”, senza mai accorgersi che ciò era una palese contraddizione, generatrice della medesima “ira” vista da Paolo di Tarso duemila anni fa (Romani 4,15; si veda anche il mio vecchio scritto “La mafia papabile”).

Oggi, sinistra, destra e centro, sono unite nell’imbecillità più crassa, grazie anche agli antroposofi di Stato, ai musicisti di Stato, ai pittori di Stato, al cinema di Stato, alla medicina di Stato, cioè alla kultura di Stato, turbo-occulta…

E se fai notare queste cose, sei messo subito nelle fila dei complottisti.

Il concetto di complotto è invenzione degli Stati più indebitati, ideologici e/o confessionali del mondo: gli USA. Tutta la “scienza” odierna, in quanto scienza di Stato, è confessionale;  è una religione, una vera e propria liturgia simile a quella del gatto legato. Ve l’accenno perché è divertente: un prete aveva un gatto. Poiché ogni volta che il prete dice messa, quel gatto entra in chiesa distraendo i fedeli, il prete stabilisce che durante la liturgia e le funzioni sia legato in sacrestia. Poi il prete muore ma i fedeli continuano a legare il gatto durante ogni funzione. Poi muore anche il gatto. Allora portano nel santuario un altro gatto, per legarlo debitamente durante le funzioni. Secoli dopo, la consuetudine è ormai consolidata in convenzione assoluta, grazie soprattutto agli “scienziati” che, servili al potere teocratico, avevano fin da subito e con scrupolo scritto dotti trattati sul ruolo “scientifico” del gatto durante la funzione liturgica scientificamente condotta (da una storiella di Antony De Mello). Di fronte a loro nessuno poteva discutere o interpretare diversamente la storia, così che i dissidenti venivano ferocemente detti fanatici o complottisti e a volte perfino bombardati. Nasceva così la kultura dell’odio…

La kultura dell’odio però non è una storiella. Oggi col modo einsteiniano di “pensare” si arriva a credere nel Big Bang ed alla conseguente creazione dal nulla. Questa fede einsteiniana nella creazione dal nulla non è molto diversa da quella dei bigotti medioevali nell’asina parlante della Bibbia (Numeri 22,28). Cioè è pura superstizione, anzi una superstizione ancora più superstiziosa che io chiamo “fede nel cavallo pegaseo einsteiniano”. Queste cose andrebbero dette e ripetute se si vuole uscire dalla superstizione, anche se è risaputo che, dicendole, si è tacciati immediatamente di complottismo: oggi, al minimo ragionamento che fai in campo scientifico, ti danno del “complottista”. E allora, se sei uno neo-zelota, seguace del tuo professore, ti allinei ai non complottisti. Perché? Perché una volta (facilmente) rilevata l’impostazione “complottista” – scrive giustamente il matematico Umberto Bartocci – lo studioso “pigro” autorizza la propria coscienza a ignorarne completamente qualsiasi argomentazione (U. Bartocci, “Una rotta templare alle origini del mondo moderno”, Presentazione; cfr. anche la nota 3 di “Sul Gretino patentato”). E di fatto oggi i ben pensanti, grazie a tali autorizzazioni all’ignorare sono diventati non pensanti… È molto più comodo! E quasi sempre si parla di complotti per sostenere che questi esistono soltanto nella fantasia sbrigliata dei “dietrologi”. Pertanto, il termine “dietrologia” è diventato purtroppo sinonimo di giudizio critico (sic? Sic!).

Caro Alessandro, un secolo fa, di fronte alla cultura di sinistra, a cui ho accennato come “kultura dell’odio”, Steiner proponeva la cultura opposta, “nella contemplazione dell’uomo sovrasensibile, del mondo sovrasensibile, quella che vede anche lo sviluppo dell’uomo in una luce sovrasensibile, quella che spinge l’uomo a sviluppare lo spirito realmente libero” (“Libertà di pensiero e forze sociali”, op. cit.): «A partire dalle idee sulla base delle quali ho descritto la libertà dell’umano progredire nel mio libro “La filosofia della libertà”, ho voluto porre il fondamento per ciò che l’uomo può vivere come coscienza della sua reale libertà interiore attraverso il suo afferrare la vita spirituale. Soltanto lo spirito che compenetra l’uomo può realmente divenire libero. Invece quello spirito che compenetra solo la natura e che ha voluto conformare tutta la vita sociale sul modello delle moderne scienze naturali, diviene meccanicamente non libero. E l’anima che è compenetrata soltanto di tale spirito dorme come una pianta. L’uomo, la cui anima è invece riscaldata da autentica pulsante attività conoscitiva spirituale, propria alla natura umana sovrasensibile, diventa capace di vita socialmente conviviale, impara ad apprezzare l’essere umano sovrasensibile nel suo prossimo, impara a riconoscere in ogni uomo il divino come archetipo, impara un sentire sociale nei confronti di ogni uomo, impara come, in relazione al nucleo più intimo dell’anima umana, tutti gli uomini siano uguali su questa Terra. E in quest’anima riscaldata dallo spirito – continuava Steiner indicando “la via che va a destra” ma che oggi (2020) non esiste più in quanto la kultura dell’odio ha preso il sopravvento in tutta la partitocrazia – si può sviluppare l’uguaglianza: se i corpi sono alimentati e spiritualizzati dalla coscienza sovrasensibile, se sono compenetrati di calore e sono nobilitati da ciò che l’anima accoglie in sé quando è risvegliata dallo spirito, quando non rimane allo stato vegetale, allora i corpi non sono più animalizzati; allora i corpi diventano tali da sviluppare ciò che nel senso più ampio si può chiamare puro amore. Allora l’uomo saprà che egli entra nel suo corpo terreno come essere sovrasensibile, che entra in questo corpo per sviluppare in esso l’amore, e per sviluppare l’amore verso lo spirito. Allora l’uomo saprà che nel corpo terreno vi deve essere fratellanza, altrimenti il singolo non potrà essere un uomo completo, non potrà essere interamente uomo in una umanità non fraterna. Pertanto, proseguire sull’antica via ci porta alla meccanizzazione dello spirito, alla vegetalizzazione dell’anima, e all’animalizzazione del corpo, mentre la via che viene indicata attraverso la scienza dello spirito, ci conduce verso le vere virtù sociali, verso quelle virtù sociali che sono illuminate dallo spirito, riscaldate dall’anima, e che sono realizzate da un corpo umano nobilitato. Allora la conoscenza spirituale dell’uomo sovrasensibile ci porta a fondare sulla Terra in una bella nuova costruzione del futuro:

libertà nella vita spirituale – l’uomo compenetrato di spirito sarà un uomo libero;

uguaglianza nella vita dell’anima compenetrata del calore dello spirito – l’anima che accoglie in sé lo spirito comprenderà e tratterà l’anima dell’altro che le viene incontro nella vita sociale quale sua pari, veramente come in un gran mistero;

– e, infine, il corpo umano nobilitato, nobilitato dallo spirito e dall’anima, eserciterà il più vero e puro amore nei confronti dell’altro essere umano, la vera fratellanza.

Così, attraverso la giusta comprensione di corpo, anima e spirito, si realizzerà un ordinamento sociale basato su libertà, uguaglianza e fraternità» (ibid.).

La via partitocratica “di destra”, come oggi è intesa (2020), non è quella auspicata da Steiner un secolo fa, perché tutta la partitocrazia, anche quella che mostra di combattere la mafia, è mafiosa essa stessa. Se così non fosse non saremmo arrivati a questa pandemia dello spirito umano, caduto nel neo-zelotismo della paura del dio Covid, cioè nel terrorismo di Stato, anzi, di tutti gli Stati del pianeta, invasi dall’anglo-sionismo. Oggi l’anglo-sionismo si comporta esattamente come l’hiltlerismo di ieri, e così farà fino a quando l’individuo umano si accorgerà della differenza tra shoà e nakba, tra israeliti e israeliani, tra scienza e scienziaggine.

Mi hai scritto che hai ancora poco da vivere e non so se leggerai queste cose. Vorrei solo dirti che non si muore. Noi non moriremo mai perché siamo eterni come virus. Certo mi dispiace perché su questo pianeta non potremo più litigare sulla musica da me tradita. Ma per questo ci ritroveremo ancora. Io sono sempre pronto a litigare con te. Aspetto una tua mail o una tua telefonata. Un abbraccione.

Protocolli per decollati

I “Protocolli per decollati” sono i protocolli del regime burocratico di tutti gli Stati del mondo, che conducono il mondo al totalitarismo del nuovo dio Covid, alias Nuovo Ordine Mondiale. Si tratta della dittatura del proletariato, che più ignorante di così non si può, e che quindi provocherà altre catastrofi plutocratiche ancora per almeno altri 20 anni, cioè fino a quando il pianeta Plutone non transiterà nella costellazione dell’Acquario (nel segno dell’Acquario transiterà tra circa due anni, e ciò farà prendere coscienza agli esseri umani di essere stati ancora una volta gabbati).  

Non si può essere scienziati nel proprio approccio all’infinito, macro o microcosmico, e continuare ad essere letterali nei simboli che si usano a proposito dell’infinito. Per esempio, se un segmento e la sua metà sono entrambi divisibili ALL’INFINITO, come possono avere un DIVERSO numero di parti? L’infinito è sempre infinito, cioè uguale a se stesso in quanto infinito (א=א). Eppure è evidente che il segmento DOPPIO deve avere un numero doppio di parti (אא). Vi è una contraddizione nella misura in cui si considera alla lettera la possibilità della divisibilità all’infinito offerta dalla cosiddetta tecnoscienza. La soluzione di Giordano Bruno fu che “Esiste un qualche termine indivisibile alla divisione fisica [naturae dividenti], il quale non si divide in altre parti quando la divisione sarà arrivata ad esso; e se la ragione e la matematica, senza alcuna conseguenza pratica o uso, ma solo al fine di una vana contemplazione, volesse assumerlo infinitamente divisibile, faccia come crede. […] Ed è necessario che un individuo aggiunto a un individuo faccia una somma maggiore, poiché gli individui sono corpi fisici, non vane specie dei matematici”. [Acrotismus, p. 154]. È ovvio: Bruno era sano di mente. Non così gli odierni scienziati. Per Bruno (ed anche per me) calcolare all’infinito qualcosa conduce a logica astratta, non a logica di realtà. Con la logica astratta si può dire che Achille non supera la tartaruga. Con la logica di realtà si può dire che Achille SUPERA la tartaruga.

L’idea stessa di scienza – che ho mostrato essere spirito santo – dovrebbe implicare che le parole non possano afferrare l’infinito: se davvero pretendi che una “scienza rigorosamente oggettiva” ricavi il suo contenuto soltanto dall’osservazione, dovresti allo stesso tempo pretendere che essa rinunzi del tutto al pensare, dato che il pensare, per sua stessa natura, va sempre al di là dell’osservato (cfr. R. Steiner, “Scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”).

Chi ancora oggi ama giocherellare eleaticamente, cioè sofisticamente, con l’infinito e col suo contrario, chiamando ciò scienza, o matematica, o einsteinismo, ecc., mi ricorda, come contrapposizione, le parole di Ezra Pound, che giudicai piene di ipersocratico distruttivismo: «Chi ha stabilito che la dimensione dell’infinito è di un metro sbaglia: la dimensione dell’infinito è precisamente di due metri e cinquanta» (Ezra Pound, “Lettere da Parigi. 1920-1923. A cura di Marina Premoli”, Ed. Rosellina Archinto, Milano 1992, p. 39). Quando da giovane le lessi la prima volta mi sembrarono una critica sarcastica al convenzionalismo scientifico che si andava affermando con il “misurazionismo” einsteiniano di quegli anni. Oggi le vedo con occhi diversi, perché mi sembra che la parola “cinquanta” scritta da Pound in corsivo non sia senza ragione, dato che il valore di א (alef), simbolo in fisica dell’infinito, dovrebbe misurare astralmente, cioè nella logica degli astri, 2,592, che l’astronomia arrotonda a 26, valore numerico complessivo delle lettere che formano la ALEF e delle migliaia di anni che il Sole in precessione impiega a ritornare su un suo ipotetico punto di partenza (durata della precessione solare: 25.920 anni).

Valori-dei-3-gesti-per-scrivere-ALEF

Una quarantina d’anni dopo, nel 1962, René Guénon, parlando dello spirito infinito, sosteneva che il filosofo Berkeley non aveva torto nel dire che il mondo “è il linguaggio che lo Spirito infinito parla agli spiriti finiti” e che invece aveva torto a credere tale linguaggio come «un insieme di segni arbitrari, mentre in realtà non c’è niente di arbitrario neppure nel linguaggio umano, dovendo ogni significazione avere all’origine il suo fondamento in qualche convenienza o armonia naturale fra il segno e la cosa significata» (René Guénon, “Il Verbo e il Simbolo”, cap. 2° di “Simboli della scienza sacra”, Ed. Adelphi, Milano 1975; titolo originale “Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Ed. Gallimard, Paris 1962). Guénon e Berkeley evidentemente vedevano il “finito” come corpo fisico dell’uomo e il linguaggio come onda sonora meccanica. Entrambi confusero il linguaggio con la lingua, dato che il mondo della lingua, cioè dei concetti e delle idee, non è il mondo delle parole e del linguaggio parlato (vedi per esempio, dal minuto 6,30 circa, la conferenza di Maria Enrica D’agostini: Germania, lingua, anima e spirito). La lingua proviene dall’alto. Il linguaggio dal basso. Si prenda per esempio il verbo considerare: viene dalle stelle (in latino “sidera”) non da onde meccaniche. Gli esseri umani non sono i portatori di “spiriti finiti”, se non quelli inconsciamente “finiti”, appunto, nelle spettrografie e spettroscopie della tecno-scienza odierna, assolutamente orbata di logica di realtà. Gli esseri umani sono tutti cristofori, perché hanno in sé la stessa sostanza di eternità da cui si manifestano, quindi non portano in sè “spiriti finiti”.

Pertanto  Berkeley aveva torto su tutto, dato che considerava realtà l’oggetto di percezione, privo del soggetto umano pensante, cioè privo dell’elemento soggettivo, o io, concettualizzante tale oggetto. Non si accorgeva che è impossibile escludere sé dal mondo per considerare il mondo.

La scienza infatti, già contagiata di contraddizioni meccanicistiche, aveva già impestato la cultura con errori su errori, tanto che gli uomini oggi non vedono più che il moto centrifugo dell’uomo orbitante attorno a un pianeta è un’eccezione rispetto alla moto centripeto che egli ha nella sua vita reale secondo la propria quotidiana direzione gravitazionale terrestre. Contagiata e intossicata dal virus dell’imbecillità, la scienza odierna (2020) accetta forzosamente il miscuglio einsteiniano di questa direzione con l’altra, e crede il moto rettilineo simultaneamente anche curvilineo, data la forma sferica del pianeta. Questo non avrebbe dovuto significare – come invece ha significato –  che lo spazio fosse (sia) curvo ma semplicemente che tanto nell’infinitamente grande quanto nell’infinitamente piccolo gli opposti coincidono.

In verità lo spazio non è né curvo né non curvo. Curvo o non curvo sono qualità di oggetti che sono nello spazio, non qualità dello spazio in sé. Lo spazio, esattamente come l’avvenimento della luce, è un fenomeno del tutto immateriale: perciò si può parlare dello spazio interno di un sasso. La realtà di tale spazio interno non è il suo vuoto, riempito di una determinata materia, bensì il suo rispondere a una percezione ideale, che la fisica non sa di avere come percezione ideale. Perciò con la stessa stravaganza con cui si può dire che lo spazio è curvo si potrebbe dire che il cerchio è un poligono di 360 lati. Però in tal modo si confonderebbero i “gradi” coi “lati”, rispettivamente “angolari” e “rettilinei”. L’angolo non è la retta se non nell’infinitamente grande o nell’infinitamente piccolo. Oppure può esserlo solo con un’immaginazione non conforme a dati percepibili ma a dati congetturati o favoleggiati.

Dunque occorre una diversa logica per affermare il principio di equivalenza fra imponderabilità e ponderabilità. Da qui sorge il cosiddetto principio di equivalenza einsteiniano, vale a dire la necessità dogmatica in grado di mascherare di logica ciò che logico non è, dato che si tratta di equiparare due forze opposte: quella centripeta della gravità, e quella centrifuga del moto rotatorio costante dell’accennato orbitare, e in ultima analisi per ricondurre quest’ultimo ad una velocità di rotazione costante, alla quale siano applicabili gli effetti della sua “relatività speciale”. QUESTA OPERAZIONE È INSENSATA, perché si tratta di due forze OPPOSTE: un uomo in sella ad una bicicletta e coi piedi sui pedali cade se non pedala, in quanto il pedalare si oppone alla forza di gravità e al cadere. Dire che la gravità che fa cadere e il pedalare che non fa cadere si equivalgono e dedurne che, pertanto, sono un’unica forza significa tener conto del concetto astratto di forza (o di energia) senza considerare la realtà: la forza gravitazionale proviene dalla Terra, la forza del pedalare proviene dall’essere umano. Dire che queste forze o energie sono equivalenti e quindi unificabili per il fatto che hanno in comune l’energia o la forza è un errore, simile a quello di dire che il bianco equivale al nero perché sono colori, o che una mela equivale a una pera perché sono frutti.

Perciò il principio di equivalenza di Einstein non può essere dimostrato con la logica di Euclide, o di Pitagora, o della normale geometria terrestre. Ed ecco perché in tale contesto Einstein utilizza una geometria non euclidea derivata dalle idee di Gauss, Riemann e Minkowsky. Così avviene che, per formalizzare matematicamente la curvatura dello spazio-tempo instaurata da un campo gravitazionale, si serve di enti matematici chiamati “tensori”, in grado di definire deformazioni di una realtà multidimensionale.

