LANCIO DEL NUOVO SITO

W GLI ESSEI UMANI
🙂 Per addolcire gli animi dei perdenti voti di ieri, che non diranno mai di esserlo 🙂

Comunicazione: il sito Nereovillaopere è finito. Da oggi 27/09/2022 mi trovate qui: https://tridentelantrodimelusinaverde.wordpress.com/

Ops: mi è stato ricordato che devo finire la pubblicazione del volume di Scoglio. Quello, sì, lo devo ancora fare, ciao schiavista…

NOSTALGIA

ovvero

Sul “gioco” della correlazione con i miei simili, detrattori compresi

NOSTALGIA DI SERATE… BLUES! MA ANCHE D’ALTRO

Questo valzer di un amico lo pubblicai il 25 dicembre 2019 o 2020 (non ricordo) per fare gli auguri di Natale ad altri amici musicisti. Lo ripubblico per tutti coloro che, come Milena Bonazzi oggi 25 settembre 2022 in “Ratio“, daranno una mano nella costruzione del nuovo sito, intendendo per “dare una mano”: pensare. Pensare è la cosa più sacra che c’è. Vedi anche “Trascrizione del testo originale di R. Steiner trattato nel video “Nostalgia di serate… blues“. In fondo è la nostalgia per la vita conviviale che fa muovere le persone umane. Ciao. 

La comunicazione è l’essenza fondamentale del gioco, ma anche l’aspetto più difficile da mettere a punto. Inutile dire che se c’è insoddisfazione nel risultato, qualcuno ha sbagliato almeno un passaggio. Altrettanto ovvio che da queste valutazioni, possano scaturire infinite discussioni, dal pacato dissentire, al lancio di posaceneri. Qualcuno ha torto oppure qualcuno ha ragione. Piccolo particolare non trascurabile. La valutazione viene fatta alla fine. A carte scoperte. Ma cosa vuol dire avere ragione? Senza scomodare neuropsichiatrie, filosofie e letterature varie, cerco solo di condividere queste riflessioni di Milena Bonazzi che ho fatte mie. Capita spesso che mi si accusi di volere sempre aver ragione. È così. Io ce l’ho. Questa affermazione manda fuori dai gangheri chiunque. La mia evidente provocazione, non risulta così palese, perché non sono io a volere la ragione, bensì spesso il mio interlocutore. Se siamo sicuri (?) di essere nel giusto, è abbastanza ovvio che se capiamo che chi abbiamo di fronte non ha la minima intenzione di mettersi in discussione, non c’è motivo di proseguire il confronto. L’asserire di avere sempre ragione, è sempre stato qualcosa di più articolato. Vuol dire che ci ho speso un ragionamento. Io ci ho messo la ragione. Non discuto di nessun argomento se prima non ho usato giudizio e discernimento. Che le mie conclusioni siano poi da rivedere questo è assolutamente possibile. Se un tema non lo conosco o non ho elementi necessari per poterne parlare, sto zitto e ascolto per acquisire informazioni che poi rielaborerò con la mia testa. Tendo a diffidare di chi arriva con in tasca una verità assoluta. Perché cari miei, c’è una enorme differenza dall’esporre il proprio raziocinio quando hai ancora in mano gli oggetti di osservazione, dal giudizio che si esprime quando quelli sono stati osservati. La vita insegna che chi, a prescindere, giudica i tuoi sbagli, senza accertarsi del processo mentale che hai fatto per arrivare a quella conclusione, può succedere che egli rinneghi la motivazione che qualche precedente oggetto osservato abbia voluto insegnarti qualcosa. Egli procede così al fine di trovare una nuova spiegazione che giustifichi quella osservata, magari pure contraddicendosi con quanto da lui affermato in precedenza. In questo caso non avrà sempre ragione, però non sbaglia mai.

Il logos (che lega una cosa all’altra) è invece è uno.

Se la stessa logica per una serie di connessioni non ha avuto efficacia, ci si deve arrendere al vecchio motto molto comprensibile per tutti che, “non tutte le ciambelle riescono col buco” e morta lì. Ammiro invece chi, anziché accusarti degli eventuali errori, te ne chiede i motivi (anche se poi non li ascolterà), perché almeno in tal caso ti aiuta a migliorare le correlazioni del pensare assieme a te, magari scoprendo che i tuoi motivi non erano poi così insensati e cercando logiche condivise, o permettendoti di scardinare un percorso che ti conduceva sempre all’errore, per poi proporre accordi per il futuro che possano tener conto di altri modi di pensare. Certo, se vuoi far perdere il lume della ragione a qualcuno aggrediscilo. Così sei sicuro che sbaglierà le prossime quattro “sparate” perché l’adrenalina e l’ansia gli avranno offuscato i pensieri (questa è in fondo tecnica degli eristi), per cui in tutti gli altri ambiti sarà chiuso ad ogni forma di colloquio, ottenendo solo stress e tensione per tutti al cubo. E tu ne risulterai vincente nella tua ennesima vittoria di Pirro.

Per fortuna i lumi della ragione non ardono tutti uguali.

Mi sembra che il vero vincente si riconosca comunque dalla capacità di osservare gli altri e di accogliere come potenziale contributo OGNI idea differente.

Quindi avendo svelato la mia provocazione, ribadisco che: IO HO SEMPRE RAGIONE. E se l’affermazione non vi piace, cambiate strada, questo sito non fa per voi.

Beato te!

Oggi ne scrivo una (notizia) davvero pazzesca… in attesa della sera… Eccola:

Si dice che Lenin abbia dichiarato che il modo migliore per distruggere il sistema capitalista sia quello di screditare la valuta. Attraverso un continuo processo di inflazione, i governi possono confiscare, in segreto e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini. Con questo metodo non solo la confiscano, ma la confiscano arbitrariamente e, mentre questo processo impoverisce molti, ne arricchisce in effetti alcuni.

