R. S. 07 COME SI OPERA per la TS

Rudolf Steiner
COME SI OPERA PER LA TRI-ARCOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE
[A cura di Nereo Villa, alias “Curato Chalét”]
SETTIMA CONFERENZA

Stoccarda, 15 febbraio 1921 (sera)

Ho già detto come l’uomo debba essere al centro delle conferenze per l’azione che si dovrà svolgere nei prossimi tempi. Se questo avverrà in pieno si potrà riparare una parte delle attuali concezioni del mondo, la parte che, come ho potuto mostrare nell’ultima conferenza, dovrebbe altrimenti condurre di necessità a catastrofi [avvenne infatti la seconda guerra mondiale, seguita da questa TERZA guerra mondiale, per ora occulta, denominata pandemia Covid che procede dal 2019 completamente ignorata da tutti a causa del golpe mafioso ed eversivo del 1989 che ne preparò l’humus nelle coscienze, prima con la frase fatta del debito pubblico, poi con quella del riscaldamento globale causato dall’uomo e, con l’arrivo del freddo (CHE NE È LO SMASCHERAMENTO ELEMENTARE), fino a quella odierna del Covid: tutte menzogne. In questa conferenza DI CENT’ANNI FA, Steiner illustra le frasi fatte delle menzogne del secolo passato, che furono e sono ancora credute da ogni de-pensante che si “rispetti” (e che Francesco Carbone chiama giustamente, e da veggente, masso-mafioso). È molto triste per me vedere tutto questo e constatare che i cotechini coprono i vostri occhi suini – ndc].

Si tratta ora di illustrare, almeno con esempi, l’asserzione che l’uomo vada posto oggi al centro delle considerazioni e delle misure in campo sociale. Oggi disponiamo di una somma di parole ad effetto, di frasi fatte. Sono diventate quasi esclusivamente frasi fatte le espressioni che molti rivolgono ai propri simili.

Viviamo nell’epoca della frase fatta, ma una realtà che sia retta e guidata da frasi fatte è destinata manifestamente a franare in sé stessa [in definitiva questo sembra un errore di Steiner, dato che a tutt’oggi, 2021, la realtà è ancora e sempre dominata da frasi fatte; evidentemente Steiner non poteva prevedere a che livello di imbecillità potesse giungere l’uomo nel 2021, forse perché aveva ogni sera una larga platea di seguaci. Ciò che comunque egli afferma non è inficiato da queste sua eccessiva fiducia nell’umanità, dato che i tardoni che lo seguono oggi (per mero affarismo) senza neanche leggerlo ma solo per chiedere soldi in ogni occasione ed allineandosi alla mafia di Stato, mostreranno sempre più la loro disonesta e spudorata dabbenaggine – ndc].

Questo fatto è in relazione con i fenomeni fondamentali della nostra attuale evoluzione storica. Se scegliamo tra l’insieme dei discorsi che si fanno oggi più di frequente sulla vita sociale, dai molti che vogliono intervenire in argomento udiamo affermare come sia ad esempio importante che il movimento proletario si sollevi contro la rimunerazione non lavorativa, contro il guadagno non lavorativo. Certo, dietro a queste rivendicazioni vi è pur sempre qualcosa di reale, ma è una realtà alquanto diversa da quella che intende la gente quando molto spesso esprime quelle rivendicazioni, perché è chiaro che non mediante concetti, bensì mediante l’osservazione dei casi sociali deve rivelarsi che cosa sia in effetti “la rimunerazione non lavorativa”. La gente si è espressa su questi argomenti nei modi più disparati. Ci furono quelli, e fra loro si annovera persino Bismarck, i quali, pur con altre parole, parlavano di “classi produttive” intendendo per lo più le classi lavoratrici; erano però dell’opinione che solo gli agricoltori, gli artigiani, quelli che lavorano manualmente, e altri rappresentanti di simili mestieri, fossero “persone produttive”, mentre i maestri, i medici e simili, non fossero “persone produttive” (cfr. Georg Brodnitz, “Bismarcks nationalökonomische Anschauungen”, Jena 1902: in diversi discorsi tenuti al Reichstag, Bismarck affermò che solo i lavoratori dell’agricoltura e dell’industria erano “produttivi”, mentre tutti gli altri non lo sarebbero stati. L’obiezione degli avversari di tale tesi è che quindi sarebbe produttivo chi alleva maiali e non chi educa bambini. Newton, Watt e Keppler non lo sarebbero, e invece, sì, un asino che tira l’aratro lo sarebbe). Cioè il lavoro del maestro non sarebbe un lavoro produttivo. Come forse già si sa, Karl Marx fece una volta un’affermazione economica che fu poi molto dibattuta, appunto sul “lavoro produttivo” che la gente voleva mettere in giusta luce: l’affermazione di Marx è quella ben nota del “contabile indiano”, l’uomo che, in un piccolo villaggio indiano dove tutti lavoravano manualmente (per seminare, mietere, cogliere frutta dagli alberi e simili lavori) era stato incaricato di tenere i conti di questi lavori. Marx decise in proposito che tutta l’altra gente di quel villaggio prestava “lavoro produttivo”, mentre quel povero contabile prestava un “lavoro improduttivo” vivendo improduttivamente del “plusvalore” che veniva detratto dal provento lavorativo degli altri. Da quel povero contabile indiano prendono le mosse molte illazioni divenute usuali in un certo settore del pensiero economico moderno. Usando lo stesso criterio di cui si è servito Marx per classificare il povero contabile indiano, si può naturalmente considerare l’attività del maestro di scuola, inserito nel processo sociale, come una “attività improduttiva”. Ma il caso può essere considerato anche diversamente: prendiamo un maestro di scuola che sia molto valente nell’esplicazione della sua piena umanità: egli educa e istruisce i bambini di una scuola elementare; per esemplificare il caso (senza per questo portare pregiudizio alla teoria), supponiamo che tutti i suoi allievi diventino da grandi calzolai. Per effetto dell’abilità educativa del maestro, per avere egli sviluppato capacità speciali nei bambini con il suo insegnamento, essi si inseriscono intelligentemente nella vita per il loro mestiere di calzolai; inoltre il maestro, con i suoi mezzi e col suo metodo pratico di istruzione, rende i bambini più abili, tanto che da grandi essi diventano artigiani che riescono a confezionare in dieci giorni una quantità di stivali pari a quella che gli altri calzolai confezionano in quindici giorni. Com’è allora la situazione? Secondo l’autentica dottrina marxistica, tutti questi calzolai prestano “lavoro produttivo”; anche i calzolai allievi del maestro, se non fossero stati educati con la sua straordinaria abilità pedagogica, o se il maestro fosse stato inabile, avrebbero reso lo stesso lavoro produttivo in quindici giorni invece che in dieci. Si teniamo ora in conto tutti gli stivali che quei bambini, divenuti calzolai adulti, producono nei cinque giorni risparmiati in conseguenza dell’abilità del loro maestro, si potrà ben dire che in ultima analisi quegli stivali li ha prodotti l’abile maestro; per lo meno nel processo economico, considerando il fatto nella prospettiva dell’economia politica, vale a dire sotto l’aspetto del sostentamento della gente, dunque in tutto il processo il maestro è il più produttivo. Egli in fondo continua a vivere negli stivali prodotti in quei cinque giorni risparmiati. Se dunque si guarda questo fatto con occhio miope, si arriva alla conclusione marxistica che chiama “lavoro produttivo” solo quello dei calzolai, e “lavoro improduttivo”, cioè lavoro che si sostenta con il plusvalore, quello del maestro; ma con tale modo di considerare la cosa si falsifica la realtà. Si può invece considerare il problema in modo tale che non si tenda unilateralmente verso l’una o l’altra direzione, ma che si afferri il processo della vita sociale nel suo complesso.

Se però si ragiona con la pura mentalità economica si deve dire: che cosa riscuote il maestro per il suo sostentamento fisico? nella prospettiva economica, differisce il suo salario da ogni altra rimunerazione? si distingue forse da ciò che (parlando marxisticamente) vien “detratto” dal puro lavoro fisico-corporeo, per venir consegnato a un’altra persona? Economicamente non si distingue affatto, perché le cose stanno in altro modo.

Se il cosiddetto plusvalore è adoperato per il maestro, è proprio questo cosiddetto plusvalore a scorrere produttivamente entro il processo economico nel modo che ho ora caratterizzato, ma che cosa avviene se viene consegnato a uno che vive di rendita, che si può denominare capitalista, cioè uno che non lavora, chiamato di solito “quello che taglia i coupons”? ora, nel fatto di tagliare i coupons si esaurisce forse il processo economico? Quell’uomo mangia e beve, si veste, e così via; non può vivere di “plusvalore”, ma vive del lavoro di altri. Egli è semplicemente un punto di commutazione di lavoro, sempre nel processo economico. Se poi si considera il caso oggettivamente, si può dire in sostanza che chi vive da redditiere capitalista, attraverso il quale si commutano i processi economici, è nella vita sociale come il fulcro di una bilancia fra le due braccia, e un fulcro ci deve pur essere nella bilancia; tutti gli altri punti della bilancia si muovono, solo il fulcro non si muove, ma ci deve essere: è il punto di commutazione. In altre parole: questo problema non si può risolvere in termini economici. Tutt’al più si può dire che quando questi fulcri, questi capitalisti “tagliatori di coupons” divenissero troppo numerosi, gli altri dovrebbero lavorare sensibilmente di più, o più a lungo. Nella realtà ciò non avviene però in nessun luogo, perché il numero dei capitalisti nel contesto di una popolazione non è mai considerevole; da come si prospetta oggi il processo sociale, non si otterrebbe quindi alcun risultato volendo variare le attuali condizioni. Dunque non è così che si può pensare su tutta la questione. Esaminando tutta la letteratura marxistica, si vede che proprio con l’obbligo che quella vorrebbe imporre per rendere responsabile qualcosa, si fa per dire, di tutti i difetti della vita sociale, qualcosa come la cosiddetta “rimunerazione non lavorativa”, si ottengono molteplici conclusioni per nulla decisive, in quanto del tutto insignificanti. Significherebbero qualcosa se potessero davvero mutare il processo economico, non riscuotendo i capitalisti più alcuna loro rendita; ciò però non si verifica e mai si verificherà.

Con questa modo di pensare [de-pensare – ndc] non ci si avvicina dunque alla soluzione.

Si tratta piuttosto di mettere bene in chiaro che questi fulcri ci devono essere per la commutazione, per lo scambio nella vita economica.

Vi è infatti un [solo – ndc] plusvalore che concorda economicamente e con esattezza con tutte le definizioni del plusvalore date da Marx, che concorda anche in tutte le sue funzioni, ragionando in termini economici, con le definizioni del plusvalore di Marx, ed è l’imposizione fiscale. L’imposta, come si forma e come funziona, è assolutamente la stessa cosa del plusvalore di Karl Marx. I diversi governi socialistici non hanno però mostrato, là dove sono sorti, di aver particolarmente combattuto il plusvalore nella sua veste di imposizione fiscale. Con questo si mostra l’assurdità delle teorie. L’assurdità delle teorie non risulta infatti mai dal confronto con la logica, ma sempre solo dal confronto con la realtà; e la rileva chiunque si sforzi di giudicare in base alla realtà.

Finché si rimane sul terreno della vita economica, è impossibile attribuire al concetto del plusvalore un senso ragionevole, perché nell’ambito della vita economica si trova solo lo scambio di processi economici, ed esso può solo avvenire nella misura in cui vi siano dei punti di commutazione. In termini strettamente economici, che questi punti di commutazione siano nello Stato o nei singoli capitalisti, è un fatto secondario [oggi, 2021, viviamo di fatto in un capitalismo corporativistico di Stato, detto “cosa nostra”, in cui nessuno più lavora e tutti litigano tra loro distanziati “socialmente” per paura di un bau bau detto virus da nosocomio o da manicomio, ecc., (non trovo altre caratterizzazioni migliori), che altro non è se non la nuova keynesiana forma di imposta fiscale o di rapina legale ma illegittima e illecita dei risparmi dei cosiddetti contribuenti tanto terrorizzati quanto morituri e per ora solo addormentati dalla TV – ndc].

A questo punto occorre accennare che tutto quanto si riferisce a un concetto come “rimunerazione non lavorativa” non deriva da pensieri di economia politica, ma solo da risentimenti verso chi percepisce tali “entrate non lavorative” in fondo viste come le entrate di chi non lavora, di chi non fa niente.

Così si introduce fraudolentemente nel pensiero economico un concetto giuridico, o persino moralistico. Questo è il fenomeno primario di tutta la questione.

In realtà si tratta di ben altro, proprio perché il nostro processo vitale umano, il corso della nostra civiltà non potrebbe mantenersi se si realizzasse la pretesa, avanzata da molti con lo slogan del “diritto al totale provento del lavoro” [faccio notare che l’elemento vitale umano del processo o del procedere nel corso della civiltà, in cui Steiner credeva ancora, non è altro che l’eterea o eterica energia di vita, che oggi 2021 è quasi del tutto spenta dalla massonica e mafiosa dittatura delle mascherine e del distanziamento sociale – ndc].

È infatti impossibile parlare di un intero provento del lavoro, quando ad esempio si riflette che, se sono diventato calzolaio e lavoro meglio di quanto avrei potuto farlo se non avessi avuto un abile maestro, perdo la possibilità di rivendicare il diritto all’intero provento del lavoro; da che cosa proviene infatti l’intero provento del lavoro? Non solo da tutto quanto risulta oggi. Il maestro che mi educò può essere morto da tanto: il passato si congiunge al presente, e il presente scorre nel futuro.

È assurdo voler considerare con concetti miopi l’apporto del singolo che si inserisce nell’intero processo economico. Ma vi sono nello stesso tempo degli altri aspetti della questione: da un lato è giusto affermare che nell’ambito del pensiero economico non si possa pensare che pervenga a una sola persona l’intero provento del lavoro, perché non se ne può nemmeno afferrare il concetto, non lo si può definire, contornare; è assurdo, non è possibile [dall’altro lato però – ndc] ci si accorge subito dopo, considerando la realtà, che in questa ci sono i punti di commutazione in persone alle quali arriva una porzione del provento del lavoro fisico di altri. Una tale persona può essere il maestro che presta un lavoro produttivo nel senso che prima illustrato. Ma supponiamo che non sia il maestro, ma in effetti un tagliatore di coupons, e consideriamone anzi due: uno di essi taglia al mattino i suoi coupons, poi, dopo la prima colazione, si accende un paio di sigarette, legge il giornale, va a spasso, a mezzogiorno mangia, poi si siede nella sua sedia a dondolo, si dondola un po’, poi va al suo circolo a giocare a whist o a poker, e così passa la sua giornata. E ora consideriamo l’altro, che taglia anche lui i suoi coupons al mattino, ma poi si occupa ad esempio della costituzione di un istituto scientifico, che evidentemente non potrebbe costituirsi se lui non potesse tagliare i coupons: se avesse dovuto essere istituito dalla gente che deve lavorare affinché lui possa tagliare i coupons, non si sarebbe certo costituito. Invece si costituisce e avviene che, forse dieci o vent’anni dopo, in tale istituto viene fatta una scoperta o un’invenzione importantissima, grazie alla quale si può prestare del lavoro produttivo in misura ancora più abbondante di quanto il maestro lo avesse potuto provocare nei suoi scolari, per quando fossero diventati bravi calzolai. Per quanto dunque vi sia una notevole differenza tra il tagliatore di coupons A e il tagliatore di coupons B, si può dire che il processo del tagliare i coupons nel suo complesso fu economicamente molto produttivo nella situazione generale della vita umana.

Questa però non è una questione risolvibile in termini meramente economici; la si può risolvere aggiungendo qualcosa alla vita economica, qualcosa che porti gli uomini, qualunque sia il modo in cui prelevano il loro sostentamento dalla comunità e poi restituiscono qualcosa attraverso il proprio essere, quando cioè vi sia una LIBERA VITA SPIRITUALE che stimoli gli uomini a non essere solo redditieri, ma a fare uso in qualche modo della loro energia spirituale, così come la posseggono, oppure anche della loro energia fisica, sempre come la posseggono.

PROPRIO QUANDO SI PENETRANO BENE LE COSE CON LO SGUARDO, COSÌ COME SONO NELLA VITA REALE, CI SI CONVINCE DELLA NECESSITÀ DELLA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE.

La conseguenza di questa penetrazione nella vita è rendersi attenti al fatto che tutto quanto oggi è propalato in economia, anche dai pratici, è in definitiva inservibile, per cui dovrà in definitiva farsi strada qualcos’altro nella testa della gente, e cioè vale la complessiva considerazione della vita che in definitiva conduce alla tri-articolazione dell’organismo sociale. Occorre dunque darsi da fare per diffondere sempre più queste idee, senza dimenticare di segnalare la miopia della vita pratica odierna. Due attività vanno abbinate: da un lato prospettare l’elemento positivo della tri-articolazione, e dall’altro esercitare la più severa critica sulle correnti culturali oggi più diffuse; pertanto ci si dovrebbe sforzare di conoscerle, per poterne fare la critica.

Solo facendo sì che la gente veda riflesse come in uno specchio le assurdità oggi esistenti, possiamo farci strada e riuscire. Ma di quanto così insegniamo, dobbiamo nel contempo dare un’immagine tale da far sentire che stiamo lavorando con concetti reali. Se qualcuno produce stivali è di certo produttivo; secondo i concetti marxistici un altro che fabbrica, diciamo, nei [cioè macchie – ndc] di bellezza è altrettanto produttivo quanto il primo, poiché se ci si basa semplicemente sulla prestazione di lavoro manuale, è manuale sia l’un lavoro che l’altro: per acquisire un’idea di come la prestazione di ciascuno prenda posto nel processo della vita sociale, va però considerato l’intero processo del lavoro in generale. La gente deve poter percepire questi fatti, altrimenti non si può procedere.

D’altronde siamo però costretti a rispettare le abitudini di pensiero dei nostri contemporanei. Non facciamoci quindi illusioni: quando ci presentiamo alla gente e la intratteniamo sugli argomenti di cui sto parlando, per un’ora o un’ora e un quarto, la gente comincia a sbadigliare; alla fine esce dalla sala ben contenta che si sia terminato, perché non vede l’ora di farsi un sonnellino riparatore. Trova infatti che è stato pesante, troppo pesante! La gente si è infatti disabituata dal seguire pensieri che siano suffragati dalla realtà. Siccome segue sempre solo astrazioni, alle quali si è abituata fin da quando sedeva sui banchi di scuola, a forza di seguire astrazioni si è fatta pigra a pensare. Dobbiamo tenerne conto, e farne uso, in modo che possa tornare utile. A tale scopo possiamo interpolare nelle nostre conferenze resoconti su quanto si è sviluppato dal movimento culturale ad orientamento antroposofico. Per interrompere talvolta una conferenza particolarmente pesante racconteremo alla gente non tanto aneddoti, che sono d’altronde molto accetti alle persone dal pensiero pigro, ma il migliore impiego del nostro tempo sarà quello di raccontare, divagando dal filo dei nostri pensieri, qualcosa sulla nostra Scuola Waldorf, sull’euritmia, sui nostri corsi al Goetheanum, sulla Società “Der kommende Tag” [casa editrice “The Kommende Tag”, letteralmente: “Il prossimo giorno”, “Il giorno che verrà”, “Il giorno veniente”, ecc.; la registrazione burocratica della cosiddetta società antroposofica avvenne a Stoccarda il 13 marzo 1920 con questo nome “Der Kommende Tag: Aktiengesellshaft zur Foerderung wirtschaftlicher und geistiger Werte”: “Il giorno a venire: SpA per la promozione di valori economici e spirituali” – ndc] (Per i corsi al Goetheanum sono intesi i cicli di conferenze che inaugurarono nell’autunno 1920 il nuovo edificio dei Goetheanum: cfr. “I confini della conoscenza della natura”, O. O. n. 332, Ed. Antroposofica, Milano 1979, e più tardi le conferenze pubbliche dal 3 al 10 aprile 1921, ora in O. O. n. 76, Dornach 1977; L’euritmia è un arte del movimento, inaugurata da Rudolf Steiner nel 1912, grazie alla quale divengono “visibili” il linguaggio e la musica. In tedesco vi sono quattro cicli di conferenze di Rudolf Steiner in argomento (O. O. n. 277, 277a, 278, 279); in italiano si veda di Lidia Baratto Gentilli “Euritmia”, Ed. Filadelfia, Milano 1983.). Tutto ciò interrompe il corso dei pensieri, portando all’uditorio una piacevole alternativa e permettendo alla gente di pensare meno. L’essenziale può venir differito a dopo [questo è purtroppo impossibile, almeno in Italia, dove le scuole Waldorf sono parificate a quelle statali, cioè anch’esse in mano a mammona; vedi per esempio la massoneria mafiosamente gesuitica di Tarditi e di molti altri imbroglioni dell’antroposofia fichteana – ndc].

Possiamo ad esempio fare un breve accenno a come sorse la Scuola Waldorf e a come fu organizzata; oppure possiamo accennare ai trenta docenti che a Domach, nei corsi superiori lì tenuti, cercarono di fecondare le scienze sulla base della scienza dello spirito [oggi, 2021, cioè dopo un secolo, dovrebbe essere il caso di distinguere tra Scienza con la “esse” maiuscola e “scienziaggine” o scienza di scienziati senza io, o imbroglioni, che si vendono alla masso-mafia di Stato per terrorizzare col Covid-19 le persone. Credo altresì che la dicitura “scienza dello spirito” o “scienza dello spirito ad indirizzo antroposofico” ottenga solo effetti di fraintendimento con lo spiritismo, dato che molti idioti laureati, sociologi, fisici, ecc., continuano a chiedermi cosa intendesse Steiner per “spirito”. Pertanto da questo punto della conferenza in poi sostituirò tali diciture con “Scienza” – ndc]. Quando parliamo e sviluppiamo queste idee, la gente non ha bisogno di riflettere su come ciò avvenga in particolare nella chimica, nella botanica ecc., ma si limita a idee generali, vaghe, così da approfittarne per distendersi brevemente e far riposare il cervello. Nei cinque minuti successivi potremo poi parlare di cose un po’ più difficili. Ma anche quei pensieri alternativi possono essere molto utili: ad esempio raccontando come nella Scuola Waldorf abbiamo compilato le pagelle, evitando di scrivervi: “quasi soddisfacente” o “appena sufficiente”, espressioni difficili da distinguere l’una dall’altra, e invece abbiamo fatto una piccola biografia per ogni bambino, con una poesiola che lo aiuta per la sua vita.

Non è necessario che la gente si renda conto delle difficoltà di questo metodo, ma si può anche render conto di quanto sia difficile trovare una poesia per ogni bambino; quando poi si espongono solo i risultati, allora tutto procede liscio, e la comprensione è facile. Possiamo anche raccontare qualcosa dello svolgimento pratico della scuola: così si può accennare all’organizzazione della Scuola Waldorf, come un po’ alla volta l’edificio è risultato troppo piccolo, come abbiamo allora dovuto costruire alcune baracche perché non avevamo abbastanza soldi per costruire un vero edificio. Può essere molto opportuno che talvolta si sappia della nostra mancanza di denaro: può avere un ottimo seguito. Insomma, se interpoliamo argomenti diversi nelle nostre considerazioni, sarà in primo luogo un’azione oggettiva, perché sono oggettivi gli argomenti stessi, e perciò anche un’azione giustificata; inoltre possiamo così creare una piacevole alternativa ai nostri ascoltatori. Possiamo raccontare anche dei nostri corsi superiori a Domach e a Stoccarda, e possiamo insinuare che a tutt’oggi il compito di tenerli grava in gran parte sulle spalle dei poveri insegnanti della Scuola Waldorf perché, oltre a loro, sono poche le persone capaci di lavorare nel senso della Scienza. La gente accoglierà con piacere la notizia che gli insegnanti della Scuola Waldorf siano tre volte sovraccarichi; ciascuno si immaginerà di esser pure lui sovraccaricato. Ecco che in questo modo, mentre parliamo di qualcosa che già esiste nel mondo esterno, indichiamo nel contempo fatti che la gente ascolta ogni tanto con piacere e che essa dovrebbe, anzi deve sapere.

Poi possiamo parlare anche della società “Der kommende Tag” cercando di dare un’immagine della sua organizzazione; lo si può invero anche leggere nei prospetti in circolazione, ma noi li commenteremo dicendo: evidentemente si vede che il Kommende Tag non corrisponde ancora tanto al giusto concetto di associazione (di associazioni parleremo domani) [“Der Kommende Tag” era anche una S.p.A. costituita in Germania nel 1920 per favorire iniziative economiche e spirituali; raggruppava un certo numero di imprese economiche che intendevano operare secondo i principi della tri-articolazione. Fu poi liquidata nel 1924 per le difficoltà insorte sia a seguito dell’inflazione galoppante in Germania, sia anche per la fine dell’azione diretta di Rudolf Steiner nel campo della tri-articolazione. Esisteva un’altra analoga società in Svizzera, denominata “Futurum” – ndc] e che la sua organizzazione si basa ancora molto sull’economia attuale; nello stesso tempo però diremo: questo lo sappiamo, ma sta a mostrare la necessità di cambiare la struttura economica perché, pur con le migliori intenzioni, partendo dalla vita economica attuale non si può realizzare l’associazione ideale.

È però necessario che nei nostri discorsi il nostro movimento sia preso come un tutto: prospettandolo alla gente occorre quindi che senza alcuna soggezione si caratterizzi l’orientamento antroposofico per un verso dal lato spirituale, ed entrando così nei particolari pratici del “Kommende Tag” [Edizione – ndc]. Nelle conferenze da tenere non sarà opportuno sollecitare subito una raccolta di denaro, ma potrà farlo qualcun altro che avvicini la gente dopo la conferenza: così sarà molto meglio e si dovrà farlo. Nella conferenza non sarà bene reclamizzare la cosa, ma si dovrà senz’altro mostrare che, al di fuori di ogni scopo egoistico, per promuovere la tri-articolazione occorre in primo luogo denaro, in secondo luogo denaro, in terzo luogo denaro; a seconda dei casi, nella triplice perorazione sul denaro, ognuno potrà accentuare a suo giudizio il primo appello al denaro e abbassare il tono sul secondo, oppure alzarlo ancora. Ciò potrà in qualche modo contribuire a dare maggior forma alla cosa. Dico tutto questo soprattutto per indicare che si deve badare al modo di esprimersi. Sotto un certo rispetto, entrando in sala, si dovrebbe provare il sentimento di come si dovrà parlare: in particolare si dovrebbe poterlo fare avendo a che fare con persone del tutto estranee. Se ne dovrà tenere il debito conto.

Non ci si presenti perciò alla gente avendo in mente un concetto prestabilito, ma invece ci si regoli secondo le circostanze. Ci si riuscirà comportandosi come ieri ho detto nel configurare e nell’esporre la conferenza.

Non dobbiamo in nessun caso tralasciare di indicare quello che già si è fatto quando abbiamo fondato la scuola, e cioè di indicare sempre anche le cose pratiche, perché è di questo che gli uomini del tempo presente hanno bisogno.

Sarà bene, mentre si descrive la tri-articolazione dell’organismo sociale, valersi a titolo illustrativo dell’organizzazione della Scuola Waldorf; e parimenti, quando si indicano i tratti della solita vita economica, trarre esempi dai programmi del “Kommende Tag”. Non dimentichiamo che è proprio con le conferenze che vanno chiaramente indicate al mondo le nostre iniziative [oggi, 2021, esse non sono più possibili perché in nome dell’economicismo arimanico si obbliga la gente al “distanziamento sociale”, terrorizzandola, affinché sperimenti sempre meno la vita del pensare e si abitui sempre più a S.p.A delittuose – ndc].

Dietro a tutto questo non si dimentichi che, come ho già detto più volte, in ogni angolo sono già pronti gli avversari in numero sempre crescente; non ci resta perciò molto tempo per far conoscere quel che vogliamo valorizzare e va valorizzato; dobbiamo quindi dare subito un inizio incisivo alla nostra azione.

A chi è già da tempo nel movimento antroposofico dirò che non dobbiamo seguire l’esempio corrente nel movimento stesso, nel quale i suoi partecipanti si interessano in genere troppo poco di quel che avviene nel mondo esterno. Siamo ora in un’epoca nella quale si deve invece sviluppare un acuto interesse per gli avvenimenti mondiali; da essi dobbiamo trarre i nostri esempi, su di essi dobbiamo esercitare le nostre critiche, e da essi dobbiamo mostrare la necessità del nostro movimento, sempre sottolineando che proprio tali avvenimenti possono condurre alla rovina la nostra civiltà.

Dobbiamo convincere la gente che, continuando col solito andazzo [keynesiano, politica economica, magna magna, cioè la mafia di Stato combattuta oggi solo – ma è già gran cosa, vista la completa alienazione a cui è stata condotta la gente – dall’APS Governo del Popolo di Francesco Carbone – ndc], il tramonto della civiltà moderna sarà certo, e che i paesi europei dovranno come minimo attraversare tempi terribili, se non pongono le basi per la ricostruzione in una vita spirituale davvero attiva e in una vita statale ed economica attivamente concepite [oggi, 2021, l’io è chiamato a misurarsi costantemente col mondo esteriore. Per io intendo l’uomo intero, integrale, non solo la sua testa. La nefasta separazione di scienza e religione genera la “scienziaggine” che nel 1968 era considerato complottismo: il nuovo ordine mondiale o NWO (New World Order). Con questa si manipolavano le masse. Il soggetto era il “noi” che già aveva sostituito l’io nella convinzione anglo-americana di aver dato vita, con la nascita degli USA, al Paese di un popolo eletto da Dio. Ma fu un fallimento, dato che gli USA sono solo il Paese più indebitato del mondo. Ciò è sapientemente occultato dai circoli anglosassoni (massonerie) al fine di continuare ad esportare il sionismo imbiancato dalla grande statua della libertà in tutto il mondo. Dal tempo di Goebbels, che insegnava che una menzogna ripetuta all’infinito diventa verità, si continua così ad esportare la massima civiltà della menzogna. È avvenuto perciò soprattutto dal 1968 che mentre l’american dream, la musica, l’abbigliamento, la politica, la cultura new age, tutto fu creduto espressione dell’eccezionalità nordamericana. In verità tutto ciò non era altro che l’eredità dell’Impero Romano. Gli ideali massonici della terra promessa erano quel sionismo che, a partire dalla Gran Bretagna e dall’America, Impero mondiale del pensiero unico, fece nascere prima gli Stati Uniti d’America, primo Stato mondiale, costituito da immigranti provenienti da ogni parte del mondo invece che da una sola comunità etnica, e poi l’UE, oggi creduta Stati Uniti d’Europa. Tutto ciò non fu altro che la “nuova Atlantide” anelata dall’elisabettiano John Dee e da Francis Bacon, sostenuta altresì dall’élite scientifico ­sacerdotale della teologia nelle sue varie forme, adatte alle circostanze e predicate poi come cristianesimo, una per ogni arco di tempo: per esempio: teologia dialettica (anni ’20), teologia della crisi (anni ’30), teologia della rivoluzione (anni ’60), teologia della liberazione (anni ’70), ecc. Ciò è qualcosa di veramente tremendo – ndc]. Dobbiamo togliere alla gente il vezzo di esprimersi in frasi come la seguente: può essere tutto bello nella tri-articolazione, ma per introdurla occorreranno non solo decenni, ma secoli. È un’obiezione che viene fatta spesso, ma essa non potrebbe essere più insensata [se nel 1921 era giustificato parlare così, nel 2021 non lo è più: la volontà degli uomini è stata crocifissa, addormentata completamente dalla TV; Steiner aveva criticato il cinema come invenzione che avrebbe limitato l’immaginativa umana ma non aveva previsto la TV e i suoi danni giornalieri in ogni focolare domestico, che imperano nelle coscienze da quasi un secolo – ndc], perché ciò che deve generarsi nell’umanità, specialmente negli ordinamenti sociali, dipende dalla volontà degli uomini, ben sorretta da energia e coraggio. Ciò che infatti può durare secoli usando indolenza e inerzia, può invece farsi alla svelta, applicando forze attive.

È comunque necessario presentare sempre di più ciò che può derivare dalla nostra scienza dello spirito, mettendo in rilievo le strutture della nostra iniziativa.

Non trascuriamo di segnalare anche le iniziative in corso qui a Stoccarda nell’Istituto medico terapeutico (Il “Klinisch-Therapeutisches Institut di Stoccarda fu fondato, dopo che Steiner aveva tenuto a Pasqua del 1920 il suo primo ciclo di conferenze per medici: “Scienza dello spirito e medicina”, O. O. n. 312, Ed. Antroposofica, Milano 1983, da Ludwig Noll, Otto Palmer, Felix Peipers, Friedrich Husemann. Fino al 1924 l’Istituto fu una sezione del Kommende Tag; poi, fino al 1935, proprietà di Otto Palmer), perché può essere che in un primo tempo proprio da tali iniziative la gente venga a conoscere meglio i frutti della Scienza.

Cercando di rendere plausibili alla gente cose di questo genere, non è affatto il caso che, allo scopo di promuovere il progresso dell’umanità, a lato delle concezioni della vecchia religione cattolica, della vecchia confessione evangelica, di quella ebraica, turca, ecc. o anche di ogni altra corrente settaria si proponga anche la concezione antroposofica del mondo.

Ciò potrebbe aver importanza solo per persone che si riuniscono una o due volte alla settimana per occuparsi appunto di questioni relative a concezioni del mondo: sarebbe allora certo di grande interesse soggettivo per tali persone, ma non per il mondo in generale al quale interessa solo una concezione del mondo e della vita che intervenga direttamente nelle questioni pratiche.

Di conseguenza oggi incontriamo anche troppo spesso persone che ascoltano volentieri e senza scandalizzarsi notizie sull’elemento eterno esistente nella natura umana, sulla vita dopo la morte, e persino sulle ripetute vite terrene, sulla legge del karma, e così via, ma al giorno d’oggi è assai più importante e più utile preporre alla gente la Scienza nelle sue applicazioni, per esempio nella medicina e nella terapia, finché ci si possa rendere conto realisticamente dell’incomparabile importanza per il mondo materiale delle conquiste fatte nel mondo dello spirito [per Steiner lo spirito è innanzitutto l’io che è vivente sovrasensibilmente in ogni essere umano – ndc].

Non importa infatti elevarsi astrattamente allo spirito, ma importa elevarvisi in modo che esso sia spirito vivente che abbia forza e robustezza a sufficienza per operare nella materialità.

Il pensiero d’introdurre lo spirito nella vita materiale nelle sue diverse varianti va preposto di continuo allo sguardo animico [nei vocabolari italiani non esiste l’aggettivo “animico”, quindi bisognerebbe parlare di sguardo superiore, terzo occhio, veggenza, visione sovrasensibile, ecc. – ndc] della gente, perché lo spirito non vuole fuggire la materia, vuole anzi governarla.

Ecco perché è nefando quello che scrive gente come Bruhn, l’autore del libretto “Teosofia e antroposofia” (Wilhelm Bruhn, “Theosophierende Anthroposophie”, Leipzig und Berlin, 1921), in cui muove all’antroposofia il rimprovero di voler introdurre nella vita di tutti i giorni l’elemento che dovrebbe librarsi nelle altezze del cielo, al di sopra della realtà, senza venir mai tirato giù nella realtà materiale. Non si possono immaginare peggiori guastatori della vita umana quanto simili maestri che si valgono dei pulpiti e delle università per somministrare simile roba alla gente. Eppure queste cose avvengono ogni giorno in tutte le varianti possibili. Specialmente oggi è all’ordine del giorno che la gente dica: già, l’antroposofia può essere un tentativo di approfondire singole scienze, ma essa non ha nulla a che fare con la religione, né con il cristianesimo. Poi viene e vuol dimostrare perché l’antroposofia non ha nulla a che fare con la religione e il cristianesimo, ed espone il concetto arbitrario che ha della religione e del cristianesimo, sostenendo che tali suoi concetti siano incontrovertibili. Se certe persone fossero almeno veritiere, si potrebbe avere dell’indulgenza verso di loro. Se venissero a dire: “Ecco, l’antroposofia si riferisce a sorgenti diverse da quelle di cui ho parlato finora dalla cattedra di teologia o dal pulpito; ora sono di fronte al dilemma se rinunciare alla mia professione e restare fatalmente senza sostentamento; preferisco rimanere nella mia professione e rifiutare l’antroposofia!”.

Questo tipo di persone non sarebbe da prendere molto sul serio come esponenti della vita civile, ma avrebbe almeno detto il vero.

Proprio come diceva il vero quel professore di giurisprudenza a Graz, che anno dopo anno dimostrava ai suoi studenti il libero volere umano dicendo: “Gli uomini hanno il libero volere, perché se non lo avessero non avrebbero neppure alcuna responsabilità per le loro azioni; in tal caso non ci potrebbero essere le pene, e neppure un diritto penale. Ma io che sono professore di diritto penale, non potrei allora tenere lezioni di diritto penale; devo invece tenerle in questa università: perciò deve esserci il diritto penale, devono esserci le pene, quindi anche la responsabilità degli uomini e di conseguenza anche il loro libero volere”. All’incirca così questo giurista spiegava anni or sono ai suoi ascoltatori di Graz il libero volere umano. Davvero non diceva nulla di diverso.

Secondo il medesimo schema potrebbero regolarsi anche i teologi, e altri ancora, se dicessero la verità.

Ma potrebbero anche vedere l’altro lato della cosa, e sarebbero altrettanto veritieri e meritevoli di indulgenza, dicendo: potrei prendermi l’incomodo di fondare a nuovo la religione e il cristianesimo.

Nel caso di professori universitari dovrebbero allora forse passare dalla facoltà di teologia a quella di filosofia (essendo già professori ciò sarebbe più facile che non nel caso di doverlo diventare, ma si riproporrebbe sempre la grave questione dello stipendio). Ma il fatto è che non vogliono prendere l’incomodo e usare la diligenza di rifondare religione e cristianesimo. Anche se volessero solo dichiararlo, sarebbero almeno onesti; invece avanzano ogni sorta di argomenti che non corrispondono alla realtà e che sono solo frasi decorative per mascherarla.

Noi però non possiamo avere alcuna indulgenza verso tali manovre; dobbiamo a questo punto stanare dal loro nascondiglio l’insincerità e la falsità per smascherarle senza alcun riguardo di fronte ai contemporanei.

E nemmeno dovremmo trascurare di segnalare la sciatteria di pensiero di molta gente; si manifesta nel non voler prendere certe asserzioni con il dovuto approfondimento morale.

Or non è molto, un tale udì come in una conferenza (conferenza del 3 dic. 1920 a Basilea) io accusavo pubblicamente la falsità del Frohnmeyer * che aveva descritto in modo tendenzioso e menzognero qualcosa esistente a Dornach, tanto da farlo apparire del tutto diverso.