Poiché però nessuno notò che la geometria non euclidea comportasse l’alienazione della logica euclidea, avvenne che l’antilogica entrò sempre più “scientificamente” nella coscienza dello scienziato: l’odierna cosmologia di Stato si basò ancora sugli errori di Einstein, procedendo tecnologicamente nonostante tali errori (per es., secondo Einstein il giroscopio ottico contenuto negli smartphones non sarebbe stato possibile, non avrebbe potuto funzionare). Oggi con l’elettronica si ricava che una tastiera possa generare il suono di un trombone o di un flauto o di un tamburo campionati. Ma i prodotti musicali non sono naturali, così come un olio chimico non è naturale. Ogni suono elettrico è infatti centripeto, mentre ogni suono acustico è centrifugo. Se con un microfono si registra una chitarra acustica assieme ad una chitarra elettrica, ciò risulta subito evidente in quanto il suono della chitarra acustica registrata risulta più presente di quello della chitarra elettrica.  

Perciò l’odierna cosmologia è menzognera: in base a osservazioni fatte con telescopi elettronici, si stabilisce che quanto più distante una galassia si trovi da noi, tanto più grande è la sua velocità di allontanamento. Secondo tale “scienza” lo spazio dell’UNIVERSO può essere tanto infinito quanto finito. In questo secondo caso, sarebbe simultaneamente anche illimitato (dunque una contraddizione in termini: come fa una cosa finita ad essere illimitata?): nel senso che lo si potrebbe percorrere in tutte le direzioni senza incontrare barriere. E qui la demenza straborda nel linguaggio, dato che secondo la scienza (che io chiamo “scienziaggine”) non vi sarebbe più l’universo ma il MULTIVERSO, la cui esigenza ideologica nasce da multi-teorie bis-logiche, cioè bislacche, che prevedono la nascita di nuovi universi nel processo di formazione dei buchi neri multi-massicci o super-massicci al centro delle galassie, e tutto ciò in base all’impotenza dell’Achille di Zenone.

Per spiegare l’origine dell’espansione del mondo, la scienziaggine “contempla” poi l’urto tra due o più universi! In tal caso, anziché di “Big Bang” arriva a parlare della teoria del “Big Splat”, il grande scontro! Manca la teoria del “Ciumpa, ciumpa” o quella del “Bunga bunga”, ma presto, con i “dovuti” Nobel si arriverà anche a queste.

Sono comunque non pochi gli scienziati che sapevano con certezza (Ettore Majorana compreso) e sanno che la correttezza della relatività speciale poggiava e poggia su convinzioni e non su fatti provati, e che la relatività generale e speciale di Einstein non potevano e non possono reggere a un’analisi critica.

Gli errori non corretti delle osservazioni meramente spettrali – cioè prive del  pensare umano – del macrocosmo, si manifestano oggi anche e soprattutto nell’“osservazione spettrale” del microcosmo, per cui se si pensa alla Montanari o alla Pamio, e quindi ci si accorge del coronavirus come delitto perfetto, e non come del dio-Covid-che-permette-interventismo-statale, si è considerati fuorilegge.

La scienza dunque, se è autentica, espande le parole al di là dei loro limiti normali e chiama lo scienziato ad entrare nell’esperienza ultima dell’assenza di parole, cioè verso la meraviglia.

Il meglio che le parole possano fare è puntare oltre se stesse e verso una nuova realtà che le parole non possono contenere e neppure descrivere. L’interpretazione letterale suggerisce che le parole, che sono solo indicatori, possano realmente essere rese concrete ma in tal modo pone assunti che non possono mai essere dimostrati.

L’interpretazione letterale mi costringe ad essere presuntuoso, cioè a presumere che ogni forma di collegamento con l’infinito, col cielo, con Dio, ecc., non solo possa afferrare la verità, ma possa anche rivelarla pienamente. La maggior parte della violenza religiosa o “scientifica” nasce invece proprio dalle distorsioni che l’interpretazione letterale del mondo crea inevitabilmente. L’interpretazione letterale religiosa richiede scritture infallibili e incontrovertibili.  Ogni interpretazione letterale è quindi nemica dei postulati, delle ipotesi e delle fedi, che sono fondamentalmente l’opposto della certezza.

Il mondo ha appena creduto al miracolo scientifico del dio Covid e quindi ora deve risvegliarsi dal suo credo in tale materia oscura che lo ha portato agli arresti domiciliari secondo una fede scientifica negli spettri, nelle super-tecnologiche spettrografie di fotoni e virioni, che nessuno vede senza il computer e senza i suoi protocolli. Allora mi e vi ricordo che duemila anni fa l’interpretazione letterale dei testi antichi portò il mondo ad accorgersi che quegli stessi protocolli erano solo fonti di disastri, disgrazie, disinformazioni, errori su errori, e in definitiva prolegomeni alla carestia.

Perciò credo che si debba ripartire da lì, perché tali errori non sono mai stati aggiustati. Il trapasso dal cuore al cranio pose la veggenza su un nuovo piano su cui il mondo non è più stabile, anche se lo chiama mistero del golgota (cranio in ebraico). Perciò io parto da lì. Si potrebbe ripartire anche da molto prima, dalla mitologia, per esempio (come ha fatto per esempio lo studioso Serafino Massoni nella sua opera), e il risultato sarebbe identico.

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Perché in fin dei conti oggi siamo ancora tutti qui su questo pianeta a pagare e a perdonare debiti non contratti da noi; e tutti vorremmo migliorare le nostre condizioni esistenziali, divenute precarie fino all’auto-prigionia del miracolo Covid, che ci fa sentire protetti purché mascherati e ben distanti l’uno dall’altro. A tanto è servito il passaggio dal matriarcato al patriarcato? O dal cuore al cervello? O dalla sapienza dei profeti all’insipienza di scienziati del protocollo o della materia oscura?

Io mi baso sempre sul vangelo di Giovanni, che amo, perché forse più di ogni altro testo biblico disdegna l’interpretazione letterale, rendendola costantemente ridicola. Se si cerca d’imporre a questo libro una qualsiasi forma di interpretazione letterale, si diventa ciechi volontari. L’occhio scientifico non può mai essere occhio letterale e questo vangelo è il prodotto di occhi scientifici nuovi, più specificamente, di occhi scientifici ebraico-palestinesi.

L’ovest del mondo è talmente radicato in una visione letterale o semi-letterale della storia biblica che gli assunti letterali s’infilano sempre nella sua narrazione. La maggioranza degli studi biblici attuali indica che Giovanni il Battista non era mai stato consapevole di essere il predecessore di Gesù; che a Cana, in Galilea, non ci fu mai acqua tramutata in vino; che Gesù non ammonì mai sua madre dicendo: “Non è ancora giunta la mia ora”; che Gesù non scacciò mai, alla lettera, i cambiamonete dal Tempio, né all’inizio del suo ministero come asserisce Giovanni (Gv 2,13-22), né dopo il suo ingresso a Gerusalemme, come sostengono gli altri Vangeli (Mc 11,1-19; Mt 21,1-13; Lc 19,28-46); che Gesù non identificò mai il suo corpo con il Tempio; che Gesù non ebbe mai una conversazione con un uomo chiamato Nicodemo o con la donna samaritana vicino al pozzo; che Gesù non sfamò mai la folla moltiplicando pani e pesci, né paragonò la sua carne al pane e il suo sangue al vino; che non discusse mai le sue origini con la gente di Gerusalemme; che non pronunciò mai nessuno degli enunciati “IO SONO”; che non ridette mai la vista a un uomo nato cieco; che non risuscitò mai dai morti un uomo di nome Lazzaro; che non c’è mai stato un ingresso trionfale in Gerusalemme; che non abbiamo nessuna idea di quello che Gesù disse, se mai disse qualcosa sulla croce; e che nessun uomo ricco di Arimatea fornì mai una tomba.

Quando si considerano le cose elencate qui sopra come veri eventi, si confondono narrazioni e parabole con la storia. Non si è riusciti a riconoscere l’impatto che la liturgia e la predicazione ebbero sulla memoria di Gesù che ci fu trasmessa. Non è stato capito il bisogno degli uomini del 1° secolo di creare immagini memorabili sia di Gesù, sia di coloro che si diceva lo avessero attorniato. Non si è capito che queste immagini si erano formate grazie ad antiche scritture ebraiche ed erano state trasformate dai membri della comunità giovannea in aspettative messianiche che si sarebbero avverate in Gesù.

Chi sente i contenuti di questa lista. che potrebbe essere ben più lunga, reagisce spesso con sorpresa e con domande ovvie: cosa rimane? Che cosa è vero? Possiamo fidarci di qualcosa? Queste domande rivelano soltanto però che la maggior parte di noi comincia a leggere la Bibbia con un certo numero di ipotesi letterali.

Quando gli studi biblici ci aprono nuove possibilità, chi interpreta alla lettera ha l’impressione che questo faccia sgretolare le fondamenta, finché non rimane quasi più niente e il credente rimane sospeso sopra una voragine senza fondo in caduta religiosa libera. Questa sensazione, se non viene presa seriamente, fa diventare fondamentalisti tutti coloro che vogliono rimanere credenti.

Infatti a me pare che la maggior parte dei cristiani sia fondamentalista, proprio perché traccia la linea della letteralità in molti punti. Per i sedicenti logici, ogni parola del testo dev’essere presa letteralmente: non è permessa nessuna deviazione da questa norma. Per altri la demarcazione non è così rigida e alcune frasi bibliche sono riconosciute come “figure retoriche”. E perciò si arriva al de-pensiero… Quando Paolo dice: “Pregate ininterrottamente”, non voleva dire di stare in ginocchio “acca ventiquattro”. Per altri ancora, che si rendono conto che la memoria storica di Gesù ha viaggiato dai quaranta ai settant’anni prima di prendere forma scritta, o che le versioni più antiche dei vangeli sono in greco, lingua che né Gesù né i suoi discepoli parlavano, il fondamentalismo è di tipo debole, cosicché non hanno problemi a interpretare i miracoli, ad es., come illustrazioni piuttosto che come eventi sovrasensibili. Altri, tracciano un limite per difendere la storicità della nascita verginale o della risurrezione fisica.

Il vangelo di Giovanni mette in discussione l’interpretazione letterale su tutta la linea e invita il lettore a un incontro radicale e strettamente non-letterale col PALESTINESE Gesù di Nazaret. Questo vangelo vede in Gesù un invito e un passaggio per entrare in una nuova dimensione di ciò che significa essere umani. Questo invito ad andare al di là del bisogno d’interpretazione letterale è un costante tema giovanneo.

Ecco alcuni passaggi che chiariscono questo punto. Nella conversazione tra Gesù e Nicodemo (Gv 3), Nicodemo è ritratto come qualcuno che non è ancora pronto a diventare discepolo. Perciò arriva da Gesù “di notte” per porgergli i propri omaggi e per fargli una domanda. Si dice che Gesù gli abbia risposto: Nicodemo, tu non hai gli occhi necessari per vedere o la coscienza per capire la risposta. “Devi rinascere!”. Devi cambiare il tuo modo di vedere. Nicodemo è un “letteralista” e così Giovanni gli fa rispondere: rinascere? Ma è assurdo! Io sono vecchio. “Posso forse entrare una seconda volta nel grembo di mia madre e rinascere?”. La domanda appare stupida proprio perché Nicodemo sceglie, attraverso l’interpretazione letterale, di rimanere nell’oscurità, esattamente come gli odierni scienziati della materia oscura.

Lo stesso concetto di letteralismo è sviluppato, con un contenuto diverso, nella storia della donna samaritana al pozzo (Gv 4) in cui anche di lei si dice che intrattenesse una conversazione con Gesù ed anche lei era una “letteralista”: Gesù chiede acqua per calmare la sete. La samaritana (palestinese) gli ricorda la divisione tra ebrei e palestinesi, e Giovanni fa dire a Gesù: «Se tu conoscessi il DONO DI DIO e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». La samaritana, che pensa in modo letterale, lo guarda. Ha sentito le sue parole, ma non il loro significato perché la sua mente è chiusa nella prigione letterale, e così risponde (tradotto liberamente): “Uomo! Non hai neanche un secchio!”. Questa è l’interpretazione letterale ancora una volta “ridicolizzata” da questo scrittore evangelico.

La prospettiva non-letterale è espressa di nuovo nello stesso racconto quando i discepoli di Gesù ritornano e lo trovano a parlare con questa donna palestinese. Sono scioccati per la violazione dei loro protocolli culturali. Poi Giovanni lo descrive come preoccupati che Gesù non abbia mangiato e lo esortano a farlo. Gesù prova a sollevarli dal rozzo livello letterale e risponde alle loro preoccupazioni dicendo: “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. Loro rispondono: “Chissà dove ha preso quel cibo. Chi glielo ha portato?”. Anche qui una reazione insensata che smaschera ancora una volta il fatto che l’interpretazione letterale porta al nonsenso.

L’evangelista Giovanni ribatte su questo tema continuamente: Gesù dice agli ebrei di Gerusalemme, che partecipano a una festa non specificata: “Voi scrutate le scritture, pensando di avere in esse la vita eterna” (Gv 5,39). Questa è la pratica della lettura letterale della Bibbia: citare le scritture, far vedere che si conosce la “parola di Dio”, esattamente come fanno i sedicenti scienziati del Covid 19 quando parlano di virus in termini di unità di misura spettroscopiche per far vedere che si conosce la materia oscura misurabile in base a fede scientifica negli spettri! Faccio notare che, secondo gli spettrogrammi di protocolli computerizzati, un virione appare molto più “piccolo” di un fotone, però escludendo gli spettri, nessuno ha mai visto un fotone, né un virione; in altre parole anch’io vedo spettri di onde sonore ogni volta che registro musica col computer, però quell’onda è uno spettro della registrazione. Non è musica. Allo stesso modo, il peso e la misura di un suino non sono quel suino, e ben poco potrei sapere di un suino solo in base a pesi e misure.  

Ma torniamo alle scritture. Giustificare i propri pregiudizi attraverso il profumo della Bibbia è appunto ciò che fanno coloro che interpretano alla lettera le scritture. Ma la verità ultima non può essere afferrata con parole umane finite (o con “de-finizioni” protocollate in un computer per le SCIENZIAGGINI del dio Covid o del dio RGOA). Le scritture indicano la verità, ma non la possono catturare. La verità farà sempre esplodere l’interpretazione letterale della Bibbia. Il quarto Vangelo afferma che queste Scritture indicano ciò che Gesù è venuto a rivelare, ma i suoi ascoltatori non lo vedranno finché i loro occhi non si saranno aperti a quella realtà che l’interpretazione letterale non può vedere.

Più in là, Gesù identifica il significato del suo messaggio con la sua carne e il suo sangue e dice ai suoi discepoli che devono mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Questo, dice, è la porta di accesso alla “vita eterna”(Gv 6,54). I discepoli interpretano queste affermazioni come una forma di cannibalismo e le definiscono “linguaggio duro” (Gv 6,60). Questo è il letteralismo.

Gesù nel quarto vangelo smaschera l’interpretazione letterale, mentre la religione, ieri come oggi, la nasconde. Giovanni non è per il letteralismo. La sua comprensione di Gesù non concerne ciò che lui ha detto o fatto letteralmente. Giovanni è uno scrittore ebreo-palestinese, che scrive un libro ebraico-palestinese che va in tutto e per tutto al di là dei significati letterali, che attinge le sue immagini fondamentali dal mondo ebraico-palestinese, che vuole raccontare la storia di Gesù come di qualcuno che supera limiti, che rompe barriere e che invita tutti a entrare in una nuova dimensione che lui rappresenta. Questo vangelo non tratta di Gesù che diventa uomo, di Dio che si veste di carne e che si maschera da essere umano: tratta invece del divino che appare nell’umano e che chiama l’umano a capire in modo nuovo che cosa significhi il divino. E il modo nuovo è vera scienza, spirito santo, messaggio nuovo, ispirazione nuova. Non per nulla in ebraico la radice “bsr” (בשר) delle parole bessàr (בשר) e bessuràh (בשראה), che significano letteralmente carne e ispirazione o messaggio o notizia (בשורה), è identica! Questo vangelo vuole portare Dio fuori dal cielo e ridefinirlo come la dimensione ultima dell’umano, vuole parlare dello spirito che trascende i limiti della carne ma non in senso pio o religioso, bensì aprendo la carne a tutto ciò che significa essere umani, essere conviviali, cioè essere in relazione l’uno con l’altro. Il vangelo di Giovanni vuole far vedere Gesù come la porta d’accesso a una nuova coscienza, che è anche una porta d’accesso a Dio, che può essere percepito come una coscienza universale. Qui sta l’universalità dello spirito, l’universalità del pensare e l’individualismo etico, scientifico e spirituale concreto, scienza concreta, che è il continuum della sapienza dei Re Magi, ora alla portata di tutti, e non solo degli iniziati ai misteri o ai… ministeri.

Pertanto, per leggere questo vangelo bisogna rinunciare, con un radicale atto di lealtà, all’interpretazione letterale.

Probabilmente Gesù nel quarto vangelo non ha emesso una sola parola in senso letterale, tranne forse per il detto “nessuno è profeta in Patria” (Gv 4,44) autoreferenziale e per nulla centrale nella buona novella o notizia (בשורה) di Giovanni. Ogni altro detto di Gesù può benissimo in questo vangelo riflettere opinioni di Gesù mai da lui pronunciate.

Avvicinarsi a questo vangelo in modo del tutto non-letterale produce prospettive diverse, che vanno all’essenza di questa grandiosa e primigenia opera scientifico-spirituale (io almeno la considero tale). Il viaggio di Gesù nella realtà di Dio è allora rappresentabile non solo come un viaggio al di là dell’interpretazione letterale, ma anche come un viaggio al di là della scrittura stessa, al di là del credo, della dottrina e della stessa religione. Si tratta infatti di un viaggio dentro la vita, dentro una coscienza più alta, dentro una realtà permeante per la quale abbiamo tradizionalmente usato il termine “Dio” come simbolo.

E i personaggi? Se neanche una parola o detto di Gesù nel vangelo dì Giovanni vanno considerati come espressioni letterali, come posso considerare allora quei personaggi di cui è costellato il contesto giovanneo e attraverso i quali è raccontata la storia? 