Infatti l’Istat dice che «sono l’energia elettrica e il gas mercato libero che producono l’accelerazione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (in parte mitigata dal rallentamento di quelli dei carburanti) e che, insieme con gli alimentari lavorati e i beni durevoli, spingono l’inflazione a un livello (+8,4%) che non si registrava da dicembre 1985 (quando fu pari a +8,8%). Accelerano, così, l’inflazione al netto degli energetici e degli alimentari freschi (+4,4%; non era così da maggio 1996 quando fu +4,7%), al netto dei soli beni energetici (+4,9%; non era così da aprile 1996) e la crescita dei prezzi del cosiddetto “carrello della spesa” (+9,7%; un aumento che non si osservava da giugno 1984)» (Istat).

Ahahahaha aha aha aha aha ha! Farabollini, Maccari, Gini Milli, teste di cazzo varie, ecc., ecc., fatevi sotto! Voi che siete in molti perché divisi in voi stessi, da bravi legionari, dite le vostre opinionionacce!Le pubblicherò subito, a patto però che siano vostre, e cioè che non vi facciate imbeccare dal pappagallo vostro capo, detto Pensiero Debole! Ahahahahahaaha aha aha aha ah!

Stiamo a vedere ora il risultato delle votazioni 🙂 🙂 🙂 degli statolatri urnant! A dopo!

Brava Anna! Per Dio!

in fieri

BRANO PER URNE E URNATI IN ATTESA DEI RISULTATI E DEI MAGISTRATI ARMATI DELL’ART. 724 CP 

In attesa delle solite keynesiane vittorie alate dei guerrafondai legionari. La tassa-Covid sarà la tassa sull’aria. La tassa -guerra sarà quella sulla terra. La tassa-fuoco sarà quella sul gas e la tassa-acqua sarà quella sul vino. Ne parlo prima, perché so dalla storia che esse saranno IMPOSTE, come è sempre stato dal tempo dei Faraoni e di Verre fino a quello delle tasse sul sudore della fronte, dette reddituali. Perché nulla è cambiato da allora sotto il sole. Il cristianesimo non si è mai realizzato. Nessuno sa chi è il padre di Cristo, cioè di colui che dice: “Prima che Abramo fosse io sono”… Caritas Christi urget nos (2Cor5,14)! EPICHEIA CHRISTI URGET NOS! Ma nessuno sa cosa sia l’epicheia. Azz!

Neritox 23 Settembre 2022

Aggiunta del pomeriggio (23 Settembre 2022):

https://rumble.com/v1l8ei9-cvd-venerd-23-settembre-2022.html

Faccio notare che questa esigenza dello spirito del tempo odierno è l’esatto contrario di quella di coloro (i legionari keynesiani e guerrafondai) che vorrebbero un maggiore intervento della Politica nell’Economia (evidentemente non ne hanno avuto abbastanza di coercizioni, chiusure, imposte, rapine, truffe, sequestri e ammazzamenti di Stato). Questi bigotti della fede nello Stato sono ovviamente tutti i giorni in tv, sui giornali, ecc., cioè in tutto il mondo dei media (sia come artisti di Stato che come filosofi e scienziati di Stato, come avete recentemente visto nello squallore di Stefano Montanari, che addirittura vorrebbe mandare in galera chi non vota! Cazzzpità! 🙂 🙂 🙂 .

Montanari dice ai giudici di processare chi fa propaganda astensionista! Che vergogna!

Ve lo dissi! Ne vedremo delle belle! 🙂 🙂 🙂 🙂 Azzzzzzzzzzzz! Ecco perché a suo tempo, contestai Montanari come fanatico dell’intelligenza artificiale (1)! L’intelligenza artificiale infatti non è intelligenza! Questa “animadversio” (accorgersi) va pertanto recuperata, mettendo in moto il pensare di fronte all’oggetto percepibile solo spettralmente: l’onda sonora visibile nel computer non è infatti il suono, così come la pipa di Magritte non è una pipa. L’arte moderna è pertanto un’esigenza storica.

Lo scienziato della mutua è un morto di fame

Dopo l’ignobile invito di Sara Cunial ad andare a votare per chiunque, condito da gesti e sguardi inquietanti, ci mancava pure il terrorismo anti-astensionista di Montanari, che invita i giudici a perseguire coloro che invitano a non votare in applicazione dell’art. 95 del Testo unico delle leggi elettorali del 1957. Peccato che l’art. 95 parli di tutt’altro e precisamente del reato di chi dona soldi, cibo, vestiario o altri beni nella settimana precedente alle elezioni. C’è invece l’art 98 che punisce SOLO chi ha cariche pubbliche e che cerca di forzare in qualche modo gli elettori ad un voto a favore o sfavore di una determinata lista, astensione compresa. D’altronde in un canale di imbonitori e ciarlatani come quello di Red Ronnie che qui intervista la Gatti e Montanari come candidati del partito “VITA!”, non si può che mentire e ingannare in modo spudorato, arrivando persino ad invitare i magistrati a perseguire e processare chi fa propaganda astensionista. Montanari non ha imparato nulla da tutto quello che è successo in questi due anni e mezzo. Invoca le stesse modalità terroristiche, autoritarie e persecutorie dei banditi al potere che vorrebbero processare chi si oppone alla criminale narrazione falso pandemica. Montanari e i tanti finti oppositori “combattono” questa dittatura perché desiderano veramente che le persone siano libere oppure solo per tornaconto personale o peggio perché vogliono instaurare una dittatura di segno diverso? Dal Canale Telegram https://t.me/CovidTruffaFintiOppositori visitate il canale Telegram Associazione Governo del Popolo APS https://t.me/associazionegovernodelpopoloaps

Montanari, va da via l cul!