Questo tale scusa il Frohnmeyer affermando che in effetti egli credeva che quel qualcosa apparisse così come lui lo descrive (nell’opuscolo di J. Frohnmeyer, “Die theoscphische Bewegung, ihre Geschichte, Darstellung und Beurteilung”, Stuttgart 1920, a pag. 107 era scritto: «Ora in Dornach è scolpita una statua alta nove metri che vuol rappresentare l’uomo ideale, in alto con tratti “luciferici” e in basso con caratteristiche animali. Questo uomo ideale”, spiega Steiner ai visitatori presenti, vuol essere l’immagine del Cristo». Questa descrizione venne presa dal Frohnmeyer, senza per altro dirlo, da una precedente descrizione del Nydecker­Roos. Il “tale” di cui si parla nel testo è il prof. D. Gerhard Heinzelmann di Basilea che fece le sue asserzioni in un articolo: “Die Hetze gegen das Goetheanum”, pubblicato in “Evangelisches Missionsmagazin” 1921). Non mi interessa tanto di mostrare che il Frohnmeyer non dica il vero in questa occasione, ma che egli faccia asserzioni su qualcosa che esiste a Dornach, asserzioni che sono uno schiaffo alla verità. Chi così agisce in un punto, lo estende anche ad altri punti; egli è un teologo e insegna all’Università di Basilea. La teologia attinge a sorgenti che dovrebbero essere sorgenti di verità. Chi però rende testimonianza al modo di Frohnmeyer quando descrive la statua del Cristo come egli l’ha fatto, mostra che non ha alcuna idea di come si indaga la verità alla sua fonte. Se non stesse scritto nei libri di storia quando Napoleone è nato e quando è morto, egli potrebbe dire il falso anche su questi dati storici, se si mettesse a indagarli. Ecco perché mi importa che di questa gente sia smascherata l’azione corruttrice sulla storia contemporanea [oggi è ben raro che un sedicente antroposofo faccia opera similare di smascheramento; si trovano comunque persone non antroposofe come Francesco Carbone e Virginia Cerullo in grado di simile opera semplicemente per sanità mentale, logica di realtà, concretezza umana. Faccio notare che oggi, 2 marzo 2021, Francesco Carbone, fino a prova contraria, si trova agli arresti penali domiciliari proprio a causa di questa sua opera in campo giuridico (cfr. per esempio il contenuto del video “Guido Salvini. Il 1989. Casson & C. Magistratura del NOI e suo fallimento” in cui ne esamino la portata come “maledizione di Piazza Fontana”), senza la quale si potrebbe solo supporre che il governo unico mondiale o NWO si avvicini con ritmo crescente. In verità Carbone ha più volte affermato che il corpo del NWO non è più in formazione: è già formato da un pezzo! Ed è composto da computers, mass-media, servizi segreti, banche e multina­zionali, sette occultistiche e nuove religioni, new age, ecc. Oggi ogni diversità, ogni io, è infatti ostacolato nel suo intervento se non conforme alla mafia di Stato. Perciò nel tempo della verità schiacciata anch’io ho rimosso ogni mio intervento youtube per poter esprimere liberamente i risultati scientifici delle mie osservazioni. Gli spazi del web si sono infatti ristretti e credo si restringeranno sempre più. La fuga dalla verità scientifica non è più pos­sibile e non rimarrà che la lotta interiore per testimoniare un cristianesimo reale – ndc], e che si mostri che non sono degni del posto in cui sono stati insediati come conseguenza delle condizioni caotiche del nostro tempo.

Su questo punto non dovremmo in alcun modo essere indulgenti. E questo è quanto si riferisce al lato formale della nostra azione nelle prossime settimane.

R. Steiner COME SI OPERA per la TS – 06

COME SI OPERA PER LA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

[A cura di Nereo Villa, alias “Curato Chalét”]

SESTA CONFERENZA, Stoccarda, 15 febbraio 1921 (pomeriggio)

Tutto dipenderà dal fatto che l’atteggiamento da tenere nelle conferenze offerte al pubblico sia diverso da quello delle solite conversazioni. L’atteggiamento da assumere sarà determinato anzitutto dall’intenzione di additare sempre l’importanza dell’uomo nell’intera vita sociale.

Oggi si trovano ovunque giudizi sociali che derivano da tutt’altro che dall’uomo come tale. Si trovano giudizi sociali che si basano sul concetto del capitale, sulla funzione del capitale entro l’ordinamento sociale; si parla del capitalismo come di una potenza che se ne va per il mondo, ma in tutto questo parlare di capitalismo non si tiene conto dell’essenza dell’uomo come tale. Si sente poi parlare ancora del lavoro e della sua importanza sociale, ma si avverte che in questo discorso sul lavoro si pone, sì, l’uomo alla base, ma appunto in quanto è lavoratore, e scollegandolo però dall’uomo, e specialmente dall’umanità, per parlare del lavoro in sé stesso. Inoltre escludendo l’umano si arriva a dire che la merce porta nella vita economica ad errori e a idee sociali distorte.

Invece, nell’esporre la tri-articolazione dell’organismo sociale, si dovrà distinguere nettamente tra l’azione umana che va fatta nel campo spirituale, dall’altra nel campo legislativo-statale, e dall’altra ancora che va fatta in campo economico. Non si possono comprendere correttamente queste idee così unilaterali dell’azione umana, se non si sa aprire gli occhi sull’essenza dell’uomo nel suo complesso. Proprio perché apriamo gli occhi sull’essenza umana nel suo complesso si determina in noi la necessità di articolare l’ordinamento sociale nei tre settori già caratterizzati nei vari scritti in argomento.

Nelle moderne concezioni del mondo si è un po’ alla volta escluso l’uomo stesso da ogni considerazione; dappertutto si trova che l’uomo come tale è stato eliminato; lo si trova anzitutto eliminato soprattutto dal campo spirituale, quello della scienza. Questa studia i regni della natura: minerale, vegetale, animale, e poi studia l’evoluzione del regno animale fino all’uomo e pensa l’uomo come un animale trasformato e metamorfosato in un essere più complicato. Ma non arriva a concepire l’uomo stesso, poiché lo immagina solo come punto d’arrivo dell’animale. Questa secolare tendenza della scienza è solo un sintomo del fatto che si è estromesso l’essere dell’uomo dal nostro pensare e dal nostro sentire. Se nell’epoca moderna e nei più svariati campi della vita si avesse un forte sentimento per l’elemento umano puro, non ci si troverebbe nella condizione di estromettere l’uomo dalle cosiddette scienze, di trattarlo solo come un punto d’arrivo animale. Si vede, oltretutto, come l’uomo sia eliminato perfino dalle istituzioni basilari della vita spirituale: tutt’al più è imbrigliato da prescrizioni che non derivano da lui o che derivano da forze di origine economica; si attribuisce comunque molto poco valore a quel che l’uomo è nella vita sociale.

Così ci si abbandona a definizioni di ogni genere: del capitale, del lavoro, della merce; ma l’uomo resta del tutto fuori da ogni considerazione.

Nella vita statale stessa è molto singolare che, proprio nei paesi centroeuropei, si sia smarrito nei tempi più recenti il sentimento che lo Stato, o in genere la comunità, sono al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dello Stato [argomento molto sentito e molto trattato da VIRGINIA CERULLO e da FRANCESCO CARBONE, proprio perché sentono in modo istintivamente sano l’unità d’Italia, pur non conoscendo la tri-articolazione di Steiner, e questa è per me un sintomo ed una prova certa del suo iniziale attuarsi anche come preveggenza sociale di Steiner. Credo che, nella loro vecchiaia, Virginia e Francesco si avvicineranno alla tri-articolazione di Steiner, scoprendo con gioia di avervi operato onorevolmente! Questa è la mia convinzione – ndc], che tutti gli ordinamenti derivanti dalle comunità devono in fin dei conti mirare quanto più possibile a portare l’uomo a piena maturità e a perfetta individualità [l’individualità sta alla personalità come Cristo sta alla mafia; questa equazione dovrebbe essere sbandierata nelle chiese! Ma campa cavallo Becciu! Anzi asino Becciu! Informatevi razza di vipere operanti della “tripartizione”! Razza di schifosi tardoni venduti per un piatto di pasta! – ndc].

È stato spesso ripetuto proprio negli ultimi tempi che l’uomo deve sacrificare tutto per amore della comunità.

Se ciò si verificasse nella pratica, suonerebbe in apparenza molto bene, ma condurrebbe a poco a poco al massimo intristimento della vita comunitaria stessa. Nulla infatti consolida di più la vita comunitaria quanto il poter sviluppare entro di essa e in ogni direzione la singola individualità umana, nel pieno significato della parola. Chi opina in senso contrario non tiene alcun conto dell’essenziale. Chi si evolve a piena umanità, chi sa valorizzare l’individualità umana in ogni suo lato, grazie a tale sua evoluzione è tenuto a dedicarsi quanto più gli è possibile alla vita comunitaria, e la motiva già nel migliore dei modi per quel che vi è in lui. Quel che si può sviluppare nell’uomo, se è ben guidato e indirizzato, non è assolutamente basato sull’egoismo. L’egoismo è generato nell’uomo da fuori, non da dentro, ed è spesso generato proprio dalla vita comunitaria: se ne tiene troppo poco conto nel trattare le questioni sociali. Così nell’epoca moderna ne è derivato un vero equivoco tra ovvio altruismo e generosità nei fatti spirituali ed egoismo e avarizia in tutte le cose materiali.

Gli uomini non sono davvero avari riguardo alla loro produzione spirituale che tendono anzi a spartire quanto più possibile con gli altri.

Il poeta lirico vorrebbe offrire generosamente e altruisticamente a tutti ciò che produce da poeta, senza trattenere nulla per sé. Inversamente si comporta la gente riguardo ai beni materiali che vorrebbe trattenere per sé; i beni non ci vengono però mai dall’interiorità, ma sono condizionati da quanto ci circonda. Un’arte sociale consiste nel saper trasformare pian piano quanto ci circonda in modo che l’uomo lo possa trattare come tratta quel che gli appartiene interiormente, che sgorga dalla sua individualità. Per questo è però necessario che gli uomini accolgano nei loro principi un modo di pensare come quella sopra accennato con un paio di frasi astratte. Certo, non lo si può fare nella vita spirituale di oggi, che inquadra l’uomo nell’ordinamento esterno dello Stato o dell’economia, e non cerca di sviluppare quel che vi è in lui. In pedagogia rimane spesso un’astratta affermazione che si debba cercare nel bambino l’elemento da educare e da istruire, ma questo principio (per la sua astrattezza) non serve a nulla; chi lo sostiene di più nella pratica, pecca maggiormente contro di esso. Solo la Scienza [scienza dello spirito a orientamento antroposofico – ndc] può basarsi su un atteggiamento che badi all’elemento umano come tale, all’apprezzamento dell’essenza stessa dell’uomo, ponendo cioè l’uomo al centro di ogni sua considerazione.

Si prenda la mia “Scienza occulta” (Ed. Antroposofica, Milano 1985) (ma ci si può basare anche su altri testi): in essa vengono seguiti gli sviluppi della Terra attraverso stadi pre-terrestri, e non importano i nomi impiegati [gli antichi nomi gnostici – ndc], di Saturno, Sole, Luna e così via. Però nessuno di tali stadi è seguito così come è ipotizzato dalla scienza moderna secondo cui in epoche remotissime vi sarebbe stata una certa nebulosa [di Kant e Laplac – ndc], priva di ogni traccia umana in cui l’uomo comparirebbe solo dopo che altri esseri si sono presentati, e che in futuro scomparirebbe di nuovo, insieme alla Terra e a tutto il resto [a causa del riscaldamento o del raffreddamento globale causato dall’uomo o dal sovrappopolamento terrestre o da virus idioti inventati dall’uomo, esigenti tassazione, schiavitù e quant’altro – ndc]. Così alla fine l’evoluzione sfocia poi davvero in un campo di cadaveri.

Questo si pensa dell’universo: un cosmo disumanizzato. Eppure esiste questo bipede umano che si permette di possedere quell’inezia che è la capacità di riflettere; se dunque non si fosse per questo obbligati a trovargli posto di soppiatto, lo si potrebbe tranquillamente mettere da parte perché, secondo la scienza moderna, non vi sarebbe alcuna necessità di introdurre di soppiatto l’uomo nell’evoluzione.

Si veda invece la mia “Scienza occulta”: già nei primi germi vi è l’uomo, e nulla è considerato nel cosmo se subito non vi è anche l’uomo. Tutto ha senso ed è oggetto di conoscenza se è messo in relazione all’uomo: da nulla l’uomo è escluso. Nel suo vedere il mondo, la Scienza si riferisce sempre all’uomo.

Vengo ora a pensieri importanti per chi va a tenere conferenze, pensieri che andranno disposti ponendo l’elemento umano al centro del pensiero sociale; daremo così ai nostri discorsi un colorito tale da porre appunto l’uomo al centro delle nostre argomentazioni, evitando di escluderlo. Le considerazioni teoriche di questi ultimi anni escludono l’uomo già in partenza, considerandolo solo una specie di oggetto di lusso della conoscenza.

Anche l’economia politica moderna [sintetizzata in dogmi da Keynes – ndc] ha assunto un analogo modo di vedere: oltre al pensiero marxista e ad altre correnti; basta risalire al pensiero di Adam Smith (1723-1790); due sono le cose poste al centro delle sue considerazioni: una è la “libertà economica” e l’altra la “proprietà privata”; essenziale non è mai l’uomo; certo l’uomo è citato incidentalmente, ma non è mai in prima linea, né messo al centro delle considerazioni: non l’uomo come tale può disporre di libertà economica, dato che questa gli è riservata solo se possessore di ogni bene; secondo Smith nel processo sociale ci si muove in quanto possessori di beni, ed in quanto si possiedono i beni si può ottenere la “libertà”, come egli la intende [Smith è la grande fonte di Keynes – ndc]: non ci si muove in quanto uomini, ma si mettono in movimento dei beni, si suscitano dei processi con i beni. Quando poi si possiede un bene, i processi stessi, come quelli di aratura o raccolta, oppure quelli industriali, sono liberi, sono indipendenti, appunto perché l’uomo come tale non entra assolutamente in merito quando si parla di libertà economica.

E la proprietà privata? Non si dimentichi che in qualunque modo la si abbia, sia per rapina, sia per conquista, sia per eredità o in altro modo, deve pur aver avuto a che fare con l’uomo. Smith però non prende in considerazione come in origine l’uomo abbia stabilito una relazione di proprietà, ma considera la proprietà privata come data in assoluto. La gente si comporterebbe con la proprietà come fa un branco di maiali. Si considera l’uomo senza osservare l’uomo, ma solo il “possesso” come tale; così l’economia politica estromette l’uomo. Ciò non deriva da ineducazione conoscitiva o da mancanza di conoscenza, ma dal fatto che la vita economica stessa ha assunto questo aspetto. Sotto l’influsso della moderna maniera astratta di pensare, la vita economica si è sviluppata automaticamente. L’uomo se ne è un po’ alla volta ritratto e si è affidato a un meccanismo inumano.

Si potrebbe fare con facilità uno studio: si prenda un latifondo e lo si segua, facendo astrazione da quanto vi possano aver aggiunto agenti esterni mediante la tecnica o simili cose, lo si segua solo riguardo all’elemento umano (quello che appunto è stato eliminato), procedendo a ritroso attraverso la serie delle generazioni, dal proprietario che vi era alla fine del secolo diciannovesimo, a quello della metà dello stesso, a quello del principio del secolo, e così via. Si potrà così vedere come la proprietà fondiaria abbia influito sul processo economico, senza curarsi dei proprietari che vi erano preposti alla fine, alla metà o all’inizio del secolo scorso. I proprietari si muovevano nelle loro tenute e vi facevano quello che dovevano fare, ma è assolutamente indifferente che fosse il proprietario della fine, della metà oppure quello del principio del secolo. Quel che importa è il processo che si svolgeva al di fuori dell’uomo. Insomma la proprietà ebbe uno svolgimento oggettivo dal quale l’uomo è stato estromesso. Ma fu estromesso solo da un lato, e lì sta il guaio, poiché in un particolare settore della vita spirituale non fu estromesso: quello tecnico e scientifico. Qui l’uomo interveniva, ma le due cose non combaciavano: l’una si era solo inserita nell’altra.

L’uomo è tuttavia intervenuto in svariati altri modi: ad esempio per come, appunto a seguito della vita che prescinde da lui, sempre più numerosi gli uomini si sono proletarizzati. Ha cioè acquistato importanza che il singolo non possieda altro che la propria umanità. Così nel processo evolutivo moderno non si sviluppano insieme l’importanza dell’uomo nel processo economico e in generale nell’intero processo sociale: QUESTI DUE SETTORI AGIRONO INORRGANICAMENTE UNO NELL’ALTRO: L’UNO SI INSERÌ SOLO MECCANICAMENTE NELL’ALTRO. Per esempio, in nessun luogo la tecnica si sviluppò in modo che chi ne disponeva fosse in pari tempo proprietario; la tecnica si inserì dalla parte dell’amministrazione dei beni. Naturalmente non ne derivò nulla di organico, ma un organismo che dovette lottare aspramente contro sé stesso. Tutte le lotte odierne [non solo quelle di un secolo fa, al tempo di questa conferenza (1921) ma anche di oggi 2021 – ndc] derivano in ultima analisi da questi fatti. Tutto ciò ha come conseguenza quello che nelle nostre conferenze si deve presentare alla gente addirittura dal lato opposto, facendo presente come si sia sempre più perduto di vista il processo politico-economico nelle sue connessioni generali, per tener conto solo di processi parziali, come si formi e funzioni il capitale, come il lavoro si adatti al processo politico-economico, come si producano i beni, come circolino, e così via. Non siamo però stati educati a vedere come questi singoli fatti si connettano nel sistema generale; se si considera nella sua totalità il processo della vita sociale, non si può infatti far altro che situare l’uomo al centro, di riferire tutto all’uomo. Ecco perché una giusta opinione può essere data solo da una vera scienza dello spirito che pone sempre l’uomo nel baricentro.

Perciò nei “I punti essenziali della questione sociale” non dovetti chiedere: da quali rapporti produttivi nasce la vita sociale moderna? È così che Marx e i suoi pari, come anche Rodbertus si chiedono. Io invece dovetti porre i quesiti: come si formò il proletariato moderno? come emersero gli impulsi del proletariato moderno? Il contenuto del primo capitolo dei “I punti essenziali” è: come avvenne che il proletario concepì tutta la vita spirituale, morale, scientifica, religiosa, artistica, come ideologie? come tutto ciò si fece strada nel proletariato? In tale contenuto l’uomo è stato posto al centro, e tale lo si trova anche nei capitoli successivi. Da quanto così esposto ricevono poi il loro giusto significato anche i concetti di merce, capitale e lavoro, così come anche i concetti della scienza naturale prendono il loro giusto senso solo quando si pone l’uomo in tutta l’evoluzione cosmica. Questa affermazione deve dare colore alle nostre conferenze: ovunque dovremmo avere l’uomo al centro del nostro pensare e del nostro sentire, provocando anche in chi ascolta la sensazione che tutto si riferisce all’uomo e non al capitale e alla merce.

Vorrei proprio parlare di questo “dar colore” ai nostri discorsi: ci si deve familiarizzare con i concetti che si trovano negli usuali manuali e manualetti di economia politica; non è difficile farlo, perché già lì si inculca anche troppo nella normale educazione. Basta leggere le varie collane librarie degli ultimi anni per sapere che ci si può limitare all’indice dei singoli libri. Se si vuol conoscere l’economia politica e non si difetta in comprendonio, avendo anche una sufficiente comprensione per i concetti così come ci vengono presentati, non occorre far molta distinzione tra l’una o l’altra collana libraria. Per imparare l’economia politica una collezione vale l’altra, perché quanto al contenuto non differiscono gran che. Tutto infatti si uniforma, perché non solo i soldati vestono la stessa uniforme: anche i libri scientifici sono in fondo tutti uniformati. I soli nei quali vi è seriamente vita interiore (un po’ dubbia, ma sempre vita interiore) sono quelli pubblicati da case editrici come per esempio la Herder di Friburgo in Brisgovia. Lì, si trovano ancora resti dell’antica vita spirituale, in particolare del cattolicesimo primitivo, che altrimenti sono oggi corrotti; vi si trovano concetti che per lo meno si distinguono dagli altri, che posseggono una certa forza d’urto in almeno una direzione, verso la quale io tuttavia non intendo andare. È cioè lo stesso fenomeno di quando si prende una biografia di Goethe scritta nell’ambito della vita spirituale moderna: non ha importanza se si sceglie la biografia di Heinemann, o quella di Bielschowsky, oppure quella di Meyer (Karl Heinemann, “Goethe”, 1895; Albert Bielschowsky, “Goethe”, 1895/1904; Richard Meyer, “Goethe”, 1895). Ovviamente differiscono nello stile: Heinemann scrive come un maestro di scuola, Bielschowsky come un cattivo giornalista e Meyer come un cronista. Un altro, mi pare si chiami Gundolf (Friedrich Gundolf, “Goethe”, 1916), ha invece una maniera di raccontare da bellimbusto colto e un po’ lezioso, ma anche qui non vi è nulla di nuovo rispetto alle altre biografie. Neppure, credo, si possano trovare serie novità in Ludwig (Emil Ludwig, “Goethe, Geschichte eines Menschen”, 1920), sebbene si distingua abbastanza dagli altri un po’ pedanti e cresciuti in ambienti chiusi; Ludwig racconta come farebbe un monello di strada, ma anche questo non muta le basi reali della biografia. Invece si potrebbe prendere in considerazione il solido libro su Goethe del gesuita Baumgartner (Alexander Baumgartner, “Goethe”, 1895); anche se inveisce su Goethe stesso, il libro è comunque ricco di spirito, spirito al quale però non auguro alcuna forza d’urto.

Ho citato questi esempi per convincere che ci si deve tenere al corrente della produzione intellettuale moderna: si deve sapere come si pensa sul lavoro, sul capitale, e così via. Ma ci si deve pure render conto che si deve poi capovolgere tutto e porre l’uomo al centro di ogni considerazione. Certo, si potrebbe dire: ma qui c’è da farsi venire una gran fifa, se dobbiamo presentarci subito in pubblico a tener discorsi su tutto quanto è stato detto ora. Ma non è così! Dipende dal proprio atteggiamento interiore e non dal mettersi a riflettere a lungo sul come “porre l’uomo al centro”. Queste cose vanno fatte, cioè presentarsi al pubblico con la mentalità ora caratterizzata, dando quello che si può dare, secondo il proprio livello.

Da parte mia, devo comunque presentare le cose come sono nella loro forma ideale. Ognuno poi ne potrà trarre quel tanto che saprà applicare. Si aneli dunque in tutto all’uomo, questo è infatti il metodo antroposofico e si intrecci nel discorso pure qualche elemento derivante dall’antroposofia, ma senza urtare la gente (per trattare di vita economica non è infatti necessario parlare della partizione dell’uomo in corpo fisico, eterico, astrale, io) perché nessuno seguirebbe; si deve invece cercare di esporre gli argomenti nel linguaggio dell’uomo moderno. Pertanto se nel conferenziere la mentalità antroposofica non si mantiene solo nello sfondo, ma è pure nella maniera di esporre, se anche nelle indicazioni date è presente l’antroposofia, se in particolare si scelgono esemplificazioni antroposofiche per rendere evidenti le vere conoscenze di vita sociale, si potrà provocare una certa impressione nel pubblico, e con questo si sarà anche in grado di non elaborare concetti unilaterali.

Voglio dare un esempio di come il pensiero sociale elabori oggi concetti unilaterali. Come ho già accennato, i marxisti ad esempio parlano di lavoro e di merce, affermando che nel prodotto esistente sul mercato vi è in un certo senso lavoro fluitovi: quando al mercato paghiamo il prodotto, pagheremmo lavoro fluitovi. Si parla quindi del tempo lavorativo che vi sarebbe contenuto, ma non è questo che importa: l’operaio lavora e ne risulta il prodotto, perciò il prodotto è “lavoro coagulato”. Il prodotto greggio fornito dalla natura non ha in effetti ancora in sé un valore per gli scambi; il lavoro vi fluisce e in fondo si tratta di approfondire come una merce diventi un valore per la quantità di lavoro che vi è fluita. Si può pensare la quantità di lavoro che vi è fluita in modo che a questa corrisponda il logorio di forza muscolare umana, che va risarcito. Lo si fa mediante il salario; si deve cioè retribuire l’operaio affinché il salario compensi l’operaio stesso di egli ha perso, cioè per quanto di lui è fluito nel prodotto. Tutto questo è senz’altro plausibile quando si consideri unilateralmente il rapporto tra lavoratore e prodotto, proprio nel campo reale del lavoro fisico. Considerando appunto unilateralmente questo campo si potrebbe dunque dire: un prodotto che compare sul mercato ha tanto valore per quanto lavoro vi è fluito. Tale affermazione è, certo, inoppugnabile in una data prospettiva: lo si può dimostrare logicamente. Ma guardiamo il problema in un’altra prospettiva e prendiamo un operaio che abbia lavorato finora nella produzione di un certo prodotto. Per qualche combinazione economica, vi è qualcuno disposto a riconoscergli un compenso maggiore di quello che aveva finora ricevuto per lo stesso lavoro, e lui si dichiarerà disposto a dare il proprio lavoro a chi lo paga di più. Poi, nel periodo successivo, egli si procurerà più beni per lo stesso lavoro, di quanti se ne poteva procurare prima; di conseguenza, i beni acquistano per lui un valore essenzialmente diverso da prima; cessa di considerare valido il fluire del lavoro nel prodotto e riguarda il problema in un’altra prospettiva e comincia ad attribuire un valore ai beni dicendo: per me un bene ha tanto più valore, quanto più lavoro risparmio, quanto meno lavoro vi fluisce, quanto minore lavoro devo fornire per produrlo. Se poi si considera che in date circostanze un bene può essere acquisito in maniera diversa che non col lavoro (un bene lo si può rubarlo, lo si può trovare ed altro ancora, e qui i termini “rubare” o “trovare” sono solo esemplificativi, ma economicamente sono univoci) questo modo di vedere diventa del tutto comune. Cosa significa infatti per il singolo possedere un bene? Significa che può prestarlo mentre l’altro gli presta del lavoro. Non si è prodotto il bene col lavoro, ma lo si può impiegare. Nella nostra realtà politico-economica è sempre un altro che presta il lavoro, e si possono far lavorare più persone. Allora si ha, nel senso più eminente, il risparmio di lavoro, espresso in valore di bene, e in fondo si arriva perfino al fatto che certi beni sono prodotti completamente nella prospettiva di risparmiare lavoro, non di eseguirlo: se io dipingo e vendo il mio quadro, questo prodotto ha un valore economico perché sono dispensato dal creare da solo i miei stivali, o dal pulire io stesso la mia camera, o dall’eseguire diversi altri lavori, risparmiandomeli tutti. È quindi il lavoro risparmiato che dà la misura del valore. Posso dunque dire che ci sono due punti di vista, partendo dai quali si può stabilire il rapporto tra il lavoro e i beni (le merci) o per lo meno con il loro valore. Si può dire che una merce ha tanto valore quanto lavoro è fluito in essa, oppure si può dire che un bene ha tanto valore quanto lavoro si è risparmiato nell’eseguirlo, cioè quanto lavoro non è stato necessario fissarvi.

La definizione del lavoro coagulato sarà soprattutto valida per i beni fisici, eseguiti mediante lavoro fisico; l’altra definizione sarà più valida per beni inerenti al pensiero o in genere alle forze più preziose dello spirito. Entrambe sono valide nell’ambito totale della vita, l’una quanto l’altra. Ma non ci si deve far sviare dal fatto che una definizione è giusta per certi casi, a rischio di discuterne col proprio prossimo.

Per ogni cosa, nella vita, possono valere pareri opposti, e per questo NON SI DEVE CONSIDERARE LA VITA IN MODO SOLO CONCETTUALE; se infatti si ha un concetto, per quanto giusto possa essere, e si bada nella vita solo ad esso, ci si ritroverà poi soltanto con una parte della vita stessa. Se invece si parte dalla vita, si trova che si possono caratterizzare le cose secondo gli opposti, proprio come si può fotografare un uomo davanti o di dietro, da destra o da sinistra. In particolare un giusto processo conoscitivo non differisce da un’immagine artistica, e noi dobbiamo mettere una concezione della vita al posto delle concezioni teorizzanti che sono state portate di recente tra la gente. Quando si ha un’opinione, ci si regola in conformità; negli ultimi quattro o cinque secoli la gente ha fatto proprie opinioni derivanti da concetti, e secondo esse ha regolato la vita sociale, perché sono ben gli uomini a fare la vita sociale. Così oggi non solo abbiamo nei concetti umani rappresentazioni unilaterali, ma anche nella vita abbiamo istituzioni unilaterali, secondo criteri che poi non si accordano tra di loro.

Ad esempio abbiamo nel proletariato un tipo di lavoro nel quale il reale rapporto tra lavoro e merce prende l’aspetto di lavoro coagulato nella merce; invece dalla parte dei capitalisti l’essenziale valore della merce consiste nel risparmio di forza lavorativa. Dunque nel processo reale abbiamo DUE elementi che non si possono paragonare.

Il capitalista opera diversamente dal proletario; il proletario non solo pensa, ma agisce in modo che dalla sua azione derivino valori di lavoro coagulato nella merce; il capitalista agisce in modo che i valori si formino secondo il principio del risparmio di lavoro. L’uno deve quindi non risparmiarsi nel lavoro per produrre merci, l’altro deve risparmiare forza lavorativa. UN FATTO AGISCE NELL’ALTRO E SI RITORCE CONTRO SÉ STESSO; IN QUESTA RITORSIONE CONSISTONO I GUAI DEL PRESENTE [anche nel presente di oggi 2021 le cose stanno così: la mafia di Stato agisce come agisce a causa di ignoranza e di mancata intuizione di questa differenza tra capitalismo e proletariato: il capitalismo è perciò morto nel corporativismo di Stato o mafia, mentre il proletariato si è occultamente trasformato nella partitocrazia degli schiavi scientificamente persuasi di essere macchine contribuenti a questa follia continuamente in lotta fra loro (guerra dei poveri) e contro il sistema cosiddetto antimafia ma anch’esso mafioso. Come ci si salva da questo caos do ignoranti? – ndc]. Non vi è altra salvezza se non guardare nella realtà dei processi, conoscere la vita come tale, confessare a sé stessi che nel processo sociale è necessario che vi siano tanto uomini (e si ritorna sempre all’uomo) che lavorino affinché il loro lavoro fluisca nel prodotto, quanto uomini che lavorino con l’intento di risparmiare lavoro, perché nessun lavoro può essere fornito senza che si segua questo principio. Non si può infatti operare come dirigenti senza seguire il principio del risparmio di lavoro. NE CONSEGUE CHE IN GENERALE NON È LECITO INTRODURRE LA REGOLAMENTAZIONE DEL LAVORO NEL PROCESSO ECONOMICO; LA REGOLAMENTAZIONE DEL LAVORO DEVE INVECE EFFETTUARSI NEL SETTORE LEGISLATIVO-STATALE DELLA VITA SOCIALE [cioè nell’ambito che le è proprio; questo sembra tanto difficile da capire oggi 2021 dalle teste non più pensanti di chi ci governa, eppure sarebbe molto semplice vederlo perfino nell’organismo umano: il cuore infatti non può battere in testa: è “illecito” che batta in testa, perché così facendo ammalerebbe l’organismo fino alla morte – ndc]. Seguendo questo corso di pensieri, si vedrà che esso conduce a costatare che oggi il mondo è pieno zeppo di concetti nebulosi e oscuri, proprio in campo pratico, e che occorre aggiustarli, affinché si possano perfezionare anche le istituzioni.

Se dunque non troviamo il coraggio di richiamare nel mondo l’imperativo: “non potete continuare a pensare come avete fatto finora, perché così state rovinando il mondo”, al centro dei pensieri va posto l’uomo, e non la merce o il capitale; se non abbiamo il coraggio di farlo a correzione degli errori di oggi non potremo compiere alcun passo avanti. E questo deve avvenire proprio là, dove si parla in base a vecchie idee [Keynes procedeva appunto in base a vecchie idee – ndc], specialmente in economia politica.

Dalla mia esposizione si vede bene che si devono sempre prendere in considerazione i casi della vita che non sono prospettati nella corrente letteratura economica, ma ugualmente raccomando la lettura di qualche testo: non è dannoso leggere libri di economia politica degli ultimi anni, ma solo per apprendere come NON si deve ragionare [:D 😀 😀 cioè leggete pure anche gli economisti di oggi 2021 ma come si leggono le barzellette: oggi gli economisti politici o i politici economisti, proprio in base a ragionamenti teorici possono dire tutto e il contrario di tutto, dato che il de-pensiero imperante nei talk show non se ne accorge ed, anzi, fa sembrare ciò talmente plausibile da accettare premi Nobel con motivazioni contrapposte! Oggi l’economia è diventata l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte. Ed è successo veramente: nel 1974 Myrdahl ed Hayek ne divisero uno. 😀 😀 😀 Questo modo di pensare, tipico delle facoltà di economia, ops di econòmia, con l’accento sulla seconda o, è diventato una barzelletta. Date per esempio un’occhiata alla pagina http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/nonsoloeconomia/barzellette.htm . È infatti proprio in tali facoltà universitarie che si impara a diventare cretini a questo livello di pensare astrattizzato – ndc].

Questo video è stato bloccato in tutta l’Italia da Youtube, come volevasi dimostrare. Perciò potete vedetelo su https://sendvid.com/demr5s3h

Ecco perché è dunque necessario contrapporre un modo di pensare che parta dall’uomo e ne penetri l’importanza. A tanto si può giungere solo con l’autoeducazione o educando la gente con la scienza dello spirito. Non si deve avere alcun dubbio che un risanamento della vita sociale è possibile solo risanando il settore spirituale dell’organismo sociale tri-articolato, quello dell’educazione e dell’insegnamento, allo scopo di rendere evidente come ne possa derivare una vita spirituale produttiva che investa l’uomo nel suo complesso. Su questo tema non sarà facile trovare comprensione, ma per lo meno chi ora mi sta ascoltando deve capirlo bene.

Si sente sempre ripetere da tutte le parti che si dovrebbero organizzare scuole sul modello della Scuola Waldorf (la Scuola Waldorf fu fondata nell’autunno del 1919 a Stoccarda da Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf-Astoria, e da Rudolf Steiner, che la guidò fino alla sua morte, marzo 1925, come scuola unitaria dalle elementari alla maturità. Sulla base delle indicazioni pedagogiche date in merito da Rudolf Steiner esistono oggi oltre 300 scuole diffuse in tutto il mondo. Si vedano in proposito i volumi dell’Opera Omnia dal 293 al 311, molti dei quali sono pubblicati anche in italiano). Alcuni affermano che simili scuole si possono organizzare senz’altro, che è solo una questione di soldi; io però chiedo a questi signori: e dopo, che cosa volete fare? Rispondono che vogliono chiedere a me quali insegnanti assumere. E io: potrò intervenire solo parzialmente nella scelta degli insegnanti, perché ci sono le prescrizioni di legge che dicono che si possono impiegare solo insegnanti che abbiano superato gli esami statali e siano stati trovati idonei. Così però non si realizzerebbe quel che dovrebbe avvenire nelle scuole Waldof: in esse si devono poter scegliere liberamente gli insegnanti; questo non esclude che si possa talvolta valersi di insegnanti con idoneità statale, ma non ci dovrebbe essere l’obbligo di impiegare solo questi, perché così non saremmo nel campo della tri-articolazione. Infatti non importa tanto che entro le strutture attuali si creino scuole che siano dei surrogati dell’attuale sistema di insegnamento credendo così di seguire i corsi che ho dato, ma importa che si applichi il principio della libertà nella vita spirituale: con una scuola del genere, si può dare inizio alla tri-articolazione. Non suscitiamo dunque nella gente idee sbagliate, insinuando la credenza che si possa rimanere con tranquillità nelle condizioni vecchie e fondare ugualmente scuole Waldorf, ma suscitiamo la convinzione che nella scuola di Stoccarda vi è nella realtà una vita spirituale libera, perché là non vi sono né programmi né piani di studio, ma vi è un insegnante con la sua reale capacità, non con la prescrizione di quello di cui egli debba essere capace: là vi è cioè un vero e reale insegnante.

È meglio prendere in considerazione un insegnante peggiore, ma reale, piuttosto che uno che si attenga alle prescrizioni, ma non sia un reale insegnante. Quando ci si trova a insegnare tra le pareti della classe, si è a contatto con quanto vi è in essa, e non con quanto nelle disposizioni viene chiamato materiale di insegnamento o metodo di insegnamento: si è a contatto con gli alunni. Ecco su che cosa si deve richiamare l’attenzione: aver a che fare con delle realtà. Quando si vuol fare una riforma scolastica, si usa riunire una dozzina di persone, ma possono essere anche di più o di meno; assicuro che, per poco disciplinati che siano, penseranno in modo molto giudizioso, saranno in grado di presentare piani di riforma, e quello che avranno escogitato sarà molto intelligente: vi sarà detto che si deve procedere in un certo modo, e così via.

In proposito si potrà persino pretendere che vi siano numerose persone che possano dire molto bene come trattare idealmente, diciamo, un certo argomento scientifico, oppure come fondare un giornale ideale. Ma non è questo il punto, quel che conta è di lavorare su basi reali. A cosa giova disporre di programmi, se si hanno poi insegnanti che nelle loro capacità ne sono lontani mille miglia? Così non si fa altro che illudersi sulla verità che è quella di prendere il materiale che si ha a disposizione, contando sulla realtà e guardandosi dalle circolari e dai programmi, sempre che si voglia concludere qualcosa. Oggi si arriva a capirlo con tanta difficoltà che si deve insistere molto proprio su questo punto; siccome negli ultimi tempi non si è fatto altro che lavorare in base a programmi, si è sciupata profondamente la vita.

Seguendo ad esempio l’evoluzione della socialdemocrazia a partire dal suo programma di Eisenach (in occasione della fondazione del Partito socialdemocratico dei lavoratori, il programma fu steso da W. Liebknecht e A. Bebel nel 1869), fino al programma di Gotha (questo programma fu steso nel maggio del 1875 in occasione della fusione tra il Partito socialdemocratico dei lavoratori e l’Unione tedesca dei lavoratori che era stata fondata da Lassalle nel 1863), si riscontrerà un appiattimento; ma il peggio arriva con il programma di Erfurt (il programma di Erfurt fu elaborato nell’ottobre del 1891 da Katitsky in occasione della riorganizzazione del Partito socialdemocratico tedesco, associatosi alla Seconda Internazionale, che si era costituita due anni prima) nel quale vien detto come tutto si debba configurare, tra l’altro nella socializzazione dei mezzi di produzione. Ne è però esclusa ogni concezione della vita. Venne poi un uomo che partiva dal principio: “Che m’importa della vita? M’importa solo il programma di Marx! La vita può anche andare in rovina, basta che si realizzi il programma di Marx. Per me, si impicchino pure migliaia e migliaia di uomini al giorno, purché si avveri il programma di Marx!”. Questo uomo fu Lenin: egli sarebbe proprio stato disposto a far impiccare ogni giorno migliaia di uomini, purché si avverasse il programma di Marx. Naturalmente queste cose sono tutte espresse in termini radicali, ma caratterizzano bene la situazione. Ma dove vuole arrivare quest’uomo? La sua concezione della vita, fuori dalla realtà, deriva da quel che in fin dei conti dicono solo uomini geniali; anche Lenin è geniale, anche se un geniale testardo, testardo come un toro, ma sempre geniale.

Nel suo libretto “Stato e rivoluzione” si trova scritto all’incirca così: la realizzazione di quel che dovrà avvenire non deriva dal mio programma marxistico. Però esso distruggerà tutto quello che vi è adesso. Poi verrà allevata una nuova umanità che non avrà come programma Marx, ma vivrà, nel senso che ciascuno opererà secondo le sue capacità e i suoi bisogni. Prima però deve venir allevata una nuova umanità! (in “Stato e rivoluzione” è infatti detto: “Affinché possa riuscire un’opera del genere, come è l’oppressione della maggioranza sfruttata da parte della minoranza sfruttatrice, occorre naturalmente la massima durezza, la brutalità dell’oppressione, tutto un mare di sangue […]”. E ancora: “Lo Stato dovrà morire del tutto quando la società avrà realizzato la regola che ognuno agirà secondo la propria facoltà e le proprie necessità, vale a dire quando l’uomo si sarà talmente abituato a realizzare le basi della convivenza, e il suo lavoro sarà tanto produttivo che egli lavorerà liberamente a seconda delle sue possibilità […]. La distribuzione dei prodotti non richiederà regole speciali da parte della società, perché ognuno prenderà liberamente a seconda dei suoi bisogni […]”. “A nessun socialista verrà in mente di “promettere” quando si realizzerà la fase superiore di sviluppo comunistico, perché questo presuppone una produttività del lavoro e un impegno umano che sono ben lontani da quelli odierni”).