Alcuni di questi personaggi non compaiono in alcun’altra fonte cristiana scritta conosciuta. Invece altri, che appaiono in scritti cristiani precedenti, sono tutti ridefiniti nel vangelo di Giovanni attraverso immagini che prima non vi furono mai collegate. Per quanto riguarda i primi, quanti di loro – mi chiedo – sono semplicemente simboli o creazioni letterarie prodotte dalla grande capacità del suo autore, ma aventi la medesima realtà storica di un Amleto, o di una Lady Macbeth, o Jane Eyre, Nicolas Nickleby, Sherlock Holmes o Harry Potter, e perché no, Mikey Mouse? Per quanto riguarda gli altri, quanti di loro, già presenti nella tradizione e menzionati da Giovanni contengono una ridefinizione che proviene dalla storia? Un libro in grado di dire al lettore: “Ti invito a non leggermi in modo letterale”, dovrebbe estendere l’invito anche in merito ai personaggi che vi sono narrati. John Shelby Spong, nella sua opera “The fourth gospel tales of a jewish mystic” (New York 2013, ed. it. Massari: “Il quarto vangelo. Racconti di un mistico ebreo”, Bolsena 2013), partendo da queste considerazioni, dimostra che l’evangelista Giovanni ebbe proprio questo intento ebraico-palestinese avverso all’interpretazione letterale del messaggio cristiano, in quanto scientificamente umano, per gli uomini del suo e del nostro tempo.

Si prenda per esempio il personaggio Natanaele, introdotto nel primo capitolo giovanneo. Natanaele significa in ebraico “dono di Dio” e Spong scrive: «Natanaele è introdotto nel primo capitolo, secondo me, per darci una chiave per capire tutti quei personaggi che mettono in discussione la nostra interpretazione letterale”.

Credo che ciò sia verificabile da ognuno. Si osservi innanzitutto ciò che Giovanni dice di Natanaele. Proprio come si racconta che Andrea abbia portato Pietro da Gesù, così questo Vangelo racconta che Filippo gli abbia portato Natanaele. L’invito fatto da Filippo a Natanaele è accompagnato da queste parole: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella legge, e i profeti” (Gv 1,46). Natanaele, sentendo Filippo dire che Gesù è di Nazaret, subito mostra i suoi pregiudizi verso i palestinesi e obietta: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). Ciò nonostante va con Filippo da Gesù.        

Quando i due arrivano, Gesù, senza alcun preambolo, dice a Natanaele “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità” (Gv 1 ,47). Sorpreso di questo commento fatto da qualcuno che non aveva mai incontrato prima, Natanaele domanda: “Come mi conosci?” (Gv 1,48). E Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. È risaputo che “sotto il fico” è sinonimo dello SPAZIO dove i rabbini passavano il loro TEMPO nello studio della Torah. Quindi questo dialogo non è concepito per essere preso alla lettera, dato che essere letteralmente sotto un albero di fichi o di prugne o di mele non significa di per sé null’altro che una posizione spaziale. E lo spazio non c’entra nulla con la Legge o con la Torah o con la loro storia o col loro tempo da studiare nel tempo, appunto. E qui va in malora tutta la teoria dello “spazio-tempo” di Einstein. Infatti cosa si può rispondere a un bambino che ti chiede “Perché il valore di un fico o di una qualsiasi altra cosa cambia nel tempo?”. Il fico, spazialmente, è infatti sempre un fico. Può forse la risposta soddisfare il bambino se gli si parla della “scala mobile” o delle “convergenze parallele”, o del “debito pubblico” o di “mimen” (in ebraico “finanza”) o di Mammona, o della futura “Covid-tax”? Ebbene, immediatamente Natanaele si lancia in una strana confessione di fede: “Rabbi, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» (Gv 1,49). Ma come? Io ti dico di averti visto lì, e tu mi rispondi che sono Re? Che senso ha? Infatti Giovanni fa replicare a Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!” (Gv 1,50). Ecco perché intendere letteralmente le scritture è insensato e ridicolo. Poi, come per non lasciare i lettori in sospeso, Giovanni fa dire a Gesù quali saranno queste grandi cose: “Vedrete il ciclo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo” (Gv 1,51). Ed ecco un altro riferimento di tempo (che NON è lo spazio di quel fico): è un riferimento a quella visione del tempo di Giacobbe nel libro della Genesi (28,12), un riferimento comune nel mondo ebraico (Einstein escluso) e che appare molte volte nel Vangelo di Giovanni.

Con una introduzione così drammatica di Natanaele devo per forza chiedermi chi sia costui nella mente dell’autore del quarto angelo. È una vera persona?

Giovanni sembra includerlo indubbiamente tra i dodici apostoli, dato che Natanaele è uno dei primi ad essere chiamato a diventare discepolo di Gesù. Eppure il suo nome non è citato tra i dodici in nessun altro Vangelo ed, anzi, non è nemmeno menzionato in alcun altro testo anteriore alla narrazione giovannea. Qui Natanaele è chiamalo da Gesù stesso, in modo molto personale, a diventare suo discepolo. All’inizio di questo episodio, è ritratto come qualcuno che si oppone e che disprezza chiunque venga da Nazaret ma poi è persuaso, dice il testo, non dai discepoli, ma da Gesù in persona. È ritratto come predestinato per il cristianesimo perfino mentre è profondamente impegnato a passare il suo tempo a studiare la Torah sotto l’albero di fico, in altre parole, nascosto al riparo della Legge. È descritto come un “israelita”, cioè un palestinese, “in cui non c’è falsità”. Faccio notare che essere israelita ed essere israeliano è diverso, così come è diverso essere libero sotto un dio giusto ed essere agli arresti domiciliari sotto un dio ingiusto come Covid o Mammona, scientificamente imposti agli uomini secondo una concezione letterale del Nuovo Ordine Mondiale.

Invece Natanaele, personaggio giovanneo, così come tutto il vangelo di Giovanni e in genere ogni altra scrittura, va letto in modo non-letterale ma secondo logica di realtà dei fatti nel tempo e non secondo astrazioni fotoniche o spazio-temporali del formalismo logico che ha impestato il mondo.

Credo che la lettura non letterale, non solo delle scritture antiche ma anche di tutta la realtà, compresa quella scientifica, sia una necessità imprescindibile senza la quale la “scienza rigorosamente oggettiva” perde ogni senso. Perché ogni suo contenuto ricavabile soltanto dall’osservazione meccanizzata, cioè deprivata dell’esperienza pensante, è disumana rinuncia ad essere uomini. Osservare il mondo può essere fatto dall’uomo solo mediante il suo proprio dono consistente nell’attività pensante. Forse è per questo motivo che lo scrittore della tradizione giovannea introduce nel proprio vangelo il personaggio Natanaele, figura sconosciuta e senza precedenti che significa quel dono, cioè quel “DONO DI DIO”, raccontando fin dall’inizio la storia della sua chiamata a seguire Gesù.

Con ciò l’uomo fu ed è avvertito: è necessario essere consapevoli che la realtà del nuovo mondo visibile dal golgota non poteva e non doveva ridursi a ciò che si vede sgranando gli occhi sulle cose senza mettere in moto il pensare, né agli spettri protocollari di ogni possibile tecnologia avanzata. Perché se in base ai protocolli o ai softwares inseriti nel mio computer chiedo a questa macchina di mostrarmi lo spazio futuro del mio cuore fisico tra uno o dieci o più anni, la macchina mi mostrerà immediatamente il suo grafico spettroscopico ma quell’immediatezza scattante, in quanto priva di mediazione pensante, dirà solo una menzogna spazio-temporale, cioè una verità relativa, dato che per allora il mio cuore potrebbe essere sottoterra o cremato. Insomma se non si ritorna a mettere in moto il pensare si prende davvero un virus: quello dell’infermità mentale.

I colpi decisivi alla sanità mentale, cioè alla possibilità che l’odierna civiltà della macchina si collegasse a forze di una direzione superiore del mondo sono stati micidialmente inferti dal gesuitismo e dallo scientismo einsteiniano.

Il gesuitismo trasformò l’epicheia (forza politica cristiana di disubbidienza a leggi ritenute ingiuste) in una signoria puramente terrena, cioè in uno Stato terreno dei gesuiti governato come si conviene da chi si è fatto “soldato di Cristo”. Questa organizzazione conobbe Goethe e lo combatté. In tal modo negò l’unica idea risolutrice dell’attuale caos sociale: la triarticolazione sociale promossa da Goethe e da Steiner. La contraddizione del gesuitismo fu definire dogmaticamente la “Rivelazione di Cristo” come se fosse possibile definire l’infinito. Anziché sollevare il regno terreno al regno di Dio, si impegnò per far scendere il “regno di Dio” in quello terreno, suscitando la credenza che sul piano fisco il regno di Dio agisca in modo analogo alle leggi del piano fisico stesso. Il gesuitismo tese dunque ad un regno terreno, che apparisse come oggi appare: un faraonico regno terreno mascherato da regno del Cristo. Le meditazioni prescritte da Ignazio di Loyola (Ignazio di Loyola, 1492-1556, fondatore della Compagnia di Gesù che ottenne l’approvazione papale nel 1540), e fedelmente seguite appunto dai gesuiti, tendono proprio a fare del gesuita innanzi tutto un soldato del comandante supremo Gesù Cristo.

Con lo scientismo einsteiniano si rimosse dall’umano l’intuire, facendo coincidere l’attività concettuale con la “meccanica” cerebro-istintuale della natura animale dell’uomo. Il rapporto con una contrapposta attività del pensare libero dalla cerebralità, cioè con la possibilità intuitiva pura o col potere insito nel pensare di ripercorrere consapevolmente il processo della propria assunzione quantitativa del mondo, non fu più equilibrato. Senza questa azione riequilibrante la “meccanica” animale predominò, eliminando ogni residuo potere intuitivo. Sembrò attuasse un più sicuro sapere scientifico, ma in realtà era già alterazione mentale in atto. Dietro la parvenza della sistematica scientifica, si verificò nei sedicenti scienziati e nella cultura dell’obbligo di Stato un esponenziale  deterioramento intellettuale dovuto al prevalere da tale meccanica cerebrale sul processo pensante. Avvenne qualcosa di paragonabile ad uno smartphone, che anziché trasmettere il discorso, interviene – con un suo guasto e con conseguenti rumori – a sostituirlo. Il paragone è insufficiente, ma valido.

Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno oggettivamente visibile. Se la coscienza fosse in grado di avere un rapporto oggettivo col cervello non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto di pensieri errati provenienti da un secolare processo di deterioramento razionalistico, che si può far risalire alla crisi del “sacro” in occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione delle streghe, degli eretici, i Templari, ecc., ed alle premesse della perdita dell’elemento sovrasensibile del pensare, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, poi alla dialettica vuota d’intelletto fino all’odierno parlamentarismo di destra, di sinistra e di centro.

Il prevalere della sedicente scienza fisica teorica e della fisicità cerebrale sulla corrente del pensare, generando la citata alterazione mentale, spiega tra l’altro la perdita della consuetudine di saggezza nella classe sacerdotale, la quale, attualmente (maggio 2020) colta come in stato di sogno dagli sviluppi della civiltà delle macchine, e in tal senso intimidita, incapace di dire la giusta parola, vorrebbe mostrare una sicurezza metafisica di cui in realtà non dispone più di fronte alla tecnologia incalzante, ed è pronta ad accettarne ormai tutte le condizioni, perfino entro l’ambito di un culto e di un rito, la cui forma sarebbe vera solo a patto di rimanere intoccabile nella sua rispondenza al proprio originario contenuto. Per cui, trovandosi di fronte ad ogni nuovo avvenimento o problema del mondo attuale, non può fare altro che ridursi a compromessi con i formalismi della linguistica e della tecnica, anche in ambiti in cui questi in verità non sono necessari, e richiederebbero, anzi, di essere arginati (si veda per esempio gli impianti di musica rock nelle chiese per accompagnare le funzioni, le funzioni virtuali da seguire in internet, ecc.).

Al religioso di questo tempo, la forza di affrontare l’invadenza del meccanicismo e la serie delle amoralità che questo comporta, non dovrebbe venire da compromessi ma dall’attingere realmente alla sfera spirituale di cui parla e di cui si presenta come annunciatore. Egli dovrebbe operare come coraggio di porsi contro tutto e contro tutti, non per spirito di lotta, ma per coscienza di un orientamento che il mondo del dio Covid ha perduto e reclama dal profondo della sua miseria automatico-tecnica, per amore di chi cerca disperatamente in quanto non riesce a credere che il sacro sia una finzione e non il senso dell’essere al mondo.

Diversità dei popoli inglese, tedesco e russo (R. Steiner)

Fonte: R. Steiner “Die soziale Grundforderung unserer Zeit In geinderter Zeitlage” (Esigenze sociali dei tempi nuovi; Opera Omnia n. 186, 6ª conf.), a cura di Nereo Villa.

Dornach, 8 dicembre 1918

Nelle due ultime conferenze ho attirato l’attenzione sul fatto che il cosiddetto problema sociale non è tanto semplice come comunemente si crede, ma che bisogna tener gran conto della circostanza che la natura umana è molto complicata e che, indipendentemente dalla struttura sociale e dagli ideali sociali realizzati, nell’uomo sono presenti e si devono esprimere sia impulsi sociali sia impulsi antisociali.

Come abbiamo visto, proprio nel nostro tempo dell’anima cosciente gli impulsi antisociali hanno un ruolo particolarissimo. Nell’evoluzione dell’umanità, in certo modo essi hanno un compito educativo quando si tratti di far poggiare l’uomo su se stesso. Essi saranno superati per il fatto che al nostro periodo dell’anima cosciente seguirà l’altro che si sta già preparando: quello del sé spirituale che in sostanza unirà socialmente l’umanità.

Ad ogni modo ciò avverrà non come se lo sognano gli illusi, ma in modo che ci si conoscerà veramente l’un l’altro come esseri umani, che si avrà interesse per il prossimo in quanto è uomo, in breve, si guarderà l’uomo in modo tale che ogni singolo giungerà alla condizione di comprendere l’altro con reale interesse.
Le esigenze sociali che si manifestano oggi sono una specie di avanguardia o di avvisaglia, una specie di preparazione che, in quanto rappresenta un germoglio per l’avvenire, si manifesta caoticamente e si esprime in molte illusioni ed errori; errori che l’umanità compie oggi perché‚ gli impulsi sociali sorgono per la maggior parte ancora da quanto non è cosciente o è subcosciente, e non sono purificati da una conoscenza spirituale del mondo e dell’umanità.

Questo modo illusorio di esprimersi si concreta in maniera particolarmente forte nello sviluppo della cosiddetta rivoluzione russa, estremamente caratteristica per il fatto che in fondo, così come si manifesta oggi e perché‚ viene realizzata in base ad astrazioni, non ha un rapporto giusto con quanto si sta preparando nel popolo russo per il futuro sesto periodo post-atlantico.

Proprio gli ideali più o meno illusori della presente rivoluzione russa sono significativi per chi voglia studiare avvisaglie di una realtà futura in una passata. Si direbbe che il rappresentante caratteristico di questa rivoluzione russa sia Trotzki, tipico pensatore astratto, che sembra non avere idea che nel fatto dell’umana vita sociale vi sia una realtà. Qualcosa di pensato in modo del tutto estraneo alla realtà dovrebbe essere inoculato nella realtà stessa.

Questa non è una critica, ma semplicemente una caratterizzazione.

È infatti caratteristico per la nostra epoca che la tendenza all’astrazione, al pensare estraneo alla realtà, voglia anche introdurre in questa principi meramente presupposti senza la conoscenza delle leggi della realtà stessa; principi che si considerano assolutamente esatti senza aver alcun riguardo per la vita complicata, quella che studiamo per mezzo dell’elemento spirituale [il neo-zelota della materia legga “elemento immateriale” – ndc] che sta alla base della realtà esteriore.

Tutto quanto si deve formare deve procedere da questa realtà. Il fatto che qui si mette in scena una cosa tanto estranea alla realtà, realtà in cui però si agitano impulsi ed istinti di ogni genere, propri al modo di pensare proletario, appunto per questo sono tanto importanti, da questo punto di vista, le idee che vogliono realizzarsi e che vivono oggi nelle teste rivoluzionarie russe.

Si può infatti vedere come, in un periodo di tempo relativamente breve, persone professanti le più svariate concezioni di vita abbiano preso parte in Russia alla formazione del movimento rivoluzionario.

Mentre la situazione è divenuta acuta in Russia, il problema sociale vero e proprio del presente si è fatto attuale sotto l’influenza della catastrofe bellica.

E dall’attualità del problema della proprietà si è poi sviluppata in Russia, nel marzo1917, la cosiddetta rivoluzione del febbraio che invero aveva essenzialmente lo scopo di far cadere i poteri statali che stanno alle spalle della proprietà.

Poco dopo questa forma puramente politica, esteriormente politica della rivoluzione, venne sostituita dalla prima tappa del pensare rivoluzionario, tramite persone che, nella terminologia di Trotzki, si potrebbero chiamare forse “uomini del compromesso”; vale a dire uomini che, mediante acute intuizioni trasformate in concetti, volevano realizzare una struttura sociale.

Questi rivoluzionari erano soprattutto coloro che anche prima avevano già partecipato più o meno alla formazione della struttura sociale; si trattava di circoli culturali, commerciali, industriali, i quali più o meno si prefiggevano di realizzare per ragionamento una struttura sociale.

Ma con una certa ragione, anche se solo con una relativa ed unilaterale ragione, Trotzki giudica queste persone – che, mediante valutazioni d’ogni genere, buone idee e buona volontà, vogliono creare una struttura sociale – meri insabbiatori della rivoluzione, incapaci e inetti.

Dalle considerazioni da me qui svolte saprete che la concezione proletaria rifiuta soprattutto tali valutazioni, per quanto ragionevoli e giustificate da coloro che Trotzki chiama chiacchieroni perché parlano in modo intelligente.

Queste cose ragionevoli sono rifiutate dalla concezione proletaria, e precisamente per un certo istinto che però nel marxismo si è progressivamente trasformato in una teoria ben determinata.

Semplicemente non si credono queste cose, non si crede che per mezzo di certe valutazioni ragionevoli, anche se con intendimenti onestissimi, si possa creare in avvenire una struttura sociale come si deve.

Il proletariato crede unicamente che solo da menti proletarie e dalla massa nullatenente, cioè dalle condizioni economiche in cui si trovano i proletari, possano nascere idee e che queste non possano nascere mai nella borghesia o in un’altra classe in quanto la borghesia per le sue ide, deve pensare altrimenti.