Neritox 22 settembre 2022, ore 17,12

(1) cfr.: “Video pericolosi per la mafia di Stato“, “Lezione di scientifichese…” e Protocolli per decollati” (nota aggiunta il 23/9/2022).

Se non fai i conti con lo zio non conti, Conte. E lo zio è il sionismo.

Bravaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

Segue il video pubblicato il 30 giugno 2018 da Neritox, che dovrebbe far riflettere gli “urnati” (mio odierno neologismo per indicare coloro che si recheranno alle urne, esattamente come quando si “votò democraticamente” per Hitler e per Mussolini).

https://rumble.com/v1l0uhr-se-non-fai-i-conti-con-lo-zio-non-conti-conte.-e-lo-zio-il-sionismo..html

Equivocare e non distinguere tra ebraismo e sionismo genera schiavitù.

Traduzione di affermazioni tratte dal documentario di di Ronen Berelovich

Divertitevi a tradurre col traduttore cosa dissero gli anglofoni nella pagina The zionist story censurata da youtube (l’ho scoperta stanotte e la dedico a Theo che sa l’inglese).

Si veda anche il blog da me creato solo per dire la gravità di questa censura: http://autoritrattoironico.over-blog.com/2018/06/se-non-fai-i-conti-con-lo-zio-non-conti-conte.e-lo-zio-e-il-sionismo.html

Trascrizione del video:

Conte, non conti niente se non fai i conti.

Anche sul concetto di razzismo, non c’è differenza tra l’apartheid del Sudafrica e il sionismo d’Israele. I sionisti però, hanno oggi l’arma più potente, che il Sudafrica dell’apartheid non aveva. Si tratta di un’arma molto più grande degli F16, dei carri armati, e dei missili nucleari messi insieme… e di qualsiasi mega arma ancora oggi attribuita ad Einstein (che era dichiaratamente sionista, ma non è di questo che voglio parlare).

Quest’arma si chiama olocausto.

L’olocausto permette ai sionisti di manipolare l’opinione pubblica mondiale e di stroncare sul nascere ogni possibile discussione.

L’olocausto è semplicemente la maggiore risorsa dei sionisti.

Oggi essere antisionisti è visto come essere antisemiti, ed essere antisemiti può mandare in carcere in Europa.

Ed anche se tutto il terrorismo sionista avviene davanti agli occhi di tutti, Israele continua a farla franca.

Come fa Israele a farla franca? “Questo è uno dei nostri veri problemi“, dicono gli ebrei non sionisti (cioè quasi tutti; io sono un filoebraico perché amo la lingua ebraica, amo l’alfabeto ebraico – e i libri e i saggi da me scritti su questo argomento lo testimoniano – ma non sono assolutamente filosionista, ovviamente):

Uno dei motivi sta sicuramente nei media – dicono gli ebrei – che vogliono essere pro Israele“.

Il sionismo e l’idea che Israele sia lo Stato degli ebrei hanno insomma una credibilità inaudita, tanto che «i cristiani critici esitano a parlare per paura di essere additati come antisemiti. Ecco perché nei media c’è molta poca critica verso Israele, sia perché si ha a che fare con ebrei, e sia perché il mondo non ebreo si sente in colpa per l’olocausto, per la questione ebraica e così via.

L’olocausto è dunque usato politicamente in modo molto efficace e cinico.

È molto duro da dire queste cose ma queste cose sono vere. È usato come uno strumento molto utile di pubbliche relazioni. Così i governi giocano con l’Europa sul senso di colpa dell’olocausto, in modo che non possiate criticarci e guardiate cosa ci avete fatto. Perciò tutto questo intimidisce i non ebrei, chiude tutte le discussioni ed è molto efficace. Per mantenere questo strumento e zittire le critiche, Israele “vende” le vittime dell’olocausto. La cosa triste consiste nel fatto che questi stessi sei milioni morti per una ideologia fascista e razzista sono cinicamente usati oggi per giustificare e supportare un’altra ideologia fascista e razzista. E dato che molti dei miei familiari – continua questo ebreo – furono vittime dell’olocausto, io nego il permesso al governo israeliano e ai sionisti di tutto il mondo di usare la loro morte in tale orribile modo. Volete sapere cosa potete fare? Insistete perché il vostro governo affronti Israele e la sua ideologia fascista e razzista del sionismo» (Fonte: intervista del Prof. Jeff Halper, Anthropologist Hebrew university, nel film documenti di Ronen Berelovich “The zionist story”; cfr. – ripeto – anche https://youtu.be/wA1lDow-0rk e www.alternatefocus.org).

Questo è quanto dice il Prof. Jeff Halper. Io sostengo invece che non c’è da parlare con i governi e da insistere perché il nostro governo affronti Israele. C’è da studiare la differenza fra il sionismo e l’ebraismo. Ed è inutile, caro Conte, che vai a dire che hai ottenuto l’80% ai vertici degli imbecilloni. Perché non hai ottenuto niente. Sei venuto a casa con le pive nel sacco. E non puoi mica fare un governo basato sul vaffanculo, che era un vaffanculo ai banchieri, per poi venire a casa e glorificare ancora una volta i banchieri. È ora di finirla con questa storia qua. Ma sarà molto difficile che tu e l’altro della Lega possiate arrivare a una libertà di governo e di pace mondiale per tutti, perché questo è negato proprio dal potere sionista, che comanda e dirige tutta l’America, e che ha voluto fare l’Euro, per dirigere insieme tutta l’Europa e per essere i padroni, veramente, i padroni di tutto il mondo con il Nuovo Ordine Mondiale. Quindi impara a fare i conti, o Conte, se no sei una capra, anzi un caprone, arimanico come tutti gli altri politici che ti hanno preceduto… Nonostante Grillo avesse avuto ragione ed ha ragione a dire che è una massa di criminali nazisti, quando parlava dell’euro e quando parlava della Bundesbank. Oltretutto mi ricordo che a quel tempo avevo letto che la Merkel è figlia di un ebreo o di un’ebrea. Adesso non mi ricordo se era il papà o la madre. E quindi bisogna cercare di studiare queste cose e presentare la nostra conoscenza nei dialoghi, nei talk show famosi dei deficentoni che continuano a dire della cazzate, in modo da potere parlare almeno una volta di una Europa non dei banchieri ma dei popoli. Sarebbe ora di finirla… Di cominciare. E io credo che questo non incominci a partire dai governi. Cominci a partire dalla cultura. Ciao e vi saluto.