Dunque la nostra vita programmata è divenuta non conforme alla realtà, al punto che oggi [1921, esattamente un secolo fa – ndc] vi è un uomo che, sostenuto dai suoi aiutanti, vuol organizzare un impero non secondo la vita, ma secondo programmi, però ammettendo che tale organizzazione è in fondo senza via d’uscita, perché condizioni sane potranno sorgere soltanto quando gli uomini di adesso non ci saranno più, e al loro posto ne saranno subentrati altri.

Vorrei dire che qui si può toccar con mano a che punto sia giunto il modo moderno di pensare e di sentire. Non si possono sottovalutare queste cose, ma anzi considerarle con molta attenzione [oggi, 2021, viviamo esattamente nella dittatura stalinista divenuta mafia di Stato, nella quale il “bue antroposofico” costituito dai “tardoni” alla Fusaro pascola ignaro – ndc].

R. S. 05 COME SI OPERA per la TS

COME SI OPERA LA TRIARCOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

QUINTA CONFERENZA, Stoccarda, 14 febbraio 1921 (sera)

Sarà bene ora introdurre qualche indicazione sulla forma del discorso per potere poi ritornare meglio a considerazioni sul suo contenuto. Ho prima accennato che, immedesimandosi nel senso integrale e nell’essenza dell’oggetto, nell’una o nell’altra sfera dell’organismo sociale tri-articolato, si può trovare l’intonazione appropriata; e la si può trovare da sé, purché si riesca a vivere nel modo giusto nella realtà.

Ora vorrei aggiungere qualche indicazione in merito, ma voglio premettere che naturalmente, quando si tratta di consigli pratici, le cose possono sempre essere un po’ diverse, sicché su di esse si possono dare solo esempi, trattandole cioè in modo diverso per ogni singolo caso. Ma mentre cerco di pensare a che cosa sia più adatto alla nostra azione oratoria nelle prossime settimane, vorrei in primo luogo far presente che in ogni singolo caso è di grande importanza che l’oratore abbia un orientamento interiore ben determinato. La peggior cosa da fare sarebbe senza dubbio che, scegliendo un tema come quello, diciamo, de “Le grandi questioni del presente e la tri-articolazione dell’organismo sociale”, e tenendo per una settimana in luoghi diversi una serie di discorsi su questo tema, si continuasse a ripetere lo stesso tema sempre con la stessa formulazione imparata a memoria. Per ragioni obiettive interiori, questo sarebbe il metodo peggiore che si potrebbe scegliere. Si può invece sviluppare un modo responsabile ed essere portati da ragioni ideali, solo se ogni discorso è ogni volta tenuto in maniera personale, soggettiva e nuova. Si deve sentire la necessità che quando, nel modo che subito dirò si debba ripetere un discorso trenta volte di seguito, o meno probabilmente anche cento volte: ogni volta lo si senta come nuovo, rinnovandolo sempre e con la stessa grande attenzione per il suo contenuto.

Si faccia ben attenzione a quel che dico: ogni volta, prima di pronunciare il discorso, si deve tornare a pensare interiormente quel contenuto nella sua sfumatura fondamentale, più che nella sua singola elaborazione o nella sua particolare formulazione, ravvivandone sempre di nuovo i pensieri e le sfumature di fondo. Come ci si possa immedesimare in tutto questo, dipenderà dalla relazione che si sarà stabilita con la sostanza del tema.

Ho conosciuto bravissimi attori e attrici che mi assicuravano di aver raggiunto il sentimento di aver recitato bene una parte, solo alla centesima replica. È evidente che in ciò si nasconde una specie di illusione: lo avevano già alla quarantanovesima o cinquantesima replica, ma solo paragonato a quello delle volte precedenti. Ad ogni modo è chiaro che si può conservare quel contenuto dialettico con la stessa attenzione ogni volta che lo si è esplicitato; in fondo, il solo sentimento che mantiene la freschezza occorrente al discorso è che non se ne abbia mai abbastanza della sua sostanza, per quanto lo si sia ripetuto quasi uguale ogni volta. Se rispetto a un discorso che deve tenere, qualcuno prova il sentimento di noia o che sia noioso doverlo ripetere per l’ennesima volta, mi sembra che sia come se qualcuno, dopo aver mangiato per tutto un mese, all’inizio del mese successivo, dicesse che il mangiare gli è venuto a noia, poiché è la ripetizione dei pasti dei trenta giorni precedenti, e affermasse di non voler più mangiare. L’organismo compie monotonamente ogni giorno gli stessi atti, rispetto alle sue più importanti funzioni; tutt’al più varia un po’ la lista dei cibi, ed allo stesso modo si possono sfumare i pensieri di una conferenza in modo che vi entri una variazione, analogamente al menu che varia da un giorno all’altro. Ma per l’organismo rimane in sostanza il monotono alterno aver fame – saziarsi, aver sete – bere, e così via; e in fondo non ci viene mai a noia.

Rispetto alla crescita vitale del mondo naturale e alle elementari forze spirituali, si distanzia il nostro intelletto e in genere la nostra vita dell’anima che è in decadenza; se ne distanzia perché in certo modo esso vuol avere tutto in una volta sola, e in effetti poi lo “ha”. Proseguendo poi nello sviluppo dell’attività interiore, ritorniamo sempre di nuovo al ritmo, alla ripetizione dell’identico, come l’hanno appunto la natura e le forze spirituali elementari originarie. Dobbiamo ritornare a quanto è strettamente legato alle forze creatrici originarie, più strettamente legato di quanto lo sia la nostra vita attività interiore intellettuale in fase di decadenza, e dobbiamo farlo quando lavoriamo nel mondo spirituale, cioè nella sfera dello spirito [dell’io – ndc]. Ne tengono conto le religioni le quali non fanno pregare ogni mattina e ogni sera con preghiere nuove, ma sempre con le stesse; né presumono che ciò sia noioso, ma che si confaccia allo sviluppo dell’attività interiore, come il mangiare e il bere rispetto allo sviluppo organico.

Quando operiamo nello spirito, e specialmente nel caso dell’oratoria, ci possiamo quindi disporre in modo che, anche ripetendo lo stesso argomento innumerevoli volte, prima di esporlo ne ripercorriamo interiormente il contenuto, magari per pochi istanti, raggiungendo così il giusto rapporto con quanto vogliamo esprimere. Solo così faremo nostro un giusto senso di responsabilità.

Proprio di questo senso avremo bisogno di fronte a situazioni come quelle previste nelle prossime settimane.

Dovremo essere consci che con i nostri discorsi non parleremo alla gente di una cosa qualunque, ma del fatto che ci troviamo tutti in un momento storico mondiale per il quale il nostro discorso ha un preciso significato. Dovremo raffigurarci energicamente la portata della nostra azione, dicendoci: sto insegnando qualcosa che, se trova il suo consenso, rappresenterà l’unico mezzo di condurre il mondo alla risalita, mentre dappertutto intorno a noi imperano forze di decadimento. Se avremo preso posizione in questo modo, potremo anche valutare obiettivamente gli avversari che da ogni angolo si oppongono ai nostri intenti e stanno in agguato ai lati della strada che ci proponiamo di percorrere. Gli avversari non sono generalmente tenuti in considerazione dai nostri soci, che preferiscono non occuparsene; ciò è però segno di mancanza di interesse per la storia contemporanea. Eppure è proprio l’interesse per la storia contemporanea che deve spingerci a parlare e ad operare, perché solo così le nostre parole avranno un peso reale. In ogni caso gli avversari non vanno sottovalutati: c’è a volte da disperarsi di fronte all’atteggiamento del tutto flemmatico assunto dalla gente all’interno del nostro movimento di fronte alle terribili accuse che si levano contro l’antroposofia, contro la tri-articolazione, e ora anche contro il “Kommende Tag” [oggi tale atteggiamento si è fatto addirittura MAFIOSO in quanto il sedicente maestro elementare steineriano è contento quando la sua scuola diventa paritaria, cioè conforme, in nome dei soldi, della burocrazia, e del diritto statale alle scuole di Stato – ndc]. Ma gli avversari sono davvero di un’altra tempra, sono talvolta dei mariuoli scellerati, però sostenuti nella loro scelleratezza da un immenso fervore: trovano parole entusiaste, per lo più di un entusiasmo per la cattiveria, oppure anche di un entusiasmo dell’incapacità che oppone resistenza perché non riesce a farsi valere contro i valori che noi sosteniamo [oggi tali valori non esistono nemmeno nei maestri steineriani semplicemente perché non conoscono nemmeno l’idea della tri-articolazione e quando la conoscono la combattono. Pederiva mi disse pubblicamente a Fidenza che il mio atteggiamento anti-paritario era da purista e che invece riteneva il compromesso utile nonché legittimo! – ndc]. Tuttavia in tutto questo vi è slancio, anche nell’ingiuria. Certo, non si trovano le parole giuste quando si mettono insieme artificialmente e alla leggera, ma si trovano movendo dall’atteggiamento complessivo, e in questo ci dobbiamo porre scrivendo o parlando. Non dobbiamo spaventarci se incontriamo le più energiche ripulse che si ergono spudoratamente contro l’antroposofia e la tri-articolazione. Rendiamoci conto che così viene messo in ombra anche il loro lato positivo [ed il vero lato positivo dell’antroposofia e della tri-articolazione è appunto quello di non accettare compromessi con le scuole di Stato giuridicamente impostate; così come nell’organismo umano è l’io e non il nervo a far muovere il muscolo, allo stesso modo nella scuola libera dell’organismo sociale non si dovrebbe insegnare che è invece il nervo a far muovere il muscolo, perché questo insegnamento è menzognero – ndc].

Importanti sono anche le cose che diciamo in merito ai nostri avversari durante i nostri discorsi, senza curarci di difenderci perché, se è vero che talvolta dobbiamo difenderci (l’ho già detto spesso), a cosa giova difenderci contro individui come un Dessoir (Max Dessoir, 1867-1947, nel 2° cap. di “Enigmi dell’anima”, O. O. n. 21, Steiner si confronta a fondo con le critiche mosse dal Dessoir all’antroposofia nel suo libro “Vom Jenseits der Seele”) e simili persone? Per contro può essere efficace caratterizzare quanto sia scandaloso che nella vita universitaria tedesca si trovino come docenti uomini di quel genere; a questo scopo dobbiamo trovare le parole e le sfumature di colore appropriate a porre nella giusta luce questi fenomeni della cultura; è quindi bene dar molto colore alle nostre descrizioni, e si cercherà di farlo con le coloriture tratte dalla nostra esperienza di vita; dipenderà dal karma che si sappia porvi la giusta attenzione, è il karma che aiuta a trovare tali sfumature.

Nel mio libro Enigmi dell’anima ho riferito in particolare i fatti che Max Dessoir menziona nel suo voluminoso libraccio; dissi che è uno di quelli ai quali, per intima determinazione del proprio agire interiore, succede di dover talvolta arrestare il corso dei pensieri, di non riuscire a proseguirne il filo: persino durante sue conferenze gli accade di esser tanto ripieno della forza di quanto dice, che l’intelletto gli si blocca (non lo dice esplicitamente, ma è come se l’intelletto gli si arrestasse). L’ho messo in rilievo nei miei “Enigmi dell’anima”. Qualche settimana fa ho ricevuto una lettera da un amico che aveva frequentato a suo tempo le lezioni del Dessoir a Berlino, durante le quali in effetti avvenne che questi arrestasse il corso dei suoi pensieri (si tratta del dott. Jakob Muhlethaler, 1883-1972, che scrisse a Steiner il 29 novembre 1920; la lettera è ora nell’archivio della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung: “Sto in questi giorni studiando il Suo libro “Enigmi dell’anima” e sono arrivato al punto in cui è detto di un difetto oratorio del Dessoir, a pag. 51 dell’edizione italiana, e posso confermare il fatto con una mia esperienza personale. Nel semestre invernale 1904/05 ebbi occasione di assistere a una lezione del Dessoir sulla logica e la gnoseologia. Al “bel Max” – ogni settimana compariva con un panciotto di un altro colore – capitò una volta di “perdere il segno” durante la lezione, con gran meraviglia degli ascoltatori. Per sua fortuna uno studente aveva spalancato davanti a sé un giornale e divenne così il capro espiatorio, dando modo al professore di disporre di alcuni minuti per riprendere il filo del suo discorso, ma ci impiegò comunque un bel po’ di tempo”). Gli studenti chiamavano quel bel mobile universitario il “bel Max”, perché nel tenere le sue lezioni aveva l’abitudine (così scrive il mio amico) di cambiare colore del suo panciotto ogni settimana. È solo vanità. Ve ne sono altri, più grandi di Max Dessoir, ad avere simili debolezze: per esempio il grande filosofo Kuno Fischer (1824-1907). Avvenne infatti che un giovane studente andasse dal parrucchiere che aveva il negozio di fronte all’Università di Heidelberg. Il parrucchiere si interessava naturalmente alla vita universitaria e ai suoi studenti, perciò si mise a chiacchierare con quell’ingenua matricola che ebbe a dirgli che si preparava ad andare proprio alle lezioni di Kuno Fischer.

“Oggi il prof. Fischer scriverà qualcosa alla lavagna”, disse il parrucchiere. “Come lo sa?” si stupì lo studente. “È stato qui poc’anzi per farsi fare la scriminatura dei capelli sulla nuca; tutte le volte che lo fa è perché deve scrivere qualcosa alla lavagna; per farlo deve infatti voltarsi di spalle”. Ma ritornando al “bel Max” avvenne dunque una volta che improvvisamente il pensiero gli sfuggisse e gli prendesse una gran rabbia (naturalmente nel panciotto corrispondente a quella settimana). Davanti a lui vi era uno studente con un giornale in mano, e su di lui egli scaricò la sua rabbia, sostenendo che se i pensieri gli erano sfuggiti era colpa sua, in quanto leggeva il giornale. Dopo cinque minuti gli tornarono i pensieri. Tutto questo è realmente avvenuto, è documentato, nero su bianco! Si possono illustrare bene fatti del genere e si troverà spesso che si possono usare diverse sfumature volendo descrivere gli attuali e strani metodi educativi vigenti nelle università. Oltre il suo carattere nocivo, spiacevole e distruttivo, tutto questo riveste anche un lato comico. Se mi è lecito accennarvi, conobbi un tempo un chimico, professore di chimica e di tecnologia delle sostanze organiche, il quale ogni anno diceva nelle sue lezioni: sicuro, ci sono oggi solo tre grandi chimici: uno è Liebig, il secondo è uno nuovo, Gorup-­Besanez, la modestia mi impedisce di nominare il terzo (Justus von Liebig, 1803-1894; Eugen von Gorup-Besanez, 1817-1878) [il terzo chimico era senz’altro un precursore del perbenista neo-zelota nazi-scientifico che gira con la museruola e con le chiappe strette – ndc].

Come ho detto, non è il caso di attribuire gran valore all’autodifesa, che può a volte essere espressa, ma piuttosto è importante inserire nei nostri discorsi la denuncia di certi fenomeni culturali in tutta la loro nocività. Ci mostreremo così sufficientemente agguerriti nel formare giudizi sulle cosiddette correnti spirituali del nostro tempo. Potremo far fluire dappertutto tale atteggiamento nelle nostre esposizioni positive, così facendolo forse arrivare alle anime. Se vogliamo riuscire, dobbiamo assolutamente generare nelle anime dei nostri ascoltatori il ribrezzo per certi fenomeni contemporanei. Dobbiamo poter suscitare un giusto giudizio su quanto di terribile infierisce tra di noi, proprio a causa dell’incapacità e della falsità che domina tra di noi. Per poterlo fare nel modo giusto dobbiamo darci severamente a rivedere le bucce alla gente, a non lasciar correre niente: dobbiamo mettere bene in rilievo ogni elemento sintomatico e caratteristico. Come potremo sempre costatarlo, proprio nel dominio della cosiddetta scienza impera oggi una tremenda falsità: non dobbiamo trascurarla, ma tornare sempre a smascherarla, a caratterizzarla ai nostri contemporanei in singole esemplificazioni, dopo aver costatato che tale falsità è tanto più forte quanto più passiamo dal terreno scientifico e filosofico, alla medicina e ad altri settori. Ciò è di grande, anzi immensa importanza, perché oggi non si ha un senso abbastanza forte di ciò che davvero significa tale falsità, per come questa influisca corrompendo le coscienze, quando uno scienziato viene roso dalla falsità nell’intimo del suo agre.

Ci porteremo molto avanti, anche se non subito, se riusciremo, se sapremo portare alla coscienza dei nostri contemporanei la falsità della vita educativa moderna.

Troveremo comunque le sfumature oratorie appropriate, se parleremo del nostro intento con lo stato d’animo che ora ho caratterizzato.

Allora, proprio nella posizione nella quale ci troveremo nelle prossime settimane, apparirà importante che si sia vivi e presenti nella materia che si vorrà esporre, che parlando si lotti di continuo con la materia stessa, che, preparando il discorso con pensieri e intenzioni, ci si ponga la cosa davanti all’anima, ma non nella sua formulazione per la quale si dovrà combattere solo al momento in cui si è di fronte all’uditorio. Sarà opportuno quindi, durante la preparazione, non portare la conferenza alla sua completa formulazione, ma solo annotare determinate parole chiave. Seguendo la propria natura si possono annotare frasi significative in un modo o nell’altro; beninteso, non frasi fatte (il che di regola può portare fuori strada) ma frasi significative, in certo qual modo i temi dei singoli argomenti [oggi 2020 abbiamo a disposizione la pubblicazione di video a questo fine – ndc]. Si annoti per esempio: “La vita economica ha leggi proprie, trasforma tutto in merce”. Si svilupperà poi questo concetto, non prendendolo come punto di partenza, ma come tema di una parte, di un argomento, come un nucleo intorno al quale possa cristallizzarsi tutto il resto: si parlerà appoggiandosi a tale frase significativa. Poi si passerà alla frase significativa successiva. Sarà bene padroneggiare il contenuto delle prime cinque o sei frasi della conferenza, avendone a memoria non la lettera, ma solo il senso, e anche quello delle ultime cinque o sei. Non serve invece aver formulato letteralmente tutto il resto della conferenza, perché ciò intralcerebbe il rapporto interiore vivente con essa; occorre invece aver formulato quasi esattamente le prime e le ultime cinque o sei frasi, perché chi vuol comparire davanti al pubblico come un uomo e non come un robot parlante, durante le prime frasi soggiace di regola alla cosiddetta febbre della ribalta; essa è tuttavia in se stessa un bene e può assumere le forme più diverse. Può avvenire che tale febbre dia intima vitalità nelle prime frasi, quando siano ben formulate, e che la formulazione favorisca un’intima relazione col tutto; se però non abbiamo prima ben formulato le frasi, può facilmente accadere che si abbia come un vuoto.

Conoscevo ad esempio un tale, d’altra parte di primissimo ordine, che era uso leggere le sue conferenze: una volta però (mi pare ancora di vederlo) volle pronunciare le prime frasi a memoria, ma non ci riuscì e dovette mettersi a leggere fin dalla prima frase, tanto si era abituato al manoscritto. È dunque bene portare vivacità nella formulazione anche delle prime cinque o sei frasi. Analogamente si deve fare con le ultime frasi del discorso: quando ci si avvicina alla conclusione e si vuol comparire come un uomo e non come un robot parlante, dato che ci si trova sotto l’impressione dell’intera conferenza e ci si avvia alla fine con una certa vivacità, può avvenire, se appunto non ci si è prima preparata la formulazione delle ultime frasi, che non si riesca a trovare l’enunciazione che non intralci la conclusione.

Dunque per questi “discorsi d’attualità” (nel senso migliore del termine) che ci accingiamo a tenere, in particolare se l’occasione è la situazione mondiale, la cosa migliore per tali discorsi è senza dubbio se si portano con sé, ben scritte su un foglietto, le prime cinque o sei frasi, poi le frasi significative, e infine le ultime cinque o sei frasi. A proposito del foglietto vorrei dare un consiglio, pregando di non prenderlo come se andasse seguito a tutti i costi: si scriva il foglietto come ho detto sopra, lo si adoperi nel senso indicato durante la conferenza, ma poi lo si bruci! [Evidentemente già allora Steiner aveva a che fare con dementi, cioè coi bisnonni dei moderni tardoni neo-zeloti – ndc]. In occasione di una successiva conferenza si faccia lo stesso; si scriva cioè un nuovo foglietto che si brucerà dopo aver tenuto la conferenza stessa; si scrivano magari cinquanta foglietti, sarà sempre meglio che permettersi di adoperare uno stesso foglietto per cinquanta conferenze sullo stesso tema. Per favorire un intimo rapporto vivente con la propria materia, si deve ogni volta riuscire ad esaurire la vitalità della conferenza che si è tenuta, così come il 14 febbraio si è digerito quel che si è mangiato il 13. È una regola valida [purtroppo oggi 2020, l’ipocrisia ha raggiunto livelli estremi, che solo Orwell riuscì a prevedere quando nel 1948 pubblicò il suo capolavoro “fantascientifico” intitolato “1984”. L’università di Cambridge, accorgendosi che il popolo si sta svegliando e l’indignazione dei più aumentando, ha emanato in questi giorni di dicembre nuovi “consigli” in merito al disastro provocato dall’insegnamento del rispetto delle nuove leggi anti-pandemia. Tra questi si raccomanda di sostituire il contenuto concettuale della parola “rispetto” con quello di “tolleranza”; questa mattina, 11 dicembre, radio radicale dal canto suo ha letto il consiglio di portare la mascherina “sorridendo” perché in fin dei conti bisogna essere contenti, dato che il 2020 sta per finire; questi de-pensanti non si accorgono che tutto invece continuerà tale e quale ad oggi; credo, anzi, che il clima (spirituale o sovrasensibile, che dir si voglia) peggiorerà sempre più se non si sosterranno individualmente iniziative come il “Governo del popolo” o sostenitrici dell’idea della tri-articolazione dei poteri sociali – ndc].

In certe sfere di attività si tratta di ritrovare la via verso condizioni di vita elementare: solo così strappiamo l’operare spirituale dalla natura nebulosa che ha assunto, dato che nella vita intellettuale astratta avviene che si vuole sperimentare qualcosa una sola volta, così che – dopo averla sperimentata – questa non esercita più alcuna sensazione.

È proprio così: quando ci si abitua a quanto ho caratterizzato [come veggenza della “falsità della vita educativa moderna” – ndc], si arriva gradualmente a ricevere la nostra produttività spirituale da regioni più profonde di quelle, molto discutibili, che nello spazio sono le più elevate nell’organizzare gli uomini; è importantissimo che proprio i più elevati fatti spirituali non provengano dalla regione della testa, perché questa regione è incolore, è fredda, è tale da non concernere (sembra un paradosso) che noi stessi. Per quanta chiarezza possa acquisire un intelletto, essa riguarda solo la persona che di tale intelletto è la portatrice. Quel che abbiamo da dire al mondo non dipende da quello che comprendiamo, ma da quel che penetriamo col sentimento, che viviamo nell’intimo, da ciò per cui abbiamo patito e gioito e che abbiamo superato.

Il contenuto di quello che avremo da dire al mondo nelle prossime settimane dovrà essere sperimentato ogni giorno, sempre a nuovo, facendolo muovere nella nostra anima come patimento e superamento, in certo senso cercando di presentire quel che avverrà, anche come buona sorte e come liberazione. Ma soprattutto si dovrà poter provare un forte sentimento di responsabilità. Tutto questo può essere fatto ogni giorno, ed è una preparazione molto migliore di tutte le disposizioni e di tutto quanto viene impartito nelle diverse scuole di retorica.

L’intima relazione con l’argomento è quella che ci conferisce una preparazione vera e reale, affinché si possano formare gli imponderabili che ci uniscono al nostro uditorio, per quanto grande esso sia. Proprio in questo campo si può osservare come e quanto noi siamo diventati teorici e astratti.

Insieme a un numeroso pubblico ascoltai una volta una conferenza tenuta da Hermann Helmholtz (Hermann Helmholtz, 1821-1894, fisico; Si tratta della conferenza tenuta a Weimar nel 1892 dal titolo: “Presagi di Goethe per le idee scientifiche future”): egli stese il suo manoscritto e lesse l’intera conferenza dalla prima all’ultima parola. A conferenza ultimata, mi si avvicinò un direttore di teatro mio amico, per dirmi: “Ma perché ha parlato? La conferenza è già stampata e avrebbe potuto esser semplicemente consegnata a ciascuno degli uditori; se Helmholtz, per il quale tutti provano molta stima e grande rispetto, fosse andato in giro a stringere la mano a tutti, sarebbe stato molto più piacevole di stare per un’ora ad ascoltare la lettura di quanto ciascuno avrebbe potuto leggersi per conto suo”. Dobbiamo sempre tener presente nell’anima che tutto quanto è già scritto e stampato, che ognuno può leggere, è del tutto diverso dalla parola parlata. Se anche succede spesso che per ragioni diverse da quelle puramente artistiche o simili, la parola parlata sia fissata per iscritto (ed è un’arte arimanica) e poi di nuovo letta, non ci si può nascondere che in fondo tutto questo modo di procedere, in senso superiore, non è che un abuso: lo si deve fare per tante ragioni, ma resta un abuso. Per chi prende artisticamente queste cose, la parola parlata non è qualcosa che possa essere scritto o stampata. Ecco perché non potei fare altro che consentire con quel che diceva quel direttore di teatro: sarebbe stato più sensato se Helmholtz avesse stretto la mano a tutti e fatto distribuire le copie stampate della sua conferenza. Sono cose che vanno tenute sempre presenti nell’anima, perché sono in sostanza retorica, a differenza dalle indicazioni che si trovano nelle comuni discipline retoriche impossibili da seguire. Queste ultime sono in fondo solo sterpaglia e pula, e non ci possono essere di alcuna utilità se vogliamo seguire in modo vivente i nostri intenti. Quelle dette – possono sembrare formalità, buoni consigli [ciò che vi dico – ndc] – ma vanno più sentite che pensate; facendolo, ci troveremo ottimamente preparati alla missione che ci aspetta nelle prossime settimane.

Da questi consigli si potranno infatti sviluppare sentimenti atti a suscitare il modo di comportarsi rispetto alla materia da elaborare.

Vi è inoltre da dire che per il genere di discorsi da tenere, anche quando i temi saranno preparati nel modo ora indicato, sarà bene iniziare con qualche fatto del giorno, uno qualunque, ma che sia sintomatico per le condizioni attuali.

Al giorno d’oggi succedono sempre fatti del genere: basta seguire la cronaca per trovarne in quantità. Da essi si potrà partire, così da creare subito un’atmosfera comune tra noi e l’uditorio. L’uditorio conosce quei fatti, e noi pure li conosciamo: si forma così una specie di comunicazione che è di speciale importanza nel caso di discorsi sulla storia contemporanea, o per dir meglio di discorsi che devono far presa sull’evoluzione attuale. Oppure si può anche raccontare qualcosa di sintomatico preso più da lontano: per concentrare l’attenzione spesso è opportuno raccontare qualcosa che in apparenza non ha nulla a che fare col tema e che solo dopo ne palesa il suo nesso; l’ascoltatore viene prima paradossalmente toccato, appunto se non

sa perché mai si racconta un fatto simile; si cerca quindi di trovare il ponte tra quel fatto lontano e quello che in realtà si vuole sviluppare.

Altro consiglio: in certi casi è molto efficace che si riallacci la fine all’inizio della conferenza; lo si ottiene se all’inizio si è formulata una specie di domanda, non in maniera pedante ma come semplice problema, e il seguito della conferenza è lo svolgimento del problema stesso; solo alla fine si giunge alla risposta, e così il tutto si conchiude [anche “La filosofia della libertà” di Steiner inizia con una domanda la domanda: possiamo o non possiamo considerarci liberi? – ndc].

In tal modo si esercita spesso un ottimo influsso sull’anima dell’ascoltatore che rammenterà l’argomento con più facilità del solito. In certe occasioni può persino andar bene avere una specie di motivo dominante al quale si ritorna a intervalli, seppure in maniera variata. Non si avrebbe un buon risultato ripetendo sempre la stessa formula, ma se vi si ritorna in maniera variata, si può esercitare un ottimo influsso.

Grazie alla forma del nostro discorso, dovremo poi influire sull’ascoltatore riformisticamente (dico così, ma potrei anche dire educativamente, se non fosse che la gente si offende adoperando questa parola).

Si può operare riformisticamente anche attraverso l’aspetto formale del discorso; la gente pretende quanto più possibile definizioni, ma io voglio proprio oppormi alla mania di definire. Voglio invece caratterizzare, e sempre caratterizzare una cosa da due o più lati per suscitarne un’immagine, perché ogni cosa ha diversi lati mediante i quali la si può caratterizzare. Tra le diverse concessioni che mi rifiuto di fare all’arte del discorrere, ce n’è una che va fatta meno di tutte le altre: servire alla gente definizioni pedanti. Dobbiamo assolutamente suscitare l’impressione che tutto quanto deriva da sostrati spirituali, che proviene dalla scienza dello spirito; anche in merito alla mera forma andrebbe mostrata diversità ai nostri contemporanei rispetto a quel che proviene dal materialismo.

Ciò che proviene dal materialismo, anche se è pervaso di religiosità apparente, non potrà che essere materialistico e verrà esposto usando dei sostantivi, anche se è tinto di religione. Ciò che proviene dallo spirito non può esprimersi bene mediante sostantivi, perché lo spirito non opera con sostantivi, è in continuo movimento, perciò gli occorrono verbi. Lo spirito scioglie i sostantivi; piuttosto che di un sostantivo, preferisce servirsi di una perifrasi. Lo spirito evita quindi di trattare le entità come se fossero pezzi di legno, da collocare uno accanto all’altro come tanti pioli [oggi 2020 bisognerebbe dire “come tanti cotechini” – ndc]. Disporre le cose come dei pioli è da materialista. Quel che viene afferrato nello spirito scioglie appunto i sostantivi.

In proposito è essenziale non fare alcuna concessione al nostro tempo, atteggiato com’è materialisticamente. Ad ogni modo (non è il caso nostro, ma piuttosto quello dei poeti moderni; non quello di chi deve esprimere ciò che noi avremo da dire) se ci si tuffa nel “visionarismo”, o anche solo nel fantastico, si possono anche adoperare sostantivi, perché in tal caso prendono forma le immaginazioni.

Ogni stile ha uno speciale carattere nel suo campo particolare; ma quando è necessario portare ai propri contemporanei, con un determinato riferimento, una nuova dottrina o una nuova concezione, provenienti dallo spirito, non si sarà interiormente propensi a disporre un sostantivo accanto all’altro.

Sarà inoltre cosa buona anche per noi adempiere a un reale dovere morale. Agli inizi del nostro movimento antroposofico, la nostra gente era fiera di poter affermare: ho esposto in un dato luogo vedute antroposofiche o teosofiche, senza dire da dove provenivano e senza fare uso delle parole teosofia o antroposofia. Nei circoli antroposofici si è in effetti abusato di questa sconfessione del terreno sul quale si poggia, di questo non volersi nettamente riconoscere in una causa. Vorrei dire chiaro che chi è stato guadagnato alla nostra causa, evitando di parlarne chiaro e netto, a viso aperto, o non è realmente acquisito, o se lo è non ha alcun valore. Ha valore per la nostra causa solo ciò che si è acquisito in piena verità e in assoluta sincerità. Se questo diventerà per noi una limpida regola, potremo forse incorrere in qualche insuccesso, ma dove otterremo successi saranno successi sicuri [qui Steiner sbagliava e l’hanno dimostrato i fatti, dato che l’antroposofia della cosiddetta “società antroposofica” è diventata non solo ideologico antroposofismo ma un business come tutto – ndc]. In nessun caso dobbiamo esimerci dal presentare alla gente, nella sua realtà, il sostrato scientifico-spirituale o antroposofico. Se di primo acchito a un gran numero di persone ciò fa l’effetto del drappo rosso al toro, non è poi il drappo rosso il peggior dei mali, ma piuttosto il toro [oggi 2020 il materialismo è diventato mafia e la mafia, Stato. Proprio perché il politicamente corretto, il fisicamente corretto, lo spiritualmente corretto, l’antroposoficamente corretto e quant’altro hanno portato e portano l’uomo a mettersi la museruola per portare a pisciare il cane – ndc].

Nelle prossime settimane queste cose devono dare il colorito morale al nostro zelo per la nostra causa, perché di zelo ne occorre tanto; con questo non dobbiamo sentirci dei martiri, ma piuttosto investiti di una grande responsabilità. Dobbiamo avere senz’altro il sentimento di parlare in nome del presente e della storia contemporanea. Quanto più coltiveremo questo sentimento, tanto meglio sarà. Mi sia consentito ricordare qualcosa che ho già spesso detto. Volli una volta chiarire a due preti cattolici che avevano torto nell’espormi un loro problema a proposito di una mia conferenza. In una città tedesca del sud, che oggi non è più tedesca (il riferimento è alla conferenza del 21 novembre 1905 tenuta a Colmar, nel frattempo passata dalla Germania alla Francia), avevo tenuto una conferenza sulla saggezza del cristianesimo; vi assistevano anche due preti cattolici. A quel tempo, molti anni fa, non era ancora stato imposto ai parroci cattolici, come avviene oggi, di combattere intensamente l’antroposofia; così due parroci avevano potuto ascoltare la mia conferenza al termine della quale vennero da me – si può parlare a lungo e oggettivamente di un tema antroposofico anche in presenza di parroci cattolici. Se non sono prevenuti tanto da sentirsi in dovere di voler controbattere tutto quanto non appartenga alla salda istituzione della Chiesa, non sentiranno la necessità di dissentire. L’opposizione della Chiesa cattolica deve derivare da altri campi che non siano quelli della verità – Dunque i due parroci vennero da me e dissero: non è contro il contenuto della sua conferenza che abbiamo da eccepire, ma contro il modo in cui lo espone, è questo che non va (come ho detto, allora non era ancora giunta loro la parola di Roma). Noi infatti, così proseguirono, parliamo in modo che tutti ci comprendono, mentre lei parla solo per un determinato genere di persone preparate. Io risposi – ho sempre pensato che non si sbaglia mai se ci si rivolge alla gente secondo le usanze e perciò ho sempre dato dell’eccellenza alle eccellenze, e del reverendo a ogni prete cattolico – dissi dunque: reverendi, non importa se voi o io opiniamo se qualcosa sia alla portata di tutti; è ovvio che voi e io pensiamo soggettivamente. Quel che importa è se sia esposto ciò che corrisponde agli impulsi del tempo presente, se questo vada o no esposto, a prescindere dalle nostre inclinazioni soggettive. Perciò, poiché suppongo in voi questa buona coscienza soggettiva, vi chiedo: tutta la gente che oggi vuole sapere qualcosa del Cristo, viene ancora in chiesa da voi? Se infatti tutti vengono da voi, allora è esatto che voi parlate per tutti. Vi chiedo dunque obiettivamente: vengono tutti da voi in chiesa? Non poterono affermarlo. Allora dissi: dunque io parlo per chi non viene più in chiesa da voi, ma che tuttavia vuol sapere qualcosa del Cristo, ed è un fatto oggettivo. Soggettivamente possiamo pur credere, voi o io, di parlare per tutti: questo non ha importanza, importa piuttosto che sappiamo far nostro il senso di imparare dai fatti come dobbiamo farlo. Naturalmente i reverendi non ne restarono convinti, ma è la pura verità.

Queste sono le cose formali di cui volevo parlare: non sono regole, e neanche consigli da accettare in modo dogmatico. Dicevo appunto all’inizio che vanno intesi piuttosto nel senso di esemplificazioni che si possono variare in modi diversi.

Può avvenire che in circostanze differenti si sia obbligati a seguire direttive diverse. Mi sono chiesto a volte come vi comporterete voi che ora sedete davanti a me, quando vi troverete nella posizione in cui sarete nelle prossime settimane, a seconda delle diverse sfumature individuali, per presentarsi nel modo giusto davanti al proprio pubblico, e più ancora come vi situerete nella giusta posizione di fronte alla cosa, perché vi deve pur riuscire in maniera più o meno perfetta; mi sono domandato quale posizione assumerete di fronte alla cosa da presentare. Ecco perché ho deciso di esporre da un punto di vista formale ciò che appunto ho detto.

R. S. 04 COME SI OPERA per la TS

COME SI OPERA PER LA TRIARCOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

QUARTA CONFERENZA, Stoccarda, 14 febbraio 1921 (pomeriggio)

Il primo tema che propongo di trattare è: “Le grandi questioni del presente e la tri-articolazione dell’organismo sociale”. È necessario scegliere i temi che si vogliono trattare in modo che offrano l’occasione di fare la massima conoscenza possibile, in primo luogo di ciò che richiede il tempo presente, e in secondo luogo di quanto possa offrire l’impulso per la tri-articolazione dell’organismo sociale al fine di risolvere i grandi problemi contemporanei; si deve sempre avere la possibilità di indicare, da un lato, che la Scienza [nel testo originale: “la scienza dello spirito orientata antroposoficamente” che continuerò a chiamare Scienza – ndc] può fornire le basi per questo genere di pensiero sociale e, dall’altro, che si deve sempre esser disposti a sostenere iniziative come quella del “Kommende Tag” [casa editrice “The Kommende Rag”, letteralmente: “Il prossimo giorno”, “Il giorno che verrà”, “Il giorno veniente”, ecc.; la registrazione burocratica della cosiddetta società antroposofica avvenne a Stoccarda il 13 marzo 1920 con questo nome “Der Kommende Tag: Aktiengesellshaft zur Foerderung wirtschaftlicher und geistiger Werte”: “Il giorno a venire: SpA per la promozione di valori economici e spirituali” – ndc] e di altre consimili.

La nostra attività dovrà estendersi a tutto il nostro movimento, tanto nel suo lato spirituale, quanto nelle sue attuazioni pratiche.

Da una parte si dovrà rendere plausibile al mondo come nel tempo attuale sia necessario coltivare una vita spirituale realmente produttiva; dall’altra parte si dovrà tener conto della pratica, perché oggi dobbiamo intervenire nella vita sociale, nella vita economica, e perciò dobbiamo anche essere sostenuti finanziariamente quanto più è possibile, non a vantaggio nostro, ma a vantaggio del progresso della vita economica stessa [pertanto chi vuole partecipare all’evoluzione della vita economica incominci col finanziare questo stesso sito internet (o un qualsiasi altro sito di cui fidarsi come ad esempio quello di Francesco Carbone e Virginia Cerullo

Vita spirituale è vita culturale e ogni cultura è culto di Ur, cioè della luce. Il bene che i soci dell’organismo sociale possono fare è “solo” quello operato dall’io secondo una scelta non imposta da legge alcuna. Altrimenti non sarebbe scelta, non sarebbe libertà, ma meccanicità. Un io che operi come spirito automatico è inconcepibile… (video).

in merito al concetto di uguaglianza, politica, Stato di diritto, ecc.) attraverso qualche libera offerta per la creazione al suo interno di una “zona associativa riguardante la vita economica reale”: trovatevi una persona affidabile capace di raccogliere le vostre offerte per creare un’associazione economica adatta a questo fine evolutivo in questo sito o in un qualsiasi altro sito; io sono troppo vecchio per occuparmi anche di questo – ndc].