Soltanto nell’ambito della classe lavoratrice dovrebbero svilupparsi le idee che sole possono pervenire ad una futura struttura sociale.

Considerando ciò, per una mente ad esempio come quella di Trotzki, deve seguire necessariamente la conseguenza che vi sia altro da fare che togliere la proprietà alla borghesia e portare al dominio la classe nullatenente. È qualcosa che per decenni si è andata preparando in menti di questo tipo, che la vogliono introdurre in Russia dopo che in Russia è intervenuta la grande crisi.

Ciò doveva essere introdotto per mezzo della cosiddetta rivoluzione d’ottobre dopo che altri – diciamo partiti – fossero stati tolti di mezzo dalla presa del potere da parte del proletariato stesso.

E dall’ottobre 1917 la rivoluzione è stata pure condotta da personalità dirigenti da questo punto di vista, che naturalmente è mera astrazione o che è concretezza solo se è accordato e adattato ad una determinata classe di uomini che invero sarebbero la realtà.

Ora per un tale pensare rivoluzionario sorgono certe difficoltà.

Queste difficoltà sorgono anche in Russia con particolare forza in quanto, come sapete dalle nostre considerazioni scientifico-spirituali, vigono là particolari condizioni preliminari.

Queste difficoltà sono fondate sulla costituzione delle classi, diffuse in tutto il mondo, ma si manifestano in modo particolare solo a causa delle condizioni russe.

La prima grande difficoltà sta nel fatto che una classe, che prima era stata esclusa da tutto, e prima non aveva alcun rapporto con quanto stava alla base della cosiddetta cultura, doveva ora prendere in mano tutta la guida sociale e politica dell’umanità.

Il proletario, che effettivamente ora giunge al potere, era stato escluso da tutti gli impulsi che erano alla base dei precedenti fattori del potere.

Fino ad ora il proletario, per modo di dire, non aveva da offrire che la propria forza di lavoro, la sua capacità di lavoro fisico.

Ciò si verifica in tutti i Paesi.

In altre parole, nella misura in cui la rivoluzione vi prenda piede, in ogni Paese accade che il proletariato, in quanto gruppo politico, subito prende il potere; ma in un certo senso tutto rimane come prima, cioè tutte le persone che fino a quel momento avevano diretto l’amministrazione, rimangono ai loro posti, continuano a svolgere le funzioni per cui sono state preparate, perché‚ sono le uniche ad avere una preparazione tecnica. Avviene perciò che in tutto l’apparato tradizionale non si ha altra modifica se non che vi intervengono degli incompetenti: un collegio d’incompetenti lo invade. Ma si tratta del fatto che questo collegio d’incompetenti ha una fisionomia ben determinata, la fisionomia proletaria, essendo formata da proletari. Dato che questo collegio dev’essere formato da proletari, questo vuole essere certo dell’adempimento della massima: «Soltanto dal proletariato possono derivare quelli che in avvenire deterranno il potere; altri non devono prendervi parte».

In avvenire dunque, non si potrà per esempio mettere il potere in balìa di un’assemblea nazionale o di una costituente, perché‚ una costituente, in certo modo, non sarebbe altro che la continuazione di quanto esisteva prima, mentre quello che deve avvenire deve rappresentare una trasformazione radicale.

Infatti non è necessario fare prima le elezioni.

Coloro che devono dirigere, hanno la loro carica in quanto appartengono al proletariato: non vi è un’assemblea nazionale, non un’assemblea costituente, ma la dittatura del proletariato.

Come ho accennato, da ciò sorgono però innanzitutto difficoltà: il proletariato dev’essere considerato appunto incompetente, il proletariato può fare in realtà solo controlli su coloro che dirigevano l’amministrazione secondo i metodi passati, che quindi propendevano in realtà verso gli interessi del sistema precedente.

Così in Russia, coloro che oggi, in quanto proletari, si sono trovati in posti preminenti, cioè chi prima non aveva alcuna dimestichezza con quanto interviene nell’organismo statale, si è visto davanti ciò che era rimasto dell’organismo statale. Dovette considerare questo fatto, come in effetti sta avvenendo, e cioè che tutti gli appartenenti all’organismo statale precedente agivano secondo le direttive derivanti dall’organismo statale precedente. Costoro dunque portavano gli interessi del vecchio Stato borghese in quello che deve sottostare alla dittatura del proletariato: agivano come un nemico che, durante una guerra o una controrivoluzione, non agisce apertamente, ma dal suo Paese fa entrare nel Paese nemico quanto ha un effetto distruttivo.

Così i proletari venuti al potere hanno sentito l’attività del vecchio corpo statale come sabotaggio. Il loro primo sforzo è stato dunque quello di superare il sabotaggio con l’introdurre in ciò che volevano fondare come nuovo regime quanto in realtà non poteva essere che un puntello del vecchio. È esattamente lo stesso procedimento che si applica quando, per esempio come cittadino di un Paese, senza aprire apertamente alcuna ostilità si portano veleni in un Paese straniero e si avvelenano i campi, il terreno, col risultato che nulla più vi cresce. I proletari hanno sentito dunque come sabotaggio ciò che proveniva dal vecchio corpo amministrativo. Ed hanno prima di tutto rivolto le loro direttive più intense al superamento del sabotaggio.

Non si sono comportati affatto con moderazione: hanno cercato di eliminare radicalmente tutto quanto, secondo loro, era vecchio.

In realtà un uomo come per esempio Trotzki è convinto che al giorno d’oggi il sabotaggio sia già largamente superato. Chi ha fatto qualcosa di non corrispondente al pensiero proletario è stato cacciato, se non peggio. Ma la difficoltà non si supera, lo riconosce anche Trotzki, combattendo semplicemente il cosiddetto sabotaggio. Egli comprende che bisogna disporre di tutto il vecchio corpo amministrativo e che si deve asservirlo al potere del proletariato. Trotzki, per esempio, vede in ciò il primo grande problema ma si tratta di qualcosa che crede risolvere mediante sue astrazioni che non gli serviranno allo scopo. E qui inizia l’illusione, in quanto Trotzki è appunto uno spirito estraneo alla realtà.

L’illusione si fonda sull’idea astratta che si possa sottomettere semplicemente il complesso di impiegati tecnici, intellettuali e commercianti ad un collegio proletario che dia ordini. È l’incredulità nella vita animico-spirituale che si manifesta in questa illusione.

Rimanendo attaccati alle vecchie idee, se non si ritiene giusto quanto ho messo qui spesso in evidenza, che cioè la trasformazione sociale deve sorgere da nuove idee, se si impiegano semplicemente di nuovo vecchi tecnici, vecchi impiegati, vecchi generali, se si accoglie semplicemente il vecchio senza andare anzitutto incontro al nuovo mediante educazione, dopo qualche tempo le cose tornano ad essere come prima.

Vale a dire non si supera il sabotaggio, ma lo si traspone: per qualche tempo lo si può superare con mezzi coercitivi, ma questo torna sempre a riprendersi; perché‚ se è giusto che l’uomo dipende dalla situazione in cui si trova – e ne dipende da tre o quattro secoli, questo è esatto per la storia più recente – se non lo si rende indipendente dalle circostanze per mezzo di idee efficaci, le quali però possono derivare soltanto dalla vita spirituale, deve ricadere nel vecchio modo di pensare, e con ciò nel vecchio modo di agire.

Qui sta uno dei punti in cui questo pensare si rivela illusorio, estraneo alla realtà. Potrei citare molti di tali punti, ma mi propongo di presentare soltanto la particolare configurazione di questo pensiero. Con singoli esempi voglio far vedere come questo pensiero si riveli estraneo alla realtà.

Infatti non si può semplicemente immaginare che questo o quello debba avvenire, ma bisogna tener conto degli impulsi conformi a leggi esistenti nella realtà. Se non si vive con questi impulsi si cade necessariamente preda di illusioni.

Una delle illusioni più notevoli di Trotzki è per esempio questa: Trotzki sa che con l’oppressione particolarmente forte subita proprio in Russia da larghe masse, anche di “proletariato agricolo” – lo si può ben chiamare così – le condizioni dovevano peggiorare. Sa che la forma assunta dalla rivoluzione in queste particolari circostanze non può portare alla vittoria. Egli è estraneo alla realtà, ma non tanto da non riconoscere ragionevolmente che non si può introdurre unilateralmente nelle condizioni odierne una nuova struttura sociale in un territorio che, per quanto grande, in rapporto alla terra è tuttavia ancora piccolo. Perciò Trotzki contava sulla rivoluzione in tutto il mondo civile per mezzo del proletariato, e non si illudeva che la rivoluzione russa potesse vincere di per sé. Sapeva che la rivoluzione dipendeva dalla vittoria proletaria in tutto il mondo.

Ebbene, il carattere astratto della rappresentazione di Trotzki si è permeato di questi pensieri. Trotzki ha creduto nella rivoluzione proletaria di tutto il mondo, ha creduto che la guerra avrebbe preso man mano un carattere per cui su tutto il globo si sarebbe verificata una specie di rivoluzione proletaria, che la guerra si sarebbe trasformata nella rivoluzione proletaria.

La catastrofe bellica avrà certo le più varie conseguenze, ma fin d’ora la realtà ha sufficientemente fatto vedere che il pensiero trotzkista le è appunto estraneo. Sarebbe reale solo se la catastrofe bellica fosse finita con l’esaurirsi totale, cioè se da una delle parti del conflitto non fosse stata raggiunta una cosiddetta vittoria così evidente, cioè una vittoria che elimina semplicemente la speranza che un esaurimento si manifesti uniformemente nel mondo civile.

Quanto si manifesta è una decisa egemonia delle potenze occidentali, mentre le potenze centrali ed orientali restano completamente dipendenti. Le forze portanti che si sono manifestate conducono ad un completo predominio delle potenze occidentali sulle potenze centrali ed orientali, e non poteva essere diversamente. Questo sarebbe stato ovvio per chi comprende la realtà su questo piano. Ma Trotzki è appunto uno spirito estraneo alla realtà, altrimenti oggi dovrebbe dirsi che gli eventi lo hanno contraddetto. Ha detto una parola che non è senza fondamento se si pensa solo astrattamente, una parola ricca di spirito; ha detto: «La concezione borghese del presente non ha se non l’alternativa fra la guerra continua e la rivoluzione».

La realtà ha avuto uno sviluppo diverso.

Si ebbe una cosiddetta vittoria delle potenze occidentali; né una guerra continuata, né una rivoluzione. Ed in quanto si va preparando in occidente non vi è neanche in germe una disposizione ad una rivoluzione proletaria; si intravede invece la trasformazione di tutto l’occidente in una macro-borghesia organizzata statalmente che si oppone al proletariato dell’Europa centrale ed orientale.

Questo, si potrebbe dire, è l’effetto storico che in verità tornerà a modificarsi, ma che per ora esiste così com’è. Questa è la realtà. Per cui Trotzki, se considerasse la realtà, dovrebbe semplicemente cambiare parere. Dovrebbe chiedersi come potrà pervenire alla vittoria ciò che ha voluto con la rivoluzione russa, dato che una delle più importanti premesse, la rivoluzione mondiale del proletariato, non avrà luogo.

Se egli ancora oggi fa assegnamento sulla rivoluzione mondiale del proletariato, si ha la dimostrazione del suo essere estraneo alla realtà.

Il modo di pensare estraneo alla realtà di un tale rivoluzionario si manifesta in maniera notevole in un altro punto. Naturalmente anche rivoluzionari del genere hanno fatto sempre rilevare che il malanno maggiore è il cosiddetto militarismo prussiano-tedesco; che questo andava superato, eliminato. Certamente: gli eventi si sono sviluppati in modo che il militarismo prussiano-tedesco fosse eliminato. Ma il militarismo dell’Intesa eserciterà prossimamente una notevole azione di predominio!

Non voglio affatto parlare ora di questo argomento, ma della circostanza che Trotzki stesso abbia avuto occasione di chiedersi quale fosse uno dei prossimi compiti più importanti della rivoluzione russa, se questa voleva sussistere. La sua risposta fu: «La creazione di un’armata!». Questo è proprio il compito più prossimo e importante indicato da Trotzki.

Queste cose dovrebbero essere ben osservate e ben comprese, perché soltanto quando si osservano e comprendono veramente si giunge a dire che in realtà si deve guardare un po’ più profondamente negli impulsi dell’umanità se ci si vuole formare una rappresentazione delle conseguenze che avrà il caos sviluppato man mano dalla catastrofe bellica.

L’umanità è certamente molto restia ad occuparsi degli impulsi che ho sviluppato qui dai più vari punti di vista come gli unici veri e possibili impulsi sociali. Ma potrebbe abbordarli se si decidesse appunto a considerare più attentamente le forze reali che dominano in se stessa. Una idea che torna sempre a manifestarsi nelle menti rivoluzionarie russe è oltremodo caratteristica. Che cosa vogliono invero, nell’insieme, quei proletari della dittatura? Vogliono far diventare il mondo come una grande fabbrica, una fabbrica attraversata da una specie di sistema contabile bancario che si estende su tutto il gruppo considerato: “Penseremo noi a preparare i tecnici, gli impiegati, perfino i generali per la nostra dittatura proletaria! Ma dobbiamo tenere le fila della contabilità, la registrazione dell’economia generale, vale a dire l’ufficio direttivo della fabbrica!”!!!

Non bisogna meravigliarsene, in quanto tutto il movimento proviene dall’industria moderna. Se si pensasse soltanto che tale movimento è partito dal proletariato dell’industria moderna, non ci si meraviglierebbe nemmeno che il modo di pensare di questo proletariato, che si è formato con quanto ha visto nelle fabbriche, dev’essere utilizzato per tutto quanto rientra in suo dominio. Ciò è naturalmente la conseguenza del fatto che la borghesia non si è accorta che attualmente (nel tempo più recente) il proletariato si è sviluppato in modo così esteso. Ma se anche fu necessario che la borghesia chiudesse gli occhi e lasciasse tranquillamente che tutto si sviluppasse, non vi è tuttavia alcuna necessità che le condizioni, ancora più importanti – e cioè che le forze e le cause presenti nel mondo – non siano considerate; non si possono infatti conoscere i compiti sociali senza tenere conto di queste forze.

Bisogna sapere come è differenziata l’umanità nel mondo; l’ho già detto ieri o l’altro ieri. Bisogna sapere che in occidente vive un’umanità diversa da quella dell’oriente e del centro, e che non si può produrre alcun germe di formazione sociale con idee astratte, senza tener conto della realtà.

Per la grande illusione dovuta al suo essere estranea alla realtà, la rivoluzione russa dovrà naufragare. Chi per educazione è anche socialmente libero, nella misura in cui potrà anche usare ciò che vi è nel potere per trasformare per un certo tempo tali illusioni in realtà. Ma la realtà lo espellerà, perché non può utilizzare tali illusioni trasformate. La realtà accetta solo ciò che è nel senso del suo svolgimento in atto. Non dobbiamo dimenticare che il fatto più importante è che siamo nel periodo dell’evoluzione dell’anima cosciente, e che tale evoluzione si manifesta sul pianeta in forme nettamente differenziate.

Sulle scorte delle più notevoli differenziazioni europee che si manifestano per mezzo della lingua [non si confonda la lingua col linguaggio, come è stato espresso dalla studiosa Maria Enrica D’Agostini nella conferenza on line “Germania, lingua, anima e spirito” – ndc], cerchiamo di osservare i vari impulsi che stanno alla base del mondo civile.

Ho già spesso spiegato che nelle popolazioni di lingua inglese vi sono i germi veri e propri per la formazione dell’anima cosciente. È importante tenerlo presente. Vi è connesso in verità tutto ciò che avviene nel mondo sotto l’influenza delle popolazioni di lingua inglese. L’elemento nazionale delle popolazioni di lingua inglese – non parlo del singolo ma della nazione – ha in sé tutti gli impulsi che conducono alla formazione dell’anima cosciente. Avviene così che là, in modo del tutto diverso che non nel resto dell’umanità, la tendenza all’anima cosciente si manifesti in maniera istintiva: in nessun’altra parte del mondo vive come nella nazione inglese questo istinto spiritualizzato teso a formare l’anima cosciente.

Negli anglofoni è istinto. In nessun altro luogo, del resto, ha carattere istintivo, nemmeno nel romanesimo incorporato nella popolazione di lingua inglese. In realtà il romanesimo è il successore di quanto in effetti viveva nel quarto periodo post-atlantico. Allora il romanesimo aveva gli istinti per quanto si è sviluppato particolarmente nel quarto periodo post-atlantico. Ora gli istinti del romanesimo non sono più elementari allo stesso modo: sono, anzi, razionalizzati, intellettualizzati, e si manifestano come retorica, forma decorativa, attraverso l’intelletto, attraverso l’attività interiore (anima). Derivano dall’elemento istintivo ma ciò che si manifesta nel romanesimo come una specie di temperamento popolare è del tutto diverso dal temperamento popolare che si palesa nell’elemento nazionale inglese. Nella nazione inglese la tendenza verso l’anima cosciente, cioè lo sforzo del singolo nel mettersi sulle proprie gambe, è istinto. Cioè: il compito del quinto periodo post-atlantico [il nostro, che io ho spesso chiamato tecno-keynesiano o del “bestialismo materialistico pratico! 😀 – ndc]  è ancorato in quella nazione come istinto, come impulso proveniente istintivamente da tutta l’anima. E la posizione di questa nazione nel mondo è in relazione con tutto ciò. Vi è connesso il fatto che questo impulso è l’elemento decisivo nell’ambito della struttura sociale delle popolazioni di lingua inglese, e che può sopraffare altre tendenze.

Le altre tendenze sono già secondo l’articolazione indicata da me per il problema sociale, come si può rilevare dalle mie esposizioni: l’impulso economico e l’impulso della produzione spirituale.

Ma si provi a studiare psicologicamente l’elemento nazionale degli anglofoni: gli altri due impulsi, quello economico e quello spiritualmente produttivo sono completamente nell’ombra di ciò che proviene dall’impulso istintivo che tende alla formazione dell’anima cosciente. Perciò i settori che in futuro dovranno formare la vita sociale acquisteranno proprio nell’ambito anglofono la loro particolare colorazione [oggi infatti tutto è in mano all’anglo-sionismo, e secondo me potrebbe essere anche un bene se gli ebrei veri comandassero, quelli che si oppongono al sionismo ora imperante, che per loro è idolatria della terra, cioè vitello d’oro, mammona, mimen, ecc. – ndc].