Neritox 30 giugno 2018

Ora, o urnato, puoi avere almeno un minimo di consapevolezza circa il tuo andare a votare il 25 settembre 2022, legittimare così il golpe politico-giudiziario che dura dal 1989 e che tutti, sinistra, destra e centro, fanno finta di non sapere.

Neritox 22 settembre 2022

SULLA LA PAURA DEL CAMBIAMENTO

Favola di Alba Marcoli

Il coniglietto che aveva sempre paura

Gnomi, ondine, silfidi e salamandre di tutto il mondo, unitevi per donare buonumore all’uomo, perché esausto è il suo spirito e il suo naso, a furia di tapparlo per recarsi all’urna…

Neritox 21/9/2022

Spiegazione della favola di Alba Marcoli

Fonte: Alba Marcoli, “Il coniglietto che aveva sempre paura” in “Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli”, Ed. Oscar Mondadori, Milano 1993).

Questo è un tema molto comune ai bambini e frequentissimo in certi periodi della vita (i sei, sette anni ne sono un facile esempio) proprio perché legato al processo del crescere.

“Esplorare e riconoscere è sempre un abbandonare una sicurezza per esporsi ai rischi; le paure infantili sono un’illustrazione dapprima immediata, come quella dei piccoli degli animali, poi simbolica dei pericoli della conoscenza. Esplorare non è solo esporsi all’ignoto e ai suoi pericoli ma è anche e più necessariamente abbandonare la sicurezza che assicura ciò che è familiare, luoghi o esseri” (M. Zlotowicz, “Le paure infantili” Ed. SEI, Torino 1978).

La paura del cambiamento, legata all’ansia suscitata dal confrontarsi col nuovo, il non familiare, è una delle manifestazioni che contraddistinguono di più gli esseri viventi, uomini compresi.

Una delle sue origini può forse essere ricercata in un meccanismo di conservazione della specie a livelli arcaici e l’osservazione della vita quotidiana in questa chiave di lettura ci può fornire una miniera di esempi. Mi è capitato di rifletterci anche recentemente davanti a una scena a cui chi possiede un cane avrà assistito innumerevoli volte. Un ragazzo doveva salire su un treno portando al guinzaglio un cucciolo; al momento di salire sugli scalini (era un treno locale svizzero dagli scalini molto comodi) il cane che prima lo seguiva scodinzolando si è invece ribellato, ha puntato le zampe in avanti, ritratto il corpo indietro e non si è più mosso. Davanti ai due scalini che portavano sul treno si era interrotta la continuità della sua esperienza motoria che era avvenuta su un terreno pianeggiante: il cambiamento rappresentato dai due scalini del treno gli aveva scatenato una paura che neanche l’incoraggiamento del giovane padrone riusciva a fargli vincere. Alla fine il ragazzo ha preso il cucciolo in braccio. l’ha accarezzato e tranquillizzato ed è salito con lui sul treno; appena posato nuovamente sul pavimento il cucciolo ha ripreso tranquillamente a scodinzolare e a muoversi come prima. L’essere di nuovo su un terreno pianeggiante rappresentava per lui la continuità di un’esperienza motoria familiare, cui è seguito un comportamento altrettanto familiare. quello di camminare gioiosamente, scodinzolando.

D’altra parte quando Lorenz descrive l’episodio dell’oca Martina che aveva abituato a salire a dormire al primo piano della sua casa, riproduce una scena analoga. (K. Lorenz, “Il cosiddetto male”, Garzanti, Milano 1974). Lo scienziato aveva abituato Martina a essere portata da lui per le scale fino al piano superiore, per cui la prima volta che la fece entrare da sola al suo seguito, andando verso la scala, l’oca ebbe una vera e propria crisi di panico. Si guardò intorno impaurita e invece di seguire Lorenz sugli scalini corse verso una grande finestra che si apriva sull’atrio per poter guardare fuori, verso la luce. Solo allora cominciò a calmarsi; evidentemente il fuori e la luce rappresentavano per lei il mondo familiare più rassicurante. Dopo questo rituale l’animale poté tornare alla scala e seguire Lorenz al piano superiore, salendo però dalla parte esterna dello scalino, quella a sinistra, verso la finestra. Con l’andare del tempo il percorso le divenne familiare e non ci fu più bisogno del rituale di sostare alla finestra, ma solo di un percorso sul lato sinistro della scala, quello verso la luce. Finché un giorno intervenne ancora qualcosa di nuovo e questa volta lo fu rispetto al tempo: una sera Lorenz aprì la porta non alla solita ora, ma parecchio più tardi, e l’animale si precipitò ansioso verso le scale. Arrivato però al quinto scalino dovette ripetere esattamente il rituale del primo giorno. Si fermò bruscamente in preda a un’evidente ansia, lanciò il segnale di allarme, ridiscese velocemente gli scalini, andò alla finestra, si tranquillizzò e poté poi tornare alla scala risalendo dal lato esterno dello scalino, esattamente come il primo giorno.