Oggi, anticipando sulle nostre ulteriori considerazioni, vorrei accennare anche ad altri temi necessari.

Sceglieremo quindi come secondo tema: “L’essenza della libera educazione e del libero insegnamento nel suo confronto con lo Stato e con l’economia”, e come terzo tema: “Il sistema delle associazioni economiche e il suo confronto con lo Stato e con la libera vita dello spirito”.

Scegliendo questi tre temi avremo l’occasione, nelle prossime settimane, di proporre con efficacia al mondo ciò che nella sua totalità forma il contenuto del nostro movimento.

Ma parliamo ora del primo tema nei suoi punti principali. Prima di tutto si dovrà indicare alla gente che come esigenza la tri-articolazione già esiste: non si tratta che di darle una giusta forma; esiste già in forma diversa da come dovrebbe essere e da come sarà attuata; esiste come esigenza di tre cose che si trovano per ora in confusione caotica una nell’altra, e perciò si combattono interiormente, come avverrebbe in una specie di mostro umano, nel quale la testa stesse nel ventre e gli organi della digestione nel cuore, come se i tre sistemi dell’organismo si trovassero mescolati uno con l’altro.

Bisogna insomma conferire la giusta conformazione a quanto già esiste e vuol prendere forma.

Per renderlo evidente partiamo dalla terza sfera dell’organismo sociale, dalla vita economica: caratterizziamola nel suo aspetto attuale, seguendone l’evoluzione durante gli ultimi secoli.

Solo negli ultimi secoli la vita economica propriamente detta ha assunto la forma in cui si presenta oggi e dalla quale si è sviluppata tutta la questione sociale. Il processo evolutivo fu però piuttosto lungo. La vita economica di fronte alla quale stiamo oggi, non risale oltre al quattordicesimo o tredicesimo secolo. In quel tempo la vita economica europea subì una specie di lenta crisi: era il tempo in cui la vita economica europea si apprestava a un profondo cambiamento. Se risaliamo dunque a epoche trascorse, troviamo la vita economica europea sotto l’influsso del movimento continentale di commercio e di circolazione che si muove dall’Asia e, attraverso l’Europa centrale, giunge nell’Europa occidentale. Troviamo che in quegli antichi tempi la vita economica si svolge dappertutto con una certa ovvietà, e così dicasi della circolazione. I rapporti economici non si svolgevano con intensità tale che si sentisse il bisogno di limitare o organizzare la libertà di scambio e di circolazione; ma come la popolazione europea divenne più densa e più intensa la vita economica, ne risultò la necessità di organizzare ogni cosa: dalla libera vita economica dei tempi antichi si passò a una vita economica per molti versi vincolata.

La più libera vita economica dei tempi antichi era caratterizzata dal fatto che le singole economie individuali, domestiche, con i servi e la servitù della gleba, erano condotte secondo istinto, libero sentire dei loro proprietari privati, e che un commercio più esteso, che si svolgeva nel frattempo con provenienza dall’Asia, non richiedeva di essere regolato in modo speciale.

Lo si poteva eseguire liberamente, poiché appunto la vita economica non era molto intensa.

Ma con l’aumento della popolazione e lo svolgersi di nuove relazioni, che potremo subito menzionare, l’intensità della vita economica si fece sempre più grande, e si dovettero quindi prendere certe misure protettive che prima non erano state necessarie, misure che avevano tutte più o meno il carattere di aiuto ai consumatori. La particolarità del tempo in cui la vita economica attraversa una specie di crisi strisciante, nei secoli tredicesimo e quattordicesimo, senza che ci se ne avvedesse, è che dappertutto sorge la tendenza a proteggere in qualche modo il consumatore. Che cos’è infatti se non una protezione del consumatore, quando le città attraverso le quali si svolge il commercio, per le quali passano le vie commerciali, pretendono il cosiddetto diritto di scalo, consistente nell’obbligo al mercante che attraversava la città di trattenervisi un certo numero di giorni e solo dopo di poter proseguire il viaggio, vendendo liberamente altrove la merce che non aveva potuto collocare nella città stessa? Era quindi dappertutto una misura di protezione del consumatore. In particolare vi è in quel tempo ancora un altro fatto da considerare difesa del consumatore, anche se ciò non salta subito all’occhio: mi sono molto impegnato su questo argomento, e alla fine ho trovato che, considerato spassionatamente, non si può giungere ad altra conclusione che in fondo anche la fondazione e la formazione delle corporazioni, sebbene in apparenza organizzassero la produzione, avevano tuttavia l’intento di favorire il consumo dei beni prodotti dalle corporazioni; questo avveniva indirettamente attraverso l’organizzazione della produzione stessa. Nonostante si formassero le corporazioni riunendo mestieri consimili, non si mirava in prima linea all’organizzazione della produzione, ma piuttosto al fatto che chi si riuniva nella corporazione potesse vendere le merci a un prezzo tale da assicurare il loro consumo; cosi le corporazioni erano di fatto un dispositivo di protezione del consumo. Si consultino diversi manuali in biblioteca e si confrontino tra loro i dati che vi si trovano: tenendo presente le linee direttive che ho indicate, si dovrà ammettere che con questi fatti si caratterizza la vita economica di quell’epoca. Con tali misure protettive si sviluppò la vita economica nel passar di svariati secoli, pur covando in sé una specie di crisi strisciante, mentre la vita economica si faceva sempre più intensa.

Singolare è che una vita economica che diventi sempre più intensa entro un certo territorio, rende sempre più necessarie limitazioni, misure protettive e organizzazioni. Invece una vita economica in qualche modo più aperta, che abbia accesso a sorgenti inesauribili, come l’agricoltura, la proprietà terriera, non sente l’impulso a organizzarsi in questo modo, come avviene per una vita economica chiusa che diventi sempre più intensa. Senza dubbio la vita economica europea sarebbe incorsa nel passar dei secoli in un processo di decadenza di inaudita gravità, se non fossero intervenuti eventi ben noti: da un lato l’apertura delle vie marittime e dall’altro la scoperta dell’America. Essi portarono all’apertura della vita economica verso occidente. Data la grandezza di tale apertura, non si può nemmeno dire che si sia aperta una valvola: sarebbe stata invero una valvola immensa! Fu questo l’evento che condusse la vita economica su vie del tutto nuove. Gli effetti di tali nuove vie verso occidente coincidono con l’emergere della tecnica moderna; essa non avrebbe però potuto assolutamente diffondersi senza l’apertura verso occidente di tutta la vita economica.

Con queste considerazioni si sono solo ricordati i fatti che conferirono alla vita economica moderna il suo aspetto fondamentale; vi si inseriscono poi gli avvenimenti politici più importanti di cui ho parlato ieri. Nella vita economica europea distinguiamo due tendenze: la prima si formò sotto la spinta dell’intensificazione dell’economia, verificatasi nella seconda metà del medioevo e anche dopo, tanto da assumere il carattere di un modo di pensare economico. Si imparò a pensare economicamente nelle condizioni determinatesi, diciamo, dal tredicesimo fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. Allora si accolsero i pensieri di come si dovesse operare economicamente. I pensieri economici fondamentali presero forma prima nel commercio, poi molto lentamente nell’artigianato, e persino nell’agricoltura. In quel periodo essi in sostanza si affermarono. Si può anche dire che gli strati delle popolazioni europee che in prima linea ebbero la vocazione, e tuttora l’hanno, a pensare in termm1 economici, svilupparono la loro vita di pensiero sotto l’influsso di quegli avvenimenti. Qualcosa che quindi si stabilisce profondamente nell’interiore attività dell’uomo, lo porta a disposizioni conservatrici. La mentalità conservatrice che ha sede nell’uomo proviene essenzialmente da quei tempi. La vita economica si aperse anche verso un altro lato, come ho accennato prima: in tutta la concezione della vita economica entrò qualcosa che non venne subito e senz’altro accolto nel modo di pensare, ma gli conferì uno speciale slancio economico; si formò così il collegamento con l’occidente, con l’America, con quanto derivava dall’apertura delle vie marittime. Fu questo che dette vigore alla vita economica.

Si configurarono così da una parte il concreto contenuto di pensiero della vita economica e dall’altra lo slancio. Tali fatti erano tanto forti da imprimere alla vita sociale moderna la sua configurazione e anche il suo aspetto materialistico. Così la civiltà moderna assunse sempre più il carattere che doveva appunto risultare dai due fattori suddetti.

Ora abbiamo dunque una vita economica preponderante e predominante, semplicemente a causa della potenza degli avvenimenti; essa si imprime con energia negli uomini e nella loro evoluzione. Tale vita economica assume anche il carattere che solo essa può assumere (ciascuno dei tre settori dell’organismo sociale riceve infatti la sua legittimità dalla propria natura ed essenza): la merce e il prezzo divennero determinanti per la vita economica. I rapporti sociali possono però essere falsificati se la vita economica vien messa in un solo fascio con gli altri due settori dell’organismo sociale, poiché ogni singolo settore segue le proprie leggi, in conflitto con gli altri due settori. Così avvenne che, poiché la vita economica prese il sopravvento, essa penetrò con le sue leggi in altri campi della vita, in altri settori sociali. Ecco come si fecero strada le condizioni che condussero ai problemi sociali moderni. Se seguiamo a ritroso l’evoluzione storica vediamo che un tempo non vi era il movimento proletario come specifica rivendicazione salariale contro la schiavitù del lavoro. Già ieri ho fatto presente che l’articolazione del lavoro (se si era padroni o servi) nei tempi antichi era vista in una prospettiva politica. Poi la vita economica si orientò in modo che tutto venne coinvolto nel carattere di merce, tutto divenne merce. Cosi anche la forza di lavoro umano divenne merce, a partire da quel tempo.

Prima il lavoro umano era un servizio, volontario o forzato, ma divenne merce solo nell’evo moderno, quando a poco a poco fu compensato come se fosse una merce. La vita economica non può fare a meno di rendere merce tutto quanto entra nel suo ambito [così come l’assone non può fare a meno di rendere conto di tutto quanto entra dal mondo esterno nel proprio ambito tra assone ed assone come rispecchiamento; perciò la vita economica non può fare a meno di essere immaginativa – ndc]. In tal senso, mi pare, abbiamo avuto sempre la tri-articolazione; dobbiamo solo verificarla, introducendo nel mondo la sua vera figura, perché in forma falsa non può che arrecar danno e condurre al decadimento; se riusciamo a portarla alla sua figura vera, condurrà al progresso. Non fu solo la forza di lavoro a esser trasformata in merce: lo fu anche la vita spirituale materialistica che, in forma di capitale, fu trasformata in merce. Si guardi un po’ il mercato del capitale nell’epoca moderna, come è impiegato e utilizzato, e lo si confronti con l’utilizzazione del capitale ad esempio nella Grecia antica: solo chi era politicamente potente era in grado di fare qualcosa, solo lui aveva la potenza di costruire qualcosa. Sempre per vie politiche poteva trovare chi eseguiva il lavoro; il suo capitale consisteva nell’essere egli il padrone per diritto ereditario, e nel poter comandare a un certo numero di persone. Questo era il capitale nella Grecia antica, ma nell’epoca moderna che stiamo considerando, anche la direzione delle imprese diventa merce. Infatti, che cosa si fa quando in borsa si comprano o si vendono azioni? Cosa si contratta? In fondo si contratta spirito: spirito imprenditoriale. In borsa lo spirito imprenditoriale diventa merce: anche se non ci si rende conto di quello che si compra o si vende, perché in quel momento non si ha specificatamente davanti il peculiare spirito imprenditoriale, pure, in realtà, si compra o si vende spirito imprenditoriale. Lo si può osservare proprio nel mercato dei capitali. In breve, dove predomina la vita economica, tutto assume carattere di merce, tutto diventa merce: la forza lavorativa diventa merce, lo spirito diventa merce. Questo fu il corso dell’evoluzione moderna. Parallelamente si è però svolto dell’altro: per ragioni politiche si è formato lo Stato moderno. Innanzi tutto vediamo come esso si formi da precedenti condizioni più libere della popolazione delle campagne con le città vicine; in Italia esse erano sorte attorno a un nucleo ecclesiastico o simile, in Francia o in Inghilterra secondo un altro tipo di mentalità. Nasce dunque la figura dello Stato. Mentre il concetto di Stato propriamente detto si sviluppa in occidente, vediamo nell’Europa centrale e orientale situazioni più libere nella stessa direzione: come risultato di precedenti condizioni vediamo che la città, nata per motivi ecclesiastici o simili, diventa centro mercantile, diventa mercato. E mentre le vecchie città diventano mercati, sorgono nuove città; è interessante osservare come, nei secoli tredicesimo, dodicesimo, undicesimo siano sorte le città, appunto per influsso della vita economica.

Nella Germania meridionale e nell’Europa occidentale le città sorgono a distanza una dall’altra di cinque o sei ore di strada, mentre al nord o in oriente sorgono a 7 o 8 ore di cammino, e questo è ovvio in quegli antichi tempi. Perché? Perché i contadini che coltivavano i campi nei dintorni della città, dovevano andare e venire in uno stesso giorno con i loro prodotti. Tutto sorge da un’intrinseca necessità.

Ma quando nella storia avvengono simili fatti, si forma poi, per azione del principio d’imitazione, qualcos’altro che non ha nulla a che fare con tale necessità. Vi è la necessità di avere delle città distanti una dall’altra cinque o sei, oppure sette o otto ore di strada, ma poi altri osservano: qui c’è da far bene! E allora si danno a copiare. Così nasce un elemento non necessario della storia che svia il sano pensiero di molte persone, perché gli storici trattano le città tutte alla stessa stregua: sia quelle sorte da necessità sia quelle che non lo furono. Così tutto si confonde e si imbroglia; per avere una giusta visione di tali cose occorre avere sensibilità per la distinzione.

La gente può con molta erudizione dimostrare che non è vero che questa o quella città sia sorta per necessità economica, ma talvolta non è così, perché la città in questione non sorse per necessità economica, ma per influsso del principio di imitazione sopravvenuto dopo. In generale è vero che le città si formarono come mercati, e che questo processo si mantenne più a lungo in Europa orientale che in occidente, dove si formarono gli Stati unitari che vollero poi assorbire tutto nel proprio ambito. Basandosi su considerazioni storiche, per quanto possa a volte apparire spiacevole, avvenne che in Italia, nello spirito di una certa omogeneità patriarcale della popolazione delle campagne e delle città, si formarono i caratteristici stati regionali che diedero luogo a un certo sistema statale federativo, mentre si ebbero altre formazioni in Spagna, Francia e Inghilterra.

Come ho già detto, anche se a qualcuno possa essere spiacevole ammetterlo, è pur vero che verso l’Europa centrale e orientale la formazione degli Stati, analogamente alla precedente formazione di città, avvenne più che altrove per imitazione.

Giungiamo così a un argomento che non si può esporre alla gente, a rischio di procedere a strane partizioni. Però la verità è questa: fu naturalmente per necessità economica e anche per inclinazione di carattere dei popoli, che gli Stati occidentali siano sorti come Stati unitari, mentre gli Stati centroeuropei e orientali si siano formati solo per imitazione; per essi non vi era alcuna necessità storica. In fondo, l’impero austriaco e quello tedesco sono andati in rovina perché non vi era stata alcuna necessità storica per la loro centralizzazione; si erano infatti formati per pura imitazione. È del pari per imitazione del principio dello Stato unitario che lo Stato italiano si sia formato, circa contemporaneamente a quello tedesco. Così pure è un’imitazione del tutto esteriore, senza giungere al punto degli Stati centroeuropei, quella dell’America del Nord, del tutto indirizzata verso l’associazionismo economico. Chi del resto sappia inquadrare correttamente le condizioni economiche dell’America del Nord, può avvertire il corso degli eventi. Possiamo così vedere che, accanto a tutto quanto è derivato in certo modo dall’economia primitiva, dalle condizioni che ho ora descritte si sviluppò la nuova configurazione del commercio. Fu qui che avvenne in primo luogo la fusione della vita statale con la vita economica, e non nel settore dell’artigianato che vi era solo inserito, ma in quello del commercio.

Quel che dirò adesso è facile da controbattere, perché la gente fa presto a dire che prima ci vuole l’artigianato per avere di che commerciare, ma non è questo che importa. Prendiamo pure le industrie oggi molto sviluppate: spesso non sono cresciute al di là della sfera commerciale. La gente fabbrica i suoi prodotti solo per il commercio da esercitare [ma è un “errore” – ndc]: con ciò siamo però lontani dal trovare già il trapasso dalla produzione primitiva legata alla natura, attraverso il commercio nel quale si inserisce poi l’artigianato, fino al punto in cui l’artigianato diventa dominante. Nel momento in cui domina l’artigianato diventa infatti necessaria l’associazione.

La struttura attuale del mondo degli affari deriva ancor sempre dal principio del commercio.

Anche l’industria deriva dal principio del commercio: gli industriali sono in sostanza commercianti che si procurano occasioni per commerciare, che dispongono i loro stabilimenti industriali secondo prospettive commerciali, le sole determinanti. Nel momento in cui l’elemento artigianale penetra e afferra l’elemento commerciale, l’associazione diventa infatti una necessità. La fusione dello Stato con la vita economica avvenne indirettamente attraverso l’elemento commerciale.

D’altra parte ciascuna delle tre sfere dell’organismo sociale si dà le proprie leggi e si urta contro le altre sfere se non ne è separata nella maniera giusta. Il settore legislativo-statale si scontra già da lungo tempo con il settore economico nella legislazione economica, in merito alle assicurazioni per la vecchiaia e simili. Che altro significa se non che si vuol distaccare in maniera assurda la forza di lavoro dalla vita economica? Sarebbe più sensato se la si distaccasse subito radicalmente!

Ma in marcia in tal senso (se posso servirmi di questo termine del quale come è noto

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ha tanto abusato Wissel (Rudolf Wissel, 1869-1962, sindacalista e uomo politico) in marcia verso una vita giuridica indipendente si trovano appunto gli Stati. Mentre emanano leggi per la protezione dei lavoratori, per le assicurazioni sulla vecchiaia, e così via, gli Stati [vita giuridica – ndc] si ispirano nondimeno alla vita economica per l’organizzazione del lavoro e la regolazione di modi e tempi lavorativi.

Comunque qui vediamo che anche la seconda sfera dell’organismo sociale è sulla via di emanciparsi dalla vita economica.

La cosa si fa però ancor più imbrogliata con la vita spirituale. Tutta la vita realmente spirituale, secondo il suo intimo intessere, è derivata dalle antiche teocrazie. Basta studiare la vita delle Università nei secoli dodicesimo e tredicesimo, che si sviluppa interamente dalla Chiesa, ed è vita spirituale emancipata: solo a poco a poco mette radici nella vita statale. Gran parte delle lotte europee consiste proprio nel passaggio degli istituti ecclesiastici alla sfera statale. Per questi antichi tempi si deve ammettere che la libertà degli istituti di educazione, negli antichi sistemi ecclesiastici, era assai maggiore di quanto fosse ed è tuttora nei successivi sistemi statali, perché nella vita spirituale i fatti si formano in piena coscienza. In piena coscienza la Chiesa abolì per esempio lo spirito nell’anno 869 durante il concilio ecumenico di Costantinopoli [l’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869, sotto il papa Adriano II, contro l’opinione di Fozio, decretò che l’uomo ha una sola anima: “unam animam rationabilem et intellectualem”, unendo così spirito e anima; lo spirito, cioè l’io fu dunque ridotto ad essere una delle qualità dell’attività interiore, come ad esempio la sensibilità, l’emotività, l’impressionabilità, la reattività, ecc., di un “soggetto” umano privo di soggetto – ndc], cioè elevò a dogma l’affermazione che l’uomo non consista di corpo, anima e spirito, ma solo di corpo e anima; questa avrebbe solo alcune qualità spirituali. Ciò venne allora portato a coscienza.

Oggi [al tempo di Steiner – ndc] i professori di filosofia predicano che l’uomo consiste di corpo e di anima, e non sanno di essere soltanto gli esecutori testamentari di un dogma della Chiesa [oggi, 2020, la maggior parte dei professori di filosofia predica che l’uomo consiste solo di corpo materiale e che anima e spirito sono tutt’al più sovrastrutture psicologiche della sua matera – ndc]. Quella che chiamiamo filosofia è comunque cresciuta sul terreno dell’antica vita ecclesiastica, e Wundt di Lipsia (Wilhelm Wundt, 1832-1920, a lungo professore di filosofia all’Università di Lipsia, fu il primo a costituire un laboratorio di psicologia sperimentale) è solo un propagatore di antichi dogmi della Chiesa, seppure ciò non risulti evidente dalla forma della sua esposizione. Ma lo stesso avviene nelle altre cose derivate dall’antica forma di vita spirituale teocratica. Le facoltà di teologia (si provi a osservarle) sono nate e cresciute dall’antica vita spirituale, tanto da offrirne oggi solo una specie di caricatura; lo stesso si può dire per le facoltà di giurisprudenza. Chi vuol vedere, troverà nella civiltà moderna dappertutto un involucro dell’antica essenza teocratica.

Non voglio parlare della medicina, la quale deriva palesemente da altre categorie della vita spirituale, in cui si sviluppò in modo religioso e chiesastico, e così via. Abbiamo comunque una corrente, una diramazione della vita spirituale, che è assolutamente derivata da una vita ecclesiastica libera dallo Stato, e che era in antico l’unica vita spirituale. Vi si aggiunsero la scienza e la tecnica moderne, non derivandone direttamente, ma ponendovisi accanto. In questo caso la vita spirituale crebbe sul proprio terreno ma solo assimilandosi a quanto precedentemente era derivato dalla chiesa. Ecco perché appare tanto singolare ciò che si è freneticamente organizzato nell’imitazione di antichi ordinamenti. Un po’ alla volta si sono costruiti istituti superiori tecnici, commerciali, agrari, ecc. Tutto ciò si è spasmodicamente atteggiato a somiglianza di quanto derivava dall’antica vita ecclesiastica. Ecco perché ci troviamo ad avere la compagine del tutto innaturale dei nostri istituti superiori: da un lato quella che è sotto molti aspetti alquanto codina, l’Università propriamente detta, che porta senz’altro in sé l’antica eredità ecclesiastica; dall’altro quelli che le si pongono accanto in modo istituzionalmente davvero un po’ umoristico: i moderni istituti superiori di agraria, il politecnico, l’accademia mineraria, e così via, che cercarono di assomigliare alle università nel tratto esteriore, nella scelta del titolo e in simili aspetti.

Abbiamo così da un lato la vita spirituale, quale sorge dall’antica libera vita della Chiesa, che viene solo gradualmente assorbita dallo Stato, e dall’altro lato abbiamo l’intromissione (pur sempre libera, poiché lo spirito deve per forza esser libero né lo Stato di per sé può generare genialità) della vita spirituale che appunto vuol prender posto entro la vita statale.

Avrebbe corrisposto all’ideale di molti uomini poter educare dei veri artisti nelle scuole d’arte, ma come si sa nei programmi d’insegnamento non è scritto ancora come si possa sviluppare il genio o il vero artista, per quanto a molta gente piacerebbe farlo.

Così vediamo come la vita spirituale sia assorbita con mezzi inadeguati: in fondo se ne assorbe solo la forma esteriore, mentre il contenuto deve venir trafugato sottomano, proprio trafugato. Se qualcuno infatti, trovandosi in posizione scomoda in certe situazioni moderne, ha dello spirito, deve tenerselo dentro di sé, possibilmente in segreto, attraverso tutti gli orribili tormenti di esami o di prove simili, per non raggelarlo durante l’intera procedura, sperando di essere in grado, alla fine, di poterlo ancora dispiegare. Insomma bisogna trafugare sotto banco la vera vita spirituale. In fondo ciò non è altro che una forma di emancipazione della vita dello spirito, una latente emancipazione. Anche qui ci troviamo di fronte al prepararsi di una crisi. L’ultima conseguenza del sistema di statalizzazione è proprio il marxismo, o più radicalmente il bolscevismo: qui tutto viene statalizzato, tanto che l’intero Stato diventa un grande

stabilimento industriale, una gigantesca impresa, o per lo meno questo è l’ideale del bolscevismo. Per farlo, in questo grande macchinismo (stavo per dire: in questo carrozzone) si devono organizzare tutte le conoscenze tecniche necessarie, senza le quali non si può procedere; è necessaria la tecnica moderna. Ma il bolscevismo e tutti i modi di introdurre nella realtà il principio marxista, non condurranno ad altro che a forme di RAPINA [ed è ciò che sta avvenendo oggi con la “tecnica virtuale o spettrale” del virus virtualmente ma non realmente isolato in nome dell’economicismo keynesiano di Stato. La RAPINA è in atto e si manifesterà sempre di più nelle prossime riforme dello Stato-mafia – ndc].

Vale a dire che per un po’ di tempo si potranno schiavizzare i tecnici, ma che poco alla volta essi scompariranno, se non si passerà prima a una vita spirituale indipendente, emancipata, libera e produttiva.

Ovunque la statalizzazione della vita spirituale fa progressi vi è il pericolo di una crisi del genere, perché nello stesso modo in cui gli altri due settori dell’organismo sociale, quello politico-legislativo e quello economico, hanno le proprie leggi ( come la vita economica riconduce tutto a merce, e come la vita legislativa-statale sottopone a regola quanto della vita economica non si adatta all’organizzazione), così anche la vita spirituale, seguendo le proprie leggi, deve emanciparsi dalle altre due.

Queste tre sfere dell’organismo sociale sono un’esigenza assoluta: la sfera spirituale, la sfera legislativa-statale e quella economica.

Le tre grandi questioni del tempo presente sono: la giusta configurazione della vita spirituale, la giusta conformazione della vita politico-statale, la giusta conformazione della vita economica.

Tutto ciò diventa evidente ovunque oggi si facciano dei tentativi raffazzonati.

Si guardi ad esempio quel che si fa nell’Europa centrale, in Germania nelle varie confessioni quando, negli sforzi unitari evangelici o nelle aspirazioni della gioventù cattolica, si cerca di galvanizzare l’antico, di spremere ancora qualche elemento vitale per ottenere vita spirituale, senza però avere il coraggio di suscitare produttività nella vita spirituale. Dappertutto si vedono tentativi raffazzonati per la nascita di una nuova vita spirituale; naturalmente si può tentare di spremere ancora qualche succo dal vecchio limone, ma non si può giungere a una conformazione davvero spirituale.

Ad una conformazione davvero spirituale può condurre solo l’orientamento verso una vita spirituale produttiva. Invece assistiamo ovunque a tentativi approssimativi: vediamo come gli americani intervengano per ravvivare il vecchio cristianesimo, poiché sono dell’opinione che l’umanità non possa guarire mediante i vecchi principi statali. Ma in nessun luogo nasce la comprensione che, se si vuole produrre una vita spirituale nuova, bisogna rifarsi alle sue sorgenti primigenie. Invece si continua a raffazzonare quel che c’è già. Anche se ciò mostra che istintivamente ci si muove, non si trova tuttavia il coraggio di istituire nella sua purezza una vita spirituale indipendente.

Dall’altra parte costatiamo che sta agonizzando il vecchio principio statale, formatosi in Europa nei secoli quindicesimo e sedicesimo. Non sono forse mostri agonizzanti i cosiddetti trattati di pace, quelli conclusi a Brest-Litowsk e Versailles? non sono forse principi statali agonizzanti, tanto da non poter più generare da sé qualcosa di fecondo? da creare figure senza consistenza? Ecco perché la Cecoslovacchia non avrà vita facile, dato che non ha ciò che dovrebbe avere; allo stesso modo sarà difficile ricostituire lo Stato polacco.

È solo possibile che la vita statale ritorni sana, se la si ricostruisce sul principio democratico dell’uguaglianza tra gli uomini, un’uguaglianza che comprenda le esigenze di ogni maggiorenne. Finché la vita attuale sarà abbandonata al caos non si potrà andare avanti.

Vediamo infatti che la vita dello Stato per un verso sta agonizzando, per l’altro ha già mostrato che deve occuparsi della regolamentazione del lavoro; e i suoi compiti continuano ad accrescersi.

Inoltre possiamo dire che abbiamo il problema spirituale che si manifesta in tentativi balbettanti: si esprimono nelle aspirazioni unitarie evangeliche e nelle tendenze della gioventù cattolica; abbiamo il problema legislativo-statale che si mostra nei trattati di pace; ma c’è anche la vita economica che presenta il terzo grande problema di oggi; da essa, in ultima analisi, è divampata verso occidente la grande guerra che si scarica poi nell’impulso rivoluzionario e in altri simili moti.

Questi argomenti vanno trattati nei loro più diversi aspetti.

Tra le conferenze che ho tenuto qui ve ne è una che tratta di queste cose (probabilmente si trattava della conf. del 18/06/9 dal titolo “Freiheit für den Geist, Gleichheit für das Recht, Brüderlichkeit für das Wirtschaftsleben”, Opera Omnia n. 330/331 – Dornach 1983). Il nostro primo tema dovrà essere svolto appunto nella prospettiva delle tre grandi questioni del tempo attuale: dobbiamo svolgere il tema della questione spirituale, della questione legislativa-statale e della questione economica; la tri-articolazione non è perciò una teoria inventata, ma è immanente e leggibile nelle tre grandi questioni attuali; d’altronde il lavoro preparatorio della scienza dello spirito antroposofica è la base per una vita spirituale realmente produttiva. È ormai esaurita la vita spirituale rimasta fin dai tempi antichi nelle confessioni religiose; le scienze universitarie attuali ne sono solo la derivazione; l’altra vita spirituale, cresciuta dalla scienza naturale e dalla tecnica, non ha ancora potuto cominciare a vivere come vita spirituale, non ha cioè potuto ancora spiritualizzarsi, e va elevata mediante il medesimo modo di pensare da cui nacque l’antica vita spirituale. La scienza dello spirito sarà di nuovo produttiva come lo era stata la vita spirituale nelle religioni, prima di entrare in decadenza. Ecco che cosa conferisce alla vita spirituale contenuto e slancio! Indagando sui fatti in questo modo, si riconoscerà giustamente che alla domanda “Da che parte deve giungere la libera vita spirituale” si dovrà saper rispondere con piena convinzione: “Sì, non dobbiamo solo parlare delle esigenze della libera vita spirituale, ma abbiamo qualcosa da inserire nella cornice della libera vita spirituale stessa, qualcosa che produca lo spirito, che è spirito vivente”. Si potrà allora indicare che è così intesa la sorgente antroposofica, e sviluppare un tema che richiede, proposto alla gente, di esser offerto con entusiasmo, affinché l’interiorità si apra all’esterno, affinché scorra nel pubblico la nostra realtà umana, concresciuta con noi. Questo è il tono che si dovrebbe far risuonare nelle nostre conferenze.

Si dovrà aver ben chiaro che l’antroposofia dà contenuto e nutrimento alla libera vita spirituale.

Dall’altra parte si troverà un’intonazione diversa, se avremo in noi il fondato sentimento che la vita economica trasforma tutto in merce, tanto che quanto non può esser merce dovrebbe essere rimosso dall’ambito della vita economica stessa. Così si potrà trovare l’accento oggettivo, la sobria riflessività che deve permeare la nostra esposizione quando si parla di vita economica. Si potrà parlare in modo sobrio e oggettivo, come se si facessero dei conti.

Queste sono le due colorazioni occorrenti per le nostre conferenze, e si potrà distinguere l’uno dall’altro l’accento sobrio opportuno per la spiegazione di argomenti economici e l’accento entusiasta di chi parla non solo di un ideale politico come quello della libera vita spirituale, ma che parla con la consapevolezza di che cosa vuol farsi strada nel proprio dire. Tra i due accenti che si alternano ritmicamente in movimento pendolare, non si dovrà passare affannosamente da un tipo di frase all’altro, ma si dovrà trovare il terzo accento, quello che occorre per trattare argomenti legislativi-statali. Per questo è necessario avere nel proprio stato d’animo una viva immagine della tri-articolazione, per poter riconoscere come nella nostra attività interiore occorre comportarci nei confronti della vita dello spirito, in modo diverso rispetto alla vita politico-­statale, ed altrettanto diverso rispetto alla vita economica.

In tema di vita spirituale si deve parlare con forza interiore e con convinzione, essendo veramente consci che ogni singolo è il legittimo partecipe all’armonia della vita spirituale dell’umanità.

In tema di vita statale si parla in modo da far oscillare pendolarmente l’anima tra un piatto e l’altro della bilancia: doveri-diritti, doveri-diritti, cioè con un certo freddo distacco, che non deve per nulla identificarsi con la fredda mendacità dei vecchi uomini di Stato, ma essere abbastanza al di sopra delle parti per poter rendere giustizia per la vita legislativa-statale al diritto di ognuno.

Per la vita economica si parlerà non come se si avesse da amministrare la propria borsa, cosa che non conduce mai alla ragionevolezza, ma si parlerà con sentimento di chi ha in tasca le borse di altri e le deve amministrare.

Si parlerà allora nel senso di doversi mettere all’opera con circospezione, tenendo presente che possa anche realizzarsi qualcosa di diverso da come si era previsto. Nella vita economica non si può avere lo stesso sentimento di sicurezza che si prova di fronte alla vita spirituale; in questa, se giustamente concepita, nulla può andar di traverso. Invece nella vita economica qualcosa può talvolta andare storto. Queste differenze devono risultare dal tono del nostro discorso. Per questo motivo, anche nei “Punti essenziali” parlo della vita spirituale con assoluta sicurezza e risolutezza, mentre, quando il discorso verte su argomenti economici, mi esprimo sempre con esempi, tanto da destare il sentimento che i fatti potrebbero svolgersi anche diversamente.

Ecco dunque che cosa conferirà ai nostri discorsi una certa forza interiore: avere nel proprio intimo una viva immagine della tri-articolazione. Raccomando di portare questo proponimento all’interno della propria interiore attività per poter cogliere la giusta intonazione.

Data la giovane età della maggioranza dei presenti, la giusta attenzione degli oratori verso la tri-articolazione si trasformerà nel tempo in una risorsa di energia per la loro azione.

R. S. 03 COME SI OPERA per la TS

COME SI OPERA PER LA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

[A cura di Nereo Villa, alias “Curato Chalét”]

TERZA CONFERENZA, Stoccarda, 13 febbraio 1921 (sera)

Si può desumere dai fatti che avvengono, specialmente nel tempo presente, che ogni discorso sulle questioni sociali è senza fondamento se non si tiene conto della situazione internazionale; di conseguenza per le nostre considerazioni ho scelto la traccia che si è già mostrata nelle spiegazioni di ieri e di oggi.

Comincerò con una breve descrizione di certe realtà internazionali, per sviluppare poi su tali basi il nostro tema precipuo.

A seguito delle indicazioni fatte prima, si chiederà: come si può pensare a una soluzione dei grandi problemi storici mondiali di oggi e del prossimo futuro, sia rispetto all’occidente sia all’oriente?

Non sarà difficile convenire che oggi tutto nel pensiero umano si è unificato; quando infatti si vogliono giudicare gli avvenimenti mondiali, ci si esprime all’incirca secondo lo schema seguente: da parte dell’occidente ci aspettiamo per i prossimi decenni di aver a che fare con tendenze che vogliono sottoporre l’Europa centrale a un lavoro obbligato.

Si può ovviare a tale pressione solo applicando la medesima tendenza verso oriente, allacciandovi relazioni economiche e cercandovi sbocchi commerciali per l’economia tedesca.

Poiché ci si è abituati a considerare tutto solo economicamente, non si fa che estendere tale schema all’oriente.

Questo è detto prescindendo da ogni prospettiva di realizzazione.

Perciò, per aprirci la strada verso un’opinione in proposito, ho voluto premettere la considerazione di come l’oriente e l’occidente siano interessati a una vita civile moderna unitaria.

Ci si domanda: per le autorità economiche, che sotto l’influsso della vita economica, “beatificante” per la chiesa, aderiscono al cosiddetto “impero tedesco”, è auspicabile allacciare direttamente relazioni economiche con l’oriente? Sistemando in astratto la cosa, secondo lo schema del pensiero moderno si dirà subito di sì, ma chi è attento alla lezione della vita spirituale, statale e economica del secolo scorso e soprattutto di questi ultimi tempi, si formerà probabilmente un’opinione diversa. Prendiamo infatti in esame i dati reali: se consideriamo gli avvenimenti del secolo diciannovesimo, fino ai suoi ultimi decenni, abbiamo ampie possibilità di vedere quanto volentieri e devotamente l’oriente europeo abbia accolto la vita spirituale centroeuropea. Se si esamina la vita spirituale della Russia e ci si domanda come in realtà tale vita spirituale sia sorta, si trova che in tale vita vivono generalmente due aspetti. Per primo vi troviamo un elemento che, anche per una certa mania del sensazionale, è penetrato in Europa centrale negli ultimi decenni del secolo scorso, cioè i riflessi del migliore pensiero centroeuropeo. In Russia si accolse con molta buona volontà, più ancora di quanto sia avvenuto nella stessa Germania, tutto quanto ha a che fare col pensiero tedesco. Nella prima metà del secolo diciannovesimo si faceva appello a personalità tedesche per organizzazione il sistema scolastico russo. In Russia si può costatare ovunque che i pensieri concreti e gli intenti istituzionali nacquero dall’influenza centroeuropea, esercitata da personalità tedesche; nacquero come, secondo la leggenda, si originò una volta la signoria di Rurik (secondo il mito, nell’anno 850 i russi avrebbero chiamato tre fratelli normanni: Rurik, Sineus e Truwor, per mettere ordine in Russia. Rurik morì nell’anno 879), le cui gesta si continuano a raccontare: i russi possedevano cioè molte cose, ma non il senso dell’ordine, perciò si rivolsero ai tre fratelli perché mettessero ordine. Così stavano all’incirca le cose nel secolo diciannovesimo circa le fonti della vita spirituale, rispetto all’Europa centrale: per ogni bisogno concreto i russi si rivolgevano all’Europa centrale o a quella occidentale, ma era differente la reazione russa verso i due settori; la vita centroeuropea si integrava in quella russa con una certa naturalezza, senza che vi si facesse gran caso, e continuò a sussistere. Invece la vita spirituale più occidentale si acclimatò in modo più appariscente, prendendo un colorito più concreto e sensazionale, con gran pompa, con un elemento quasi decorativo. Se ne deve tenere conto. Si prenda ad esempio il grande filosofo russo Soloviev (Vladimir Soloviev, 1853-1900) [nella sua scienza della libertà, Steiner usa la metafora del gioco del biliardo, prendendola dal testo di Soloviev “Lezioni sulla divino-umanità” – ndc]; nella vita russa egli ha un significato del tutto diverso da quello di un filosofo nella vita centroeuropea. Tutti i suoi pensieri sono centroeuropei, hegeliani, kantiani, goethiani e altri. Se ci dedichiamo a questi filosofi, per quanto concerne i loro pensieri concreti, troviamo in generale solo i riflessi della nostra stessa vita. Possiamo dire che perfino nei pensieri concreti dì Tolstoj (Lev Tolstoj, 1828-1910), troviamo l’elemento centroeuropeo o occidentale, anche se con tutte le diversità che ho appena spiegato; lo stesso vale per Dostojevskij (Fedor Michajlovic Dostojevskij, 1821-1881), nonostante il suo intestardirsi nello sciovinismo nazionale russo. Tutto questo è uno degli aspetti.