Le tre branche dovranno mostrare di avere particolare efficacia, dovranno dare il LA: in primo luogo la politica, che provvede alla sicurezza; in secondo luogo l’organizzazione del lavoro, del lavoro puramente materiale, vale a dire l’ordinamento economico, il sistema economico. Questa è la seconda. La terza è il sistema della produzione spirituale [idem est: la scuola – ndc] nella quale annovero, come dissi allora, anche la giurisprudenza, il diritto [appunto: la cultura del diritto, ovviamente comprendente la cultura del diritto di EPICHEIA CRISTIANA; si veda a questo proposito come questa potrà pedagogicamente realizzarsi nell’anima di gruppo tedesca nel bellissimo film, recentemente trasmesso in Rai intitolato “Il Caso Collini”, che è la storia di uno scandalo giudiziario tratta dal libro omonimo di Ferdinand von Schirach – ndc].

Queste branche della struttura sociale saranno naturalmente messe nell’ombra dall’impulso principale, esistente in ogni differenziazione nazionale: per il fatto che nella nazione di lingua inglese l’evoluzione tende istintivamente verso l’anima cosciente, verso lo stare sulle proprie gambe, per questo motivo in tale nazione la politica ha la parte principale, come la storia tanto esaurientemente insegna [si veda ad esempio, anche ai tempi nostri, caratterizzati dal dio Covid il ri-avvento massmediatico di Keynes – ndc]. Tale politica è dominata completamente dalla spinta istintiva a porre l’uomo sulle proprie gambe, a sviluppare completamente l’anima cosciente; ma poiché è istintiva e gli istinti derivano sempre dall’egoismo – faccio qui una caratterizzazione e non una critica – tale spinta tende a far coincidere letteralmente egoismo e fine politico. Cioè in modo del tutto spontaneo e senza che se ne possa far colpa ad alcun anglofono, gli anglofoni tendono a far sì che tutta la politica possa essere messa a servizio dell’egoismo, e porti così a compimento la missione della nazione di lingua inglese. Solo in tale modo si riesce a comprendere la caratteristica della politica inglese che veramente dà il tono a tutta la popolazione terrestre. Infatti dappertutto si considera come un ideale la politica inglese e il suo ordinamento parlamentare, con l’alternanza di maggioranza e minoranza, e così via. Se dunque ci si prende la briga di studiare le condizioni dei vari parlamenti, di come questi si siano formati, si osserva ovunque che la politica inglese dà appunto il tono alla vita politica. Ma diffondendosi fra gli altri popoli, diversamente differenziati, la politica anglofona non ha potuto restare più la stessa, in quanto è ancorata, e giustamente, all’egoismo necessariamente inerente ad ogni altro elemento istintivo.

Qui risiede la riscontrata difficoltà a comprendere la politica inglese o americana. Non si osserva la sfumatura che va necessariamente considerata: tale politica, per la sua particolare caratteristica, dev’essere egoistica; deve poggiare completamente su impulsi egoistici. Quindi considererà pertanto come naturali, giusti e morali i suoi impulsi egoistici. Contro questo non c’è nulla da obiettare. Non è da criticare, ma da considerare semplicemente come una necessità storica, addirittura cosmica. Non la si può nemmeno confutare, per la semplice ragione che se qualcuno nell’ambito della nazione di lingua inglese volesse confutare qualcosa si troverebbe sempre su un sentiero sbagliato. Per motivi morali, di cui in questo caso non si deve tenere affatto conto, tale contestatore negherebbe che la politica della nazione di lingua inglese è egoistica. Dunque in tale caso, i motivi morali non vanno considerati affatto. Gli effetti di quella politica, i suoi risultati, derivano, appunto, da quel carattere istintivo, egoistico.

Per questo motivo, nel nostro quinto periodo post-atlantico, si attribuisce in certo modo alla popolazione di lingua inglese l’elemento della potenza.

Ricordiamoci dei tre elementi della fiaba di Goethe: potenza, apparenza o sembianza, saggezza o conoscenza [cfr. “La fiaba” di Goethe, oppure di Rudolf Steiner: “Tre saggi su Goethe” O. O. n. 22; “Gli enigmi del Faust” di Goethe in O. O. n. 57; oppure le due conferenze del 22 e del 24/10/1908, anch’esse in O. O. n. 57: “Wo und wie findet man den Geist?” R. Steiner Verlag – ndc]. Di questi tre elementi è assegnata agli anglofoni la potenza. Ciò che gli anglofoni fanno politicamente nel mondo, lo possono fare nella misura in cui è sostanzialmente pertinente alle loro innate caratteristiche di agire per mezzo del potere. E nel quinto periodo di civiltà post-atlantica l’azione derivata dalla potenza è accettata come ovvia: la politica inglese è accettata in tutto il mondo naturalmente; si potranno anche criticare fortemente tutti i danni sempre presenti nella realtà del piano fisico [si veda ad esempio l’ingente danno causato dall’odierno anglosionismo ai nativi palestinesi, per esempio le catastrofiche vessazioni (nakba) che gli israeliti devono subire dagli israeliani: si accetta in genere che tale abominio si manifesti continuamente – ndc], lo potranno fare anche gli appartenenti all’impero britannico ma di fatto questa politica viene accettata, ed è semplicemente una caratteristica dell’evoluzione del tempo che essa sia accettata, precisamente senza che ci si pensi, senza che se ne cerchino i motivi. Del resto tutti i motivi non servono ad alcunché, nella misura in cui, appunto, è senz’altro ovvio che sia accettata la potenza proveniente da quella parte.

Non è così presso i popoli neolatini [non per nulla nel sopracitato film “Il Caso Collini” si parla di uno scandaloso contesto giuridico dell’anima di gruppo tedesca nei confronti di una individualità italiana, Collini, appunto – ndc]. Si direbbe che i neolatini vivano il riflesso di quel che erano nel quarto periodo post-atlantico. Gli istinti sono trasformati in intellettualità, non sono più tanto elementari. Perciò la politica inglese è accettata come ovvia, mentre la politica francese [o italiana, spagnola, ecc. – ndc] lo è solo da parte di coloro ai quali riesce gradita. Il modo di essere francese è amato nel mondo nella misura in cui piace. Quello inglese non ne ha affatto bisogno, ma si basa sulla naturalezza per cui istintivamente la sua politica in atto risulta efficace. In tal modo è però anche possibile che proprio nell’ambito della popolazione di lingua inglese, sotto la spinta preminente dell’egoismo e della potenza che si adeguano alla politica, siano posti dei limiti all’elemento economico, ed è per questo che a quei popoli tocca necessariamente il dominio del mondo: l’elemento economico è messo in sottordine, e anche la vita spirituale [scuola, cultura, scienze, ecc. – ndc], in quanto appartenente al quinto periodo post-atlantico, entra al servizio della politica; tutto, unitariamente, è in certo qual modo, al servizio della politica. È semplicemente questo il motivo per cui il marxismo risulta falso per il mondo di lingua inglese. Infatti il marxismo presuppone che la politica sia un addentellato dell’ordinamento economico e non semplicemente per gli istinti tendenti all’anima cosciente che si formano nella popolazione di lingua inglese. Un ordinamento marxistico viene impedito non da argomentazioni o discussioni, né da qualcosa che può accadere nel mondo, bensì perché l’impero britannico poggia su fondamenti reali, diversi da quelli su cui si fonda il marxismo.

Questo è il grande contrasto fra il proletariato di fede marxista e ciò che l’impero britannico porta nel mondo, traendolo dalla vita istintiva [gli ignoranti che non fanno queste distinzioni, come per esempio avviene nel fenomeno ideologico e ancora partitocratico Fusaro, non fanno che lamentarsi del modo di essere britannico, adottando però l’egoismo britannico, per esempio il keynesismo come cosa buona e giusta o politicamente corretta – ndc]. La fortuna arriderà non all’istituto bancario o alla contabilità che Trotzki vuol introdurre in Russia, ma al grande istituto bancario, al grande istituto finanziario per il quale, attraverso le sue particolari disposizioni, è organizzata la popolazione di lingua inglese [Trotzki ragionava più o meno come ragiona Fusaro ancora oggi – ndc].

Lo si comprende proprio esaminando come la singola nazione, nella sua caratteristica, si comporta verso i tre settori che, come ho indicato, sono fondati sulla realtà. A questo va aggiunto qualcos’altro, oltremodo importante. La caratteristica di cui ho parlato arriva al punto che chi non tende a superare il proprio nazionalismo ma vi si immerge – e la politica in verità si affonda nel nazionalismo – dinanzi al “guardiano della soglia” [“animadversio”, l’accorgersi di sé – ndc] fa esperienze differenti di chi tende a superare il nazionalismo. E qui arrivo al punto che, studiando a fondo, offre una base per distinguere l’occultismo benefico, che naturalmente si manifesta su tutta la terra senza distinzione di nazionalità, dall’occultismo che, nelle società di cui ho parlato, si pone al servizio politico della nazione e da qui agisce [chi non distingue ciò è costretto a tirare in ballo in ogni campo il cosiddetto complottismo – ndc].

Si potrà chiedere: com’è possibile distinguere ciò?

Lo si può distinguere considerando le grandi caratteristiche distintive che indicherò oggi. Per pervenire al vero occultismo utile a tutta l’umanità, un uomo deve superare il suo elemento nazionale, deve diventare in certo qual modo un senza patria. Se vuol progredire nel vero occultismo egli non deve, per quanto riguarda l’essere intimo della sua anima, tener conto dell’appartenere a un certo popolo, non deve avere impulsi che tornino utili ad un solo popolo. Invece l’occultismo che vuol limitarsi a tornar utile ad un determinato popolo, raggiunge dinanzi al guardiano della soglia qualcosa di particolare. Tutti coloro che, nell’ambito di quelle società esistenti presso i popoli di lingua inglese, cercano un’evoluzione occulta, hanno una certa esperienza dinanzi al guardiano della soglia. Nel momento in cui vogliono superare la soglia, scoprono le forze che vivono nella natura umana più profonda, quella che si manifesta appunto quando si entra nel mondo soprasensibile; tali forze sono della stessa specie delle forze distruttrici del mondo. È questo che si vede dinanzi al guardiano della soglia. Se costoro, nell’ambito di una di tali società occulte, sono portati fino al guardiano della soglia, pervengono alla conoscenza delle potenze malefiche della malattia e della morte, di tutti gli elementi paralizzanti e distruttori [oggi per esempio ne abbiamo tutti esperienza sotto le direttive del “dio Covid” – ndc]. Infatti se le forze che portano la morte nella natura esterna, che dunque sono forze annientatrici che agiscono anche in noi, ci procurano conoscenza, si tratta della conoscenza che si manifesta in dette società. Si tratta di una conoscenza occulta. È la specifica conoscenza occulta che si manifesta in quelle società: si entra certamente nel mondo soprasensibile, basta soltanto passare davanti al guardiano della soglia; però bisogna passare davanti al guardiano della soglia sperimentando nella sua vera forma la morte, quale esiste in noi stessi e nella natura esterna. Ciò dipende dal fatto che nella natura esterna, quale si manifesta intorno a noi, vivono potenze arimaniche [economicistiche – ndc]: nella misura in cui si resti nella natura esterna, non si possono percepire se non potenze arimaniche. Si può avere la manifestazione di tali potenze che entrano spettralmente nella natura esterna. Da qui nell’occidente la tendenza allo spiritismo, alla percezione di figure appartenenti in realtà al mondo fisico sensibile, che nella vita ordinaria non sono visibili ma che, in condizioni particolari, possono essere rese visibili [“fotoni”, “virioni”, spettri, spettrografie, credenza scientifica negli spettri – ndc]. Sono tutte potenze di morte, distruttrici, arimaniche. In tutto l’esteso campo delle manifestazioni spiritistiche non vi sono altri spiriti se non quelli arimanici anche quando le manifestazioni spiritistiche sono autentiche; si tratta infatti di quegli spiriti che nel passare la soglia portiamo con noi dal mondo sensibile. Tali spiriti ci accompagnano; ci inseguono fin là. Si oltrepassa la soglia e si ha il seguito dei demoni arimanici, dei servitori della morte, della malattia, dell’annientamento e così via; quelli che prima non si erano visti ma che là, si vedono [mai come oggi, maggio 2020, il raffreddore è diventato così spaventosamente terrorizzante – ndc].

In tal modo si è svegliati alla conoscenza soprasensibile, si è portati nel mondo soprasensibile. Tutti coloro che vengono educati ed istruiti all’occultismo fanno in questo modo importanti esperienze, perché‚ l’esperienza di cui ho parlato è importante, ma si tratta di un’esperienza basata sul fatto che non ci si dedica ad un occultismo di tutta l’umanità, ma all’occultismo di un particolare popolo.

Tale differenziazione   e s i s i s t e   !

E se talvolta può accadere di sentir dire che oltrepassando la soglia si fa anzitutto la conoscenza delle potenze malefiche della morte e della malattia, si capisce subito semplicemente dalla comunicazione relativa all’esperienza avuta presso il guardiano della soglia, che l’occultista di cui si tratta proviene dal genere di scuole che spesso ho caratterizzato.

Le cose stanno diversamente nei popoli di lingua tedesca. Direi che anche la popolazione tedesca contiene fattori estranei. Nella sua sfera di grande potenza, il popolo inglese trova inserito qualcosa di romano; la popolazione tedesca ha invece qualcosa che non proviene solo dal passato, ma che è come un bagliore del futuro: l’elemento slavo. L’elemento slavo che incomincia in Russia è avvenire, esiste in verità come germoglio di attitudini future. Invece gli slavi occidentali sono avamposti, bagliori di quanto si sta preparando. In certo qual modo gli slavi occidentali indicano i bagliori dell’avvenire del mondo mitteleuropeo tedesco, come il romanesimo fa vedere l’ombra del passato del mondo occidentale di lingua inglese. Ma l’elemento tedesco non possiede un’attitudine istintiva allo sviluppo dell’anima cosciente; ha solo la disposizione per educarsi all’anima cosciente: mentre nell’elemento britannico si ha dunque l’attitudine istintiva allo sviluppo dell’anima cosciente, il medio europeo tedesco, che in certo qual modo voglia attivare l’anima cosciente, va educato a farlo [perciò ho trovato molto interessante la sopra citata conferenza di Maria Enrica D’Agostini che illustra proprio questo fattore pedagogico a proposito della Germania – ndc]. Egli può conquistarla solo a mezzo dell’educazione.

Dato che l’epoca dell’anima cosciente è contemporaneamente l’epoca dell’intellettualità, se il tedesco vuol attivare in sé l’anima cosciente deve farlo mediante l’intelletto. Questo è anche il motivo per cui il tedesco ha cercato la sua relazione con l’anima cosciente prevalentemente attraverso l’intellettualità, non per via della vita istintiva.

Da qui il fatto che, in certo qual modo, hanno assolto il compito dei tedeschi solo coloro che hanno attuato la loro autoeducazione. La gente meramente istintiva non resta toccata dal muoversi dell’anima cosciente; resta per così dire distaccata. Questo è anche il motivo per cui il popolo britannico ha l’attitudine alla politica fin dagli inizi, mentre il tedesco un popolo apolitico, del tutto privo di doti politiche. Volendo far politica il popolo tedesco sta dinanzi ad un grave pericolo che si comprenderà considerando che esso ha assunto il compito di introdurre in campo intellettuale il secondo elemento, quello dell’apparenza.

L’inglese corrisponde alla potenza, il tedesco all’apparenza, diciamo pure alla sembianza, all’elaborazione di pensieri, a ciò che per un certo riguardo non ha solidità terrestre.

Nell’elemento britannico tutto ha solidità terrestre.

Nell’elemento tedesco si tratta di qualcosa che non ha solidità terrestre, ma che viene elaborato dialetticamente.

Se si esamina l’intellettualità dei tedeschi, la si può paragonare a quella ellenica [anche a questo accenna la conferenza di Enrica D’Agostini; e faccio notare che Enrica una decina di anni fa mi disse di conoscere Steiner solo molto superficialmente, come studioso di Goethe – ndc], soltanto che i greci, per quanto riguarda la natura immaginativa, hanno foggiato la sembianza; i tedeschi, particolarmente per quanto riguarda la sembianza, hanno foggiato la natura intellettualizzante.

In ultima analisi non vi è nulla di più bello di quanto ha avuto forma attraverso il goetheanismo, attraverso Novalis [Friedrich von Hardenberg Novalis, 1772 – 1801, poeta tedesco – ndc], attraverso Schelling [Friedrich Wilhelm Joseph Schelling, 1775 – 1854, filosofo idealista tedesco – ndc], attraverso tutti quegli spiriti che in effetti sono artisti nel pensiero [il testo tedesco di questa conferenza mette in rilievo che le radici delle due parole “Schein”, sembianza, e “schön”, bello, sono molto simili ma ovviamente l’avvicinamento non è proponibile in italiano – ndc].

Ciò rende il tedesco un popolo apolitico.

Se devono essere politici i tedeschi non sono all’altezza di una persona che pensa politicamente per istinto.

Delle tre cose caratterizzate nella favola di Goethe: la potenza, la sembianza, la conoscenza, al tedesco è toccato il compito, nell’epoca dell’intellettualità, di foggiare la sembianza dell’intellettualità. Se ugualmente vuol intervenire nella politica, egli si espone al pericolo di introdurre nella realtà ciò che è bello nell’ambito della formazione dei pensieri; questo è per esempio il fenomeno Treitschke (Heinrich von Treitschke, 1834 – 1896, storico).

Alle volte quindi, rispetto alla realtà, ciò che è bello nella sembianza perché non si trova nelle proprie attitudini si trasforma in qualcosa che non si accorda bene con l’uomo, in qualcosa che può restare mera affermazione, in qualcosa che può dare al mondo l’impressione di insincerità.