La paura del cambiamento, presente anche nel mondo animale, sembra dunque essere quella di separarsi dal noto, dallo sperimentato, da ciò che si riconosce come familiare e rassicurante perché prevedibile, a cui ci si sente appartenenti come entità psichica. Ma se ci fermiamo un poco a rifletterci non possiamo non accorgerci che questa paura caratterizza una fetta enorme del nostro vivere. Quotidianamente ci riconosciamo e ci difendiamo, anche nella contrapposizione conflittuale, in qualche appartenenza psichica: al nucleo familiare, all’ambiente di lavoro, al gruppo scolastico, alla fascia d’età, alla classe sociale, all’ideologia politica o religiosa, al gruppo d’amici, alle scelte sportive, alla squadra del cuore, alla nazionalità, alla cittadinanza, al quartiere in cui viviamo, al sesso di appartenenza, all’essere «diversi» e così via; potremmo proseguire per ore e ne troveremmo sempre qualcuna di nuova. Persino la modalità di funzionamento mentale ci spinge spesso a ricercare chi ci assomiglia, cioè chi ha un funzionamento mentale simile al nostro, o, semplicemente, chi la pensa come noi, e ci coglie sempre un po’ di sorpresa lo scoprire che si può pensare in modi diversi dal nostro, come se la modalità di funzionamento mentale dovesse essere unica per tutti e quindi la sola che noi conosciamo, cioè la nostra. Per fortuna interviene poi un’esigenza profonda che ci porta nel corso della vita a fare scelte complementari, cioè a ricercare spesso nei partner o nelle amicizie proprio la nostra dimensione mancante. Resta comunque il fatto che l’estraneo, il non appartenente al nostro stesso gruppo o alla nostra esperienza, è situato in un altro spazio, quello del «diverso», del fuori di noi, spazio che riempiamo con tutte le più arcaiche paure che forse l’essere vivente si porta dentro. Solo questo può almeno parzialmente spiegare certi episodi di fanatismo e di intemperanza collettivi in cui proiettiamo sul non familiare la nostra stessa paura del nuovo che proviene anch’essa dalla parte più arcaica dentro di noi, quella non conosciuta né familiare.

Se quindi una certa dose di paura fa parte del vivere e i temi frequenti nell’infanzia (del buio, della notte, dell’estraneo, dell’abbandono, degli animali, ecc.) seguono il percorso di esplorazione e di conoscenza dei bambini, è quando ci si trova davanti a dimensioni eccessive che ci si potrebbe interrogare sul possibile disagio di quel particolare bambino e sul perché il suo mondo interno sia così popolato di fantasmi minacciosi. Anche qui è importante però vedere dove hanno origine questi fantasmi per intervenire là dal punto di vista psicologico.

Un buon esempio di come la relazione con i genitori abbia valore anche in questo caso lo può dare il racconto di questa mamma, la cui storia mi fa ancora oggi provare, a distanza di anni, emozioni e sentimenti di commozione, comprensione e profonda empatia.

«Sa, certe volte proprio mio figlio non lo capisco. Si mette a urlare, a piangere, si irrigidisce tutto come se diventasse una statua. E io lì a calmarlo, ma non c’è verso, non ci riesco proprio… Adesso poi mi è venuta un’altra paura e non riesco a mandarla via. Ho paura che lui si accorga che io ho sempre paura di tutto, di tutto. Ho avuto paura anche dello sguardo di mio marito, certe volte. Sono tanti anni che me la porto dentro questa paura, almeno venti. È cominciata quando è morto mio padre e io avevo sette anni. Dopo è stato un calvario, con mia madre sempre depressa, dentro e fuori dall’ospedale psichiatrico, tutta la vita. Mi ricordo che quando era fuori stava giornate intere sdraiata sul letto, guardava il soffitto e sembrava che non ci vedesse neanche, noi bambini. E noi crescevamo così, pieni di paure. Io ho cominciato a non dormire di notte e sentivo tutti i rumori, quelli che c’erano e anche quelli che non c’erano. E gli spiriti e i morti. Quando ci hanno messo in collegio, le suore mi volevano far dire il Requiem aeternam, sa, la preghiera per i morti, e io che volevo tanto bene a mio padre non sono mai neanche riuscita a dirgliene uno di Requiem aeternam. Perché se solo ci pensavo mi prendeva il terrore dei morti e mi paralizzavo. E così non l’ho mai detto. E allora le suore pensavano che io fossi cattiva. E una volta che una mi ha sgridato tanto e mi ha dato uno schiaffo, io sono scappata dal collegio e sono arrivata in campagna e lì c’era il fiume e i canali che irrigavano i campi. E io avevo la testa così vuota, ma così vuota, che non mi sono neanche accorta che camminavo proprio sul bordo del fiume e dei canali e che potevo cascar dentro. E allora un signore che era lì a coltivare i campi e che io non avevo neanche visto ha cominciato a seguirmi e quando mi sono fermata a guardare l’acqua mi è venuto vicino e ha cominciato a parlarmi e mi ha chiesto perché volevo buttarmi nel fiume e se ero stata bocciata, e mi ha raccontato che anche lui aveva una figlia della mia età e che non dovevo fare così. E mi ha parlato tanto, è stato molto buono con me, e quando ho cominciato a star meglio mi ha accompagnato dai carabinieri e ha avvertito il collegio perché mi venissero a riprendere. E così sono tornata e ho finito la terza media e poi basta. Certo, dopo, quando andavo a lavorare in fabbrica era tutto più bello. Mi piaceva lavorare sulle macchine, mi facevano compagnia. E poi c’erano gli altri,

si stava bene, non si era mai soli. Mica come adesso che lavoro tutto il giorno da sola, in predi, senza mar parlar con nessuno, in una città che non conosco e la sera sono così stanca, ma così stanca, che proprio dovrei addormentarmi come un piombo. E invece no, mi pigliano tutte le mie paure, e allora mi accorgo che anche il bambino ha paura, e mi viene persino paura del suo sguardo terrorizzato e non so se sono più terrorizzata io o lui. E spero sempre che mio marito non faccia i turni di notte perché allora è un inferno, tutta la notte così, io e il bambino, un inferno…».