Ma quando alla fine del secolo decimonono e al principio del ventesimo la Russia è toccata dalle macchinazioni economiche dell’Europa centrale, vi si può costatare un rifiuto russo, quasi unanime. Si pensi a come furono accolti certi trattati commerciali, e si pensi all’atteggiamento ritroso dell’animo russo (prescindendo da chi protestava), cioè a come in generale l’anima di popolo russa si ritraesse, rifiutando l’invasione economica e ogni spiegamento di potere economico.

Tutto questo è indicativo: se oggi si volessero rapporti verso oriente, il più inopportuno sarebbe quello commerciale o comunque economico. Si dovrebbe invece cercare di introdurre in Russia un elemento spirituale derivante da una produttività spirituale; questo dovremmo fare, nonostante le grandi difficoltà dovute alla presenza del bolscevismo.

Tutto quanto deriva da un’attività spirituale produttiva si estende poi alle concezioni e ai sentimenti concernenti la vita spirituale stessa, o la vita statale, oppure la vita economica. Tutto questo sarebbe di certo ben accolto dall’anima russa. Confrontando il secondo aspetto della vita spirituale russa col primo, che consiste nella sola assunzione di pensieri concreti tedeschi, si nota, nel secondo, una tipica miscela, vaga e indifferenziata, di stati d’animo e di sentimenti, intendendo ciò non in senso polemico, ma piuttosto come modo di esprimersi. Lo si può osservare ad esempio nelle caratteristiche di un filosofo come Soloviev, così tipicamente russo; i suoi pensieri sono di origine tedesca, ma appaiono in lui in una forma del tutto differente da come si presentano nei pensatori tedeschi. Anche l’elemento goethiano appare in tutt’altra forma in Soloviev. Vi si trova riversato e mescolato appunto un insieme di stati d’animo e di sentimenti che gli conferiscono una determinata sfumatura; ed è una sfumatura che distingue la forma di vita russa e le conferisce un atteggiamento passivo ed accogliente per l’elemento spirituale centroeuropeo.

Grazie a tale corrispondenza tra la vita spirituale centroeuropea e l’elemento popolare russo, si potrà sviluppare in futuro una grandiosa azione fecondatrice. Ma occorre saper valutare quanto tale corrispondenza tra centro e oriente possa essere creatrice di civiltà, beninteso a patto che questa corrispondenza avvenga nell’elemento spirituale puro e sia fondata sul rapporto diretto da uomo a uomo: è questo il rapporto che si deve instaurare verso l’oriente! Quando lo si sarà capito, entro tale elemento nato dalla vita spirituale nascerà spontaneamente una naturale comunità economica. Ma non sarà mai che si possa iniziare da questa: se lo si facesse tale comunità economica sarebbe subito respinta.

Ogni tentativo economico verso oriente non riuscirebbe se non fosse costruito sulle basi che ho appena esposte: è una questione di eminente importanza sociale, e come tale va considerata.

Altro deve essere per noi il rapporto con l’occidente, perché cercare di indottrinarlo con la nostra vita spirituale centroeuropea sarebbe impossibile.

Di tale impossibilità occorre in ogni caso tener conto, anche prescindendo dalla difficoltà di trasporre in occidente quello che pensiamo e sentiamo in Europa centrale, rispetto al sentire orientale. Il modo di vedere le cose puramente spirituali è del tutto differente in Europa centrale, da un lato, ed in quella occidentale con l’America, dall’altro. La gente si meravigliava del fatto che Wilson avesse capito tanto poco l’Europa quando venne a Parigi, ma si sarebbe meravigliata di meno se avesse letto un grosso volume che Wilson scrisse già negli anni Novanta, dal titolo “Lo Stato” (“The State” è del 1889). Il libro fu scritto nella convinzione di accogliervi l’erudizione europea, ma cosa mai ne è stato fatto di tale erudizione! Se si fossero considerati gli antecedenti di quel libro, non ci si sarebbe meravigliati del fatto che Wilson non aveva capito niente della vita europea: non lo poteva proprio, perché per quanto riguarda il pensiero come tale, invano si sarebbe potuto ricavarne un’impressione diretta. Sarebbe stato molto più giudizioso farsi un’idea del problema, in questi termini: se vogliamo intraprendere qualcosa tra il popolo occidentale americano e quello occidentale centro-europeo, ciò può attuarsi solo escludendo dalle trattative gli uomini di Stato e i dotti (i dotti in ogni campo e gli uomini di Stato in ogni circostanza) e mandando invece in occidente solo uomini d’affari, perché solo questi possono essere compresi dagli occidentali. Solo così si sarebbe potuto vedere un risultato vantaggioso.

Solo nell’ambito della vita economica si trova comprensione in occidente per trattative dirette. Ciò non significa che nelle relazioni con l’occidente ci si debba limitare alla vita economica. Per esempio può essere illuminante osservare in certe grandi sale da concerto dei paesi dell’ovest, i nomi ricorrenti di compositori celebri: Mozart, Beethoven, Wagner, e così via; cioè vi si trovano di regola solo nomi tedeschi. Si può dunque esser sicuri che volendo fare impressione in Europa occidentale servendosi della sostanza di pensiero centroeuropea, si andrebbe poco lontano, tanto nel mondo anglosassone quanto in quello latino.

Questo non esclude ovviamente che non si possa parlare alla gente di quanto vien pensato nell’Europa centrale; lo si può, sì, fare, ma si deve parlarne in tutt’altro modo da come si fa nell’Europa centrale, dove si fa appello soprattutto alla vita di pensiero. Prendiamo un esempio in grande: l’europeo occidentale, e forse anche l’americano, non comprende tanto quello che è trasmesso all’interno dell’edificio di Dornach, quanto piuttosto l’edificio stesso, come risultato fattivo e pratico. Ovviamente, facendo discorsi in pubblico, si può sviluppare l’argomento in modo di far risaltare il lato fattivo; così avvenne prima della guerra, a Parigi nel maggio del 1914 (lo posso citare senza mancare di modestia) quando tenni una conferenza in tedesco che dovette essere tradotta parola per parola; la conferenza ebbe un grande successo, come non l’aveva mai avuto alcuna mia conferenza in Germania. Avemmo allora un risultato di quella portata, ma era stato necessario che, data la situazione, il tema esposto fosse sviluppato in maniera appropriata: si potrebbe dire, nella facciata, nell’elemento artistico, nell’effetto esteriore, e come tale venisse proposto agli uditori.

Qui acquista la massima importanza il “come”. Ecco perché è un pensiero del tutto realistico e concreto quello che ci guida quando ci diciamo di fare una grande impressione in occidente, concependo nel modo giusto questo nostro compito; non cerchiamo invece di imitare l’occidente in qualcosa che non ci può riuscire, né ci riuscirà mai, perché l’occidente ci riesce meglio di noi. Non importa che noi sappiamo imitare le macchine che l’occidente sa fare in modo più preciso di noi, oppure che cerchiamo di produrre dei denti finti imitando quelli occidentali; i nostri non saranno eleganti come quelli, ma non importa! Se ci mettiamo solo a imitare, non avremo successo in occidente, perché là non si ha bisogno dei nostri prodotti. Ma se consideriamo quello che noi sappiamo fare e che l’occidente non sa fare, se ci mettiamo per esempio a compenetrare artisticamente la tecnica, se concepiamo la tecnica in forma artistica, se realizziamo quello che già da tempo si configura entro la nostra società antroposofica, ma che non portiamo ad effetto per mancanza di persone che vi si dedichino, se ad esempio fabbrichiamo locomotive di forma artistica, se costruiamo stazioni ferroviarie estetiche, se diamo forma a quel che possiamo afferrare e che ci è consono, questo sì che lo accoglierebbero e lo comprenderebbero gli occidentali che così potrebbero comunicare con noi. Ma dovremmo avere anche un’idea chiara di come si debbano svolgere tali rapporti; questo deve essere fatto da ognuno nel campo di sua pertinenza. Oggi il punto di partenza dovrebbe essere riconoscere come l’impulso alla tri-articolazione emerga dalle reali condizioni: dobbiamo avere una vita dello spirito che possa agire in oriente nei modi ora caratterizzati, cioè che possa essere una vita spirituale produttiva.

Con questo soppianteremmo tutti i possibili Lunaciarskij (Anatol Wassilievic Lunaciarskij, 1875-1933, dal 1917 al 1929 commissario per l’istruzione in Russia; nel 1930 presidente dell’accademia per le arti di Mosca) affinché essi non possano a lungo sottomettere il popolo russo, l’anima di popolo russa.

Una vita spirituale produttiva non può mancare di fare impressione in oriente; dobbiamo solo acquisire la forza per farla valere, e vincere la gentaglia che si fa avanti per schiacciarla. L’avversione verso la vita spirituale è giunta al punto da portarmi a esporre a Dornach questo pensiero: le scintille di fuoco spirituale si sono già abbastanza accese contro la scienza dello spirito, e manca solo che si appicchino a quella trappola per topi dell’edificio di Dornach (il passo citato proviene da “Leuchttur”, Lorch, ottobre 1920, da cui venne riportato nello scritto di Elsbeth Ebertin “Ein Blick in die Zukurft”, Freiburg l.Br. 1921, pag. 63 – Ultima edizione italiana: 218).

Gli avversari assumono dunque le forme più brutali, e urge perciò valorizzare in concreto la vita spirituale produttiva, senza badare allo scherno e alle manovre di certa gente. Si deve sapere che tale vita spirituale produttiva, quale può originarsi in Europa centrale, può suscitare una grande fratellanza [Steiner spiegò spesso il concetto di fraternità in rapporto all’economia proveniente dalla necessaria divisione del lavoro – ndc] che si diffonde verso l’oriente, congiungendo l’oriente all’Europa centrale, mentre invece macchinazioni economiche brutali scaverebbero sempre maggiori abissi tra il centro Europa e l’oriente.

È importantissimo che si scoprano e si diffondano tali cose perché, sapendo trovare per queste un pubblico, la gente si abitui a pensarle, e sappia quindi applicarle con pensiero rinnovato anche ai rimanenti problemi sociali. Questo va fatto su basi più ampie di quanto non sia avvenuto finora: allo scopo è necessario lavorare con grande fervore, affinché il movimento che perseguiamo non si risolva in fatica inutile. Dobbiamo tener presente che disponiamo di un vasto materiale nel nostro periodico sulla tri-articolazione (si riferisce al settimanale “Dreigliederung des sozialen Organismus”, uscito con questo titolo dal giugno 1919 al giugno 1922, e in seguito col titolo “Anthroposophie”), che vi è però quasi sepolto, perché per ora non è che letteratura: invece bisogna realizzarlo con l’azione, continuando a lavorare. Ma ciò diventa impossibile se il nostro lavoro non si estende a una base più larga, coinvolgendo più persone, elaborando quello che in diverse occasioni fu proposto.

Anzitutto si devono avere idee chiare in proposito. Si deve aver chiaro che ci occorre una libera vita spirituale produttiva, e che dobbiamo coltivarla se vogliamo avere possibilità di relazioni con l’oriente.

Parimenti, per poter trattare con l’occidente, dobbiamo avere una vita economica nella quale non si immischi né lo Stato, né la vita spirituale, nella quale siano attivi solo gli uomini d’affari; a tali trattative devono provvedere soltanto operatori economici; solo così se ne ricaverà qualcosa. Se non ci fosse altra possibilità, si potrà ricorrere anche per l’occidente a trattative tra Stato e Stato, ma non se ne caverà alcun vantaggio. Si otterrà qualcosa se dalle trattative economiche si faranno scomparire gli uomini di Stato; e non importa se quelli dell’occidente protesteranno. Da parte loro negozino pure gli uomini di Stato, poiché là sono già di norma inseriti nella vita economica, ma da noi, quando gli uomini d’affari diventano statisti, si diseconomizzano, diventano uomini che pensano in maniera del tutto statale [“tutto mafioso” oggi, novembre 2020, in quanto la “diseconomizzazione”, cioè il keynesismo è arrivato al punto di estendere a tempo indeterminato la finta pandemia detta “Covid-19” e la conseguente crisi economica perché secondo “tali uomini d’affari che pensano in modo del tutto statale” cioè secondo i massomafiosi di tutto il mondo, ciò consentirebbe di rimodellare la società nella direzione di una civiltà politica tirannica senza libertà e con le masse che vivono nella paura costante, per cui sono arrivati ad inventare la nuova patologia dell’asintomaticità, che oggi consente di ritenere l’uomo positivo al tampone Covid-19, anche se è perfettamente sani; si veda a questo proposito la Sintesi scientifico-epidemiologica della truffa Covid-19 – ndc].

È importante guardare alle reali necessità della vita; dobbiamo cioè avere la tri-articolazione dell’organismo sociale, al fine di inviare verso occidente operatori economici non influenzati dalle macchinazioni dello Stato e della vita spirituale; ci occorre una libera vita spirituale per avere la possibilità di allacciare relazioni con l’oriente. Insomma sono le stesse relazioni internazionali a imporcelo.

Come si possa realizzare questo nei particolari, ognuno deve risolverlo da sé. Ciò che è proposto qui può essere solo una traccia, derivata però da condizioni reali. Si deve inoltre prendere molto sul serio quanto ho detto molte volte: non è vero che oggi i pratici capiscono qualcosa della vita pratica; in verità non ne capiscono proprio niente, perché al giorno d’oggi i pratici sono dei gran teorici che si trovano bene nei propri schemi di pensiero con cui teorizzano sulla pratica stessa.

Dobbiamo invece lavorare sulla base di situazioni reali: se ne deve tener conto nel più profondo senso della parola e metterlo coraggiosamente a base della nostra cosiddetta “agitazione”.

Dobbiamo aver chiaro soprattutto che la vita economica moderna stessa rende necessaria la tri-articolazione, proprio perché la vita economica è oggi caoticamente mischiata con impulsi dell’oriente, dell’occidente e del centro. La vita economica consiste in fondo di tre elementi: di quanto deriva dalla natura (nel senso che ho spiegato nella conferenza precedente), poi di quel che è prodotto dal lavoro umano, e in terzo luogo dell’elemento fornito dal capitale. Capitale, lavoro umano e prodotto naturale (che poi viene continuato nella produzione) è quanto figura nella vita economica. Come nell’organismo umano tripartito in ognuna delle sue parti si ripete la tripartizione, così avviene pure nell’organismo sociale.

Infatti la testa è un organo umano che è soprattutto un organo dei nervi e dei sensi, ma la testa stessa vien pur nutrita, è in certo modo permeata di organi della nutrizione; parimenti, nell’organismo del ricambio abbiamo di nuovo nel nervo simpatico un elemento che serve il ricambio stesso, ma che ha la struttura di un organismo dei nervi e dei sensi. Così avviene per la tri-articolazione dell’organismo sociale: in ognuno dei suoi settori si ritrova il tutto, ma oggi tutto ciò è inorganico, per cui distrugge la vita, anziché conservarla. Innanzitutto vi si ritrova la natura, e la produzione è proprio la continuazione della natura. Nella nostra vita economica, fin dove si ritrova la natura si riscontra un modo di sentire del tutto orientale proveniente dall’oriente. L’orientale non comprende che nella vita economica si possa coinvolgere il lavoro. Infatti tutte le antiche condizioni economiche del passato erano permeate da impulsi orientali e lavorando la terra non si accennava tanto al lavoro della terra quanto al mistero dei suoi frutti. Non troviamo alcun accenno al lavoro umano nelle economie del passato. Non è possibile inserire il lavoro umano nella vita economica; si possono infatti sommare mele con mele, e anche mele con pere, in quanto frutta, e se ne potrà ricavare una somma. Ma non vedo come ad esempio si possano sommare mele con occhiali.

Ora, il contenuto di un bene, di una merce, è del tutto differente dal lavoro umano. Invece secondo un’espressione marxista, il lavoro è “condensato nella merce” (Karl Marx, “Il capitale”: “Come valore, tutte le merci sono soltanto una massa determinata di tempo, di lavoro condensato”). Ma è un non senso accomunare il lavoro umano con quanto vi è in un bene, in una merce, esattamente come accomunare mele con occhiali; eppure l’economia politica moderna lo ha fatto: è riuscita a compiere il capolavoro della scienza economica, come se si potesse mangiare gli occhiali e usare le mele come occhiali.

Nella vita umana non lo si nota; lo si osserva invece nei regni inferiori della natura. Sembra paradossale quando lo si dice, ma si continua a farlo. Quando, sempre in campo economico, si considera il salario e si osserva che porta in sé di dover essere pagato, e finisce di essere contenuto nel prezzo della merce come ciò che proviene dalla natura, si addizionano di nuovo mele con occhiali, si è cioè compiuto l’impossibile, l’impensabile.

Quando i tre settori dell’organismo sociale, la vita spirituale, la vita legislativa-statale, e quella economica erano ancora regolati secondo antiche condizioni di vita (e l’ultima alla maniera orientale), quando, senza pensarci tanto, si produceva solo attingendo al superfluo (nella conferenza precedente ho appunto detto: in un modo poco al di sopra di quello dell’animale, il quale prende solo quel che la natura gli offre) anche dalle nostre parti non si addizionava assolutamente merce a lavoro.

Il lavoro era regolato in altro modo: se si era possidenti, possidenti nobili, si ereditava la posizione sociale dai propri antenati; se invece nelle proprie vene non scorreva il sangue blu si era servi della gleba oppure schiavi. Vale a dire: gli uomini erano tra di loro in un rapporto giuridico; che si dovesse lavorare, oppure che si potesse solo prendersi cura del proprio pancino, stando alla finestra a guardare gli altri che lavoravano, non era fissato secondo rapporti di prezzo o di denaro, ma si basava su rapporti giuridici; il lavoro era regolato su fondamenti del tutto differenti da quelli su cui si basava lo scambio delle merci; era del tutto determinato nella sua regolamentazione secondo antiche condizioni, oggi non più attuali.

In oriente vi erano due settori diversi, uno per le merci e uno per il lavoro umano, e sempre si pensava allora che i rapporti giuridici di lavoro dovessero stabilirsi su basi differenti da quelle della circolazione delle merci. Tali rapporti derivavano, sì, da antichi rapporti di diritto, ma il lavoro non era in alcun modo pagato, l’uomo era semplicemente immesso in un posto di lavoro, e poi il prodotto del suo lavoro entrava in circolazione.

Ma nulla della forza di lavoro umano “fluiva nel prodotto”.

Nel processo economico, al quale prende parte il lavoro, attraverso il lavoro stesso si introduce un rapporto giuridico­-statale.

Se vogliamo parlare dell’elemento economico puro presente nella vita economica, dobbiamo parlare di beni e di merci; se vogliamo invece parlare dello sviluppo della vita economica, cioè di quella che riposa sulla divisione del lavoro, dobbiamo aggiungervi un elemento giuridico-statale; così la regolamentazione del lavoro è un elemento giuridico-statale che ricade quindi nell’altro settore dell’organismo sociale.

Il capitale si trova invece nella vita economica in funzione di suo reggitore spirituale: il capitale crea le aziende, i centri economici, è l’elemento spirituale nella vita economica.

La vita spirituale della vita economica col materialismo moderno ha però assunto un carattere materialistico, sebbene l’elemento capitalistico sia l’elemento spirituale nella vita economica: esso è il lato spirituale della vita economica.

Questo ci riconduce a cercare di nuovo la tri-articolazione entro la vita economica: partendo cioè dalla vita economica propriamente detta, nella quale si svolgono produzione, circolazione e consumo di merci, dobbiamo relazionare [cioè ARTICOLARE – ndc] la vita legislativa-statale all’elemento che vi fluisce come lavoro, e relazionare [cioè ARTICOLARE – ndc] la vita spirituale col capitale che ne è l’elemento propriamente spirituale. Questo aspetto è concretamente trattato nei Punti essenziali in cui si può vedere che il trasferimento dei capitali, cioè la circolazione dei capitali è relazionata alla vita spirituale (cfr. il cap. III “Capitalismo e idee sociali” nel già citato I punti essenziali della questione sociale). Come a dire che intendiamo distinguere questi tre settori anche entro la vita economica stessa.

Ci si farà un’immagine esatta della situazione, se ci si renderà conto che da un lato dobbiamo regolare l’elemento che l’uomo orientale ha trascurato, e cioè la relazione della vita economica umana con la natura; per l’orientale tale relazione era in sé evidente, ma noi dobbiamo regolarla.

Per l’occidentale, come ho già detto, tutta la vita dello spirito è entrata nella vita economica.

Spencer stesso pensa economicamente, quando dice di pensare scientificamente. Qui tutto è compreso nella vita economica, qui la vita spirituale è economia. Il capitalismo come tale diventa perciò materialistico. Il capitale deve esservi, come è detto anche nei Punti essenziali.

Questo elemento di congiungimento dello spirito con il capitale troverà la massima opposizione in occidente, dove il capitalismo, così com’è ora, corrisponde proprio alla maniera di pensare occidentale che riconduce tutto l’elemento spirituale a quello materiale.

Ecco perché tutto quello che al centro è imposto dall’occidente (per cui si usano tante parole indebite) è opera del capitalismo occidentale, nelle grandi dimensioni che ha assunto; e dato che gli Stati occidentali sono appunto capitalistici, si crede di aver a che fare semplicemente con delle formazioni statali, ma non è così.

Anche gli uomini di Stato sono in sostanza uomini d’affari, proprio come lo sono anche i dotti [oggi anche la mafia è dotta fino al punto di essere massoneria interna agli Stati e monopsonio studiato a tavolino e introdotto negli affari, perfino nel mercato della salute e dei farmaci, in cui perfino gli ospedali sono divenuti aziende, AUSL, ecc. – ndc].

Così dovremo distinguere, da un lato, ciò che va pensato della vita economica e che l’oriente non è abituato a fare e, dall’altro lato, ciò che va spiritualizzato del capitalismo, cosa che all’occidente non viene in mente di fare. Questo è dunque il compito del centro-europa.

Perciò nella regione centroeuropea è sorto qualcosa da tenere sempre chiaramente presente: di continuo, sia a Stoccarda che in Svizzera, ma anche altrove: sentiamo dire che se anche si fosse d’accordo con l’articolazione di una libera vita spirituale e di una libera vita economica, non rimarrebbe poi nulla per il settore statale. In effetti, così come è oggi la vita statale, cioè così come ha assorbito da un lato la vita spirituale, con cui non ha nulla a che fare, e dall’altro come ha sempre di più assorbito la vita economica [oggi, novembre 2020, tutto ciò è amplificato e percepibile al massimo grado, ma non lo si vuole vedere, e cioè: in nome della paura di morire, indotta dalla truffa di Stato Covid-19, è vietata perfino la messa; non che sia un male questo, dato che la gente è pure stufa di sentire fregnacce dal pulpito, ma mostra come la vita spirituale sia stata inghiottita dalla economicistica mafia keynesiana di Stato – ndc], la vita statale propriamente detta si è atrofizzata. Quindi non esiste più la vera vita statale, cioè quella che deve svolgersi tra uomo e uomo, tra maggiorenni [nell’uguaglianza – ndc]. Ecco perché gente come Stammler può solo balbettare che la vita statale consiste nel dar forma alla vita economica (Steiner gioca qui con le parole “stammeln”, che significa “balbettare” e Stammler, che hanno la stessa radice; Rudolf Stammler, 1856-1938 aveva scritto nel 1896 “Wirtschaft und Recht nach der materialistischen Geschichtsauffassung”, con edizioni successive”) [ed oggi la “stammlerosi” potrebbe ben rappresentare la malattia dei “tartassati” o dei “randellati” dal Covid di Stato – ndc].

Il fatto è che la vita statale, quella che comprende tutto quanto avviene tra cittadini maggiorenni, per il solo fatto che sono esseri umani (e ne è ad esempio parte tutto il settore della regolamentazione del lavoro), si genera solo quando entrambi gli altri due settori se ne separano realmente. Solo allora si può formare una vita statale davvero democratica. Non c’è da stupirsi che non si abbia per ora un giusto concetto di democrazia autonoma, perché oggi si pensa solo in modo astratto, e ci si limita a definire la democrazia. Certo, definizioni se ne possono sempre fare, ma ciò fa ricordare l’antico aneddoto greco che ho spesso citato, quello in cui qualcuno descriveva l’uomo con una definizione per sé esatta: l’uomo è un essere che cammina con due gambe e non ha penne. Il giorno dopo portarono all’autore di tale definizione un’oca spennata dicendo: ecco dunque un uomo, perché cammina con due gambe e non ha penne [oggi, novembre 2030, siamo a questo livello: la “stammlerosi” è a questo livello di cretineria; basta accendere la radio di Stato, ma anche non di Stato come “Radio Radicale”o altre e te ne accorgi: non passano 20 secondi senza sentire parole inerenti alla truffa Covid… – ndc]. Con le definizioni si può arrivare a tutto, ma non ci occorrono definizioni, occorre trovare le realtà.

Prendiamo il concetto di democrazia, come esiste oggi e come in fondo è di origine occidentale: come è nato? Seguiamo l’evoluzione dell’Inghilterra: si troverà che attraverso le più antiche signorie inglesi si nota sempre una tendenza a uscire dalla costrizione. Tutto questo ha un carattere religioso che si accentua proprio sotto Cromwell (Oliver Cromwell, 1599-1658, Lord protettore in Inghilterra: nel dicembre 1648, su suo consiglio, i membri presbiteriani furono espulsi dal Parlamento), quando dall’elemento teocratico puritano e dalla libertà di fede si sviluppa qualcosa che poi si stacca dalla teocrazia e dalla fede per divenire elemento di libertà politica democratica.

Questo appunto in occidente si chiama sentimento democratico, distaccatosi dal sentimento di indipendenza religiosa. Così si ottiene il reale concetto di democrazia che però è tale solo quando si crea un’organizzazione che stia in mezzo tra quella spirituale e quella economica, un’organizzazione che poggi sul rapporto tra uomo e uomo, nell’uguaglianza tra uomini entrati nella maggiore età [nell’uguaglianza, appunto: nell’unico ambito in cui può confermarsi tale articolazione dell’organismo sociale, anch’esso tro-articolato – ndc]. Allora ci sarà infine la realtà statale.

È caratteristico che proprio in Europa centrale siano sorti i pensieri su come dovrebbe formarsi lo Stato, senza che si fosse ancora giunti alla tri-articolazione. È ancora più interessante osservare che, partendo da certi concetti di Schiller e di Goethe, Wilhelm von Humboldt (che poté divenire persino ministro prussiano, ed è strano) nella prima metà del secolo diciannovesimo poté scrivere il bell’articolo: “Tentativo di determinare i confini dell’azione dello Stato” (Wilhelm von Humboldt, 1767-1835, “Ideen zu einem Versuch, die Grenzen der Wirksamkeit des Staates zu bestimmen”, Leipzig 1851). Qui si è realmente lottato per ottenere un reale edificio statale, si è cercato di cavare dai rapporti sociali quello che può essere appunto l’elemento soltanto statale, politico, giuridico. Il tentativo è riuscito proprio a Wilhelm von Humboldt, anche se in maniera imperfetta, ma non è questo che importa. Queste cose avrebbero dovuto poi essere perfezionate, per giungere a creare una realtà per l’elemento statale, mentre i vari Stammler continuano a balbettare che la vita statale è solo formata di vita economica.

Oggi è necessario che queste cose siano presentate a un grande pubblico, per esteso e al più presto [sic! – ndc], poiché potremo progredire solo se introdurremo tra i nostri contemporanei pensieri sani e li diffonderemo al più presto [sic! – ndc]. Le potenze avverse [oggi massomafia all’interno delle istituzioni statali – ndc] sono infatti forti: ci scherniscono e da ogni direzione fanno valere la loro volontà di annientamento. E nemmeno ci si deve abbandonare a illusioni sulla grande forza di volontà che le anima. Se l’azione che intraprendiamo deve avere un senso reale, dobbiamo dirci: abbiamo cercato di acquisire un impulso sociale partendo da una scienza dello spirito orientata antroposoficamente [unica Scienza, capace di osservare non solo il sensibile o la materia ma anche il sovrasensibile, cioè l’antimateria, comprendente lo stesso pensare con cui lo si osserva – ndc]. Orbene, questa Scienza ha del tempo davanti a sé, può andare adagio, avendo riguardo per quello che la gente può supportare. Si possono anche formare conventicole, ma solo nel mondo fisico, e perciò a quelle il movimento spirituale [sovrasensibile – ndc] può non far caso. La forza vitale che sta alla base del puro movimento antroposofico ha significato e contenuto entro il mondo spirituale, perciò non importa molto se si formano conventicole anche con aspetti settari. Tutto questo va ovviamente combattuto singolarmente e in particolare, caso per caso data la gravità attuale, ma non è il peggiore dei mali, come invece quando non riesce ad attuarsi quanto andrebbe fatto nel campo pratico cercando una reazione diretta nell’ala sociale del movimento antroposofico. Qui non si può attendere, qui non possiamo creare leghe per la tri-articolazione, organizzate alla maniera dei vecchi gruppi antroposofici [l’Italia ne è piena – ndc]. Dobbiamo convincerci che ciò che elaboriamo solo domani, anche se è buono, può essere peggio di quello che elaboriamo oggi, anche se meno buono. Quel che importa è agire nell’immediato presente, all’istante, poiché ogni giorno in più può essere troppo tardi [In tal senso io appoggio l’opera di Francesco Carbone, nonostante sia già stato sgridato per questo da studiosi della tri-articolazione astratta e pertanto del tutto inefficace – ndc]. Gli avvenimenti stessi ci mostrano in effetti come, settimana dopo settimana, ci si possa ritrovare in ritardo. Ecco perché abbiamo avviato l’azione che ci proponiamo; ad essa appunto attribuiamo tanta importanza, perché è necessario che le cose avvengano in fretta. L’Europa non può perdere tempo. È necessario far entrare nelle teste la capacità di pensare, in modo che nel pensiero abbia posto la realtà. Tutta l’umanità è stata educata in modo da imporle una maniera irreale di pensare, anche nella vita pratica: così oggi la gente viene a dire che si deve coltivare il diritto, che si deve partire da punti di vista etici per progredire nella vita sociale. Sono tutte belle cose, ma sono molto astratte. L’elemento spirituale ha valore solo quando interviene direttamente nella vita materiale, quando riesce realmente a reggere e dominare l’elemento materiale; altrimenti non ha valore. Non dobbiamo farci captare da certi sproloqui, come li recita ad esempio il Forster (Friedrich Wilhelm Forster, 1869-1966, noto pacifista) o altri del genere: sono bei discorsi, che però non entrano nella vita materiale, perché chi li pronuncia non capisce nulla di essa, e crede che l’attuale mondo materiale possa in qualche modo essere portato avanti dalle prediche. Qui sta l’errore fatto dalla borghesia che, con la sua vita animica [attività interiore, attivismo, politicume, ecc. – ndc], si è sempre più ritirata nel dominio del lusso. Si sta in ufficio per sei giorni alla settimana, e in testa alla prima pagina del libro cassa sta scritto “Con Dio!”, ma nelle altre pagine non si va più che tanto con Dio, e l’espressione “Con Dio!” diventa molto astratta. E poi, dopo aver lavorato abbastanza per tutta la settimana nella ben nota maniera, si va di domenica ad ascoltare una predica sulla beatitudine eterna che colma l’anima di voluttà psichica. Ciò significa trasformare la vita spirituale in un lusso e de-spiritualizzare la vita materiale! In questa direzione la borghesia [oggi massomafia come sopra descritta – ndc] ha fatto grandi progressi: ha sempre più portato avanti questo atteggiamento, fino a che tutta la vita spirituale si è davvero trasformata in ideologia [da me sempre chiamata in questi ultimi vent’anni “teo-ideologia” – ndc]. D’altra parte non dovremmo stupirci se il proletariato viene a dire, sempre in sede teorica: la vita spirituale è un’ideologia, e se vuole trasformare tutta la vita economica tenendo in considerazione solo il sistema produttivo. Le due posizioni si completano. In realtà siamo giunti al punto in cui la lotta tra borghesia e proletariato consiste solo nel vedere fino a quando l’una starà sopra e l’altro sotto, e viceversa: è unicamente una lotta. Non si cerca affatto di arrivare, mediante un approfondimento dei fatti, a una conformazione feconda della vita, cosa possibile solo se si è spinti da un energico impulso a comprendere l’uomo come tale. Ma allora bisogna confrontarsi con la tri-articolazione, sempre che si comprenda tale realtà, oppure bisogna saper sostituire la tri-articolazione con qualcosa di meglio.

Tutto il resto che oggi si esibisce non comprende l’uomo come tale [e non si tratta di misurare tale comprensione in astratto con titoli di Stato o con definite dottrine sul funzionamento del cuore umano in analogia al cuore dell’organismo sociale, cioè allo Stato di diritto. Per esempio: il “pandemista” che blatera di patologie respiratorie in base a circolari CDC di nuove definizioni di “casi probabili” di Covid-19 senza altre argomentazioni per il suo dire è bocciato in partenza e non dovrebbe essere ascoltato da nessuno se è vero che la scienza offre universali ragioni dei suoi punti d’arrivo. Tutti devono poter capire le cose di tutti, perché solo allora la scienza è Scienza. Due meno uno deve dare necessariamente uno per tutti indipendentemente dalle superstizioni computerizzate degli stolti. “Tutto il resto è noia”, come cantava sull’amore un mio collega, che conobbi negli anni ’70 in Phonogram, oggi Polygram. Ed è annoiante, appunto, sentire sedicenti studiosi della tri-aticolazione, che “non sono d’accordo” con l’appoggiare Carbone nella sua fede nella Legge. Ben presto anche Carbone si accorgerà che la Legge non è un automatismo esterno ma una coerenza interiore dell’individualismo etico in ogni essere umano. Io appoggio l’opera di Carbone anche prima dell’animadversio che gli auspico, perché quello che fa è ugualmente santo, cioè sano fino a prova contraria, e cioè fino a quando per combattere la pedofilia non usi le armi giuridico-romane del fratricidio e della rapina, mettendosi allo stesso livello anticristiano dei subumani mascherati o quant’altro – ndc].

Ecco perché è urgente salvare il nostro movimento dalle trame degli avversari che vorrebbero renderlo impossibile con le loro macchinazioni. E sono macchinazioni che sono predisposte con molta raffinatezza: si osservi solo con quale raffinatezza è stata organizzata la campagna di un giornale (si intende qui un articolo a firma Christian Bouchholtz dal titolo: “Das aberglaubische Berlin. Okkulte Volksschulen und spiritistische Laboratorien” (La Berlino superstiziosa. Scuole occulte e laboratori spiritistici) pubblicato nel n. 39 del 25 gennaio 1921 sul “Berliner Tageblatt”; articolo subito riassunto dal “Daily Telegraph” già il giorno successivo) sul cui compare un articolo in cui si nominano tutti i più sciocchi occultisti, e anche l’antroposofia che non c’entra per niente.

La conseguenza è che la gente evita di occuparsi di antroposofia e la annovera ormai tra le sciocchezze. Ovviamente tutti sono convinti di capire i nonsensi che vi sono contenuti e quindi non hanno bisogno di occuparsi proprio di antroposofia. Tali notizie si diffondono su scala internazionale, le si incontra dappertutto, specialmente nei giornali inglesi (Daily Telegraph, op. cit. nella la nota precedente). Ma non è tutto: inizierà presto, è anzi già cominciata e continuerà, una guerra di annientamento contro il nostro movimento.

Perciò è necessario decidere su cosa c’è da fare. Perché se non avviene qualcosa di energico su larga base, dovremo finire per confessare che abbiamo sì un’idea di quello che potrebbe aver successo nella vita sociale grazie alla scienza dello spirito orientata antroposoficamente, ma non abbiamo la forza per realizzarla. In effetti [come quasi ogni giorno non manca di notare e di farmi notare L’aura Grandi che ringrazio di esistere – ndc], quando si vede con quanta coerenza si lavora nel campo avversario (talvolta una coerenza nella pazzia), si deve dire: è necessario rendersi conto della nostra condizione e trovare la volontà di superarla. Se gli altri hanno una volontà volta al male, perché non dovremmo noi trovare le medesime forze di volontà, ma volte al bene? Perché dovremmo dire: vi era l’intenzione di fare qualcosa per la salvezza dell’umanità, ma gli avversari erano di un’altra tempra, erano coerenti nell’azione, fino alla sua realizzazione?

Cari amici, se non ci poniamo sullo stesso terreno, fino a giungere anche noi a realizzare la nostra volontà, nel momento attuale non potremo evidentemente ottenere alcun risultato. Nel nostro movimento si deve essere decisi: o dentro o fuori; per questo abbiamo intrapreso questa azione. Dobbiamo rifletterci, dobbiamo accogliere questa azione nella nostra volontà, prima che noi proseguiamo nell’approntare quanto occorre per trasformare tale volontà in azione.

https://nereovillaopere.wordpress.com/a-tutela-della-nostra-vita-e-per-far-cessare-anche-le-violenze-psicologiche-alla-bambina-oltre-ad-aver-subito-maltrattamenti-e-abusi-sessuali-pubblico-quanto-segue-vi-invito-a-visionare-e-diffondere/

R. S. 02 COME SI OPERA per la TS

COME SI OPERA PER LA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

[A cura di Nereo Villa, alias “Curato Chalét”]

SECONDA CONFERENZA, Stoccarda, 13 febbraio 1921 (pomeriggio).

Potremo progredire nei nostri intenti solo se saremo in grado di dare una base consistente alle nostre argomentazioni rivolte a risanare l’attuale civiltà, se cioè riusciremo a esporle in maniera illuminante ad ogni singola persona.

Molto dipenderà che per i diversi problemi si prenda l’avvio da punti di partenza plausibili.

Prima di tutto dobbiamo diffondere un sano giudizio sulle idee contenute nei “Punti essenziali” e su tutto quanto vi si riferisce.

Vi sono trattati i rapporti sociali e la formazione di giudizi a indirizzo sociale; in tale ricerca ci si deve attenere al criterio che giudicando i rapporti reali con la sola logica intellettualistica, senza considerare che gli uomini, come sempre avviene nei rapporti sociali, vi partecipano anche con il loro sentimento e con i loro impulsi volitivi, si approda sempre a interminabili dibattiti; lo si deve tener presente specialmente nelle discussioni.

In cose di interesse umano appartenenti alla realtà effimera, dobbiamo sempre partire dall’esperienza, da una qualsiasi esperienza, e non dalla logica raziocinante, perché con essa si può parlare in pro e in contro di uno stesso fatto, ora in una prospettiva ora in un’altra.

Questo genere di cose può essere giudicato solo in base all’esperienza.

Nell’epoca moderna abbiamo avuto tante concezioni sociali e politiche eterogenee e tra di loro contraddittorie, perché chi le aveva esposte non giudicava in base all’osservazione delle condizioni reali.

Nei Punti essenziali si è cercato di farlo nel senso più ampio; occorre far capire alla gente che tutta la scienza e l’educazione odierne non possono essere di base per un giudizio di tale genere, mentre la scienza dello spirito ad orientamento antroposofico prende l’avvio non solo dalla logica, ma dalla più estesa esperienza [spirito = io, egoità, divino-umanità; antroposofia = sapienza circa l’essere umano – ndc]. Nella scienza dello spirito ci si educa a formulare giudizi sulla base dell’esperienza, mentre la presunta esperienza degli attuali scienziati è solo un’illusione: essi parlano molto di esperienza, ma giudicano poi seguendo solo una mera intellettualità astratta La scienza dello spirito non fa questo, e di conseguenza abitua sostanzialmente ad un giudizio basato sull’esperienza [per esempio il sedicente cardiologo che intenda spiegare il funzionamento cardiaco dovrebbe almeno conoscere in base a dati sperimentali il motivo del rossore nel sentimento della vergogna e del pallore nel sentimento dello spavento, dato che il sangue è veicolo dello spirito, cioè dell’io – ndc].