Il grande pericolo, che naturalmente va superato anche se non sempre vi si riesce, consiste appunto nel fatto che il tedesco mente non solo quando è cortese, ma che può mentire anche quando vuol applicare le sue migliori inclinazioni in un campo per il quale non ha attitudini innate, per il quale le attitudini possono essere educate con sforzo individuale.

Alcuni anni fa dissi che l’inglese è “qualcuno”, e che il tedesco può solo diventare “qualcuno”. Da qui deriva la difficoltà della civiltà tedesca; per questo motivo nella civiltà tedesca ed in quella tedesco-austriaca emergono solo singole individualità che hanno esercitato l’autodisciplina, mentre la larga massa vuole essere dominata, non vuole occuparsi dei pensieri che sono istintivi nella popolazione di lingua inglese.

È anche questo il motivo per cui la popolazione dell’Europa centrale, per sua natura apolitica, cadde preda di gente bramosa di dominio quali gli Asburgo e gli Hohenzollern. Esistono infatti esigenze del tutto diverse se il tedesco deve assolvere la sua missione. Deve essere educato per questo compito; in un certo senso deve venir toccato dal problema rappresentato da Goethe nel “Faust”, dal problema del divenire dell’uomo fra nascita e morte.

Ciò appare anche dinanzi al guardiano della soglia: quando qualcuno, rimasto nell’ambito del popolo tedesco, perviene al guardiano della soglia, non nota i maligni servi della malattia e della morte, come accade a quelli delle società britanniche di cui ho parlato.

Se ben si osservano queste cose si possono appunto fare delle distinzioni. Il tedesco osserverà anzitutto la lotta fra le potenze arimaniche e quelle luciferiche, le une facenti impeto dal mondo fisico, le altre mentre si avventano dal mondo spirituale; osserverà il modo con cui deve essere valutata questa lotta perché‚ si tratta in realtà di una lotta continuamente in essere, perché‚ non si può mai dire a quale parte arriderà la vittoria.

Presso il guardiano della soglia si impara a conoscere la base reale del dubbio, la lotta che vive nel mondo che continuamente si accende e rimane indecisa; tutto ciò rende titubanti, ma educa a considerare il mondo dai lati più diversi. Malgrado tutto, la particolare missione dell’elemento tedesco sarà di intervenire come tale da questo lato nella civiltà del mondo. Per la sua particolarità nazionale certe cose relative al campo della conoscenza, di cui per esempio voglio trattare oggi, potranno essere sviluppate solo dall’elemento nazionale tedesco.

Dall’elemento nazionale britannico è sorto il darwinismo nella sua sfumatura materialistica.

Come ho esposto nei miei “Enigmi della filosofia” [O. O. n. 18, Ed. Tilopa, Roma; si veda in quest’opera il capitolo su Wilhelm Heinrich Preuss – ndc], è un principio giusto che gli organismi si sono trasformati man mano dall’imperfetto al perfetto, fino all’uomo: il perfetto deriva dall’imperfetto; si tratta di un principio assolutamente esatto quando si osservi il mondo fisico e ci si avvicini alle potenze della morte e della distruzione presso il guardiano della soglia. Ma si può anche dire che l’imperfetto deriva dal perfetto. Leggete il capitolo su Preuss nella seconda parte dei miei “Enigmi della filosofia”: si può allo stesso modo dimostrare che dapprima esiste il perfetto e che per decadenza si forma l’imperfetto, che all’inizio c’era l’uomo e che, per decadenza, da lui derivano gli altri regni della natura. Infatti ciò è altrettanto esatto! Solo alla stirpe tedesca è stato veramente concesso dall’elemento nazionale il riconoscimento di tutta la fecondità della condizione in cui si trova l’uomo conoscente nel momento di dover dire che cose diverse sono giuste. In nessun’altra parte del mondo si è in grado di comprenderlo. Nel mondo non si comprende che si possa dibattere a lungo sul fatto che qualcuno, per esempio Darwin, possa sostenere che gli esseri perfetti discendono da quelli imperfetti o che qualche altro, come Schelling, sostenga che gli esseri imperfetti discendono da quelli perfetti. Ambedue hanno ragione e precisamente da differenti punti di vista. Se si considera il processo spirituale, l’imperfetto discende dal perfetto; se si considera quello fisico il perfetto deriva dall’imperfetto.

Tutto il mondo è addomesticato a poter stare attaccato a verità unilaterali. I tedeschi, direi, sono tragicamente condannati ad indebolire le loro attitudini se vogliono restare lungamente attaccati ad una verità unilaterale. Se sviluppano le loro attitudini concentrandosi un po’, appare loro sempre in ogni caso che se si fa un’affermazione relativa a nessi universali è vero anche il contrario. Si vede la verità soltanto considerando i due aspetti insieme. Lo si impara bene davanti al guardiano della soglia vedendo la lotta degli spiriti, che ci accompagnano fin là dal mondo fisico, con quelli che ci si avventano incontro dall’altro, dal mondo spirituale; spiriti che però non sono affatto scorti dalle società di cui ho parlato.

La situazione è ancora diversa nel caso delle popolazioni di lingua slava. Ho già detto che, in certo modo, gli slavi occidentali sono sparsi tra la popolazione medioeuropea di lingua tedesca. Come il romanesimo è l’ombra del passato, così gli slavi occidentali, che sono entrati in oriente in contatto con la popolazione di lingua tedesca, sono il barlume di quanto deve promanare dallo slavismo. Per questo motivo manifestano in un modo opposto ciò che l’elemento neolatino palesa nell’ambito della popolazione di lingua inglese.

Nel periodo dell’anima cosciente gli slavi occidentali sono anche organizzati per l’intellettualità, tuttavia la rendono mistica, la trasformano in mistica. I tedeschi sono apolitici. Anche gli slavi occidentali sono apolitici ma tendono a portare già nel mondo fisico quello spirituale; lo fanno già nella vita attuale. Da ciò deriva la loro caratteristica diametralmente opposta a quella dei francesi o degli italiani.

Italiani e i francesi, quanto alla loro politica, dipendono dal fatto se piacciono o no agli altri. La politica dell’Inghilterra viene invece accettata come ovvia, che piaccia o no. La politica della Francia dipende dal fatto che i francesi piacciano o no; da questo è dipesa l’efficacia di quanto hanno fatto. In certe epoche sono piaciuti molto. Le cose sono diverse nel caso degli slavi occidentali. La loro politica dipende dall’effetto poco simpatico del loro essere spirituale sulla popolazione di lingua tedesca. Essi dipendono dal modo in cui non piacciono. Si può studiare il destino dei cechi, dei polacchi, degli sloveni, dei serbi, cioè degli slavi occidentali: il loro destino risulta da quanto poco riescono simpatici, da quanto poco piacciono alla popolazione medio europea.

La relazione con i francesi o con gli italiani o con gli spagnoli deriva dal modo in cui piacciono; quella con i polacchi, gli sloveni, i cechi, i serbi deriva dal fatto che non piacciono.

Se si studia la storia si trova mirabilmente confermata questa tesi, perché‚ il primo caso è in relazione col passato, l’altro con l’avvenire.

La situazione è completamente diversa nel caso degli slavi orientali che portano in sé il germe dell’avvenire. Qui il carattere fondamentale, l’essere più elementare di queste popolazioni, è la spiritualità germogliante. Pertanto a differenza della grande massa della popolazione di lingua tedesca, l’elemento russo, che fa sempre spuntare l’individualità dal proprio seno, dipende in misura ancora maggiore dall’individualità, la quale riceve dal di fuori l’elemento nazionale da rivelare al popolo. Quindi per molto tempo ancora, e cioè fino agli albori del sesto periodo postatlantico, sarà una civiltà basata sulla rivelazione.

Il russo dipende più degli altri dal veggente, ma è anche ricettivo per quanto il veggente gli dà. La nazione di lingua inglese viene portata dalla sua politica semplicemente a ciò che di sua natura ha per attitudine. La popolazione di lingua tedesca viene portata dalla sua politica a quanto in realtà non è disposta; quando si affida agli istinti può quindi venir portata facilmente in una situazione poco chiara, insincera; non si troverà invece mai in situazioni oscure, se i suoi rappresentanti, che si sforzano di pervenire all’intellettualità, si sottoporranno ad adeguata autodisciplina. Gli altri non sono ancora pervenuti al livello dell’essere vero e proprio del popolo tedesco, e vivono al di sotto di quel livello. Questo avviene in misura ancora maggiore nel caso dei russi. L’elemento russo non solo è apolitico come il tedesco, ma è antipolitico. Pertanto la politica britannica sarà egoista, la politica tedesca diventerà idealismo sognante che non avrà molto a che fare con la realtà; avrà a che fare con tutto ciò che è falso, con ogni teorizzazione – e qui non si intende moralmente – perché‚ ogni teorizzazione è falsa. La politica russa deve essere falsa fino all’osso in quanto si tratta di un elemento estraneo, non conforme al carattere russo. Se il russo, per il suo carattere, deve diventare politico, piuttosto si ammala, perché‚ nell’ambito dell’elemento russo «fare politica» significa ammalarsi, vuol dire accogliere in sé forze distruttrici. Il russo è antipolitico, non semplicemente apolitico. Può essere sopraffatto da politici come per esempio erano quelli all’inizio di questa catastrofe bellica, che non agivano da russi, ma in modo del tutto diverso. Se il russo deve fare il politico si ammala, perché‚ non ha nulla a che vedere con la politica quando si trova nell’ambito del suo elemento nazionale. Egli è in relazione con qualcos’altro, con ciò che, secondo la “Fiaba” di Goethe, è il terzo potere, la conoscenza, la saggezza, che deve sorgere per l’umanità nell’ambito del sesto periodo post-atlantico.

I tre elementi: potenza, sembianza e conoscenza si distribuiscono quindi fra occidente, centro e oriente. Di questo bisogna tener conto. Dato che in fondo la natura dei russi si ammala con la politica, le si può attribuire anche una politica come quella bolscevica, a tutta prima nella sua forma più crassa, radicale; e non farebbe differenza se le si inoculasse qualcos’altro. Essa appunto non è solo apolitica, è antipolitica.

Queste cose si manifestano anche presso il guardiano della soglia: il russo, se nell’ambito del suo elemento nazionale si ferma da occultista presso il guardiano della soglia, vede principalmente all’assalto gli spiriti provenienti dall’altro lato, dal lato soprasensibile. Non vede gli spiriti che lo accompagnano, non vede le lotte fra gli spiriti; vede soprattutto gli spiriti che vengono a precipizio dall’altro lato. Vede spiriti che in certo modo sono pieni di luce; non vede la morte, la rovina, ma vede quanto fa quasi restar sommerso l’uomo da ciò che è eccelso; lo pervade quindi il grande pericolo di diventare sempre più umile, di gettarsi in ginocchio davanti al sublime. Per il russo, che come occultista rimanga nell’ambito del suo elemento nazionale, esiste il pericolo di rimanere accecato da ciò che vede stando presso il guardiano della soglia. Bisogna prendere in considerazione proprio cose di questo genere, se si vuol scorgere la realtà vera.

Così stanno le cose nel mondo, così esse agiscono. Le astrazioni non servono; non sono mai servite all’umanità. In tempi passati l’umanità aveva istinti. Ma esiste solo un istinto, nella sua forma spiritualizzata, nella popolazione di lingua inglese: l’istinto di sviluppare l’anima cosciente. Il resto bisogna acquistarlo coscientemente. E per il mondo è caratteristico il fatto che si devono acquistare queste cose coscientemente.

Senza conoscere le forze che agiscono nell’umanità, delle quali abbiamo parlato di nuovo oggi, non è possibile immaginare di poter dire autorevolmente qualcosa in campo sociale.

Se si parla di riforma sociale senza conoscere l’oggetto che deve subire la riforma, si parla come fa il cieco dei colori. Da ciò si è indotti a ricordare sempre che per l’uomo è venuto il momento di prendere seriamente e non per scherzo gli insegnamenti della vita. Quanto deriva dalle attitudini ereditarie ci serve al massimo nella vita fino al ventisettesimo anno. In avvenire servirà per un periodo anche più ristretto. Ho detto questo in precedenti considerazioni. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci sostenga durante la vita come esseri umani in divenire, non come esseri umani esistenti, limitati, finiti.

In base a queste cose molto diventerà comprensibile all’uomo proprio per il problema sociale. Correggerà molte delle sue idee illusorie e molto dovrà essere corretto. Si può ben dire che il compito davanti al quale l’umanità si trova è difficile, ma che essa lo assolverà. Pensate solo al fatto che voi siete qui e sapete queste cose. E non dovete immaginare di essere dei privilegiati; pensate invece che fuori di qui ci sarà tanta altra gente pure in grado di comprenderle. Non è impossibile che queste idee si diffondano realmente nell’umanità. L’impedimento è quindi soltanto fittizio. In ogni caso l’impedimento fittizio è terribile, ma deve essere superato, altrimenti non c’è salvezza.

Ognuno dal suo posto faccia quanto è necessario per superare le difficoltà in questo campo. Vi è molto, moltissimo da fare per l’umanità, se siamo compenetrati della serietà del compito che ci attende: acquistare anzitutto comprensione della realtà, non passare la vita ottusamente sonnolenti, non lasciare che l’umanità passi la vita in modo sonnolente ed ottuso.

Conoscendo al giorno d’oggi la gente si osserverà quanto poco essa sia disposta in realtà ad abbordare queste cose.

Miei cari amici, sono passati questi ultimi quattro anni, quattro anni e mezzo! Si sono viste ripetutamente persone benpensanti, anche molto intelligenti, presentare programmi per l’avvenire. Quanti mai programmi per l’avvenire esistono nel mondo! La gente immagina di tutto, ma fin dall’inizio essi non sono per il bene dell’umanità; non servono a nulla o sono dannosi. Inutili, se nessuno li prende in considerazione, dannosi se dovessero essere posti in atto. Bisogna proporsi solo questo: conoscere una buona volta la realtà. Allora non si penserà di fondare un’associazione, di fare questo o quello, ma si sentirà il dovere di fare conoscenza con la realtà e di avere idee consone alla realtà. Se almeno nel nostro movimento numerose persone cercassero di compenetrare in modo giusto le loro anime con gli impulsi qui indicati, se si distogliessero da ideali astratti ed esaltati intesi a rendere felice l’umanità, e invece studiassero i veri compiti e gli impulsi del nostro tempo, adeguando in conformità il loro comportamento, allora sì che si otterrebbero dei risultati!

Oggi ho voluto presentare da un particolare punto di vista il modo con cui si deve studiare il problema sociale. Non si può pretendere, essendo esseri umani, e comprendendo la matematica, di poter costruire un ponte. Si sa che prima bisogna imparare matematica, meccanica, dinamica, e così via. Allo stesso modo bisogna conoscere le leggi dell’essere umano, se si vogliono avere gli elementi più semplici per un giudizio sociale. Infatti gli uomini non sono esseri dello stesso tipo su tutta la terra come Trotzki si immagina; al massimo sono differenziati in gruppi, se essi si riconoscono parte di un popolo, oppure sono anche singole individualità. Da un lato dobbiamo riconoscere ciò che caratterizza i gruppi, per esempio secondo le lingue, come dalle nostre considerazioni odierne; d’altro canto dobbiamo acquistare la capacità di distinguere, come ieri ho esposto, fra individuo umano e individuo umano. Ciò è connesso con tutto quanto può produrre in noi un giudizio sociale, ma anche un sentire sociale. Altrimenti non si forma quel che deve vivere come giudizio e sentire sociale.

Ho dunque voluto di nuovo rendervi informati, da un certo punto di vista, delle linee direttive per un giudizio ed un sentire sociali. Ho voluto attirare la vostra attenzione sulla profonda serietà della cosiddetta questione sociale, e sul fatto che Tizio o Caio possa avere anche buona volontà, come per esempio qualche rivoluzionario russo, e che è però estraneo alla realtà: non crede allo spirito e ritiene che tutti gli uomini sulla terra siano indifferenziatamente uguali.

Che cos’è dunque l’uomo, secondo l’astrazione di Trotzki? Abbiamo visto che il fondamento, il fattore elementare del compito sociale è la conoscenza dell’uomo! Che cos’è l’uomo che Trotzki considera? È l’uomo dell’Antico Testamento, quello che attualmente si può soltanto celare come ombra dell’uomo dell’Antico Testamento. È l’animale con la capacità dell’astrazione. È l’animale nel quale, superati i limiti dell’animalità si forma il pensiero astratto. L’animale-uomo è indifferenziato su tutta la terra perché‚ le differenziazioni derivano dall’animico. Ma l’animico nell’evoluzione va portato alla spiritualità; allora si manifesta la differenziazione. Bisogna quindi studiare l’animico; se lo si fa, si manifesta la differenziazione che agisce anche per mezzo di qualità animiche, come per esempio quelle riflettentesi nella lingua. Di queste cose parleremo ancora venerdì prossimo.

Dalle vertenze alle devianze fino al genocida dio Covid

La pandemia di stupidità che ha scollegato il mondo dalla sua radice e lo sta uccidendo.