Credo che una storia del genere non abbia bisogno di molti commenti; il bambino in questo caso è stato esattamente quello che ha portato la mamma in consulenza, come dice Racamier, perché qualcuno la aiutasse a contenere la sua angoscia.

Se vogliamo agire veramente nell’ottica della prevenzione del disagio infantile dovremmo ricordarci di che situazione di vita hanno certe mamme, e non sono poche di certo.

Questa giovane donna dal passato così doloroso e carico di sofferenza e solitudine aveva un lavoro alienante che la teneva lontana da suo figlio per più di dieci ore al giorno, a volte persino dodici. L’averle offerto uno spazio di ascolto e di comprensione in cui portare il proprio disagio a vivere può essere stato un primo tentativo d’aiuto, ma il problema resta, è un’intera organizzazione sociale che dovrebbe interrogarsi su questo punto.

Anche l’elenco delle paure della favola proviene da un’esperienza di lavoro reale, da un laboratorio per bambini, dove non mancano certo dei temi su cui riflettere, mischiati ai fantasmi del mondo interno. Quando un bimbo di nove anni mette un guardiano che l’aiuti a contenere la paura «che si spezzi il cuore», o quella «di vivere», forse potremmo interrogarci di più sull’infanzia e sul nostro desiderio di non essere disturbati dal pensiero della sua sofferenza. Dietro al bambino delle paure di cui ho parlato prima, c’era un’angoscia doppia nella mamma: quella di vedersi davanti il suo piccolo che soffriva senza che lei ci potesse far niente, che a sua volta faceva risuonare la bambina sofferente che lei si portava dentro. A quel punto la grande angoscia che questo le scatenava la faceva sentire impotente e paralizzata davanti alle paure del bambino come lo era stata lei stessa bambina davanti al terrore dei morti. Il pianto del bambino fuori scatenava quello della bambina che la madre si portava dentro. Erano due i bambini che avevano bisogno d’aiuto in quel momento, non uno. E questo è un problema che esula dalla classe sociale di appartenenza. Al posto di questa testimonianza ne avrei potuta mettere una analoga da un ambiente sociale molto elevato, ma in entrambe avremmo trovato la stessa sofferenza e solitudine di una mamma che si confronta con la doppia sofferenza del bambino fuori e della bambina che lei stessa è stata e che continua a vivere dentro.

Nota: mentre per tutte le altre testimonianze e storie riportate ho chiesto e avuto il permesso di raccontarle, anonimamente, da parte delle persone interessate, per questa storia non ho potuto farlo perché si trattava di una consulenza fatua moltissimi anni fa, che io stessa ho ricostruito a memoria e dai miei appunti. Sono stata perciò incerta se mettere o meno questa testimonianza, che appartiene al mondo privato e intero di una persona, e ho deciso infine di farlo perché ritengo che essa sia una delle più chiare e toccanti che mi sia mai capitato di incontrare. Se la persona che l’ha vissuta leggerà mai queste pagine, mi scuso per non essere riuscita a rintracciarla per chiederle il permesso di utilizzare la sua storia, ma è proprio per rendere giustizia e testimonianza alla bambina che lei è stata che ho deciso di farlo.

Spero, come dice Yeats, di averlo fatto in punta di piedi: “Povero io sono e solo i miei sogni posseggo. Cammina in punta di piedi perché cammini sui miei sogni”.

Sulla percezione dei dannati e dei santi

Sulla maya dello spiritualista assoluto o della new age (Nereo 6-5-2013)

ovvero
SU UNA DIMENTICATA PREMESSA

La maggior parte dei sedicenti antroposofi che oggi spiegano nel web la filosofia di Steiner dimenticano la sua seguente premessa: «Data l’indeterminatezza del linguaggio corrente, mi sembra necessario intendermi col lettore riguardo all’uso di una parola che adopererò spesso in seguito. Chiamerò gli oggetti immediati di sensazioni […] PERCEZIONI, in quanto il soggetto cosciente ne prende conoscenza attraverso l’osservazione. Con tale nome non indico dunque il processo dell’osservazione, ma l’OGGETTO dell’osservazione stessa. Non scelgo il vocabolo SENSAZIONE perché questo vocabolo ha in fisiologia un senso determinato più ristretto di quello del mio concetto di percezione. Un sentimento in me stesso posso ben designarlo come percezione, ma non come sensazione in senso fisiologico. Anche del mio sentimento io prendo conoscenza mediante il fatto che esso diventa per me PERCEZIONE. E il modo in cui per mezzo dell’osservazione acquistiamo conoscenza del nostro pensare, è tale che anche questo pensare, al suo primo rivelarsi alla nostra coscienza, possiamo chiamarlo una percezione» (R. Steiner, “Il mondo come percezione”, in “La filosofia della libertà”, cap. 4°).

Il contenuto del concetto di PERCEZIONE spiegato da Steiner nella sua “Scienza della libertà” (1ª parte de “La filosofia della libertà”) consiste nel mero oggetto IMMEDIATO di sensazione. Che significa? Significa che se è “immediato” non è “mediato”, e cioè che la mediazione concettuale non è ancora avvenuta nella determinazione di quell’oggetto.