Già ebbi occasione di citare qui in una conferenza pubblica lo studioso di economia politica Terhalle (Fritz Terhalle, 1889-1962: “Freie oder gebundene Preisbildung? Ein Beitrag zu unserer Preispolitik seit Beginn des Weltkrieges”, Jena 1921, pag. 121) che riporta una frase di un’altra persona non poi tanto competente in questo campo, Georg Brandes (1842-1927, critico letterario danese); questi disse che la difficoltà di arrivare al giusto giudizio in materia di rapporti sociali dipende dal fatto che la grande massa del popolo non giudica secondo ragione, bensì secondo i suoi istinti.

Quando si è convinti di stare in una posizione infallibile nella critica dei fatti, è facile avere l’impressione che tutto quello che appare socialmente nella massa derivi dagli istinti e non dalla ragione; in un certo senso è anche legittimo affermarlo, ma non importa poi tanto perché, nel caso in cui un’opinione non si formi da parte di un individuo ma da parte di gruppi (che siano gruppi di popolo o di classi) non è mai possibile che si giudichi secondo ragione; infatti il giudizio non sempre si forma dalla confluenza dei pensieri dei diversi individui che compongono il gruppo, ma anche dalla confluenza dei loro sentimenti e dei loro impulsi volitivi; non ne può quindi mai derivare un giudizio univoco.

Dalla ragione non deriva dunque alcun giudizio sociale univoco; si può giudicare socialmente solo in base alla capacità di formare immagini.

Non lo si potrà dire senz’altro alla gente, per non essere fraintesi, ma oggi va saputo, quando si voglia esprimere e motivare un giudizio sociale, che si può fare qualcosa solo con una certa “immaginatività” [l’immaginativa è infatti una facoltà logica dell’essere umano: la logica umana è quadripartita, dato che non esiste solo la quotidiana logica matematica o quantitativa o della catena di montaggio, relativa alla coscienza dello “spazio” ma anche una logica immaginativa, relativa alla coscienza del “tempo”, una ispirativa, relativa alla coscienza della “qualità” ed una quarta intuitiva, relativa alla coscienza dell’io inabitato del Logos; se per esempio io sono censurato da Youtube sono tenuto a immaginare che tutto è rimasto come al tempo pre-cristiano di Catone, per cui  non posso pubblicare su tale piattaforma miei video per motivi che l’ambiguità di Youtube specifica e non specifica; mediante logica immaginativa posso perfino trovare altro modo di dire nel web ciò che intendevo dire. Fino a prova contraria ho pertanto logicamente la certezza che l’organizzazione Youtube è filo-governativa in stile imperialistico romano, cioè mafioso – ndc], cioè in modo che il giudizio sia duttile e plasmabile, che in certo modo (per quanto vieta possa sembrare l’espressione) abbia una specie di struttura artistica e non solo logica.

Solo giudizi che abbiano una tale forma (di immagine) sono in qualche modo applicabili alla vita sociale.

Lo dovevo dire per dare una certa direzione alle nostre intenzioni.

È inoltre necessario abituare la gente ai grandi orizzonti. Infatti ci troviamo oggi in un mondo in cui ciascuno esprime i propri giudizi secondo un orizzonte quanto mai limitato, in più nella convinzione che i fatti siano incondizionatamente e infallibilmente giusti; ciascuno abbraccia con lo sguardo solo le cose più vicine, mentre sentenzia su tutto.

È la caratteristica del nostro tempo.

Ci si sarà quindi resi conto che tutti i miei tentativi, anche in passato fin dalla pubblicazione dei Punti essenziali non erano mai tesi a stabilire giudizi già pronti, ma a mostrare fatti da cui il singolo potesse trarre il proprio giudizio, a proporre argomenti per la formazione di un’opinione personale indipendente.

Si dovrebbe chiarire in vaste cerchie che da parte nostra [cioè da parte di chi intende operare per la tri-articolazione dei poteri sociali, per esempio quello giuridico da quello politico nella loro reciproca essenziale differenza ed anche rispetto a quello economico – ndc] non è il caso di approntare dogmi, ma di fornire indicazioni che permettano al singolo di formarsi giudizi indipendenti. Sarà bene nella propria azione e nei propri discorsi non attenersi a giudizi definitivi e dogmatici, ma piuttosto proporre argomenti che servano alla formazione di un’opinione che ognuno si potrà fare, chi in un modo e chi in un altro, perché solo da giudizi di tal genere può confluire qualcosa di realmente utile.

Vero è che il nostro mondo è purtroppo assai ricco di opinioni, ma in sostanza molto lontano dal possedere le basi per giustificarle.
Giungo ora a un punto che vorrei anteporre alle nostre considerazioni: vorrei soprattutto che risultasse chiaro a tutti, così da poterlo prendere come base per la formazione dei propri discorsi, piuttosto che andar ripetendo alla gente esattamente quanto sto per spiegare. Nel progettare i propri discorsi sarebbe necessario partire dalla loro consapevolezza.

Nel corso degli ultimi 100, 150, 170 anni, nei più diversi settori della vita sociale, sorsero nella civiltà europea e più disparate tendenze e agitazioni. Osservando le opinioni sociali del diciannovesimo secolo ci si accorge in sostanza che ognuna presenta sempre punti deboli. In generale si nota che non esiste una visione giusta di ciò che andrebbe fatto. La gente che nel periodo suddetto giudicava, discuteva e decideva su questioni sociali, sviluppava molto acume, ma alla fine ricavava solo il giudizio che tutto rispetto alla realtà è completamente indifferente, dato che non si poteva fare nulla di quanto era stato proposto dagli economisti e dai pratici di ogni direttiva sociale. A volte se ne poteva fare uso entro un orizzonte ristretto ma non per una progettazione efficiente.

È così perché sono ormai quasi due secoli che in Europa si “risolvono” problemi partendo da basi che invece non si prestano affatto per una soluzione, o almeno si crede di risolverli su quelle basi.

Per spiegarmi meglio mi servirò di un paragone: se qualcuno si costruisce una casa, dopo avere posto fondamenta e pianterreno, non gli salta certo in mente di costruire il primo e il secondo piano seguendo un progetto diverso e del tutto nuovo; dove continuare la costruzione tenendo presente il progetto seguito per le fondamenta e il pianterreno.

Quando qualcosa è avviato, non si può mutarne il disegno, rinnovarlo totalmente, ma proprio questo è avvenuto in Europa.

Economisti, agitatori socialisti, agitatori borghesi, uomini pratici, tutti volevano risolvere i problemi economici e giuridici, ma ovunque le cosiddette soluzioni erano campate per aria, perché non si sapeva partire dalle fondamenta.

Osservando la vita civile moderna nella sua totalità, divenuta sempre più una totalità da cui NON SI SONO MAI POTUTI SCOPRIRE I SINGOLI FATTI, bisognerebbe chiedersi: in definitiva, vivendo noi all’interno dell’evoluzione non possiamo forse interrogarci su quali siano i fondamenti del diritto e dell’economia nel mondo civile?

Di questo oggi la gente non tiene alcun conto.

È per esempio curioso quel che avviene in Svizzera: si crede di poter considerare solo “condizioni svizzere”, facendo astrazione dal resto del mondo, e poi formare pensieri sui rapporti giuridici ed economici.

Così si fa da più di due secoli, e in sostanza ne è derivato il caos. Si è infatti cercato di “risolvere” problemi (devo proprio mettere tra virgolette il termine risolvere) ma, restando nella metafora di prima, nel secolo diciottesimo si era portato a termine il pianterreno, e poi si sarebbe potuto solo costruire il piano successivo sopra quello che già esisteva. Nella civiltà europea si era però perduta una giusta sensibilità per gli avvenimenti storici importanti e per le loro vitali conseguenze. Bisogna saper valutare i più importanti avvenimenti storici, se si vuol poi giudicare. E non sempre si è capaci di giudicare partendo dalle fondamenta.

Indicherò ora due avvenimenti della massima importanza i quali, benché siano ormai lontani nel tempo, devono esser presi bene in considerazione proprio oggi, perché su di essi poggia la nostra vita spirituale, la nostra vita statale-giuridica e la nostra vita economica in Europa, né si può concepire la civiltà moderna senza mettere in chiaro quanto, attraverso questi avvenimenti, fu introdotto in Europa.

Uno avvenne nel 1721, ed è la pace di Nystad (la pace di Nystad, località finlandese, pose termine alla guerra tra Svezia e Russia e stabilì la fine della Svezia come grande potenza, sancendo in pari tempo l’apparire della Russia in questo ruolo) che concluse la guerra nordica; l’altro avvenimento è del 1763, ed è la pace di Parigi (il 10 febbraio 1763 fu conclusa a Parigi la pace tra Inghilterra e Portogallo da un lato e tra Francia e Spagna dall’altro. Col trattato la Francia perse le sue colonie in America, cioè il Canadà e la Luisiana) che pose termine ai contrasti tra la Francia e l’Inghilterra per gli Stati liberi d’America.

Questi due avvenimenti sono in effetti al centro della nostra vita civile europea, e dappertutto ne possiamo riscontrare gli effetti, ma il cittadino europeo ha del tutto perduto la capacità di riflettere su tali avvenimenti; di conseguenza formula giudizi che sono fuori dalla realtà.

Le conseguenze di questi due avvenimenti si possono ritrovare dappertutto in ogni nostro fatto quotidiano: ogni volta che ci sediamo a tavola mangiamo come è derivato da quei due eventi, ma non ce ne vogliamo render conto, non vogliamo saper nulla della realtà e continuiamo a giudicare con la sola testa e con logica [soprattutto con logica matematica – ndc] mentre in verità non facciamo che fantasticare e dire sciocchezze.

Se vogliamo valutare correttamente questi due avvenimenti, dobbiamo aver presente una correlazione diretta tra loro e la catastrofe europea nella quale siamo coinvolti. Nell’evoluzione dell’umanità non si possono emettere giudizi su intervalli di tempo di un paio di anni, perché i fatti reali si estendono a tempi assai più lunghi.

Avvenne dunque che solo nel 1721, alla pace di Nystad, venne deciso che la Russia intervenisse come grande potenza nelle relazioni europee, sia nell’ambito della vita spirituale, sia in quelli della vita statale legislativa e della vita economica. Ciò fu della massima importanza, perché la Russia (se ci atteniamo alla realtà e non alle frasi convenzionali), con la sua concezione spirituale è, rispetto agli interessi spirituali dell’umanità, è una potenza del tutto asiatica, una morale potenza orientale.

Nella sua vivente attività interiore è riconoscibile la costituzione dell’anima orientale, solo che in quella era penetrato l’impulso di Pietro il Grande (1672-1725), che portò poi la Russia fino al mar Baltico. Furono così già decisi tutti i fatti successivi, ed è di nuovo molto caratteristico che l’Europa continuò a discutere se la Russia dovesse o no arrivare fino a Costantinopoli.

Non era questo che importava, bensì se la Russia stessa dovesse partecipare in genere alle faccende europee, questione che era stata decisa nel 1721 con la pace di Nystad.

L’essenza di tutte le discussioni europee è che si continua a cercare soluzioni a problemi che sono già in gran parte risolti. La soluzione c’era già fino a un certo grado, ma si continuò a parlarne ricominciando da zero, senza tener conto dei dati di fatto. Quali ne furono le conseguenze?

Considerando tutta la storia europea, riguardo agli eventi ai quali la Russia partecipò durante il secolo diciannovesimo (si pensi alle aspirazioni slavofile e panslavistiche), si dovrà convenire che la partecipazione russa mirava a impostare i problemi spirituali della vita europea in maniera orientale.

Roma dovette ad esempio in certo modo capitolare di fronte all’oriente che voleva conservare la sua tipica forma di attività interiore orientale, da qui il distacco del cattolicesimo orientale da quello romano.

Rispetto all’atteggiamento delle due diverse anime si tratta di due mondi del tutto diversi: l’orientale è un mondo che ha sempre la tendenza a mischiare l’amministrazione statale, profana e laica, con gli impulsi della vita spirituale, a cercare cioè nella guida dello Stato anche la guida della religione. Da questo deriva il rapporto della civiltà europea con l’oriente e da qui sono sorte le questioni realmente esistenti, e non solo quelle sognate per le quali ci si è abbandonati a innumerevoli illusioni.

Si consideri solamente la continua tendenza verso la Russia dei cechi e degli slavi del sud, alla quale la Russia stessa corrispose, sì, con frasi esteriori di potenza politica, ma che pure agirono con enorme seduzione sui cuori del popolo russo, suscitando gli impulsi alla liberazione dei popoli balcanici.

Dappertutto vi sono forze spirituali!

Vi si mischiò anche dell’altro, connesso a condizioni spirituali nazionalistiche, come l’antagonismo tra l’elemento slavo polacco e l’elemento russo.

Così si configurano nel loro complesso le condizioni dell’Europa orientale.

Tutto quanto di spirituale avviene dipende dalla vita della civiltà nel suo complesso.

In tema di evoluzione dell’umanità non si può parlare in maniera parziale.

Neppure si può semplicemente dire che vi sia un modo di vedere generale per come la vita spirituale, economica e politico-­giuridica debbano comportarsi vicendevolmente, ma se ne può parlare solo sulla base di determinate premesse davvero date.

Il modo in cui operò la vita spirituale orientale trapiantata in Europa, dipende assolutamente dal fatto che la Russia è un Paese agrario, come tale non ancora del tutto valorizzato, tanto che è la natura a dare il tono complessivo del suo atteggiamento di vita. Perciò la forma di quest’anima penetrata da oriente nella vita europea deriva dalla vita agricola, quale è possibile in Russia. Il singolo russo, a qualsiasi classe sociale appartenga, non avrebbe la forma d’anima che appunto ha, se non ci fosse quell’intimo legame della vita con la natura. Tutta la vita orientale è tale che per essa una vera questione economica (cioè il terzo termine della tri-articolazione dell’organismo sociale) non esiste.

Dappertutto nel mondo vi sono questi tre settori della vita sociale umana: la vita spirituale, la vita legislativa-statale e la vita economica, ma la formazione dell’anima sotto il loro influsso, risulta sempre differente a seconda che l’umanità sia disposta o no a considerare quel che le dà la terra.

Più ci portiamo verso oriente, più si lascia fare la natura; si preleva quanto la natura offre, e si opera senza organizzare una vita economica come tale. È quel che avviene in Russia: non si sente il bisogno di organizzare la vita economica come tale, o per lo meno non lo si ritiene necessario. È la maniera orientale di pensare.

Il modo orientale di pensare si trova, potrei dire, appena sopra il punto di vista di un’altra “popolazione” della Terra: quella del mondo animale.

Si sbaglia a credere che il mondo animale non abbia una sua vita spirituale e, in un certo senso, perfino una vita giuridico-statale, perché la vita animale ha senz’altro un suo mondo spirituale e una specie di costituzione giuridica; non ha invece una vita economica. L’animale prende giusto quello che la natura gli dà. Dal regno animale che popola la Terra si distingue pochissimo la popolazione umana orientale che, con la sua vita spirituale proprio per questo indirizzata verso l’elemento immaginativo e tendente all’intuitivo, nella vita economica prende quello che la natura le dà, senza darsi a discussioni economiche. Per la popolazione orientale, ogni struttura sociale poggia su basi differenti dai rapporti economici, cioè poggia su basi di signoria, di eredità ma non sul pensiero economico. Questa particolare forma d’anima è la premessa affinché in oriente si possa in genere attribuire tanta importanza all’elemento nazionale.

In Europa si discute da due secoli di questioni nazionali e sociali, ma lo si è fatto partendo da elementi vari, senza basarsi sulle realtà esistenti. Non si poteva più pensare su questioni sociali e nazionali come si era fatto nel secolo diciannovesimo, specie nella sua seconda metà e all’inizio del ventesimo, quando già l’elemento nazionale aveva preso la sfumatura derivante dall’inserimento dell’elemento nazionale asiatico slavo.

Si è così discusso in modo anacronistico su questioni nazionali; i temi che si continuavano a discutere erano da lungo tempo superati. Ci si sarebbe dovuti render conto che presto sarebbe emerso il grande interrogativo, se l’oriente non avrebbe inondato tutto l’occidente col suo modo di pensare la vita spirituale.

Per ora se ne scorge già l’aurora: in oriente, nell’Asia, si discute come si possa far scomparire tutta la robaccia tecnica e scientifica dell’Europa, con la sua astrazione e il suo modo di sfruttare, ricoprendo invece tutta la Terra con l’elemento asiatico del sentire e della viva attività interiore.

In astratto ci si può naturalmente dichiarare d’accordo, ma il fatto è che sia la vita dell’anima sia la vita spirituale in oriente sono in decadenza. Questo non impedisce che nelle anime russe vi siano forze per il futuro, ma quello che vi è nel presente è in completa decadenza. Non si può contare sul fatto che dall’oriente possa venirE una specie di redenzione.

Con la pace di Nystad del 1721 è giunta in Europa la particolare sfumatura nel pensiero nazionale che è stata imposta alle popolazioni slave. Dalle sue conseguenze l’Europa fu contagiata, perché alle vicende europee poté partecipare la Russia. Se non ci si limitasse sempre alle condizioni statali, ma ci si curasse anche di quelle reali mondiali, si potrebbe riconoscere che la regione sperimentale dell’azione ricordata fu l’Austria. L’Austria andò in rovina perché si continuava a discutere troppo a lungo su questioni orientate sempre in una determinata direzione. L’Austria non riuscì a risolvere il suo problema slavo, perché non ebbe il senso per la produttività primaria dello spirito, per una vita spirituale sgorgante dai suoi elementi caratteristici. Di una tale vita spirituale non si poteva certo parlare, per esempio con i liberali, anzi meno di tutto con loro, perché i liberali hanno sempre detto e ripetuto, specie negli Stati organizzati a repubblica, che se si fossero consegnate le scuole alla vita spirituale libera, se ne sarebbero impadroniti i cattolici e saremmo caduti nel clericalismo. Questa è la loro obiezione, basata però sull’opinione che vi sia una sola alternativa: appellarsi a un genere di spiritualità che fu produttiva secoli fa, ma che oggi è anacronistica e decadente. Nel momento in cui si fosse coscienti che occorre una vita spirituale libera e creativa, si troverebbe naturale affidare la vita scolastica al libero pensare creativo. Poiché però la gente non sente il bisogno di partecipare con la volontà alla creazione della civiltà, ma vuol solo affidarsi a chi la nutre, che sia lo Stato o qualche organizzazione economica già pronta, e non dimostra nemmeno alcuna volontà di compenetrarsi di creatività, ecco che si presentano fatti scoraggianti come quello accennato.

Occorre invece sapersi rendere liberi, senza che per questo la scuola sia consegnata a qualcosa di vecchio.

La gente che parla come ho appena detto, afferma che comunque non saremo mai capaci di produrre una nuova vita spirituale, e che quindi le vecchie strutture ci soverchiano [situazione non dissimile a quella odierna, si veda la depravazione delle sedicenti scuole steineriane parificate a quelle di Stato – ndc].

Così si può facilmente diventare seguaci di Spengler con il suo tramonto dell’occidente (Oswald Spengler, “Il tramonto dell’occidente”, Ed. Longanesi 1978). In tal caso è però indifferente se non facciamo nulla o se consegniamo tutto alla Chiesa cattolica. Invece è urgente una nuova vita spirituale!

Non fu sbagliato che un tempo la Chiesa avesse in mano la scuola, perché tutte le scienze attuali derivano per un verso dalla Chiesa antica. Lo sbaglio sarebbe che oggi la Chiesa tradizionale volesse aver ancora in mano la scuola, mentre ci troviamo di fronte alla necessità storica di acquisire una vita spirituale nuova.

Fu dunque l’impotenza dell’Europa rivolgere il pensiero verso una vita spirituale nuova allo scopo di introdurre la questione della nazionalità.

Se dall’Europa centrale si fosse agito verso l’est nel senso di una vita spirituale produttiva, si sarebbero senza dubbio congelate le correnti tese al panslavismo e al filoslavismo. Inizialmente c’era quella vita spirituale: alla svolta tra i secoli diciottesimo e diciannovesimo si era cominciato a creare una vita spirituale libera, quella che noi chiamiamo goetheanismo, ma non si ebbe il coraggio di consolidarla. Questo è un lato del problema.

Dall’altro vi è la discussione socio-economica.

Dal momento in cui, nel 1763, la Francia dovette cedere ingenti territori all’Inghilterra, ne derivò che il Nordamerica non divenne latino, ma anglosassone, e i problemi socio-economici furono incanalati in una direzione ben precisa.

Ecco dunque le due importanti decisioni che furono prese nel secolo diciottesimo: in oriente quella del 1721, con la pace di Nystad; in occidente quella del 1763, con la pace di Parigi. Entrambe appartengono alla vita generale spirituale ed economica dell’Europa, e come tali vanno tenute in considerazione, perché senza tenerle presenti non si può arrivare ad alcun giudizio. I fatti storici non si possono valutare in una prospettiva del tutto soggettiva, come si è soliti fare oggi. Inoltre a volte non si può fare a meno di servirsi di certi termini radicali: l’oriente aveva un tempo una grande e poderosa sapienza primordiale, ma oggi, per la decadenza della sua antica sapienza, è caduto nella barbarie che proviene dalla razionalizzazione degli istinti umani primordiali, quando questi sono guidati da mero intellettualismo mediato dalla sola attività della testa. Se però ci serviamo del termine barbarie nel senso di Schiller e lo applichiamo agli orientali, ai russi in particolare, e poi, procedendo verso ovest, passiamo dall’Inghilterra all’America, restando nella medesima concezione, dobbiamo chiamare la civiltà occidentale non col nome di civiltà, ma di selvatichezza, l’opposto di barbarie: il barbaro tiranneggia il suo cuore e la sua anima con la testa, il selvaggio tiranneggia la testa mediante ciò che proviene dal resto del suo organismo, cioè mediante la vita istintiva. Questa è l’essenza della vita occidentale, la tendenza alla selvatichezza.

Se si prescinde dal suo belletto europeo trapiantato in America, che cosa è la civiltà americana? Detto in modo radicale è la selvatichezza; senza intenzioni sciovinistiche, se si vuol riconoscere l’essenza della vita americana diremo che gli europei non hanno vinto interiormente i pellirossa; anche se li hanno materialmente vinti, interiormente si sono compenetrati della vita indiana: gli istinti hanno predominato; l’essenziale è che gli immigrati europei sono stati contagiati dagli istinti indiani.

Non è solo che l’europeo trapiantato in America finisca di avere per esempio braccia più lunghe, come è stato provato antropologicamente, ma è che egli muta costitutivamente la sua forma di attività interiore o anima. Non si tratta di concetti e di rappresentazioni, ma della costituzione complessiva umana. Si deve convenire che quanto più si procede verso occidente, tanto più l’elemento anglosassone si è fatto selvaggio. Questa selvatichezza è evidente ed è basata sul fatto che la questione economica non è in discussione.

In oriente la complessiva struttura sociale quale l’ho descritta diventa assolutistica; in occidente essa diventa anarchica. Si provi a studiare che cosa è prevalso in occidente: si è costruito nella convinzione [oggi squisitamente keynesiana – ndc] che la vita economica fosse inesauribile; poiché [l’occidente – ndc] si alimentava a spese delle colonie e sull’inesauribilità, non ci si curava di riflettere circa la vita economica.

La vita economica occidentale è del tutto basata sulla possibilità di trarre il massimo possibile dalle colonie, ed è indifferente se le colonie siano all’interno o all’esterno dei confini statali. È caratteristico degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso che sempre nuovi territori americani fossero acquisiti per fornire grano, prodotti agricoli e così via.

Si attingeva alla natura e non si sentiva perciò la necessità di riflettere in particolare sulla vita economica. È infatti indifferente il significato delle associazioni nella vita economica, quando si attinge da qualcosa di inesauribile.

Ma una struttura economica si forma pur sempre: quella inglese riposa sul possesso delle Indie, mentre in America si forma una caratteristica vita economica in quanto essa imprime la propria struttura a tutto l’occidente per la sua vita sociale complessiva, formatasi in base alla sola azione economica, quella derivata dall’inesauribilità.

La vita spirituale decadente dell’oriente, che non tiene conto alcuno della vita economica, tende all’assolutismo in tutte le sfere della vita sociale; a seguito dell’assimilazione dell’elemento anglosassone, in occidente si forma ciò che ho appena caratterizzato; la civiltà moderna è posta in questa contrapposizione fra oriente e occidente.

Ad esempio può essere interessante confrontare due persone: Rodbertus e, diciamo, Marx.

Johann Karl Rodbertus fu uno studioso tedesco di economia politica; fu tanto spregiudicato da diventare ministro, e non è poco.

Una personalità come Karl Marx fu possibile solo in quanto egli prima imparò a pensare in Europa centrale, e solo dopo si diede all’esame delle condizioni economiche occidentali; non avrebbe mai potuto fare quel che fece per il proletariato se fosse rimasto in Germania.

Gli riuscì perché imparò a pensare in Germania, imparò a come farne uso in Francia, a Parigi, e poi in Inghilterra fece la conoscenza di una vita economica derivante dall’inesauribilità, con quanto ne deriva; solo su quest’ultima fu quindi in grado di costruire.

Rodbertus era invece un possidente terriero della Pomerania, divenuto improvvisamente socialista (caso di certo eccezionale) e ragionante come tale.

Ecco perché è interessante il confronto fra Rodbertus e Marx, tanto diversi fra loro. Proprio da questo punto di partenza si deve capire Rodbertus, da possidente terriero in Pomerania, fattosi di colpo socialista. Egli sa benissimo che dell’agricoltura in nessun luogo si potrà fare a meno, perché ne conosce l’importanza economica. Gli altri invece ragionano come chi, vivendo in città, non sa distinguere il grano dall’orzo. Lo sa invece un uomo come Rodbertus che conosce inoltre il significato del sovraccarico delle ipoteche sull’agricoltura. Se si aggiungono i suoi atteggiamenti socialistici, avviene che una mentalità non guasta troppo l’altra; ne deriva solo qualcosa di discutibile, ma alla fine l’una corregge l’altra. Ne vien fuori qualcosa di quasi geniale, come infatti è avvenuto in Rodbertus. Lo si confronti con l’opera di Marx, e ci si dovrà dire che il proletario di oggi, nel più ampio senso della parola, trova subito illuminante la parola di Marx. Perché? Perché ciò che dice Marx proviene da un modo di essere meramente economico, quello in cui vive il proletario, ed è detto con molto acume, poiché Karl Marx aveva imparato a pensare in Germania. Invece il tedesco [Rodbertus – ndc] non poteva farsi un concetto di che cosa diventi la vita economica quando la si pensa solo economicamente. E non può farselo neppure oggi. Lo potrebbe solo se giungesse a dirsi: devo creare una realtà in cui si pensi solo economicamente. E questo avviene all’interno dell’organismo sociale tri-articolato.

Quel che altrimenti emerge, prende notevoli dimensioni nei paesi occidentali: si veda il darwinismo oppure uomini come Spencer, Huxley, o qualche scienziato americano, fino a Emerson, Whitman (Herbert Spencer, 1820-1903, filosofo inglese: “System of synthetic Philosophy” – 10 volumi 1862/96; Thomas Henyy Huxley, 1825-1895, zoologo e filosofo inglese: “Evidence as to Man’s Place in Nature”; Ralph Waldo Emerson, 1803-1882, filosofo e scrittore americano: “Representative men”, 1850; Walt Whitman, 1819-1892, poeta americano: “Leaves cf Grass”, 1855) ecc., tutto conduce nella vita spirituale alla constatazione che la testa pensa quello che il ventre elabora: sono solo istinti trasformati e trasposti, in fondo pensati economicamente. Si pensa solo come si mangia e si beve. È così nella più ampia misura e con la massima intensità, anche se molti oggi non se ne accorgono; se poi lo si dice, è considerato un insulto, ma non vi è alcuna intenzione di insultare. Questo modo di pensare ha allo stesso tempo del grandioso, ed è la sola grandezza della civiltà moderna: è proprio così.

Fra questi due estremi fu effettivamente incastrata la civiltà europea, fin dal secolo diciottesimo. Solo che la gente esclusa dalla civiltà europea, quella che fu inchiodata alle macchine [alla catena di montaggio – ndc], portò in superficie un modo di pensare che non ha in apparenza alcun rapporto con quegli eventi, ma che in realtà è con quelli profondamente collegato: parlo del mondo proletario, ed è interessantissimo considerarlo con senso realistico.

L’Austria, come ho già detto, fu il paese cavia (si vedano anche gli articoli di Steiner pubblicati nella “Deutsche Wochenschrift” di Vienna nel 1888, ora raccolti in O.O. n. 31) e negli anni Settanta e Ottanta nella sua vita statale emersero fatti assai singolari: da un lato si discusse molto della questione slava (alcuni la chiamavano ottimisticamente “federalismo austriaco”).

La vita spirituale, una delle tre sfere dell’organismo tri-articolato, fu strutturata in Austria dalla discussione sulla questione slava. Dall’altro lato (lo si rileva fra le righe dei discorsi parlamentari più che dalle posizioni ufficiali) sorsero terribili timori di sfacelo dell’economia austriaca a causa di quella americana, anglosassone. Dappertutto in Austria si poteva allora osservare che l’esportazione, tra l’altro dei cereali ungheresi, era pregiudicata dai prodotti dell’occidente. Persone molto competenti dicevano allora in Austria che la corrente, che premeva da occidente verso oriente, aveva finito di ipotecare i terreni e a poco a poco l’agricoltura sarebbe andata in rovina. Erano segnali e sintomi che avevano profondi substrati storici, così che allora in Austria si parlava molto, da un lato in senso spirituale, sulle eventualità della questione slava, e dall’altro in senso economico, sulla questione agraria.

Allora proprio in Austria (mi pare nel 1880), si formò in alcune teste uno strano progetto che fece una certa impressione. Se ne parlò anche in Parlamento: il progetto di una confederazione di popoli che doveva assumere la forma di una “Confederazione dell’Europa occidentale”. Non si possono formare unioni comprendenti tutto il mondo; è un’assurdità che può sorgere solo in una mente astratta come quella di Woodrow Wilson (W. Wilson, 1856-1924, presidente degli Stati Uniti dal 1912 al 1920 e propugnatore della “Società delle Nazioni”, creata con i trattati di pace del 1919 e attiva fra le due guerre) [l’astrazione “Società delle Nazioni” è in tal senso la “bisnonna” dell’Unione Europea” o UE, sic! – ndc].

Se ciò potesse avvenire non ci sarebbe più bisogno di alcuna forma federativa. Dunque già negli anni Ottanta era nata l’idea di una confederazione di popoli. Si osserva cioè un fenomeno dal quale si può arguire che nel corso del secolo diciannovesimo erano emersi sporadicamente gli impulsi di cui si ha proprio bisogno; essi furono però sommersi da soluzioni improprie che continuarono a proporsi e che non tenevano conto della realtà storica. Ogni volta che la si prospettava, veniva subito scartata, perché l’uomo moderno è davvero teorico.

Proprio questo vorrei assolutamente raccomandare: se non si riuscirà a liberarsi del teorico in noi prima di presentarsi in pubblico, non si otterrà nulla; occorrerà liberarsene e cercare di parlare su basi realistiche.

Non importa se ne risulterà un discorso migliore o peggiore; l’importante è parlare movendo da basi reali.

Con questo non volevo oggi formulare giudizi, ma indicare dati di fatto. Ho detto di considerare le conseguenze della pace di Nystad del 1721 e di Parigi del 1763. Considerando tutti i fatti della storia si ha un punto di riferimento, e ovunque si potrà discernere quel che anche oggi agisce entro l’elemento spirituale, in quello giuridico-politico e in quello economico. Io voglio limitarmi a indicare una via, perché si otterrà un risultato solo lanciando le proprie parole dal trampolino di un proprio giudizio, mentre non si otterrà nulla limitandosi a ripetere parole altrui [per esempio chi si limita a ripetere che la tri-articolazione sociale esige la previa conoscenza della tri-articolazione umana per poter fare giuste considerazioni analogiche non può ottenere alcunché e, anzi, opera contro l’attuazione della stessa. Ai sedicenti antroposofi che hanno questo intendimento si possono proporre i seguenti passi dei Punti essenziali (II, capoverso 9 e ss.): “Da quando Schäffle ha scritto il suo libro sulla struttura dell’organismo sociale si è tentato di ricercare delle analogie fra l’organizzazione di un essere naturale, diciamo, dell’uomo, e la società umana come tale. Si è voluto stabilire che cosa sia, nell’organismo sociale, la cellula, che cosa l’aggregato di cellule, i tessuti ecc. È comparso anzi di recente un libro di Merey, “Weltmutation”, nel quale certe leggi e certi fenomeni naturali sono semplicemente applicati all’organismo della società umana. Quanto qui si vuole esporre non ha assolutamente nulla a che fare con un simile giocherellare con le analogie. E chi credesse che anche in questa trattazione ci si voglia baloccare in tal modo con delle analogie tra l’organismo naturale e quello sociale, mostrerebbe soltanto di non essere penetrato nello spirito di quel che si è inteso dire. Poiché qui, lungi dal voler trapiantare nell’organismo sociale qualche verità inerente a fatti scientifici, si vuole una cosa del tutto diversa, e cioè che dallo studio dell’organismo naturale il pensare ed il sentire umani imparino ad avvertire ciò che ha possibilità di vita, per poi essere in grado di applicare questo modo di sentire all’organismo sociale. Se, come spesso accade, si trasporta semplicemente nell’organismo sociale quanto si crede di aver imparato nei riguardi dell’organismo naturale, si dimostra soltanto di non volersi conquistare da sé e indipendentemente la capacità di considerare l’organismo sociale investigando le sue proprie leggi, come si sa di dover fare per comprendere l’organismo naturale. Dal momento in cui, come lo scienziato della natura studia l’organismo naturale, ci si ponga obiettivamente e autonomamente di fronte all’organismo per scoprire le sue proprie leggi particolari, ogni gioco di analogie cessa di fronte alla serietà dell’osservazione” – ndc].

R. S. 01 COME SI OPERA per la TS

COME SI OPERA PER LA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE

[A cura di Nereo Villa, alias “Curato Chalét”]

PRIMA CONFERENZA, Stoccarda, 12 febbraio 1921 (Con l’estendersi dell’attività della “Lega per la tri-articolazione dell’organismo sociale”, costituita a Stoccarda il 22 aprile 1919, in concomitanza con la pubblicazione del libro “I punti essenziali della questione sociale” che conteneva anche il precedente “Appello al popolo tedesco e al mondo civile”, si rese necessario formare nuovi oratori e, secondo quanto riferisce Emil Leinhas, cfr. Aus der Arbeit mit Rudolf Steiner, Basel 1920. Rudolf Steiner si era dichiarato disposto a tenere un corso apposito già nel 1920, ma per altri suoi impegni il corso stesso dovette essere rinviato al febbraio del 1921, dopo esser stato però preceduto da due conferenze e una discussione del 1° e del 2 gennaio 1921, in vista del referendum fissato al 20 marzo 1921 per stabilire l’appartenenza dell’Alta Slesia alla Germania o alla Polonia. In origine il corso era previsto per almeno 100 partecipanti, ma dato il ritardo essi si ridussero a una cinquantina).

Parleremo oggi, per cominciare, delle intenzioni che possono avere le persone che partecipano a questo corso, e del modo in cui ci si può inserire nello svolgimento dei nostri compiti.

Seguendo gli intenti legati a questo corso, si potrà andare in pubblico per realizzarvi l’impulso della tri-articolazione, necessario nel senso più profondo per il nostro tempo.

È proprio dalla convinzione della sua necessità che noi dobbiamo partire: dobbiamo aver chiaro che in effetti non c’è tempo da perdere per volgersi all’azione per l’impulso della tri-articolazione che dobbiamo considerare come l’esigenza assoluta dell’attuale vita civile [Tenete presente sempre che là, dove Steiner parla ancora di civiltà, bisognerebbe parlare oggi di FINE DELLA CIVILTÀ, dato che oggi ciò è manifesto OVUNQUE, non solo perché avvenne la seconda guerra mondiale ma perché siamo di fronte OVUNQUE alla terza guerra mondiale, occultata, che Francesco Carbone sta in questi ultimi 12 anni rendendo evidente predicandone con PROVE TANGIBILI la realtà, di cui peraltro tratto in Internet dal 1998 – ndc].

Nel riflettere in questi giorni sulle condizioni di tale azione, dovremo fin dal principio porci nella prospettiva di escludere dai nostri cuori ogni genere di scetticismo sull’impulso stesso della tri-articolazione, perché non si potrà realizzare nulla se oggi si è in qualche modo scettici rispetto all’obiettivo.

Visto il carattere più contingente delle due conferenze per l’Alta Slesia, esse sono state spostate alla fine del volume, senza cioè rispettare come di solito l’ordine cronologico.

Potremo infatti constatare, proprio durante questo corso, come non è solo quel che si dice o si fa a produrre un effetto nel mondo, bensì come la nostra azione e la nostra parola devono accompagnarsi a certi imponderabili inespressi, se vogliamo agre.

Inoltre dobbiamo mettere in chiaro che tutte le vecchie forze della civiltà, ormai in fase di decadenza, si oppongono all’impulso della tri-articolazione, sviluppano avversioni, e che noi avremo molto da combattere per far valere questo impulso con le nostre forze.

D’altra parte avremo tanto più da combattere, quanto più successi otterremo, dopo i quali la lotta con i nostri avversari non sarà certo minore, ma anzi sempre più aspra (lo mostra già l’esperienza fatta in queste settimane).

Ci si dovrà certo armare per la lotta, e con questo non voglio dire che noi dobbiamo soprattutto lottare, perché non è questo che potrebbe portarci avanti.

Dobbiamo comunque essere consci che se avremo qualche successo, si svilupperà più forte la lotta.

Vorrei oggi premettere alcuni punti psicologici di partenza: si tratta evidentemente qui di caratterizzare le basi obiettive per la nostra azione.

Vorrei anzitutto affermare che non può trattarsi di un’esposizione nell’arte oratoria politico-sociale o di altro genere, ma di creare le basi positive per l’azione nel senso dell’impulso della tri-articolazione dell’organismo sociale.

All’inizio sembrerà forse una presa di posizione del tutto generica, se premetterò regole generali, ma saranno proprio esse, ponderate ben in concreto, che riusciranno di straordinaria importanza.

Si potrà progredire nell’azione operando nella nostra anima con due forze fondamentali, e siccome la nostra causa e la nostra azione devono essere compenetrate da molta serietà, dobbiamo anzitutto essere ben consci che non potremo avanzare senza formare tali due forze fondamentali nella nostra anima: per prima quella di un reale amore alla causa, per seconda quella di un intelligente amore per l’uomo.

Sia ben chiaro che se queste due condizioni non fossero osservate o se fossero sostituite da altre, per esempio da ambizione oppure da vanità, allora, per quanto logici siano i giudizi che si possono esporre alla gente, per quanto assennata possa essere l’esposizione, non si riuscirà a ottenere nulla.

Le condizioni per agire mediante la parola non consistono in fondo solo nella formulazione, nell’impronta della parola stessa.

Basta pensare a come oggi si ottengono tanto di frequente effetti con la parola, per convincersi di quel che ho detto.

Proviamo a immaginare due oratori che si presentino a un pubblico: uno di loro è una personalità sconosciuta, ma dotata di conoscenze molto vaste e di una forza oratoria penetrante, un’autorità nell’argomento, mentre l’altro oratore, che si presenta allo stesso pubblico (come oggi succede spesso) ha una posizione pubblica da lungo tempo stabilita: un deputato, uno statista, oppure un noto grande industriale o uno scienziato; egli opererà con argomenti assai meno efficaci e anche assai meno giustificati.