Le vertenze Newton-Einstein, Schrödinger-Carnap e Béchamp-Pasteur generarono le AO (“Aziende” Ospedaliere) nonostante le ultime parole di Pasteur “Le microbe n’est rien; le terrain est tout”… sconfessassero la propria dottrina sui microbi (virioni, virus, batteri, ecc.). La scienziaggine di Schrödinger invece, se fosse stata in mano al suo gatto, avrebbe portato il gatto a mangiarsi una zampa per vedere se era buona. Quella di Einstein, invece, a gettarsi  da un dirupo per cadere nel vuoto come Alice nel Paese delle meraviglie…  

Fu così che il dominio dell’astratto sul concreto fino al pelo, detto PIL, generò ovunque carestia, fame nel mondo e spaventose crisi economiche già all’inizio del terzo millennio. Le ASL (“Aziende” Sanitarie Locali) e le AO a corto di contante, pagavano i fornitori a ventiquattro mesi e non sapevano più dove trovare la lira. Intervennero la Lehman e altre banche d’affari che, con stratagemmi, crearono obbligazioni sulla loro spesa presentandole come titoli obbligazionari o bond con garanzia dello Stato italiano. Si trattava della “cartolarizzazione del debito” – ricordate? come mai nessuno ne parla? – che andava a incidere sia sul bilancio delle Regioni, sia su quello dello Stato. “Tecnicamente” l’operazione non si sarebbe potuta fare perché quegli enti “rientravano” nella spesa pubblica, ma fu keynesianamente facile per i banchieri aggirare l’ostacolo. E la dinamica fu la solita: nel 2000 la Lehman acquistava in una regione (per es., la Campania) i debiti ASL e AO per cinque anni fino al 2007 per un valore di 2,7 miliardi di euro e saldava i fornitori in contanti. In cambio quegli enti si impegnavano a ripagare il debito dopo dieci anni. La Lehman lo trasformava immediatamente in titoli a trent’anni che vendeva sul mercato internazionale con la garanzia dello Stato italiano. Tutti li sottoscrivevano, proprio grazie a questa garanzia di Stato, così che il rischio per la Lehman era zero. Infatti vendette poi tutte le obbligazioni all’asta. Chi rischiava di essere colpito dall’insolvenza era chi aveva in tasca quei titoli (principalmente fondi pensione e d’investimento italiani) ma nessuno se ne curava perché, tanto, dietro c’era la garanzia dello Stato italiano e quindi dell’UE (Unione Europea). Il guadagno per la Lehman fu paradossalmente, anzi esponenzialmente, elevato: la banca intascava una commissione tanto sulla “creazione dal nulla” del “prodotto” (ad es.: “futures”) quanto sulla vendita dei “titoli” (tanto, a che servono i sacrifici, il risparmio, il sudore della fronte? A nulla, aveva sentenziato Keynes, l’Einstein dell’economia..). In più percepiva perfino il tasso d’interesse sul debito contratto dagli enti. Alla scadenza sarebbe stato poi il “Tesoro” (o DT, Dipartimento del Tesoro) a ripagarlo perché tutti sapevano che la gestione di quegli enti era cronicamente deficitaria, e ciò continuò così fino al dio Covid di oggi, ma il “Tesoro” non pagò alcunché. Perché tutte le astratte emissioni del “Tesoro” – oramai lo sanno cani e porci – fanno crescere esponenzialmente il “debito pubblico”. Così, con lo stratagemma della banca d’affari, l’indebitamento di un’istituzione statale si trasforma in un “debito privato”, addirittura dotato del crisma cartaceo della garanzia di Stato… Oltretutto, così, non compariva nei bilanci di Stato. Sui bilanci regionali il debito però compariva. Come “nasconderlo”? Ecco come: l’operazione di collocamento dei titoli a trent’anni veniva riportata in bilancio regionale per annualità di circa 700.000 euro, e infatti 30 anni x 700.000 = 2,1 miliardi. Si trattava di un’operazione che immetteva astratta “liquidità” nel sistema operando una concentrazione in un solo debitore: le banche d’affari. Ma cos’era che non appariva in bilancio? Il liquido astratto evaporato come liquidità sotto il sole, cioè il “debito” complessivo contratto: si registrava solo la rata annuale di 700.000 euro, dal bilancio non risultava alcunché e neanche che i nostri figli e nipoti per godere della nostra deficitaria e deficiente sanità, si sarebbero indebitati per i successivi trent’anni.

Così andava e va la scienza economica italiana che ora costringe la gente a vaccinarsi per far morire un po’ di vecchi e mettere in moto l’“azienda Italia” cominciando dall’inghippo farmaceutico-sanitario, cioè dall’“economia”… Ma la sanità è cultura o è mercato?

Nessun antroposofo fiatò.

Rudolf Steiner avrebbe invece agito in altro modo. Avrebbe legato il decumulo del denaro al libero finanziamento, attraverso il DONO (Denaro di donazione cfr. anche Giubileo & Triarticolazione), di scuole e ospedali. Alle tasse statali, necessarie all’ordine politico per la difesa interna ed esterna, avrebbe aggiunto quel dono, da versare a fondazioni, che avrebbero sottratto allo Stato la gestione di cultura e sanità (perché la sanità fu, è, e sempre sarà, cultura). Il ridimensionamento dell’ordine politico in entrambi i settori sarebbe stato poi naturalmente completato con coerenza mediante la rimozione del monopolio di emissione dei soldi, concesso a suo tempo alle banche. Questa è la triarticolazione dei poteri che purtroppo sta avvenendo mediante la presa di coscienza del genocidio “scientifico” studiato a tavolino dai neo-zeloti e dagli ignoranti che li (ci) governano. Così opera ancora la dea Nemesi. Solo l’individuo cristiano, cioè umano, potrà uscire da questa crisi, a misura della sua immaginativa morale (individualismo etico). Egli dovrà comprendere il sabato PER l’uomo, cioè la triarticolazione dei tre poteri principali (cultura, diritto ed economia) dell’organismo sociale come armonia conviviale, priva di kantiani “dover essere” e di giustizialismi, rossi, neri o “verdi”, cioè unita ad una solidarietà scientifica, consapevolmente voluta, come alternativa alla plutocrazia genocida.

Ridiamoci su… 

Steiner su Keynes (a cura di Nereo Villa)

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Non fu la natura, né qualche potenza sconosciuta a portare l’uomo alla condizione odierna: siamo stati noi stessi. Se vi è indigenza, siamo noi ad averla portata; se molti non hanno niente da mangiare a causa del dio Covid, siamo noi che non permettiamo che il cibo arrivi dappertutto. Perciò è importante non partire da premesse sbagliate che qualche potenza sconosciuta abbia prodotto l’indigenza, e che si debba anzitutto eliminare l’indigenza prima di mettersi a pensare in modo corretto. Si deve invece aver chiaro che, siccome l’indigenza deriva dal nostro modo scorretto di pensare, solo un pensare corretto sarà in grado di eliminarla.

Fonte: Rudolf Steiner, ciclo di conferenze intitolato “COME SI OPERA PER LA TRIARTICOLAZIONE SOCIALE” (a cura di Nereo Villa)

Stoccarda, 2 gennaio 1921 – “[…] Purtroppo gli uomini che pensano sulla base di vecchie premesse si abbandonano alle peggiori illusioni sul futuro della vita europea, poiché oggi si vive appunto di illusioni. Quelli fra i nostri amici che si propongono di operare realmente per un miglioramento della situazione, devono aver ben chiaro che potremo progredire solo nella misura in cui ci riesca di fare chiarezza, non solo nelle piccole realtà locali, ma nella più vasta situazione mondiale, oggi in effetti influente anche in quella della più piccola regione. Potremo con difficoltà riallacciarci a istituzioni esistenti o a cose simili […]. Se ieri infatti abbiamo constatato che in sostanza sia la parte tedesca sia anche la polacca non hanno alcun futuro entro le vecchie realtà statali e neppure in quelle che si vorrebbero instaurare, d’altro lato possiamo renderci conto che la mancanza di prospettive deriva anche da altre cause. L’Alta Slesia è naturalmente collocata nell’intera realtà europea, ma la sua posizione particolare è che oggi essa deve decidere in un certo modo sul suo destino; si deve tenerne conto. Ovunque vi sono decisioni da prendere, si devono oggi vedere le cose da ampi punti di vista […]. La situazione economica dell’Europa è tale che il Centro e l’Est, rispetto a tutto quanto essi svilupparono in base alle loro vecchie condizioni, va incontro ad un rapido declino. Soprattutto con le vecchie fondamenta economiche, ma anche con quelle statali e spirituali, non si può andare avanti in Europa. Gli uomini che si occupano oggi della vita pubblica, si fanno, sì, idee su tale terribile declino, ma in proposito di abbandonano a illusioni. Dobbiamo vedere un’illusione principale specialmente […] nel fatto che essi credono possibile un’intesa alle vecchie condizioni con gli anglosassoni, e in genere coi paesi occidentali […]. Si immagina che in una specie di Stato mondiale tutta la vita economica si statalizzerebbe, e così non verrebbero a evidenza i singoli passivi dei paesi sconfitti [questa non è altro che l’identica situazione UE in cui siamo ancora immersi oggi con i famosi “spread” della cosiddetta moneta unica – ndc]. Questa è certo un’orribile utopia […]. Oggi è davvero utopistico attendersi qualcosa da una Lega delle Nazioni [Lega delle Nazioni = antenata dell’UE odierna – ndc] orientata verso il lato economico. Quel che si deve fare oggi è considerare a fondo le forze di sviluppo dell’umanità, cercando di giungere a provvedimenti che possano realmente giovare ed essere efficaci. Tali provvedimenti sono da ricavare solo dalla triarticolazione, perché non appena ci si abbandona all’illusione che si possa far qualcosa senza di essa, si concorre semplicemente allo sfacelo […]. Qui veniamo all’altra illusione […]. Vi sono infatti uomini come Keynes, che ha un certo seguito […] [John Maynard Keynes, 1883-1946, economista inglese, fu professore all’università di Cambridge e seguace del sionismo, assieme al suo amante Lytton Strachey ed a Bertrand Russell, che in nome della sovrappopolazione del pianeta, propugnò il genocidio come cosa buona e giusta (vedi anche “Identità dell’anglosionismo keynesiano e sua estraneità all’ebraismo reale”). Durante la prima guerra mondiale Keynes fu consigliere del ministro del tesoro e collaborò al finanziamento della guerra; secondo il principio interventista keynesiano qualsiasi evento catastrofico, guerra compresa, può essere utile all’economia di un Paese – ndc].

Keynes con Russell e Strachey

Che cosa pensano costoro? Essi ragionano così: l’Europa è stata finora in rapporti commerciali col resto del mondo; se l’Europa cade nella barbarie, decadrà la sua vita economica, e con essa decadrà […] anche la vita economica, non solo degli Stati dell’Entente [Entente = accordo del 1908 di Francia, Inghilterra e Russia, formatosi per contrastare la famosa Triplice Alleanza (Germania, Austria e Italia). All’Entente si aggiunsero poi, tra il 1914 ed il 1915, cioè allo scoppio della prima guerra mondiale, il Belgio e la Serbia – ndc] ma anche la vita economica americana, perché non ci sarebbero più i mercati europei […]. Essi hanno però torto, perché […] semplicemente non è vero che la popolazione anglosassone dipenda dalle relazioni commerciali con l’Europa centrale e orientale; essa è tutt’al più disposta a riorganizzare tutta la sua vita economica facendone un corpo economico chiuso in se stesso, e continuando a sopravvivere ottimamente, anche se in Europa si muore di fame. Si esprimono buone intenzioni che però non sono vere. […] Se si fosse in condizioni di procedere come quelle persone immaginano, qualunque cosa si facesse in Europa centrale e orientale in base alle vecchie premesse, porterebbe in fin dei conti a che il mondo occidentale verrebbe avvantaggiato indirettamente dalla barbarizzazione stessa. In sostanza non vi è altro da vedere, in base alle vecchie premesse […]. Proprio come si era detto nel vecchio senso alla gente: dobbiamo fare una guerra per vincere la rivoluzione nel nostro Paese, gli uomini dell’occidente ragionanti nel vecchio senso pare mirino alla seconda guerra mundiale […]. Si può essere certi che l’Asia, con i giapponesi alla testa, di fronte a quanto viene dall’ovest sarà nella stessa posizione nella quale l’Europa centrale era di fronte all’Entente” (Rudolf Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, 2ª conferenza del 2° corso, p. 173ss)

La seconda guerra mondiale infatti finì con la bomba atomica sganciata dagli americani sul Giappone…

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Sulla redenzione dell’oca lamentosa e sulla neolingua (ocolingo) di Orwell

L’“oca lamentosa” è un soggetto subumano che si lamenta in continuazione della vita ma che non si arrabbia mai, perché ama apparire a sé ed agli altri buona, saggia ed equilibrata. L’oca lamentosa non è necessariamente femminile. È ognuno di noi quando vogliamo apparire quello che non siamo. Perciò oggi siamo tutti agli arresti domiciliari. Ed è colpa nostra. Siamo sub-umani e meritiamo la nostra pena. Cioè meritiamo altrettanto buonismo dallo Stato buono che con le forze dell’ordine ci protegge bloccandoci in casa.  

Per questa forma di turbo-buonismo della sub-umanità odierna l’essere umano non è più un valore. E vi è qui il punto chiave della nostra inversione dei valori. Per esempio non vale più il detto di Tommaso d’Aquino sull’immoralità e sull’ingiustizia di chi riesce a vivere nell’ingiustizia senza arrabbiarsi mai pur avendone buoni motivi: chi non è arrabbiato quando c’è un buon motivo per esserlo – diceva Tommaso – è immorale. E se tu – aggiungeva – puoi vivere nell’ingiustizia senza rabbia, sei immorale ed anche ingiusto.

Oggi il subumano parla corretto e viaggia coi “SEI ESERCIZI” di Steiner a portata di mano ma resta subumano nella misura in cui si approccia ai concetti attraverso preconcetti, così che per esempio il compromesso non è più un compromesso o il crimine non è più un crimine.

Perciò siamo tutti contenti di essere agli arresti domiciliari in quanto protetti dallo Stato, dalle “SCUOLE ANTROPOSOFICHE DI STATO”, cioè parificate alle SQUOLE di Stato e quindi… non ci possiamo lamentare. Ciao, come va? Non mi posso lamentare… Poi però il neo-zelota antroposofico di Stato si lamenta se qualcuno dice pane al pane e merda alla merda… 😀 😀 😀

Per i lamentosi subumani che siamo diventati, nemmeno la famosa polemica Schrödinger-Carnap circa la sostenibilità o meno dell’anti-solipsismo testimonia qualcosa, nonostante sia notoria come evento indicativo di evoluzione della filosofia analitica. La sintetizzo come segue. Il subumano Schrödinger diceva che era impossibile stabilire l’omologia delle esperienze soggettive riguardo al percepire sensorio. Non potrà mai essere accertato – diceva – che la percezione che un individuo ha del colore rosso sia identica a quella di un altro che affermi di vedere un simile colore: da qui il limite della comunicabilità dell’esperienza e la ragione del solipsismo. Conclusione, questa, che allarmò il mondo dei filosofi della scienza, tra cui Carnap (meno subumano di Schrödinger ma subumano anch’egli in quanto già contagiato dalla peste culturale in cui l’astratto domina il concreto), il quale difendendo la posizione anti-solipsistica e l’oggettività cognitiva dell’esperienza fisica, si opponeva a Schrödinger, riuscendo a dimostrare sia l’infondatezza delle affermazioni di Schrödinger, sia la fondatezza dell’omologia delle rappresentazioni nelle espressioni linguistiche di una pluralità di soggetti rispetto all’oggetto di percezione (in questo caso del colore rosso).

Ebbene, per l’oca lamentosa tutto ciò non ha importanza alcuna, dato che l’oca (o l’ocolingo, cioè chi ha la lingua del qaqqaraquà) è assolutamente persuasa del carattere soggettivo e psicologico del pensare umano, ritenendo per esempio che il concetto del triangolo non è il medesimo in tutte le menti, e che invece esistano tanti concetti del triangolo a seconda di quanti soggetti lo pensino. Coloro che pensano in tal modo non hanno il senso del pensare semplicemente perché sono stati convinti dalle scuole di Stato che i sensi umani sono cinque. La logica di realtà mostra invece che i sensi umani sono almeno dodici (cfr. il mio saggio “I sensi umani non sono cinque ma dodici”). In che senso dici questo? Nel senso del “quaqquaraquà”? In senso poetico? Che senso ha?

Perciò il lamento del subumano lamentoso non lo si può neanche dire un lamento. Potrebbe essere… poesia, così come il bianco potrebbe essere nero, o un odore nauseabondo un profumo, ecc., a seconda del soggettivismo rappresentativo o dei punti di vista che ognuno può rappresentarsi.

Il linguaggio usato da questo tipo di persone fu perciò caratterizzato come “neolingua” e “ocolingo” da George Orwell.

Le lamentele dei palmipedi che siamo diventati, continuamente espresse in “ocolingo”, cioè ripetendo il lamentoso quaqquaraqquà new age del mondo “malmondato” della cultura di Stato, sono oggi la nuova forma di creatività subumana, subentrata soprattutto col nuovo virus ideologico, che appare come espressione di disagio ma che è in verità una necessità per l’autocompiacimento di chi l’adotta: “Oh me poverina, oh me misera tapina, come è cattivo il mondo! Quaqquaraqquà, quaqquaraqquà…”.

Ovviamente, chi cade nella trappola di queste lamentele, volendo anch’egli fare il buon samaritano, cercando di consolare gli afflitti, fa davvero un grave errore. Dovrebbe lasciar vivere quelle lamentele. Sanarle è impossibile perché i nuovi afflitti mancano del senso del pensare, che solo loro possono sperimentare in se stessi. Ma non vogliono. Perché sono convinti che i sensi sono cinque e non dodici. Perciò, incontrando le loro lamentele, dovremmo chiederci: “Perché voglio essere così crudele da alleviare il dolore ad una masochista?”. Così, quando il nostro senso di colpa comincia a prendere forma perché siamo bersaglio di oche, pappagalli o struzzi lamentosi, dovremmo piuttosto dire a noi stessi: “Anche oggi ho fatto la mia buona azione: ho dato loro occasione per lamentarsi”.

La creatività del subumano porta dritti alla guerra, o al cosiddetto karma negativo della vendetta degli dei o della “nemesi”. E infatti il dio “Virus” viene evocato per fare di nuovo la guerra. I miei infiniti sensi me lo mostrano ovunque vi sia traccia di “umano”.

Ciò è dimostrabile, dato che gli esempi di linguaggio “ocolingo” non mancano, sia nella vita reale che in quella virtuale del web.

Perciò creai il video “Dal vangelo di Quiquoquà…” (https://youtu.be/8vmgbxBg38w), nella cui spiegazione accennavo al concetto di “ocolingo” (o di “neolingua”) ed a soggetti umani talmente disabituati all’esperienza del concetto, che quando parlano o scrivono, non collegano più le parole con ciò che esse evocano.

il-faust-in-ocolingoPrendo ora un esempio dalla realtà di Facebook. In questa immagine: vi è la citazione di un versetto del “Faust” di Goethe, preceduta dall’affermazione “Non basta studiare, bisogna anche sperimentare ciò che si scopre”.