Se io affermo ciò che affermano i superficiali sul concetto di percezione, dicendo per esempio: “La percezione è un frammento di materialità“, sono già in errore, perché non mi accorgo che la proposizione “la percezione è un frammento di materialità” può essere dichiarata solo dopo averla pensata, cioè MEDIATA col pensare.

Nulla si può dire di determinato sulla “percezione”, evocativa di questo o quel dato oggetto o cosa, in quanto evoca, appunto, tutto quanto io percepisco SENZA che il mio pensare abbia incominciato a MEDIARE, a RIFLETTERE, ad attivarsi. Per Steiner la percezione è qualcosa di PRE-DIALETTICO. Se non si prova a fare questa esperienza in noi stessi non si capisce niente. Inutile procedere. Ed è inutile procedere anche in modo meramente teoretico sul concetto del concetto “cosa”, perché così facendo non si scopre mai la soglia del sentire, rispetto al pensare. Li abbiamo entrambi in noi il sentire e il pensare. E c’è anche il volere. Ma a un certo punto dobbiamo distruggere il pensare se vogliamo sentire. E viceversa. Allora la soglia appare come una porta interiore attraverso la quale si accede non più a mere parole ma a mere immagini da quelle evocare. E viceversa. Il grande mistero di come siamo fatti si disvela e si rivela. Il velo del tempio interiore è, sì, un limite alla luce del mondo ma finché non lo si scopre si permane nell’abbaglio della parvenza. Per cui non si sperimenta mai la realtà.

Pertanto se dire che “la percezione è un frammento di materialità” (o dire qualsiasi altra cosa, su questa o quella data cosa o oggetto percepibile), tale dire comporta già MEDIAZIONE del pensare. E coloro che dichiarano che la “percezione” sia questo o quello, pongono già un giudizio sulla “percezione”, cioè pongono un concetto sull’oggetto percepibile: pre-giudicano ciò che il pensare deve ancora giudicare, determinare o mediare per “carpirne” il nome (santificandolo, avrebbero detto gli antichi) come quel dato oggetto o quella tal cosa, reali. In altre parole confondono il sentire col pensare: mettono in moto un sentire spurio riguardo a quell’oggetto, per cui si ha già un oggetto di sensazione MEDIATO, che è il contrario dell’oggetto IMMEDIATO inteso da Steiner a proposito di quanto egli chiama PERCEZIONE. Del resto è presumibile che proprio da queste riflessioni che Scaligero riuscì a distinguere tra pensiero dialettico e pensare pre-dialettico (peccato che abbia poi confusa, come Fusaro del resto, la tri-articolazione con la tripartizione… E tutti i ripetelli dietro… come pappagalli a dire “tripartizione, tripartizione, tripartizione”! Scusatemi del paragone, dato che a differenza di Scaligero, Fusaro continua a dimostrare totale incapacità di pensare).

Il nostro organismo umano non è solo un insieme di carne, ossa, acqua ed escrementi, come suppongono i keynesiani odierni, cioè i politicatri tutti. È anche un insieme di capacità percettive e di organi percettivi. Steiner non intendeva però la percezione fisiologicamente. Lui chiamava “percezione”, ripeto, la cosa percepibile, l’oggetto di percezione. Faccio un esempio: se nel buio tocco qualcosa che non riconosco, so che lì c’è un oggetto ma non so ancora che oggetto è, dunque non so ancora che cosa sia quella “percezione”. Cos’ho fatto? Ho fatto quasi l’esperienza della PERCEZIONE IMMEDIATA o PURA. Ovviamente ogni percezione mi stimola al riconoscimento di essa. Il riconoscimento è però possibile solo attraverso la MEDIAZIONE del pensare concettuale. La percezione intesa da Steiner non è però quel riconoscimento concettuale. Il riconoscimento attiene al pensare, al concettualizzare. Nella filosofia di Steiner, “percezione” e “concetto” sono, sì, due elementi equilibrati e distinti che INSIEME danno la realtà; la realtà è, sì, data da questi e non di mere percezioni come vorrebbero i materialisti, né di meri concetti o di mere idee come vorrebbero gli idealisti, o gli spiritualisti.

Tutto l’idealismo tedesco vive invece in questo disequilibrio di preminenza assoluta del concetto o dell’idea rispetto alla percezione.

Ma questo squilibrio è mentale! Al di là dell’equilibrio tra “percezione” e concetto c’è infatti la pazzia, la stessa pazzia che Goethe sembra imputare a Fichte, per esempio. Lo si può rilevare dai commenti del germanista torinese Giovanni Vittorio Amoretti (1892-1988) in precisi punti del “Faust” di Goethe, da lui curato. Il primo punto riguarda il versetto del personaggio “Idealista”: “In verità se io sono tutto questo, allora oggi sono pazzo”. Il commento dice: “[…] contro J. G. Fichte […]: l’io crea a sé il non io ed è con esso identico” (Goethe, “Faust”, Ed. Utet, Torino, 1975, pag. 216). Il secondo punto riguarda il personaggio “Baccalaureus”: “[…] Se io non voglio non è permesso al diavolo di esistere”. Il commento dice: “Se io non lo penso, il diavolo non esiste. Più che un concetto fichtiano per il quale il mondo esisteva in quanto l’io lo pensava, ci troviamo qui di fronte alle derivazioni da questo concetto quali si riscontrano negli scolari di Fichte […]” (ibid. pp. 308-309).

È ovvio che chi scotomizza la percezione mettendo invece in luce il mero concetto o la mera idea vive l’abbaglio di quella “luce” e perviene all’alienazione di quel disequilibrio per cui si crede realtà solo il mondo assolutamente concettuale. Costui vive in meri concetti, ed è assolutamente convinto che se uno non pensa a una cosa, cioè ad un oggetto percepibile, questo non esista. Ma – vi chiedo – chi si comporta così non è forse un cretino assoluto? La mia risposta è: “Sì, lo è”. Perché se stando al volante ti trovi di fronte un albero e non sterzi perché non vuoi pensarci, vai a sbatterci contro.