Ciò che produce l’effetto è qualcosa che si aggiunge al contenuto della parola parlata.

Tuttavia non possiamo costruire il nostro lavoro su cose del genere, quali le ho testé caratterizzate.

Sono altre le cose che devono caratterizzare il nostro discorso e sono appunto le due qualità dell’anima di cui ho parlato: il vero amore per la causa, che può reggersi solo sull’intima convinzione, e l’amore per l’umanità.

Queste due forze dell’anima non possono certo sostituire il contenuto della parola parlata, contenuto che deve essere evidentemente inoppugnabile, ma che non avrà effetto se non è sostenuto dalle due forze dell’anima che ho citate.

Perciò già oggi, mentre cerchiamo di sbrigare il lato formale, dobbiamo mettere in chiaro fino a che punto abbiamo nell’anima queste due forze.

Se ci risultasse di non averle, sarebbe meglio non partecipare all’importante azione che si deve intraprendere, perché sarebbe una perdita di energia e di lavoro.

Ci si deve convincere che l’effetto di quanto deriva da altri moventi non può essere grande, mentre quello che deriva dall’amore per la causa, sostenuto dalla convinzione, e dall’amore per l’uomo, sarà magari all’inizio piccolo, ma ci sarà.

La verità sceglie infinite e non ravvisabili vie per arrivare agli uomini, e avviene appunto che dove ci sono i due imponderabili: amore per la causa e amore per l’uomo, si perviene pure a un risultato, anche se non è subito evidente; in qualche modo ci sarà, possiamo esserne certi.

Ma vi è ancora dell’altro: deve esservi una piena conoscenza dell’ambiente nel quale oggi parliamo in pubblico dell’impulso della tri-articolazione.

Non possiamo abbandonarci a illusioni sullo stato d’animo della gente alla quale parleremo, sulle condizioni derivanti dal fatto che parliamo appunto a uomini del nostro tempo; tra di loro non sono affatto pochi a essere adatti ad accogliere quel che abbiamo da dire, ma in particolare presso la maggior parte delle personalità dirigenti la situazione è tale che vengono represse, anche in modo abbastanza brutale, le forze degli uomini che sarebbero adatti ad accogliere l’impulso della tri-articolazione.

Non indugiamo sulle finezze dell’eloquio, ma passiamo subito a singoli argomenti.

L’obiezione più comune che la gente formula quando le si propone l’impulso della tri-articolazione è che, proprio nell’Europa centrale, abbiamo soprattutto indigenza e miseria.

Si deve condurre la lotta per il pane, ed è quindi agli interessi economici ai quali ci si deve anzitutto dedicare.

A che servono gli alti ideali? A che servono i discorsi sui substrati spirituali?

Questa obiezione viene fatta in tutti i toni e, non si può negarlo, proviene dalle anime oppresse del presente; vista esteriormente, le si può attribuire una certa giustificazione.

Ma quando in questi giorni faremo passare davanti alle nostre anime i più importanti problemi del presente, problemi che formeranno la base per la nostra azione, vedremo che l’idea che oggi occorra risolvere i soli problemi economici, riposa su un’assoluta illusione, poiché deriva come cosa ovvia da un altro problema e dalla sua risposta, ma non è per nulla una cosa ovvia.

Si parte infatti dal presupposto (e approfondiremo in seguito l’argomento) che gli uomini, non questa o quella persona, ma gli uomini in generale, non abbiano colpa per le condizioni in cui versa oggi il mondo civile.

Se prendiamo in esame quanto oggi abbiamo il dovere di considerare, e cioè l’economia mondiale diffusa su tutta la Terra, dobbiamo dire che la natura oggi non ci dà di meno di quello che ci dava in qualsiasi altra epoca, sempre che si sappia carpirle correttamente i suoi prodotti e poi distribuirli in modo equo tra la gente, beninteso all’umanità nel suo complesso.

Che gli uomini si trovino oggi in uno stato di necessità più grave di prima non è causato da motivi fisici, ma proprio dallo spirito degli uomini.

Se la gente è oggi nell’indigenza, a provocarla è stata la falsa spiritualità, il falso pensare; non vi è perciò altro da fare che sostituire con un modo giusto di pensare il falso pensare per uscire da questa condizione d’indigenza.

Non è stata la natura, non qualche potenza sconosciuta [tipo Covid 19, per esempio, che oggi non solo docet ma imperat – ndc] a portare l’umanità alla condizione attuale, ma gli uomini stessi.

Se vi è indigenza, sono gli uomini che l’hanno portata; se molti non hanno niente da mangiare, sono gli uomini stessi che non permettono che il cibo arrivi dappertutto.

Perciò è importante non partire dalla premessa sbagliata che qualche potenza sconosciuta abbia prodotto l’indigenza, e che si debba anzitutto eliminarla prima di mettersi a pensare nella maniera giusta; si deve invece aver chiaro che, siccome

l’indigenza deriva da una maniera non giusta di pensare degli uomini, solo un pensare corretto sarà in grado di eliminarla.

Il pregiudizio [su cui poggia per esempio tutta la falsa antroposofia di N. Bellia ed altri de-pensanti sedicenti antroposofi o economisti – ndc] che si debba prima procurare il pane all’umanità la quale, quando abbia avuto abbastanza pane, addiverrà anche a un miglior pensare, questo pregiudizio va considerato da più di un lato.

È un terribile pregiudizio, e non potrà arrivare all’attuale civiltà alcun beneficio, se non ci si deciderà di liberarsene, di sostituirlo con il giusto giudizio che debba sopravvenire un’inversione o un rinnovamento del pensiero sulle cose di questo mondo; è un fatto che deve farsi strada in un numero abbastanza grande di menti umane.

Noi troveremo la possibilità di parlare alla gente, se non ci abbandoneremo ad alcuna illusione riguardo a due cose.

In primo luogo si tratta del fatto che in linea di massima non vi è oggi alcun senso per la produttività della vita spirituale.

L’insulsaggine con la quale è stata coniata negli ultimi tempi l’espressione: “Via libera ai capaci” (non è tanto l’espressione stessa a essere insulsa, quanto le circostanze in cui fu coniata) sarebbe dovuta scomparire dalle teste degli uomini, messa a confronto con i fatti dominanti nell’attuale civiltà, fatti che tendono piuttosto a dar valore alla selezione degli incapaci.

Viviamo oggi in un ‘epoca che favorisce in modo speciale l’incapacità; anche di questo parleremo più a fondo e dovremo ricercare le forze che, soprattutto nel nostro tempo, conducono a questa selezione dei più incapaci.

Oggi vorrei fare solo una premessa, ma prego di considerare bene che parliamo tra di noi e creiamo le condizioni per la nostra azione, che dobbiamo quindi fin dall’inizio attenerci solidamente alla convinzione che l’impulso della tri-articolazione è per noi qualcosa di sicuro al quale non contrapponiamo alcun scetticismo, e che vediamo in esso l’unica forza capace di salvarci dai grovigli del tempo presente.

Ancorati a questa convinzione, non ci potrà parere immodesto quel che sto per dire, ma obiettivamente coerente con le condizioni della nostra azione.

Si prenda il libro “I punti essenziali della questione sociale” (cfr. R. Steiner, I punti essenziali della questione sociale, Opera Omnia n. 23 – Editrice Antroposofica, Milano

1980) e si consideri in che modo esso è oggi accolto, si guardino gli argomenti prodotti dagli avversari, e si cerchi poi di farsi un’opinione su che cosa essi si basino.

Si arriverà a tali basi solo per via psicologica, con un’osservazione psicologica: gli avversari parlano di solito ignorando il contenuto del libro.

Di regola, in quel che dicono non vi è quasi mai un rapporto con il contenuto del libro stesso.

Per esempio, illustrai poco tempo fa a Berna (si tratta di una conferenza del 4 febbraio 1921 di cui non esiste il testo) il contenuto del libro; parlò poi per tre quarti d’ora il professore di economia politica dell’Università: non gli riuscì di dedicare anche solo una frase al contenuto dei Punti essenziali, e nemmeno accennò al contenuto della mia conferenza.

Era del tutto impreparato, poiché evidentemente non conosceva il libro.

Che cosa avverte la gente quando si accosta alle idee della tri-articolazione dell’organismo sociale? Perché cava dai precordi dell’anima [pregiudizi – ndc] cose tanto inopportune?

Avverte qualcosa di particolare e, se anche non lo porta a coscienza, avverte in sé qualcosa che è attivo in loro e cioè: se l’impulso per la tri-articolazione come è spiegato nei Punti essenziali mettesse radici nel mondo, ciò comporterebbe la selezione dei capaci, mentre gli incapaci verrebbero fatti cadere dai loro piedestalli.

Infatti l’impulso che parte dalla tri-articolazione dell’organismo sociale è subito efficace, non appena sia immesso nell’umanità, ma agisce senz’altro in modo da eliminare gli incapaci da ogni attività.

Ecco quello che sentono gli uomini nel loro inconscio; naturalmente non lo dicono, ma arrivano a esprimersi come appunto si esprimono.

Quando in veste di psicologi si analizzi quel che la gente dice, in particolare si analizzi la maniera in cui agisce, viene senz’altro confermato quel che ho detto.

In definitiva tutto ciò dipende dal fatto che nel nostro tempo fa proprio difetto il senso per la produttività spirituale: la gente si è abituata a farsi porgere lo spirito dall’elemento impersonale, o da un elemento personale privo di spirito: dallo Stato o da personalità statali che soprattutto non considerano lo spirito vivente come tale.

Basta accertare i singoli casi, e domandarsi per esempio che cosa vogliono oggi le facoltà teologiche: esse non si preoccupano tanto di giungere oltre il mistero delle forze spirituali primordiali dell’universo, quanto di creare i funzionari religiosi utilizzabili dallo Stato o dalle confessioni.

Così nelle facoltà giuridiche non ci si preoccupa di cercare i fondamenti e l’essenza del diritto, ma di insegnare alla gente le norme in uso nello Stato, quel che è stato stabilito da coloro che anch’essi non hanno voluto creare l’essenza del diritto, ma che hanno legiferato a difesa di diversi interessi.

Si possono esaminare tutti i campi che in fin dei conti sono di guida nella vita spirituale: si constaterà che non vi è oggi un senso nelle anime umane per l’elemento produttivo dello spirito che in sostanza deve reggere la civiltà.

La gente è stata a poco a poco educata a un’intellettualità non vitale, a un pensare nudo, non compenetrato di iniziativa volitiva, e si apre a un pensiero soltanto speculativo.

Ci se ne accorge quando si tengono conferenze; si potrà fare sempre di nuovo l’esperienza che la gente in ascolto è spesso soddisfatta di qualcosa fra quel che ascolta; le parole arrivano all’orecchio, giungono alle anime; la gente prova una certa voluttà con i pensieri nei quali si sente soddisfatta; vorrebbe più di tutto ascoltare proprio quel che così colma di una certa voluttà interiore.

Ma si sente sempre interiormente irritata se si pretende che le parole non rimangano parole, bensì che l’uomo intero se ne debba colmare e intervenire con energia nella vita, partendo dalla prospettiva che le parole propongono, che le parole abbiano un seguito.

Sono secoli che la gente si è troppo abituata ad accogliere la parola in un certo modo: ascoltando il predicatore dal pulpito, si siede sul banco della chiesa e si aspetta che la predica sia “bella”, che si faccia strada nell’intimo con un certo calore (è sempre stato comunque un calore ipocrita); si è sempre voluto sentire una certa voluttà intima, sentir soddisfatta una certa nostalgia dell’anima, ma in modo che tale soddisfazione giunga dal di fuori.

Ma poi, finita la predica, non si vuole che il suo contenuto compenetri realmente la vita: anche se lo si afferma abbastanza spesso, in sostanza da lungo tempo non lo si è mai fatto.

È ben nota la realtà rispetto agli argomenti di cui oggi si parla.

Così non si può proprio affermare che la gioventù che entra nelle università per assistere ai corsi sia presa da un certo fervore intimo, che con molto calore stia nell’aspettativa di quello che il docente dirà domani, facendo seguito a quello che ha detto oggi.

Il caso più frequente è che i giovani scaldano i banchi durante le lezioni, poiché tale è il loro dovere (e qualcuno non fa neanche questo).

Comunque sono già contenti se sono riusciti a ficcarsi in testa quel che è necessario per gli esami, e in essi non viene invero accertato se si è una persona capace e idonea, bensì se si conosce quel che serve a diventare un buon funzionario in campo teologico o giuridico, vale a dire a potersi inserire adeguatamente in qualche struttura statale.

Avremo occasione di vedere quali fattori erano attivi negli ultimi secoli, specialmente nel diciannovesimo, e come in tali condizioni sia andato perduto un po’ per volta nell’umanità il senso per l’azione vivente dello spirito.

Si pensi che ne sarebbe stato delle religioni realmente operanti, se non fossero scaturite dal senso per lo spirito vivente.

Tutte le religioni che sono divenute tali, non sono certo derivate dall’elemento da cui proviene l’attuale vita spirituale, ché tutto quanto portiamo nel nostro spirito non è in fondo che un’ideologia, cioè una somma di astrazioni.

Invece le religioni nascono perché lo spirito oggettivo presente nell’universo si è rivelato attraverso certe personalità [come quelle dei Maccabei o dei profeti, per esempio – ndc], ha operato come tale, perché lo spirito è una realtà, una reale potenza.

Di questo non capisce quasi niente la maggior parte della gente che è inserita nell’attuale vita spirituale.

Ultimamente fu molto interessante per me fare una constatazione: parlavo del pensiero posto alla base del primo capitolo dei miei Punti essenziali, che cioè dal lato spirituale, la parte sostanziale della questione proletaria è considerare come un’ideologia tutta la vita spirituale: morale, diritto, arte, religione, scienza e così via, e che in questo concepire la vita spirituale come un’ideologia sta l’origine della devastazione delle anime; partendo dai propri istinti, esse approdano poi a quello che per molti suoi aspetti è oggi il movimento sociale.

Ne ho trattato nei miei Punti essenziali.

Vi accennavo di recente in una conferenza, quando un parlatore di quelli pronti alle discussioni, con fare professorale, comprese l’argomento tanto bene che disse pressappoco così: già, si è preteso alludere che il proletariato viva nell’ambito spirituale in una specie di ideologia; però non lo si può affermare, poiché tutte le classi, tutti gli strati sociali, tutta l’umanità vive di continuo in ideologie, ed è naturale che tutti vivano in ideologie!

Il buon uomo non aveva la minima idea di quel che si era inteso dire, perché gli era andato del tutto smarrito il concetto della realtà della vita spirituale.

Per lui era irrefutabile che quel che forma il contenuto del nostro spirito e della nostra anima è appunto un’ideologia.

Da buon borghese [oggi bisognerebbe dire “da buon mafioso! – ndc] non poteva concepire altro che si viva legittimamente entro l’ideologia; se quindi il proletariato vive in essa, questo non può essere il motivo dell’impulso sociale del presente!

Queste idee sono tanto ancorate in chi oggi è “persona colta”, che si deve senz’altro affermare che la gente non ha oggi alcun senso per la produttività della vita spirituale.

Noi dobbiamo dare agli uomini d’oggi un concetto della produttività dello spirito creatore, della forza dello spirito.

Ecco quel che necessita fare prima di ogni altra cosa. Questa è la prima cosa in merito alla quale non possiamo farci alcuna illusione, senza di che non sapremmo parlare all’umanità di oggi.

Il secondo punto da trattare è che, se si esamina la vita sociale quale si è venuta delineando negli ultimi secoli, si vede che è andato perduto il senso per le esigenze degli altri uomini, senza il quale non è possibile alcun assetto della vita economica.

Questa può essere configurata solo da persone che siano innanzitutto nei loro pensieri sulla vita economica, di prescindere dalle proprie esigenze, mentre hanno un sentimento per quelle degli altri, imparando così a sentirsi entro l’umanità.

Una comprensione intelligente per quello che l’umanità consuma, ecco ciò che è necessario nella vita economica.

La vita economica consiste come è noto nella produzione, nella circolazione e nel consumo delle merci.

Ma non è davvero compito della vita economica dominare la produzione, di darle la giusta forza; lo si vede nei miei Punti essenziali, dove è detto che il capitale è in origine messo in circolazione dalla sfera spirituale dell’organismo sociale.

La maniera di produrre è del tutto un problema spirituale, mentre problema essenzialmente economico è quello del consumo.

Certo, coloro che sono nelle associazioni economiche devono ottenere dalla vita spirituale la possibilità di stimolare e organizzare la produzione; ma l’intensità della produzione, la maniera di produrre s’imparano a conoscere solo avendo un senso per i bisogni degli altri, e non per i propri bisogni, neanche per quelli del proprio gruppo.

Ma che cosa è emerso nella vita moderna, soprattutto in quelle istituzioni di chiacchiere che si chiamano parlamenti? (È una denominazione del tutto legittima, e vogliamo quindi, senza cadere nello sciovinismo, intendere la parola in questa accezione). Dappertutto nelle istituzioni di chiacchiere è emerso l’uso di formare gruppi di interessi: lega degli industriali, lega degli agricoltori, e così via.

Nell’Austria ora andata in rovina, agli albori del chiacchierismo, vi erano quattro gruppi di interessi economici; dunque negli ultimi tempi si è arrivati proprio al contrario di quanto può condurre a una reale comprensione economica.

Non vi erano che gruppi economici composti di gente che dichiarava in partenza: io decido per quello che ritengo giusto, in quanto io vi sono interessato.

Invece nella vita economica si può decidere qualcosa solo quando si sappia far astrazione dai propri interessi, e si abbia un senso per gli interessi altrui.

Lo avevo già formulato anni fa in una serie di articoli che avrebbe dovuto esser pubblicata con il titolo “Scienza dello spirito e problema sociale” (articolo pubblicato sulla rivista “Luzifer-Gnosis” nell’anno

1905/06; era previsto un seguito che però non fu mai scritto, dato lo scarso interesse allora dimostrato dai lettori della rivista per questo argomento. In italiano l’articolo è ora pubblicato in appendice del già citato volume: I punti essenziali della questione sociale) e vi è formulato con una certa determinatezza.

Ma con tali pensieri intendevo sempre qualcosa che non deve rimanere solo parola, qualcosa che si rivolge all’intera umanità, qualcosa che dovrebbe trovare risonanza.

Altrimenti se ne potrebbe parlare nelle istituzioni di chiacchiere, nei parlamenti.

Quella volta smisi di parlarne, perché nessuno se ne occupava; certo, qualcuno se ne sarà occupato in teoria, ma non basta ormai che ci se ne occupi teoricamente, perché le forze sociali attive che nei secoli scorsi erano emerse nell’umanità sono ora esaurite.

Oggi abbiamo bisogno di parole tali da poter passare direttamente nell’azione sociale.

Quel che intendo lo si potrà chiarire con una considerazione.

Prendiamo i socialisti più radicali, i comunisti, i leninisti, i trotzkisti: forse che partono da un principio originario della vita sociale?

No, essi partono da qualcosa che c’è già.

Anche Lenin e Trotzki (Lenin, pseudonimo di Uljanov Vladimir Ilic, 1870-1924; i suoi pensieri qui ricordati da Steiner sono tratti dal libro di Lenin “Stato e rivoluzione”, pubblicato a Berna nel 1918. Trotzki, pseudonimo di Bronstein, Lev Davydovic, 1879-1940) non scelgono una base obiettiva, ma lo Stato che già esiste, e da questo partono; anche i comunisti non si riferiscono a una base di partenza oggettiva, a un terreno di una vita economica indipendente, ma si attaccano a qualcosa già esistente da cui partono, perché non osano, per quanto radicali siano, creare condizioni nuove (Karl Stockmeyer – di cui parlo nel pdf FISICA STOCKMEYER presente alla conferenza di Steiner, così annotò nei suoi appunti: “La gente oggi non osa più cercare le origini della vita spirituale nella propria anima”).

Non osano cominciare veramente daccapo.

Guardiamoci attorno in un altro campo: oggi a schiere accorrono persino intellettuali verso il cattolicesimo romano: si sta formando un partito giovanile cattolico che assumerà probabilmente notevoli dimensioni.

Perché? Perché la gente oggi non ardisce cercare l’inizio di una vita spirituale nella propria anima, non osa partire da qualcosa di originario.

Vuole appoggiarsi a qualcosa di già esistente, vuole inserirsi in qualcosa che c’è già, non vuole avere una forte attività interiore che scaturisca da una fonte originaria; non ardisce farlo.

Ma è proprio questo che ci occorre, e dobbiamo risvegliarne il senso nella gente, perché è quello che ci occorre ora.

È urgente che nella civiltà europea lo comprenda un numero abbastanza alto di persone.

Ci occorre partire da principi originari e non perderci in astrazioni.

Lo avevo già scritto allora nell’articolo “Scienza dello spirito e problema sociale”: la vita sociale può diventare sana solo mediante uomini che partano dagli interessi altrui.

Certo, vengono ora coloro che vivono nelle astrazioni, e dicono che non è nulla di nuovo, che era già stato detto da tanto tempo; se poi si domanda da chi era stato detto, rispondono: da Schopenhauer Arthur Schopenhauer (1788-1860, il citato seguente è a pag. 361 del 6° dei 12 di opere complete, Stuttgart e Berlin, 1894).

Egli aveva giustamente detto: “È facile predicare la morale, difficile è realizzarla”; vale a dire che la morale deve fondarsi sulla compassione.

E qui sta l’astrazione: in Schopenhauer si trova una vuota astrazione, in sé del tutto giusta, perché volendo essere astratti si può dire: avere il senso per gli interessi altrui vuol dire aver compassione.

Ma così si è convertito in una pallida astrazione il fatto concreto che conduce a intervenire nella vita.

Di tali pallide astrazioni la gente si accontenta più di tutto. Quando si propongono alla gente azioni del tutto concrete, come si è cercato di fare negli scritti sulla tri-articolazione, vengono allora gli avversari e dicono che tutto era stato già detto; se poi si va alla ricerca di quel che intendono, si trova che si riferiscono a qualche pallida astrazione.

L’uno trova che nel concetto della compassione di Schopenhauer è già contenuto quel che ora ho indicato, un altro lo trova magari nell’imperativo categorico di Kant, e così di seguito.

Questo è un punto sul quale dobbiamo porre la massima attenzione, per trovare la possibilità di rilevarlo nella sua essenza.

Così è soprattutto necessario che non parliamo di quel che è giusto partendo da qualche pregiudizio, ma che invece ce lo facciamo dettare da quanto osserviamo intorno a noi, facendoci istruire da quello che la gente ha, e anzitutto da quello che non ha.

Allo scopo occorre però che noi facciamo una reale conoscenza di quel che vive nel presente.

È giusto difendersi dagli attacchi che da ogni parte piovono contro l’antroposofia e anche contro la tri-articolazione, ma con la sola difesa non è fatto tutto; dobbiamo esserne ben coscienti.

Per quanto ci si difenda da certe attuali correnti [oggi masso-mafiose; si veda nel sito di Francesco Carbone l’onesta opera sociale che Virginia Cerullo, avvocato che la mafia vorrebbe sopprimere proprio a causa della sua onestà, nel difendere la sua bambina dalla pedofilia dell’ex-coniuge Gerardo Caponigro, amico di magistrati mafiosi – ndc] e dalle persone attaccanti che ne fanno parte, con la difesa si fa ben poco.

Si prenda per esempio quel tipo di dadaista religioso che scrive sul periodico “Die Tat”: si chiama Michel (si tratta dell’articolo di Ernst Michel “Anthroposophie und Christentum”, quaderno del febbraio 1921, rivista “Die Tat”, Jena) e si può veramente definirlo un dadaista religioso. In casi del genere ci si può difendere quanto si vuole, ma con un tipo simile non si ottiene mai nulla. Egli non comprende neppure una frase di ciò che deriva dall’antroposofia o dalla tri-articolazione.

Un uomo come lui, per esempio quando scrive, sente di dover usare solo dei sostantivi poiché, sebbene continui a parlare di “grazia” e di quanto altro gli ha dato il cattolicesimo, nel sentimento, nella sua maniera di sentire, posto com’è, in un punto di vista di dadaismo religioso, egli è del tutto preso da un intento materialistico. Così, quando egli fiuta che sia il caso di diluire un sostantivo per sviluppare un pensiero realmente spirituale, per pensare lo spirito, allora egli lo chiama “il soffio distruttore dello stile”. Dal suo punto di vista lo si può anche capire, ma nella discussione o nella difesa non se ne verrà mai a capo. È anche naturale che si cerchi di combattere tali impurezze, ma solo con dei metodi di difesa non si ottiene nulla.

Se vogliamo agire dobbiamo essere consapevoli che non basta difendersi dagli attacchi, anche se a volte può essere necessario.

Dobbiamo piuttosto imparare a conoscere le correnti e le tendenze che sono nel nostro tempo, senza alcun riguardo dobbiamo esattamente caratterizzarle per i nostri contemporanei.

Il problema non è Michel o altri del genere, ma questo speciale tipo di dadaismo religioso; esso va caratterizzato ai contemporanei. Non interessa il signor Michel, bensì questo particolare tipo di impotenza religiosa che sta diventando corrente. La dobbiamo descrivere in modo che dall’immagine riflessa che noi presentiamo, quelli ancora dotati di un sano sentire che sono pure presenti, riconoscano di che cosa si tratta. Ciò è naturalmente molto più difficile di una difesa solo dialettica, ma è proprio necessario. Dobbiamo farci consapevoli di quanto vi è nel profondo dell’attuale civiltà, e allora potremo afferrarla dalle radici e presentarla al mondo di oggi.

A questo proposito molto è già contenuto nelle conferenze che avevo tenuto fin dall’aprile del 1919 (si tratta di tutte le conferenze tenute appunto dall’aprile 1919 e finalizzate ad illustrare il movimento per la tri-articolazione sociale. Ora sono comprese nell’Opera Omnia ai numeri dal 189 al 199 per i soci della Società Antroposofica e dal 329 al 334 pubbliche; in parte sono pubblicate anche in italiano); in esse cercai sempre di accennare alle cosiddette correnti spirituali e correnti economiche del presente e di caratterizzare anche singole personalità come dovevano essere caratterizzate. Le cose sono però state in massima parte affossate: erano a disposizione e sono state certamente lette, ma vanno portate avanti. I suggerimenti devono compresi e portati avanti.

Questo va fatto! Allora a poco a poco (ma non abbiamo più molto tempo, questo “a poco a poco” non può durare a lungo), sorgerà dal nostro movimento della tri-articolazione dell’organismo sociale una giusta e feconda critica di tutta l’attuale civiltà. Sulla base di tale energica critica si dovranno costruire le idee positive che devono entrare nelle menti e nei cuori. Gli uomini devono accorgersi di quello che va in pezzi nelle attuali correnti di pensiero, che poi non sono in massima parte che zuppa riscaldata. Quando vedranno che cosa va in pezzi, saranno inclini a impegnarsi in quanto di positivo potremo proporre, perché le personalità dirigenti sono dappertutto in balìa di illusioni. Finché da una parte o dall’altra non arriva la catastrofe, la gente nega che vi sia pericolo; è questa la caratteristica del presente. Bisogna ogni giorno darsi la pena di mostrare alla gente come debba distruggersi ciò che essa vede come in una nebbia.

A questo proposito è molto interessante esaminare l’effetto iniziale di angoscia prodottosi nelle personalità dirigenti, quando nel 1919 iniziammo il movimento della tri-articolazione (parallelamente alla pubblicazione del libro I punti essenziali della questione sociale, avvenuta nella primavera del 1919, per la diffusione delle idee lì esposte, il 22 aprile 1919 veniva costituito a Stoccarda il “Bund fur Dreigliederung des sozialen Organismus”, cioè la “Lega per la tri-articolazione dell’organismo sociale”; in merito alla storia del movimento per la tri-articolazione si vedano i quaderni 24/25 e 27/29 del “Beitrage zur Rudolf Steiner Gesanitausgabe” del 1969, a quel tempo denominati “Nachrichten der Rudolf Steiner ­Nachlassverwaltung). Vi fu all’inizio, anche se non a lungo, circa due settimane, una gran paura. Presso certi industriali o commercianti si constatò che erano sorti quasi controvoglia dei quesiti, intesi a modo loro: come ce la caviamo coi socialisti? Come risolviamo questo o quel problema?

Acconsentirono anche a parlare di queste cose, per lo più con buffe idee sui problemi della socializzazione; comunque lo fecero. Dopo un paio di settimane, durante le quali i socialisti fecero sciocchezze su sciocchezze, le personalità dirigenti dei vecchi tempi furono di nuovo in auge. Allora fu interessante osservare il verificarsi di una forte tendenza, invece di passare a una attività interiore, di affidarsi alle condizioni esistenti da prendere come base per il proprio lavoro, senza accorgersi di danzare sopra un vulcano.

Anche oggi è lo stesso, e la gente è senza alcun sospetto; ecco perché è necessario suscitare nelle più ampie sfere la comprensione per il frantumarsi della nostra civiltà, in tutti i suoi settori. Del come arrivarci parleremo nel seguito di queste conferenze.

Per oggi voglio limitarmi a mettere in rilievo il lato formale e a mostrare dove inizialmente dobbiamo indirizzare i nostri pensieri, perché non possiamo divenire i propugnatori della realtà di una causa affidandoci a idee superficiali.

Da lungo tempo l’educazione dell’umanità è considerata un fatto del tutto teorico, ma dietro la teoria vi sono i cosiddetti pratici, la cui prassi consiste in fin dei conti solo in routine, anche se fanno uso di qualche frase teorica, che essi “trasformano in realtà”.

La cosiddetta realtà, la prassi, è oggi tanto irreale, appunto perché la gente è stata educata ad essere teorica.

Tutta la nostra scuola è stata organizzata allo scopo di intellettualizzare gli uomini, per farne dei teorici.

In effetti dobbiamo disabituarci a propugnare in maniera teorica qualsiasi nostra idea, poiché ogni parola è un fatto interiore.

Sono molto interessanti i dibattiti di economia politica [l’idea spuria di economia politica era appena stata congetturata ed approntata da Keynes – ndc] che vertono sull’affermazione che solo il lavoro fisico produce i beni, mentre il lavoro spirituale sarebbe improduttivo.

Nei testi di economia politica si trova una vasta trattazione in proposito e appunto due importanti personalità primeggianti in quel campo nel secolo diciannovesimo partirono da tale affermazione come se si trattasse di un assioma: Marx e Rodbertus (Karl Marx, 1818-1883; Johann Karl Rodbertus, 1805-1875, economista e politico, principale rappresentante del socialismo scientifico in senso idealistico-monarchico: socialista di Stato). Entrambi sostengono che lo spirito non produce beni e che solo il lavoro fisico lo fa. Questa opinione va intesa storicamente, ma così com’era esposta comportava oltretutto la convinzione [tanto fallace quanto criminale e ciò nonostante utilizzata anche oggi, novembre 2020, dai “sacerdoti” del neo sant’uffizio Covid – ndc] che un lavoro manuale si esaurisce e le forze esaurite dovessero essere riequilibrate e rinnovate dal nutrimento; invece un’invenzione non si sarebbe mai esaurita e, una volta trovata, si sarebbe riprodotta in migliaia e migliaia di esemplari eseguiti secondo il suo modello (sic!).

Ma questa argomentazione, anche se più volte riproposta, è assurda: se si calcolasse quanta forza è necessaria per trovare un’idea, ci si accorgerebbe che le energie esaurite da ripristinare non sono in questo caso inferiori a quelle consumate dal lavoro fisico, perché quel che si esegue col pensiero dipende dalla volontà proprio come quel che si esegue con la mano. Non si possono proprio distinguere.

Non vi è maggiore assurdità che quella di distinguere fra la realtà del lavoro di testa e la realtà del lavoro manuale.

Le cose sono gradualmente divenute mere frasi, perché negli ultimi decenni si è sviluppata la tendenza a trasformare in frasi quella che era stata fino allora realtà oggettiva.

Avendo una certa esperienza di queste cose le si possono seguire tappa dopo tappa.

Ricordo per esempio di aver ascoltato una conferenza tenuta dal capo socialista Singer (Paul Singer, 1844-1911, era stato politicamente attivo dal 1884 e nel 1890 fu capo del gruppo parlamentare socialdemocratico tedesco al Reichstag) davanti a un pubblico di proletari; tra questi ve ne erano alcuni che presero a parlare con disprezzo dei “colletti bianchi”. Si vide allora come il vecchio Singer, con tutto il suo essere protestò e non ammise che, quando si esegue un lavoro spirituale, non si venga valutati su un piano di parità rispetto all’altro lavoro. Si era già all’inizio degli anni Novanta, e da allora si cominciò a notare, anche fra i socialisti, l’andazzo di trasformare le realtà in frasi.

Quel che più importa nel fare tali osservazioni è di immedesimarsi nella vita e di parlare basandosi su di essa. Naturalmente non ci si riuscirà dall’oggi al domani, ma bisogna almeno averne il senso; in tal caso nei nostri discorsi si troveranno certi elementi imponderabili che potranno allora portare i loro frutti.

Ecco quel che volevo dire, a titolo di introduzione.

Rudolf Steiner. Come si opera per la TS. 2 corsi per oratori. Indice sommario. O.O. 338

Due corsi per oratori e attivi rappresentanti del movimen­to per la tri-articolazione dell’organismo sociale. Dodici conferenze e risposte a domande, tenute a Stoccarda il 1° e il 2 gennaio e dal 12 al 17 febbraio 1921

I

COME SI OPERA PER LA TRI-ARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE?

Corso per oratori

PRIMA CONFERENZA, Stoccarda, 12 febbraio 1921: Amore per la causa e per l’umanità, condizioni per la tri-articolazione. Vanno sempre tenute presenti le condizioni del momento e l’atteggiamento della gente. La mancata produttività della vita spirituale e l’indifferenza per il proprio prossimo. Il comunismo e il cattolicesimo si agganciano a quanto già esiste. Ernst Michel. Il concetto di lavoro in Marx, Rodbertus e Singer.

SECONDA CONFERENZA, Stoccarda, 13 febbraio 1921, pomeriggio: L’oratore deve basarsi su esperienza e osservazioni e non sulla logica intellettuale. Necessità di tener conto di fatti storici determinanti: le paci di Nystad e di Parigi e l’ingresso della Russia in Europa. Influssi orientali e occidentali. Il pensiero economico di Marx e di Rodbertus. L’evoluzione politica in Austria. Realtà e teoria nel dopoguerra.

TERZA CONFERENZA, Stoccarda, 13 febbraio 1921, sera: L’importanza del modo di pensare i problemi sociali. La vita spirituale come base per la soluzione dei problemi sociali e come intermediaria fra oriente e occidente, anche per il formarsi di una vita economica indipendente. Lavoro e capitale quali elementi spirituali. Il compito dell’Europa centrale. Vita economica e vita spirituale devono staccarsi dalla vita statale, quale primo passo per lo sviluppo di una nuova vita statale. Il concetto di democrazia e la de-spiritualizzazione della vita materiale. Compiti del movimento antroposofico.

QUARTA CONFERENZA Stoccarda, 14 febbraio 1921, pomeriggio: Come tema per conferenze: “I grandi problemi del presente e la tri-articolazione sociale”. Da un’economia libera del passato a un’economia diretta dalle associazioni. La difesa del consumatore da parte delle corporazioni medioevali. La successiva evoluzione storica, e l’evoluzione del pensiero economico. Il predominio di merce e prezzo. Il carattere di merce del lavoro e spirito imprenditoriale. Rapporti fra vita statale e vita spirituale. I giusti rapporti fra Stato, economia e vita spirituale. L’antroposofia e la sua importanza per una vita spirituale produttiva. Indicazioni di metodo per gli oratori.

QUINTA CONFERENZA, Stoccarda, 14 febbraio 1921, sera: Indicazioni di metodo per discorsi pubblici. Necessità di non ripetersi in conferenze diverse. Dedizione all’oggetto della conferenza. Ritmo, ripetizioni e senso di responsabilità. Rispetto per gli avversari. Max Dessoir e Kuno Fischer. Strutturazione delle prime e delle ultime frasi. Le conferenze non vanno lette. Evitare le definizioni. Uso dei sostantivi. L’importanza dell’antroposofia come base per l’oratore.

SESTA CONFERENZA, Stoccarda, 15 febbraio 1921, pomeriggio: Capitale, lavoro, merce, disumanizzati. Individuo e comunità nella vita dello Stato. Nascita dell’egoismo. L’uomo nell’evoluzione cosmica. “Libertà economica” e “capitale privato” in Adam Smith. Unilateralità dell’“uomo economico”. Concetto di base nei Punti essenziali. Concetto marxistico del lavoro: è unilaterale. Rapporto fra lavoro e suo valore e liberazione del lavoro dalla vita economica. Necessità della libera vita spirituale. La Scuola Waldorf di Stoccarda e la tri-articolazione. I programmi socialistici e di Lenin.

SETTIMA CONFERENZA, Stoccarda, 15 febbraio 1921, sera: Le “frasi fatte” in economia. Lavoro produttivo e improduttivo secondo Marx. La concezione marxistica di rendita e imposta. La pretesa di tenere per sé tutto il salario. Nessi fra vita economica e vita spirituale. Suggerimenti per la costruzione di una conferenza: rispetto per le abitudini di pensiero degli ascoltatori; nessi fra l’antroposofia e la vita corrente; le istituzioni antroposofiche; gli avversari.

OTTAVA CONFERENZA, Stoccarda, 16 febbraio 1921, pomeriggio: Incoscienza di alcuni contemporanei. Il conte von Keyserling e il prof. Heinzelmann. L’ottusità della vita spirituale sotto l’influsso dello Stato e dell’economia. “Libero riconoscimento” e “naturale autorità”. Gli impulsi morali nella vita societaria. La necessità di superare la decadenza morale. Oscar Hertwig.

NONA CONFERENZA. Stoccarda, 16 febbraio 1921, sera: Differenti giudizi per vita spirituale e vita economica. Le associazioni, e la conoscenza delle necessità di produzione e consumo. La collaborazione fra vita economica, Stato giuridico e vita spirituale. Origine storica della rendita terriera, e il problema della terra. Grandi imprese e piccole imprese. La direzione dell’economia da parte delle associazioni.

DECIMA CONFERENZA, Stoccarda, 17 febbraio 1921, pomeriggio: L’atteggiamento degli economisti e le basi già esistenti per la tri-articolazione. Utopie del presente derivate da modi antichi di pensiero. La burocrazia, la gerarchia ecclesiastica e quella militare. Vita statale e vita ecclesiastica. Tentativi di far risorgere antiche forme economiche. Il liberalismo economico. Il passaggio a forme associative. Assurdità di una bi-articolazione. La tri-articolazione nel marxismo: plusvalore nella vita economica, lotta di classe nella vita statale, materialismo nella vita spirituale. Fiducia nell’uomo.

II

CORSO DI ISTRUZIONE PER L’ALTA SLESIA

PRIMA CONFERENZA, Stoccarda, 1° gennaio 1921: Non riallacciarsi a vecchie categorie della vita pubblica, ed evitare gli slogan. Esempi di decadimento nella vita culturale e politica. Il problema della scelta per l’Alta Slesia. La Polonia fra est e ovest, e le trasformazioni sociali in Germania, Russia e Austria. Tre correnti nella vita polacca. Le cause della spartizione della Polonia. Influsso russo sulla vita spirituale polacca, austriaco su quella statale, e tedesco su quella economica. Il destino polacco nella spartizione. L’Europa può risorgere con la tri-articolazione.