La relazione fra questa affermazione ed il versetto con cui Faust afferma l’inutilità della cultura, dimostra che lo scrivente ignora oppure suppone la restante opera di Goethe. Cioè delle due l’una: o non l’ha mai letta, oppure dà per scontato che l’abbiano letta tutti e che tutti riconoscano la differenza fra il personaggio Faust di Goethe, e Goethe. Certo, non basta studiare, bisogna anche sperimentare ciò che si scopre ma come si fa a sperimentare ciò che si scopre se ciò che si scopre è un concetto, un’idea, un’ideologia? Cos’è esperimento di un concetto? Cos’è universalità del pensare? Qual è il rapporto tra l’affermazione che non basta studiare e la citazione della lamentela faustiana? È forse l’autocommiserazione?

Se le cose stanno così la citazione stessa è già un esempio di linguaggio “ocolingo” o da pappagalli.

È certamente vero che il nozionismo non serve a nulla se le nozioni o le citazioni che usiamo sono mere parole ripetute pappagallescamente o prive di esperienza reale dei contenuti evocati. Quando però si citano versi di Goethe attribuendoli a Faust (che fra l’altro è un essere umano realmente esistito, e che Goethe fece diventare un personaggio della sua opera tragica), facendo in tal modo dire a Goethe che la cultura è inutile, si afferma il contrario di ciò che si dovrebbe. L’opera generale di Goethe è infatti espressione della massima cultura possibile, in quanto del tutto autenticamente poggiante su logica di realtà.

Sottolineo dunque il fatto che, citando in quel modo una frase come quella, si è talmente superficiali che l’ignoranza, l’antilogica e la menzogna diventano la regola bestiale che ci pone “giustamente” agli arresti domiciliari. Perché la verità di quella citazione indica proprio il contrario, dato che non si riferisce alla cultura poggiante su logica di realtà ma a quella nozionistica che s’impara a scuola. Proprio perché la cultura di Stato è falsa nella misura in cui fa dell’individuo un appartenente alla specie umana, destinandolo a diventare marionetta di chi lo governa. Goethe infatti faceva parlare in tal modo il suo personaggio Faust, per significare che l’uomo del suo tempo (come del resto è ancora il nostro tempo  odierno invaso dalla peste culturale del dio “Covid”) è un burattino! Di fatto, per creare il suo “Faust”, Goethe si ispira al “teatro dei burattini” (Puppenspiel).

Allo stesso modo Dante si ispirava alla commedia degli uomini per creare “La divina commedia”. Allo stesso modo Orwell si ispirava all’ipocrisia degli uomini per creare le sue opere, dicendo che i maiali ci governano e che gli struzzi parlano in “ocolingo”. Ed allo stesso modo, Paolo Villaggio inventava la “cagata pazzesca” di Fantozzi ispirandosi agli uomini-marionetta di oggi, impiegati nei vari uffici-lager!

Dunque il sub-umano è talmente superficiale da usare Goethe per fargli dire che la cultura è inutile! Infatti di cosa parla il parlante in “ocolingo” se gli basta prendere dal web tre o quattro parole di qualcuno, di cui trova una frase corrispondente a ciò che egli è, cioè struzzo, oca o pappagallo, per poi copia-incollarle da qualche parte, sostenendo così le proprie aberrazioni, e in base a ciò, predicare poi che essere ignoranti è bello? O che la cultura è inutile? Oltretutto credendo in tal modo di deresponsabilizzarsi, in quanto… “l’ha detto Goethe”.

Ecco che abbiamo allora a che fare con la civiltà manicomiale della menzogna.

Goethe non era anticulturale né sub-culturale. Il primo contatto di Goethe col motivo di Faust-personaggio fu la rappresentazione di un “Puppenspiel” (teatro dei burattini), risalente all’infanzia. Questo impressionò Goethe fanciullo, e l’impressione continuò a vivere in lui come un elemento intorno al quale si raggrupparono poi altri motivi, crescendo con altre esperienze di vita, simili a quelle di quei burattini. Nel 10° libro di “Dichtung und Wahrheit” (“Poesia e verità”), Goethe parla proprio di quel motivo, che lo accompagna come un’eco interiore, proprio perché si sentiva anch’egli, come un burattino, nauseato da tutto quel falso sapere, proprio perché urtato dalla vanità di quanto aveva dovuto imparare negli anni universitari a Lipsia. “Guardate che a scuola si impara solo ad essere burattini, schiavi!” avrebbe detto oggi.  La figura di Faust simboleggia e documenta, appunto, molta vita del suo tempo, la sua stessa vita, e quella di uomini del suo e del nostro tempo (dato che a scuola non impariamo nulla di nulla, e vogliamo solo insegnare poi agli altri la nostra ignoranza sempre più stolida). Goethe si ribellava, almeno! Ed alla ribellione per quel gretto mondo razionalistico di Lipsia univa una prepotente fame di interiore attività, di individualità, di “io”, e l’anelito a varcare i confini e le regole entro i quali stavano allora relegati i poeti, i pensatori, e in genere tutta la vita quotidiana del suo tempo.

Oggi le cose sono peggiorate al punto che è diventato addirittura offensivo dire a qualcuno “poeta”, dato che “poeta” è divenuto sinonimo di “stupido”. Invece la stupida cultura del tempo di Goethe (come del resto la nostra, stupidissima e piena di idiozie e contraddizioni) era appunto quella del personaggio Faust, che chiede aiuto “alla cazzo”, cioè all’arte di Mefistofele, che in quel poema simboleggia l’economicismo, o di Satana per gli evangelisti, o di Beliar o Belial (in Paolo di Tarso), o di Arimane (in Steiner)…

La figura di Faust riconduceva dunque Goethe alla sua infanzia, al teatro dei burattini, nonché a correnti di pensiero ed allo zelo fideistico di fedi oramai passate, ma che gli riaffioravano ancora intorno. Esattamente come oggi riaffiora nei neo-zeloti l’aberrante “dover essere” kantiano, secondo cui si dovrebbe ritenere giusto pagare le tasse del canone TV, attraverso la bolletta della luce, o la futura tassa Covid che presto arriverà, nonostante Cristo sia stato massacrato per aver detto che pagare le tasse è sbagliato.

Nessuno lo dice chiaramente ma il primo capo d’imputazione per il massacro di Stato e del Sinedrio, sua intercapedine, riguarda infatti i tributi, dato che il palestinese Gesù “sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare” (Lc 23,2)!

Dovremmo allora chiedere con Goethe, prima a noi stessi e poi alla chiesa cattolica ed allo Stato: perché dovremmo credere giusto ciò che Cristo riteneva ingiusto? Pagando, non siamo forse esattamente come Faust, burattini, figure tragiche, destinati per tutta la vita alla schiavitù, senza possibilità di salvezza? Dove sta in noi l’urto di Goethe con la logica di realtà della vita, se predichiamo che ignoranti è bello?

Nel poema goethiano – nonostante il sottotitolo: “Una tragedia” – il dramma si risolve in una catarsi, sia pure oltre la vita. E ciò risponde ad una convinzione di Goethe, che odiava ogni violenza, il “puro tragico”, la catastrofe alla Shakespeare, o all’Alfieri. L’inconciliabile gli pareva assurdo. Invece gli pareva necessario, dopo gli urti, i contrasti, le minacce di catastrofi, ecc., appianare questi contrasti in una serena, superiore armonia. Anche per questo motivo non accetterà mai l’istituzione della ghigliottina e i modi della Rivoluzione francese (accettati invece da Kant, che li predicava come cosa buona e giusta).

Ecco: la cultura dell’“ocolingo”, che parla solo perché ha il becco, è la cultura insegnata da Mefistofele a Faust. Quella, sì, non serve a nulla se non a ritrovarsi sempre più schiavi e persuasi che schiavo è bello.

Chi cita Goethe, o Steiner, o qualunque uomo ancora umano, dovrebbe almeno farlo NON per fargli dire “Viva l’ignoranza” o “Viva il compromesso col marcio” o “Viva lo Stato”, o “Viva il Nuovo Ordine Mondiale”. Perché simili citazioni sono stupide. Sono come paragonare o preferire la festa del cotechino alla lettura integrale dell’uomo, ancora umano, citato.

E ciò, a lungo andare, produce disastri, guerre, sconvolgimenti… Tutto ciò è come una forza fisica che attira il “sottovuoto spinto” dell’interiorità sub-umana… Lo si potrebbe vedere come un fenomeno fisico che però potrebbe ancora essere nelle mani degli umani. Ovviamente se non ci sono più gli umani ci saranno i disordini: le oche, i pappagalli, gli struzzi e tutti coloro che parlano solo perché hanno il becco, meccanismo ripetitivo delle parole sconnesse dal giudizio critico, potranno anch’essi essere redenti. Ma credo, e spero non sia come dico, dopo la catastrofe. Basterebbe osservare le falsità già nella filosofia cartesiana, che imponeva all’essere umano la natura di macchina, che a certi stimoli risponde sempre in modo univoco, o quella altrettanto falsa dell’“evoluzione” verso il sub-umano, che propone una similarità inesistente tra esseri umani e animali da laboratorio, e da ciò osservare il disordine scientifico, sperimentale, che non accenna a risollevarsi verso la sanità dell’ordine naturale e dell’universalità del pensare… Per esempio i fattori di salute, il sistema immunitario del corpo umano, la microflora del suolo, non furono mai studiati davvero e rimasero libro chiuso per l’orgogliosa scienza umana, oggi ridotta a “scienziaggine”. Perciò le vertenze Schrödinger-Carnap e Béchamp-Pasteur, la prima nella sfera del formalismo logico e l’altra in quella del chimismo antilogico (purtroppo i poveri medici mancano di nozioni di logica, la grande assente dalla sQuola di Stato), trovano oggi il loro epilogo nella saga del dio Covid, in cui l’astratto domina il concreto. 

Perciò scrivevo anni fa che la redenzione dell’oca lamentosa, incarnata oggi nei neo-zeloti che si lamentano dello Stato e contemporaneamente predicandolo come cosa buona e giusta, si chiama “Nemesi”, dato che col loro becco sono usi ad oltrepassare la misura senza neanche accorgersene. Perciò, nel loro richiamare Nemesi, dea della misura oltrepassata, “beccano” batoste, una dietro l’altra, finché capiscono il loro potere umano, il pensare, che è la più alta facoltà che l’uomo ha a disposizione per mondare se stesso e il mondo. Fino ad allora il mondo resta… immondo, ma solo in quanto abitato da loro, quaqquaraquà che disturbano l’armonia naturale del cosmo. Il cosmo è sempre mondo perché è ordine (“cosmos” significa in greco “ordine”). Ecco perché se il mondo è immondo a causa degli sporcaccioni che sparlano in ocolingo, arriva Nemesi che si vendica quando si oltrepassa la misura.

Nemesi era la dea greca della misura, intesa come strumento della vendetta divina, perché combatteva e combatte l’“hybris”, cioè gli eccessi in tutti i campi. Nella tragedia greca il termine “hybris” esprimeva eccessi di superbia, di bastardaggine, di falsità, ecc. Perciò “ibrido” è sinonimo di ambiguo, disarmonico, confuso, mescolato, spurio, ecc.

Da tempo, per esempio, siamo sommersi da un’“hybris” fuori misura, per cui c’era da aspettarsi un’azione di Nemesi, che essendo figlia di Nyx (la notte), sa vedere distintamente non solo l’etere e il giorno, suoi fratelli, ma anche ogni astrazione personificata dalle sue sorelle: il sonno, la sorte, il sarcasmo, la miseria, gli inganni, le tenerezze, la vecchiaia, la discordia, e tutte le altre figlie della sera. Da un’unione con Zeus, nacquero i Dioscuri ed Elena, causa della guerra di Troia. 

Penso all’opera storico-mitologica di Serafino Massoni, che devo ancora leggere (sta per arrivarmi un suo libro) per compiacermi in queste idee, dato che considero questo autore un umano tra sub-umani, quindi un… “eretico” (sic!).

La dea Nemesi regnava sulla distribuzione dei beni. Oggi le cose sono talmente ibridate che non si tratta nemmeno più di distribuire ma di restituire il maltolto!

Il concetto stesso di politica economica è ibrido in quanto mescola ciò che non può stare assieme: il diritto ed il profitto, che mischiati insieme sono il conflitto di interesse per eccellenza.

nemesi-di-ramnunte

Oggi purtroppo c’è dunque da sperare solo in Nemesi, che vegliava sull’equilibrio, puniva l’orgoglio e la dismisura; condannava l’eccesso di felicità, l’eccesso di ricchezza, l’eccesso di potere, tutto ciò che minacciava l’equilibrio del mondo e che disturbava il cosmo, cioè l’ordine universale e l’universalità del pensare, che aveva manifestato tutto ciò durante egli eoni del tempo. Nemesi metteva a posto tutti. Ecco perché ad esempio Creso, troppo felice e troppo potente, fu trascinato in una spedizione sfortunata contro Ciro.

Il santuario più celebre consacrato a Nemesi fu quello di Ramnunte, e testimoniò la dismisura dei Persiani così sicuri della loro vittoria sugli ateniesi (oggi abbiamo la stessa sicurezza negli appartenenti all’ISIS ed alla “Comunità Scientifica”): Nemesi impedì loro di conquistare la città… Perciò Fidia scolpì la statua di Nemesi in un blocco di marmo portato per festeggiare la vittoria.

Diceva Socrate: “Conosci la tua condizione umana e i suoi limiti, non esporti per dismisura alla vendetta della Nemesi divina”.

E l’oca? Il mito racconta che Nemesi fosse amata da Zeus, nonostante cercasse di evitare i suoi abbracci, assumendo mille forme diverse e finendo col trasformarsi in… un’oca.

Allora Zeus diventò un cigno, e si unì a lei. Nemesi allora “partorì” un uovo, che i pastori raccolsero e donarono a Leda. Ed è da questo uovo d’oca che nasce, appunto, Elena, anch’essa, fra l’altro, presente come personaggio nel “Faust” di Goethe.

Goethe era talmente affascinato dall’arte greca che nel suo “Faust” cercò di rappresentare, attraverso il matrimonio di Faust con Elena, il proprio amore per la cultura greca. Nel “Faust” di Goethe, Elena rappresenterà infatti non più l’antica complessa mitologia che la riguarda ma il puro simbolo del bello, e risiederà là, dove il potere di Mefistofele (economicismo arimanico o satanico) non può arrivare. In tal modo nel poema goethiano Elena apre a Faust un mondo nuovo, avviandolo verso esperienze nuove, sovrasensibili, che lo liberano dalle grinfie mefistofeliche, oggi rappresentate dalle grinfie della politica economica (o della religione keynesiana imperante nei manipolatori di capitali, nonché nei politici e nei media, loro “camerieri”).

La degenerazione dell’umano incomincia dall’“ocolingo”, cioè dal linguaggio, che è ben altra cosa del linguaggio scurrile. Dire “cazzo” è nulla a confronto del parlare solo perché si ha il becco. Basta sentire il verso del corvo per avvertire lo iato che come un proiettile urlato dalla voce degli uomini può uccidere gli uomini con le parole… Le guerre nascono dalle parole. L’uomo alfabeta uccide la sua sensibilità e la sua fantasia e, mediante l’uso improprio della parola, attua quella separazione, quella “torre di Babele” che è l’espressione dell’arrampicarsi sugli specchi delle proprie paranoie. L’alfabetismo si è tradotto da tempo in tubi, prese, strade, catene di montaggio, spettri, spettrografie, ecc., ma anche in inventari di parole (cfr. McLuhan M., “Gli strumenti del comunicare”, Garzanti, Milano, 1986) che possono essere veri e propri attentati all’umanità.

Occorre dunque redimere pennuti e beccuti? Non credo. Questa non è un’operazione che l’uomo può fare, dato che è compito del mondo spirituale. Di Nemesi, appunto… Oltretutto la storia di Roma racconta già di oche sacre connesse alle… monete! Basta avere un po’ di memoria e si scoprono molti altarini!

Come accenno nel mio saggio sui dodici sensi a proposito del senso del pensare, il termine “moneta” proviene infatti dal verbo latino “moneo” e dai suoi tre significati di “rammentare”, “rimembrare”, e “ricordare”, rispettivamente connessi alla triarticolazione di “mente” (rammentare), “membra” (rimembrare), e “cuore” (ricordare) dell’uomo…  Coloro che tacciono queste cose, lo fanno semplicemente perché le rimuovono essi stessi dalla loro coscienza, perché le credono di disturbo allo “status quo”. In tal modo si genera il dimenticare collettivo ed un’umanità senza meraviglia, perché indebolita nella propria essenza che è il pensare. In tal modo è facile dimenticare che tanto la moneta dell’economia, quanto il manas, che è l’io spirituale del talento umano, esigono universalità del pensare per risorgere dal loro tumulo sepolcrale. Ne consegue che la moneta stessa oggi diventa esponenzialmente debole come il pensiero cub-umano 

Nel paradosso della sua etimologia, la moneta è infatti l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere. La parola latina “moneta” traduce anche il greco “mnemosine”, e Mnemosine era la personificazione della memoria!

“Moneta” era infatti il soprannome dell’“Avvertitrice”, la dea Giunone, così chiamata perché nel 390 a.C., durante l’invasione dei Galli, le oche sacre del suo santuario “Giunone Moneta”, situato nella sommità nord del Campidoglio, diedero l’allarme coi loro starnazzamenti, mentre il nemico cercava di assalire la collina con un attacco notturno. In quel tempio si batteva moneta chiedendo consiglio alla dea, e in segno di ringraziamento per le sue risposte si stabiliva che il conio della moneta fosse fatto sotto i suoi auspici.

Oggi, con la cosiddetta “caduta degli Dei” e con l’avvento a divinis dei politici della Goldman Sachs, della Trilaterale e del Club Bilderberg, ecc., detti “tecnici” dell’adorazione in massa del dio Covid, gli animali sacri non possono più avvertire degli attacchi delinquenziali notturni dei nemici, così che gli uomini sono indotti a colpevolizzare una parte di loro stessi (destra o sinistra o centro) dei sempre nuovi disastri della loro economia che deputano, ignari, ad altri, recandosi alle urne come sonnambuli…

Però, anche se gli animali sacri tacciono, saranno le pietre a parlare per loro (Luca 19, 40). E questo mi rasserena… Solo questo.