Sull’assolutizzazione fichtiana, Amoretti commenta come segue la parola “assoluto” detta da “Mefistofele” nel poema di Goethe: “Assoluto. Allusione alla filosofia di Fichte e forse, in senso lato, anche a quella dello Schelling e dello Hegel” (ibid. pa. 306). Insomma perfino Mefistofele qui “consiglia […] di non sdegnare troppo la realtà, l’esperienza […] per andare verso un astrattismo assoluto […]” (ibid.). E sappiamo tutti chi è Mefistofele per Goethe…

In questa alienazione dunque vivono gli zombies che credono fichteanamente che la percezione sia un inganno da superare. Perciò non fanno che distruggere sé stessi e i loro “allievi” fino a quando raggiungono l’esperienza della percezione pura. Allora superano la soglia. “Ma la cosa più bella di questa distruzione è… che la soglia è sempre lì, intatta. E tu, tra tutti i fini dicitori, per quanto essi appaiano forbiti e raffinati, adesso, sai distinguere, senza errore alcuno […] chi come te ha davvero superato il limitare. E chi, invece, brancola nel muco viscido delle sue stesse vacue parole, ancora, al di là del varco” (Nina Camelia, “Percezione pura ovvero check point“).

Costoro hanno la dura cervice dei tedeschi, una tedeschità che Goethe chiama “bizzarra” e che io chiamo cretineria. Dice Goethe ad Eckermann: “I tedeschi sono, del resto, gente assai bizzarra! Con i loro pensieri profondi e le loro “idee” che essi cercano ovunque e cercano di ficcar dentro ovunque, si rendono la vita più difficile di quanto essa dovrebbe essere. Eh! abbiate dunque una buona volta il coraggio di abbandonarvi alle impressioni, di lasciarvi ricreare, di lasciarvi commuovere, di lasciarvi elevare e di lasciarvi istruire, ed infiammare ed animare verso qualche cosa di grande. E non pensate solamente sempre che ogni cosa sarebbe vana e inutile se non è un qualsivoglia astratto pensiero od un’idea” (“Gespräche mit Goethe” del 6 maggio 1827 in “ Goethe, “Faust”, op. cit. Introduzione, nota 1, pag. 26).

Questi “tedeschi del pensiero”, pertanto, sbagliano. Non solo nell’esperienza delle cose del mondo ma anche nell’esperienza di sé stessi: la reale esperienza dell’io non è una pensata di solipsisti trascendentali assoluti, sedicenti sacerdoti della verità, che pretendono insegnare ex cathedra, come filosofia di Rudolf Steiner, categorie fichtiane o heideggeriane, o dottrine del logos o baggianate pretesche. Perché un simile modo di percepire il mondo è pazzesco.

Il libro “La filosofia della libertà” di Steiner non abbisogna di predicatori, né di alcun supporto, in quanto i suoi contenuti poggiano su essi stessi.

Il libro “La filosofia della libertà” abbisognerebbe semmai di mero studio individuale. Perché il tempo dei predicozzi è finito. Basta con le chiese! Basta con la chiesa! La messa è finita! Per Dio!

Oltretutto, l’idealismo di J. Gottlieb Fichte, come ogni altro idealismo o spiritualismo assoluto, non aiuta la comprensione dei testi di Steiner in quanto non apre mai ad una vera esperienza dell’io, dato che l’io è per costoro un’idea tra le altre o un concetto fra gli altri.

Lo stesso dicasi per M. Heidegger, altro amore dei legionari, assieme all’amore per Fichte. Heidegger è famoso più per le sue idee sbagliate che per avere scoperto che noi poveri esseri umani conduciamo le nostre vite per lo più come zombies. Ma questa sua grande scoperta non la sentiamo forse ripetere da sempre anche nei vari Bar Sport? Certamente gli errori di pensiero di Heidegger che condussero al nazismo, li sentiamo di meno…

Insomma chi, in base a filosofie, cioè a pensieri pensati, ideologie o teologie, procede per pregiudizi sui contenuti del percepibile al fine di insegnare la “percezione” di Steiner, conduce solo a idealismi semantici, in cui l’unica esperienza possibile è il “parolismo”, il “blateralismo”, altro che evoluzione!

L’evoluzione dialettica, l’eristica, l’arte di avere sempre ragione non è che evoluzione della furbizia: parlantina, altro che cultura! Parlamentarismo deforme in quanto staccato cioè assoluto (ab-solutus, disciolto) dall’esperienza dei relativi contenuti concettuali.

Ciò che allora si studia non è la filosofia di Steiner ma solo ciò che “si può dire” o che “non si può dire” (per essere nel giusto o per essere in quel tal gruppo di mentecatti): si può dir questo? si può dir quest’altro? Queste sono le domande dei dialettici che gli ascoltatori fanno ai cattivi maestri. Ma che razza di gente è questa? È gente che vuole sapere ciò che si può dire e ciò che non si può dire! E a che serve poi? A parlare nel politicamente corretto? Povera antroposofia! Qui siamo nel girone dei politicastri, non dei cercatori scientifico-spirituali.

La libertà diventa allora il “dover essere” liberi (di dire questa o quest’altra pensata o fregnaccia new age del tipo “tutto è maya”, ecc.), e ciò in base a un comunismo giuridico costituito da “legalità oggettive” e/o da “REGOLE di libertà” (“regole di censura della “non libertà”, pazzesco!) attuabili mediante un orwelliano Stato poliziesco del pensiero, inventato da Fichte!

E intanto andiamo a votare per la democrazia del monopolio… Azz! 🙂 🙂 🙂

Neritox 20 settembre 2022