SECONDA CONFERENZA, Stoccarda, 2 gennaio 1921: Illusioni e difficoltà del momento politico e sociale. Illusioni sui crediti americani per il risanamento dell’Europa. J. M. Keynes e N. Angell. L’assurdo referendum in Alta Slesia. Evoluzione della popolazione polacca. Imborghesimento del movimento operaio. Il bolscevismo in occidente. Le cause di una seconda guerra mondiale. Conflitto fra Asia e America. Importanza per l’Europa della vita spirituale. Il compito dei tedeschi secondo Fichte. La colpa della guerra secondo Wilson e Steiner. Protesta contro il referendum. La storia dell’Ufficio stampa tedesco a Zurigo nel 1917. I contadini contro ogni rivoluzione. Il valore della libera vita spirituale per il progresso umano.

RISPOSTE A DOMANDE. Stoccarda, 2 gennaio 1921: La posizione della chiesa cattolica in Polonia, storica e attuale. Il problema della lingua da usare. Ulteriori indicazioni per l’azione degli oratori nella campagna in Alta Slesia a favore della tri-articolazione.

APPELLO PER LA SALVEZZA DELL’ALTA SLESIA. NOTE

Sul discorso di Viganò sul NWO (a gentile richiesta di Salvatore D’anna)

GOBBO: Sul discorso di Viganò sul NWO (a gentile richiesta di Salvatore D’anna… che io chiamo “Giova”: Giovanni).

Nel suo discorso sul nuovo ordine mondiale, Don Viganò  – il cui “don” riconosco esattamente come quello di don Raffaé o in generale dei mafiosi denunciati da Francesco Carbone, che ho conosciuto grazie a Salvatore d’Anna e che ringrazio, li ringrazio entrambi – appellandosi inizialmente a Maria madre di Cristo, conclude con queste parole: «Lasciamoci ispirare dall’esempio dei Santi Martiri Maccabei, dinanzi ad un novello Antioco che ci chiede di sacrificare agli idoli e di abbandonare il vero Dio. [E continua:] Rispondiamo ora con le loro parole, pregando il Signore: “Anche ora, o Sovrano dei cieli, invia un buon angelo dinanzi a noi per incutere paura e tremore [come se l’odierno terrorismo di Stato non bastasse; e continua:]. Che la potenza del tuo braccio possa abbattere questi bestemmiatori che vengono contro il tuo popolo santo” (2Maccabei 15,23)».

Però questo versetto, astratto dal suo contesto storico, è una falsificazione, uno stravolgimento di tutto il senso del vecchio e del nuovo testamento.

Perciò anch’io, partendo da Maria, intendo spiegarlo.

L’evoluzione interiore dell’essere umano si manifesta nel passaggio dall’io di gruppo all’io individuale. Anche se i dogmatismi religiosi e “scientifici” impedirono e impediscono questa conoscenza, l’evoluzione è avvenuta ma in sordina, dato che nessuno lo sa. Cioè nessuno sa che l’umanità antica indicava sé stessa in terza persona singolare e plurale. Montini per esempio (“Paolo VI”) diceva ancora “noi” al posto di “io”, esattamente come il mago Otelma.

L’infanzia dell’umanità parlava come ancora oggi parlano gli infanti: “Mario vuole giocare” in luogo di “Io voglio giocare”. La madre di Gesù diceva “L’anima mia”: “L’anima mia magnifica il Signore”. Gesù invece dice “Io sono con voi”. Non dice “l’anima mia è con voi”.

L’io è nei vangeli il figlio dell’uomo, tema pressoché assente nella predicazione della chiesa cattolica, e protestante, e di qualsiasi confessione religiosa.

Il motivo di questa assenza è il mantenimento dello statu quo. Parlare di Maria madre, di angeli e di arcangeli, come fa Viganò nel discorso sul “Nuovo Ordine Mondiale”, che l’amico Giovanni mi ha invitato a commentare, è alto tradimento in quanto sembra una critica a quell’ordine ma ne è l’approvazione. È mafia nello stesso stile denunciato da anni dal grande Francesco Carbone (lo dico: grande). È come predicare l’acqua dicendo che è bagnata. Perché le mezze verità sono menzogne. Le ovvietà sono ovvietà. Non c’entrano con la verità.

Il figlio dell’uomo è di gran lunga superiore alle forze degli angeli e dei pianeti, perché è lo stesso io che li fa muovere di apocatastasi in apocatastasi. Apocatastasi significa reintroduzione nel conforme di ciò che era difforme. E così è di ogni io umano. Quando lasciamo il corpo l’io non è più conforme al corpo e nemmeno all’attività interiore ed alla vitalità. Con l’apocatastasi ogni io è reintrodotto nel conforme. Conforme alle ripetute vite terrene. L’uomo è eterno. L’io dell’uomo è eterno. Ciò è scritto nella Bibbia e ciò è scritto nei vangeli. Ma non siamo eterni perché lo dice qualcuno o la Bibbia o i Veda. No. Oggi almeno siamo eterni perché lo possiamo sperimentare come reminiscenza. Lo sapeva già Platone, che è il “giornalista” di Socrate. Predicare il vangelo o la Bibbia alla Viganò (ma così è per tutto il mondo dogmatico, confessionale, protestante, “scientifico” fra virgolette, “politico” fra virgolette e quant’altro) è come dire, ripeto, che la pioggia viene giù bagnata.

Sempre più si scoprirà che questi confessionalismi promossero la staticità dello statu quo, per cui tutto quanto avvenne dall’evento del Golgota ad oggi non ha alcuna importanza, alcuna rilevanza cristologica. Siamo solo all’inizio. Il cristianesimo, dopo il proto-cristianesimo dei martiri, deve ancora nascere, deve rinascere da allora. È stato bloccato. E nascerà esclusivamente attraverso persone che hanno a cuore la tri-unità dei tre diversi luoghi in cui uguaglianza, fratellanza e libertà possano convivere mantenendo le loro reciproche sostanziali differenze essenziali. Ciò avverrà.

Si leggerà la Bibbia in modo nuovo, meno sdolcinato e meno sentimentale. La Bibbia sarà letta come un libro di conoscenza, non più come un ricettario dietetico valido per migliaia di comportamenti prestabiliti da adottare. Provate a immaginare Cristo che sbircia sui vangeli per comportarsi in modo giusto e vi scorgerete comicità, tragicomicità.

Invece perfino il vangelo, che significa nuovo, buone nuove del presente, oggi è creduto composto dai più diversi elementi, cuciti poi assieme come raccolte bibliche di varie epoche del passato, come frammenti di un aggregato o coacervo esigente ermeneutica, cioè interpretazione. Non che questo sia completamente falso ma è una mezza verità formale ed astratta esattamente come la mera fisica teorica e perciò improduttiva, anzi produttiva di presunti virus economicistico-keynesiani mai isolati se non in sequenze computerizzate, dato che è notorio che ogni virus è ubiquo e mutante e che quindi nessuno può isolarlo come un topo in trappola.

Tutto ciò è finito. Ed è finito come tutta questa civiltà che è mafia. Questa civiltà è mafia.

Si imparerà dunque a vedere spirito unitario a partire dall’epoca del “berescìt”, della prima storia della creazione, attraverso l’epoca dei patriarchi (sono 26 ma non mi voglio perdere nei numeri per non allungare il video), nell’epoca dei giudici, in quella dei re giudei, fino a convergere nel drammatico apice del libro dei Maccabei, cioè nel martirio dei figli di Mattatia, da parte del Re Antioco di Siria.

Se si legge la vicenda (leggetela però) si nota l’arte drammatica con cui si narra la straordinaria forza interiore di quei figli. Alla fine del secondo libro dei Maccabei ci si trova, da un lato, davanti ai sette massacrati a causa della loro dignità (perché volevano far mangiare a questi ragazzi la carne del maiale, che è vietata dalla legge e loro preferirono la morte piuttosto che disubbidire alla legge: 2° Maccabei) e, dall’altro (1° Maccabei), ai cinque figli di Mattatia; in tutto dodici. Questo è un numero importante, che s’incontra dappertutto quando si osserva qualsiasi realtà evolutiva. Perfino in musica, per esempio nei sette tasti bianchi del pianoforte e nei cinque tasti neri della scala cromatica eptatonica (di sette toni). Dunque il 12 alla fine dell’antico testamento, descritto in un punto culminante e il 12 all’inizio del nuovo coi discepoli, queste cose non sono state mai spiegate dal dogmatismo anti-evolutivo.   

I figli dei Maccabei muoiono torturati davanti al Re Antioco in un crescendo di testimonianze della conoscenza dell’immortalità dell’anima ma nessuno lo dice. Cioè nessuno parla qui di conoscenza; tutto continuano a parlare di fede o di antica fede. Si veda per esempio la parola di uno di loro rivolta al Re durante la tortura in 2Maccabei 7,9: «Giunto all’ultimo respiro, disse: “Tu, o scellerato [provate oggi, tra l’altro, a dire “Scellerato” a un re o a un giudice, senza avere la valigia di Carbone… :D], ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”».

Se si entra in questo crescendo drammatico delle torture dei Maccabei si vede quali forze siano contenute nella Bibbia. Cioè se sostituiamo l’occhiata dolcemente sentimentale con quella che fa leggere quei testi con un occhio artistico capace di indagarne, penetrarne la drammaturgia (immaginatevi un film), la Bibbia prende un altro valore e si possono fare osservazioni ben diverse.

È ora di incominciare ad aprire gli occhi e scorgere correlazioni, che col solito sentimentalismo, non possono essere fatte.

Ovviamente io ora posso far rilevare solo dei singoli punti, che ho sintetizzato da sei conferenze di Steiner sul vangelo di Marco. Quindi leggetele. Ma prendendo spunto dal Viganò indignato (e chi non lo è di fronte al bergoglione o alla chiesa di questi due millenni?), che cita, appunto, 2Maccabei 15:23 (e cioè “Anche ora, sovrano del cielo, manda un angelo buono davanti a noi per incutere paura e tremore”) che è un’implorazione ad un sovrano del cielo del tutto anacronistica e insignificante per lo spirito del tempo odierno, che lui appella “modernismo” (per queste carogne il modernismo era anche l’antroposofia di Steiner, massima espressione dello Zeitgeist! Quindi Steiner è perfettamente sconosciuto o odiato dai teologi) e se apro gli occhi sull’intera epoca da lui citata con quel versetto, sperimentando in me come questa epoca finisca nella storia ebraica antica attraverso le varie epoche dei Re, dei Profeti, della cattività babilonese, della conquista persiana fin dentro al tempo o all’epoca dei Maccabei, e collegandola per esempio al vangelo di Marco, che comincia con un vaticinio di Isaia, come vaticinio profetico, mi colpisce subito proprio come una botta in testa l’elemento dei profeti ebrei – per esempio – a partire da Elia, di cui il battista Giovanni è l’apocatastasi (reincarnazione), per cui i profeti mi si presentano straordinariamente grandi. Ma andiamo per ordine. Osservo semplicemente i nomi dei Profeti che stanno tra Elia ed il battista. E rifletto. E dico a me stesso: tutte le grandi guide dell’orbe terrestre dei tempi antichi non potevano essere altro che iniziati alla sapienza. Oggi dovrebbero essere gli scienziati. Ma chi, i cretinetti alla Rovelli? Quegli iniziati conseguivano la loro altezza sapienziale non attraverso crismi di Stato, lauree, diplomi, ecc., ma passando attraverso i vari santuari d’iniziazione, di gradino in gradino, lavorando in sé stessi per innalzarsi, attraverso la conoscenza e la veggenza sovrasensibili, e solo grazie a ciò arrivavano ad unirsi con gli impulsi sovrasensibili che agiscono nel mondo. Solo così incorporavano in sé fin dentro la vitalità del loro corpo fisico quei grandiosi impulsi che accoglievano dal mondo sovrasensibile, cioè spirituale o dell’io cosmico.

Ovviamente i persiani, gli indiani, gli egizi, ecc., avevano iniziazioni diverse a seconda del popolo di appartenenza. E secondo tali iniziazioni si diventava guida o direttore spirituale del proprio popolo.

Per i profeti però le cose stavano in altro modo, anche se c’è ancora oggi chi vorrebbe fare di ogni erba un fascio parlando dei profeti degli antichi ebrei come si parla degli iniziati di altri popoli.

Basterebbe prendere la Bibbia (che non è elemento infido, ma fedele come la sua numerologia che ne sta alla base) ed osservare i profeti, da Elia fino a Malachia, attraverso Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele e considerare ciò che là si dice di queste figure: si vede che non possono collocarsi nello schema generale delle iniziazioni mondiali. Dove è detto che i profeti ebrei abbiano seguito le medesime regole degli iniziati degli altri popoli? Sta detto solo che sono sorti in quanto la voce del loro Dio si muoveva nella loro anima (l’anima è l’attività interiore che abbiamo tutti; anche gli animali hanno l’anima ma non hanno l’io; gli animali hanno l’io di gruppo ma non l’io individuale), rendendoli capaci di guardare le cose in modo diverso dagli altri, dato che erano in grado di fare dichiarazioni sul futuro corso della sorte del loro popolo e sul futuro corso della storia del mondo. Se dunque si osserva l’inteero corso drammatico dell’antico testamento ci si accorge di come, mediante questa raccolta dell’elemento iniziatico di ogni cultura si formi però pian piano nell’evoluzione dell’antico testamento l’idea dell’immortalità, che si palesa al massimo grado, appunto, nei figli dei Maccabei.

Per vederlo, cioè per sperimentare ciò, occorre però che si lasci agire in noi, anche solo come esperimento mentale simile a quelli einsteiniani, l’idea dell’immortalità in tutta la sua importanza originaria, in modo, da tener conto (anche proprio come conto numerico) della consapevolezza che abbiamo del nostro rapporto col mondo sovrasensibile (del resto tutta la fisica teorica odierna si basa sul sovrasensibile ma errato in quanto si confonde il finito con l’infinito; queste cose le ho già mostrate).

Pertanto se leggiamo anche solo una volta l’antico testamento, vediamo che i rapporti col mondo spirituale sono in genere regolati in modo preciso. I passi dell’antico testamento che parlano di queste cose sono molti. Nello svolgimento dell’intero resoconto biblico (anche il resoconto è un conto numerico essenziale per la lingua ebraica) si assiste ad un processo drammatico, che – ripeto – raggiunge finalmente un punto massimo d’intensità con la morte per martirio dei sette figli dei Maccabei, i quali, dando espressione alla loro attività interiore o anima, parlano della riunione – anzi del risveglio – della loro anima nell’elemento divino. L’intima certezza delle anime sulla loro interiore immortalità si palesa, appunto, nei figli dei Maccabei, nonché nei fratelli di Giuda, che negli ultimi tempi difendono ancora il loro popolo contro il re Antioco di Siria. L’elemento spirituale è come catturato o succhiato dalla loro attività interiore (anima). È come un’attrazione reciproca.

Questo crescendo drammatico si presenta in tutta la sua poderosa maestosità se si segue l’antico testamento a partire dall’apparizione di Dio a Mosè nel roveto ardente (Esodo 3,14), dove si vede come la particolarità dell’avvicinarsi del Dio sia qualcosa di esteriore, fino a ciò che affiora invece nei figli dei Maccabei come certezza interiore che, anche se qui muoiono, sanno che saranno risvegliati nel regno del loro Dio, vivente in loro.

Questo è un progresso poderoso. È evoluzione interiore che rivela unità interiore entro l’antico testamento.

E questo è il contrario di quanto ancora afferma il Viganò appellandosi al fuori di sé, alla trascendenza, mentre i due libri dei Maccabei sono già espressioni di immanenza del divino. Mutatis mutandis, cioè fino a un certo punto, ha ragione Mauro Biglino nel dire che la Bibbia non parla di Dio. Infatti la consapevolezza di essere rapiti o presi da Dio, di venire da Dio, o di essere tolti dalla Terra, e di essere un arto nella divinità, l’antico testamento in principio non parla, non dice se quell’arto di attività interiore, assunto dalla divinità e incorporato nel mondo divino, sia poi veramente risvegliato. L’intero processo è però svolto in modo, che sempre più va aumentando la coscienza che l’attività interiore, l’anima, grazie solo a sé stessa, cresce ed entra veramente nell’elemento spirituale.  E perfino Biglino è costretto a riconoscerlo, dato che nel suo libro intitolato “Resurrezione Reincarnazione. Favole consolatorie o realtà?” (Ed. Uno, 2009, pag. 37) scrive: “Per arrivare a una vera e propria affermazione della possibilità di una resurrezione corporale individuale bisogna attendere il periodo di Daniele e dei Maccabei, i cui rispettivi libri sono stati scritti, almeno nella forma attuale, nel II e I secolo a.C.”, puntualizzando subito che i due libri dei Maccabei “si trovano però nel Canone cattolico, ma che non sono riconosciuti dal Canone ebraico” (pag. 39). Puntualizzazione giusta, per carità! Ma che senso ha scrivere un libro per contestare in base a ciò tutta la storia biblica? Poi torna a scrivere: “per trovare una vera e propria affermazione circa la resurrezione dai morti bisogna leggere i due libri dei Maccabei e il libro di Daniele” (pag. 41). Poi però, ancora, proprio a proposito di 2Maccabei 7:9, torna a interpretare (peraltro dichiarando nei video di non voler interpretare) la vicenda dei Maccabei come “una verità consolatoria: i martiri non sono morti inutilmente, avranno la loro giusta ricompensa. Il capitolo 7 del secondo libro dei Maccabei narra la vicenda di sette fratelli fatti torturare e uccidere con la madre dal tiranno Antioco e di come essi esprimano la loro certezza nella giustizia divina che premierà i giusti e punirà gli empi” (pag. 43). E successivamente cita ancora quei “giovani fratelli martiri dell’antica fede di Israele” (pag. 65) per poi concludere sempre zizzagando in modo schizofrenico a proposito dell’“evoluzione dell’idea della resurrezione che è venuta maturando nell’antico e nel nuovo testamento in funzione delle esigenze storico-sociali che si andavano determinando” (pag. 122), cioè per la “necessità di garantire la resurrezione anche ai morti in attesa del ritorno – mai avvenuto – di Cristo” (ibid.).

Nella sua schizofrenia, Biglino sembra più onesto comunque di Viganò.

Il tragicomico dunque davvero impera di fronte a questa storia. Infatti si può anche dire astrattamente come Biglino che la storia non è Bibbia, o che la Bibbia non è sacra, però ci dica almeno che la storia c’è (e questa storia c’è con tanto di nomi: Simone, Giovanni primogenito, Giacomo il maggiore, Giuda (non l’iscariota), Giacomo il minore, Menahem ed Eleazaro (cfr. “La Guerra Giudaica” dello storico Flavio Giuseppe, II, 17).

La prima analogia osservabile tra la squadra dei rivoluzionari del vecchio testamento e quella degli apostoli del nuovo è che i componenti di entrambe sono fra di loro fratelli e che hanno gli stessi nomi. È una pura combinazione? È un caso? Bisogna chiederselo, don Viganò! Bisogna chiederselo don Raffaé!

Stranamente queste cose le ho scritte proprio nel giorno in cui Francesco Carbone parlava di un “don” mafioso imbroglia-carte: l’undici novembre 2020, data che secondo me passerà alla storia… Ma andiamo avanti. 

Osservando la storia del vecchio testamento ci si accorge che si passa gradualmente dall’atteggiamento passivo verso Yhwh (Dio) ad una attiva coscienza interiore circa la natura dell’attività interiore. Questo processo pervade l’antico testamento come un crescendo che s’intensifica di pagina in pagina. Nasce l’idea dell’immortalità –

ma nasce a poco a poco nel corso dell’antico testamento.

E il medesimo progresso si verifica – stranamente – anche nel profetismo. Cristo dà ai discepoli soprannomi delle qualità del mondo elementare: chiama Simone “uomo delle pietre”, accennando a qualcosa di sovrasensibile, cioè alla pietra di riconoscimento del Cristo, pietra su cui si dovrà costruire la sua chiesa, che non è mai stata costruita. Perché p stata costruita in modo giuridico-romano, quindi sulle “pietre” del giuridismo romano non sulle pietre del riconoscimento del Cristo.

Ed è così che, attraverso l’intero vangelo, si annuncia anche l’entrata dell’elemento angelico. (Viganò parla di angeli come se fossero cotechini ma non va mica bene così), cioè degli impulsi provenienti dal mondo spirituale.

Per comprendere questo, basta leggere giustamente il vangelo come libro logo-dinamico (non è solo logo-dinamica la filosofia di Steiner ma prima di tutto i vangeli, il vangelo) da cui attingere la più profonda e viva sapienza (viva = logo-dinamica = dynamis = energia). È quindi chiaro che tutta l’evoluzione e il progresso conseguito consiste nell’evento dell’io, in cui le anime sono individualizzate: ora il rapporto col mondo sovrasensibile non l’hanno più solo per la via indiretta dell’io di gruppo, bensì attraverso l’elemento dell’individuale. Ecco perché colui che si presenta all’umanità in modo da essere riconosciuto nell’entità terrestre (sensibile, materiale) – ma che è riconosciuto anche dalle entità sovrasensibili – per entrare nelle anime di coloro che lo devono servire, ha bisogno di aggiungere un elemento sovrasensibile ed elementare al migliore elemento umano presente. Gli occorrono quegli uomini che ha scelto, i quali nel modo antico hanno giàraggiunto il massimo progresso nelle loro anime. E quegli uomini sono proprio coloro che il Cristo raccoglie attorno a sé e che elegge a diventare i suoi dodici. Certo, costoro si presentano a noi nella loro semplicità ma hanno già compiuto nel modo più grandioso quel passaggio, attraverso diverse epoche. L’uomo dall’attività interiore ancora radicata nell’elementocollettivo del popolo, è condotto alla necessità di fare assegnamento solo su sé stesso. I dodici, appunto, erano profondamente radicati in una collettività nazionale che in modo grandioso era tornata a sentirsi nazione.

E la loro attività interna (anima) era nuda e semplice, quando il Cristo li ritrova. Lui li vede che erano puri. Si ha a che fare qui con epoche

intermedie molto irregolari fra le incarnazioni. La loro scelta da parte del Cristo era però giusta, proprio perché quei dodici non erano altro che coloro che erano stati incarnati nei sette figli dei Maccabei e nei cinque figli di Mattatia. SONO LE REINCARNAZIONI DEI DODICI SPIEGATI NEI DUE LIBRI DEI MACCABEI.

Da queste individualità Gesù, detto il Cristo, ha messo assieme l’apostolato.

L’elemento dei pescatori e quello di gente semplice erano dell’epoca in cui l’elemento giudeo era salito a un punto talmente alto dell’evoluzione interiore, culminante e compenetrato dalla consapevolezza che era, sì, massima forza, ma solo forza; invece ora che quella forza si raggruppava intorno a Gesù, quell’elemento sorgeva individualizzato. Quindi diventava ancora più forte.

Viganò, posso anche immaginarti incredulo di fronte a queste cose, cioè che il sette ed il cinque della fine del vecchio testamento si ritrovino di nuovo nel dodici all’inizio del nuovo. Però anche solo considerando queste cose con un minimo di senso artistico io mi meraviglio della semplicità e della grandezza artistica del libro biblico, anche al di là del fatto, che il dodici mette assieme i cinque figli di Mattatia e i sette figli della madre dei Maccabei.

Si imparerà in futuro ad accogliere la Bibbia anche come opera d’arte; solo allora si incomincerà a percepire il senso della grandezza che è riposta nella Bibbia come opera d’arte e di matematica spiritualmente viva, percependo così

anche il senso di ciò a cui deve riferirsi tutto quello che vi è nella Bibbia riposto in modo artistico.

Non si tratta più dunque di credere ma di sapere vedere come i dodici fossero stati messi insieme dai sette figli della madre dei Maccabei e dai cinque figli di Mattatia, come si fossero andati innalzando, attraverso l’inteero popolo ebraico antico, fino alla forte accentuazione dell’io immortale. Costoro erano veramente i primi che il Cristo poteva scegliersi per fare appello a ciò che vive in ogni animain modo da servire come nuovo punto iniziale per il divenire dell’umanità.

Gli ebrei israeliani dovrebbero sapere queste cose. Invece sembra che non sappiano fare altro che combattere, sottomettere e schiavizzare gli israeliti palestinesi per espandersi. Esattamente come ogni confessione religiosa, non sono interessati a conoscere la Bibbia per conoscere la verità ma ad imporre mezze verità sdolcinate per conquistare le coscienze oramai prive di coscienza dei mentecatti, dei cattocomunisti o mentecattocomunisti o fascisti delle mascherine oggi, per salvare il pianeta dalla catastrofe, come se la creazione del pianeta e di tutto il resto fosse compiuta da elohìm imbecilli come loro o da un allàh demente ma da implorare.

Quando Gesù parlava alla folla, non presupponeva forse la capacità di comprendere della folla? E cosa c’era d’altro da comprendere se non ciò che era stato conservato come eredità dall’antica chiaroveggenza? Qual è l’eredità dei testamenti (il vecchio e il nuovo)? L’imbecillità di credere all’antico o al nuovo senza eredità? Dov’è l’eredità della Bibbia tutta insieme? Nel protezionismo keynesiano delle piramidi e delle mascherine? Leggetevi Keynes.

Ai dodici Gesù parlava sapendo che i 12 erano i primi GIÀ CAPACI di comprendere qualcosa di ciò che è detto oggi agli uomini circa il sovrasensibile “virus” dei mondi superiori per esempio il virus, perché è invisibile. O don Viganò! Il virus, se non lo vedi non c’è. E se il mondo è stato creato così, per cui siamo sottoposti al divenire, non possiamo credere che combattendo il virus diventiamo eterni. Siamo già eterni.

Io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male (Luca 10,19). Ricordi o non ricordi, Viganò? Non quello che entra nella bocca contamina l’uomo; ma è quello che esce dalla bocca, che contamina l’uomo! (Matteo 15,11). Ricordi o non ricordi? Ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è QUELLO che contamina l’uomo (Matteo 15,18). Altro che mascherine! Questo non significa che dobbiamo eliminare il cuore in nome delle astrazioni del cervello. Né che dobbiamo eliminare il sentire, la nostra percezione.

Viganò, hai la dimostrazione che, durante tutto il periodo di svolta, Gesù parla in modo diverso alla folla rispetto a quando parla ai suoi discepoli più intimi, a quanto dice ai suoi discepoli più intimi. Gesù attira a sé quei dodici dalla folla perché sa che il futuro poggia su quel loro dono di comprendere intellettualmente e questo intelletto dovrà diventare universale, cioè comune a tutti gli uomini, la maggioranza dei quali, per opera vostra è de-pensante.

Quello che si riferisce ai mondi superiori e

ai misteri dell’evoluzione dell’umanità, era ormai il compito assegnato alla cerchia più ristretta dei discepoli di Cristo. Perciò usava anche parabole alla Socrate, dato che quanto diceva lo traeva anche lui maieuticamente, alla Socrate appunto, da ogni singola anima. Socrate si limitava di più ai rapporti terrestri della logica comune. Gesù invece parlava di argomenti celesti ma quando parlava di argomenti celesti ai suoi discepoli più intimi, ne parlava in modo socratico.

Così come è un uomo singolo, l’antico testamento rappresenta l’intero corpo del popolo ebraico di allora. Se leggi bene, o Viganò, vedi che tutto quanto si sviluppa dalle peculiarità di popolo dell’epoca di Abramo, dell’epoca di Isacco e dell’epoca di Giacobbe dipende ancora dal sangue e dalla razza. Se però applichi coerenza a quanto leggi non puoi non vedere che tali peculiarità figurano solo fino ad un certo punto come veterotestamentario suscitatore di impulsi provenienti dal cuore, cioè dal sangue e dalla razza. Poi tutto cambia come dimostrano già alla fine del vecchio testamento i Maccabei. Ed è proprio per ciò che, con l’inizio del nuovo, quel cambiamento prende forma sul monte Calvario o Golgota, che significa cranio (perfino il nome Calvario, dal latino “calvus” fa pensare alla testa): dal cuore si passa alla testa, al cranio. E se segui ciò che è descritto, dovrai dire a te stesso: fino a un dato momento talune peculiarità della razza o del cuore figurano nel vecchio (antico testamento) come l’elemento “suscita-impulsi”; poi segue il tempo in cui quel popolo elabora la propria attività interiore o anima, e ciò si verifica allo stesso modo in cui nell’uomo singolo, verso la terza decade dei suoi anni, colloca la propria attività interiore come culmine dello sviluppo. È che momento è?

Precisamente quello in cui si presenta il profeta Elia come peculiare anima di tutto l’antico popolo ebraico. Poi vengono gli altri profeti che, del pari, non sono altro che le anime di diversissimi iniziati di altri popoli, che si riuniscono nel popolo del vecchio testamento. Ecco perché l’anima-Elia di questo popolo ode ciò che le anime degli altri popoli hanno da dire e ciò che permane di Elia si fonde con quanto hanno da dire le anime degli altri popoli tramite i profeti che si incarnano nel popolo del vecchio testamento, come in una grande armonia, come in una sinfonia. La verità è sinfonica, caro don Viganò. La vita in atto è la sinfonia e l’io (è) nel cranio di tutti come unica via per sperimentarlo.

Ed è proprio in questo modo che quel corpo del popolo vetero-testamentario va maturandosi ed evolvendosi fino a quando muore, quando accoglie nella sua credenza, nella sua fede, solo ciò che è spirituale, ciò che rimane spirituale, e che ancora oggi puoi leggere nella stupenda descrizione dei Maccabei, che tu citi ma all’acqua di rose, quasi volendo che scoppi una guerra fra le chiese. Ma quella era la guerra che facevano i Maccabei ai romani. È un altro tempo. Tu oggi sei qui, sei vivo in questo tempo… Sei anacronistico Viganò!

In questa descrizione si palesa l’ormai vecchio popolo vetero-testamentario, come un popolo gradatamente invecchiato e che si mette a riposo, ma comunicando la coscienza dell’eternità dell’anima umana direttamente attraverso i figli dei Maccabei. Se leggerai con intendimento i Maccabei che citi, l’eternità del singolo si presenterà a te come coscienzadi popolo. Ripeto: quando il corpo di quell’evoluto popolo muore è come se l’eternità di quell’anima-Elia, in forma del tutto nuova, sussista come seme di altre anime. Dove è oggi quest’anima?

Questa anima-Elia è contemporaneamente, anzi è il continuum temporale, dell’anima di popolo del vecchio testamento, quando penetra e vive nel battista Giovanni, quando Giovanni è imprigionato e fatto decapitare da Erode, fatto uccidere come sono stati fatti uccidere quei ragazzi lì.

E poi l’anima-Elia è in Giova! In L’aura! Nelle persone che vogliono assolutamente la verità. Il mondo è cambiato. Ho citato loro due ma ce n’è… di persone giuste… Io leggo i loro commenti tutti i giorni.

Tutto ciò che avviene poi, appunto, di quest’anima è il suo diventare indipendente, cioè abbandona il corpo, ma continua ad agire come aura… Ecco perché il Cristo è l’involucro protettivo di ogni essere umano odierno…

RISPOSTA A FRANCESCO CARBONE

Il tempo delle filosofie, delle ideologie e delle dottrine è finito nel secolo 15°.

Il tempo dei pensieri, cioè dei pensieri pensati da altri, è finito – ripeto – nel secolo 15°.

È ora di cambiare.

È ora di cambiare il nostro rapporto con noi stessi.

Oggi non abbiamo più bisogno di pensieri pensati da altri. Abbiamo bisogno solo di essere noi stessi: nel nostro essere vivi; nel nostro pensare vivente.

E BASTA. Certo, ci sono stati molti filosofi: Kant, Fichte, Schopenhauer, Schelling, eccetera, Hegel…

Ma a cosa sono serviti se la Terra è piena di debiti, e piena di DOVERI.

Coloro che sostengono che LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ di Steiner è un metodo per imparare a pensare SBAGLIANO.

Un metodo per pensare è già un sistema ideologico di pensieri. Dunque è già un’ideologia che, in quanto tale, impedisce in realtà il pensare autonomo.

La filosofia è scienza oggi e la scienza della filosofia di oggi non è la filosofia della scienza. Bensì è LOGODINAMICA, cioè SCIENZA DEL PENSARE che pensa SÉ STESSO; È QUINDI LA SCOPERTA DI UNA SCIENZA NUOVA, diversa da quella statica, analitica e formale di Aristotele.

ANCHE COLORO CHE NON SANNO NIENTE DI STEINER ARRIVANO A QUESTA SCIENZA DI OGGI.

IN UN MODO O NELL’ALTRO CI ARRIVANO! Perché LO SPIRITO DEL TEMPO (Zeitgeist) SUPERA OGNI FILOSOFIA e ogni IDEOLOGIA. E vorrei mostrarlo con la seguente breve (3 minuti circa) testimonianza, da me scelta fra le tante, di Francesco Carbone e Virginia Cerullo, che hanno denunciato in varie procure, e denunciano tutt’ora, l’opera massonico-mafiosa della MAGISTRATURA DEVIATA informando tutti: TUTTO IL POPOLO, facendo nomi e cognomi.

Questa dunque è la mia risposta a Francesco ma anche a Virginia: sii come sei; siate come siete e basta. Siete forti e grazie per quello che fai, che fate. Spero che possiate un giorno anche riposarvi un po’ e vivere un po’ anche di quello che avete fatto (cioè raccoglierne i frutti). Perché sarebbe ora.

Francesco: «Un magistrato non può assolutamente abusare della propria posizione per andare a indurre in errore un’intera popolazione. Si chiama “ABUSO DELLA CREDULITÀ POPOLARE”. È REATO. È reato ma i cittadini e il popolo non lo sanno»”.

Virginia: «E non possono, i magistrati, applicare dei criteri che non rientrano nella legge soltanto perché lo dicono loro. Questo è quello che noi denunciamo come autoreferenzialità, cioè significa EVERSIONE; perché il nostro codice non dispone questo potere in capo ai magistrati. Anzi, l’articolo 101 della costituzione dichiara che loro sono soggetti alla legge. “Sono soggetti” significa che la legge sta sopra di loro e loro la devono applicare, non interpretare, non [lacuna audio], né inventarsela, soprattutto la terza (l’inventarsela) non esiste. Non è che io ho una toga e posso fare quello che voglio (lo sceicco…). Ho una toga e sono tenuto, in virtù del mio giuramento nei confronti del popolo italiano di applicare la legge e applicarla come deve essere fatto, non secondo quello che lui ritiene: il magistrato non deve fare quello che lui pensa ma deve fare quello che deve essere fatto, e cioè applicare la legge. E non è che esistono le prove televisive perché è lui che le inventa. Perché non esistono prove televisive. Così come il magistrato [lacuna audio] non si può inventare che la mia parola non vale, vale la parola soltanto del dottor Mastrapasqua il quale, inconcludente, viene persino da lui imboccato e questa è una cosa non grave ma gravissima».

Francesco: «Voglio [“spiegare il contenuto concettuale di “imboccatura”] precisare, perché Virginia certe volte è troppo tecnica. Io sono un po’ terra terra, quindi riesco a farmi capire da tutti. “Imboccare” significa che quando l’avvocato va a fare delle domande al teste, in questo caso al dirigente Mastrapasqua, il giudice [il magistrato] stava più attento di Mastrapasqua quando l’avvocato faceva le domande, perché se vedeva che Mastrapasqua era in difficoltà, interveniva il giudice [il magistrato], rifaceva la domanda che aveva fatto l’avvocato, inserendovi già la risposta, così che il teste semplicemente rispondesse: “Sì”, “Esatto”».

Virginia: «“Esatto”, “Agli ordini signore”».

Francesco: «Questo si chiama “imboccare il teste”, ovvero “far dire al teste quello che dicono loro”».

Virginia: «Questo è “Teatro”. Io lo vedo in televisione quando voglio vederlo ma quando lo vedo in tribunale, queste cose non fanno piacere. Perché abbiamo studiato tanto e vedere applicare la legge in questo modo per me non è legge, e non è applicazione. Esistono diritti. Parliamo oggi veramente del golpe politico-giudiziario del 1989 dove il codice, dal codice Rocco [del ventennio fascista; oltretutto era già scandaloso che tale codice fosse rinnovato quasi mezzo secolo dopo la caduta di Mussolini! Ricordo che mio padre (partigiano) ne parlò una volta con mia mamma dicendo che era una vergogna – nota mia] al codice Vassalli, che avrebbe dovuto essere più garantista dei diritti delle persone. Qui è stato stravolto integralmente. Quello che noi abbiamo studiato è completamente stracciato e buttato nel bagno. Non è possibile che dal dover garantire i diritti alle persone dobbiamo invece avere l’esatto opposto di quanto dovrebbe essere applicato dalla magistratura. Ciò significa che i magistrati, invece di attenersi alla legge, che cosa fanno? Se le cose non vanno bene iniziano a intervenire loro Rocco [e ciò dimostra che la masso-mafia odierna non è altro che il continuum di quella precedente fino dal tempo delle verrine ciceroniane o di Caligola, ecc. Cara Virginia, sei meravigliosa! Siete meravigliosi. Buone nuove! Vangelo finalmente vivo dei liberi!” – nota mia]».

Oggi la libertà nel pensare si fa strada in tutti, anche senza Steiner e Goethe, che per primi videro questa necessità vitale, questa realtà del pensare.

Il concetto di logodinamica riguarda il contenuto di potenza del movimento, il cui potere è anche quello di stimolare il potere stesso: DELL’INDIVIDUO; DELL’IO: nel prendere contatto con le proprie possibilità alternative finora ancora sconosciute. O SOTTACIUTE.

Il modo di procedere di Steiner nella creazione del suo principale scritto sulla libertà fu – ed è – LOGODINAMICO.

In questa sua opera egli osserva il mondo del pensare umano in una prospettiva di logica NON ASTRATTA ma concretamente COMPENETRATA di MOVIMENTO.

La differenza tra queste due logiche, l’una astratta e l’altra concreta, è questa:  SE LA LOGICA FORMALE O ASTRATTA ricerca la sua validità nel SEPARARE le forme dai contenuti,  LA LOGICA CONCRETA O LOGODINAMICA, O VIVENTE, afferma invece AUTOMOVIMENTO DEL PENSARE AUTOGENERATIVO DI SÉ STESSO.

I maniaci del metodo restano invece – e sempre resteranno nuovi scribi e farisei o neo-zeloti, in ogni campo, perfino nella musica. Per esempio Louis Amstrong, che non sapeva la musica, per costoro non sarebbe un musicista.

Invece si può suonare da veri musicisti la tromba o qualsiasi altro strumento anche senza aver seguito un metodo, anche senza avere un diploma o una laurea, o un attestato secondo cui tu puoi pensare questo o quello.

Figuriamoci un metodo per pensare.

È come immaginarsi un metodo per diventare cretini.

L’uomo non ha bisogno di metodi per pensare.

Se avesse bisogno di metodi per pensare, significherebbe che senza quel metodo non sarebbe completo in sé stesso.

E chi afferma, nel 3° millennio, ancora, che l’uomo non è completo in sé stesso – KANT AFFERMAVA CHE L’UOMO È UN LEGNO STORTO DA RADDRIZZARE – chi afferma ancora delle stupidaggini del genere, è solo un venditore di fumo: È UNO CHE CREA UN BISOGNO PER POI VENDERE L’OGGETTO CHE SODDISFA QUEL BISOGNO.

Invece l’uomo ha TUTTO in sé. Perché ha in sé la facoltà del pensare.

Quelli che invece vogliono insegnarti come devi pensare, affermano solo un SISTEMA di pensieri PENSATI: UNA DOTTRINA, capace di farti muovere in un determinato modo, stabilito non da te ma da chi ha congetturato quella dottrina. Quindi, cara Virginia, ora aspetto il tuo libro, e spero un giorno di potervi abbracciare entrambi.