VITTORIO DUBLINO SULLA DISTRUZIONE SCHUMPETERIANA

Presentazione di Neritox

Alla domanda di uno studente che gli chiese in che consistesse il mestiere di economista, Schumpeter rispose: “L’economista è uno che sa spiegare perché le proprie previsioni siano fallite”. Non male per un austriaco. D’altra parte, la situazione nelle università italiane non è migliore. Essendo prive di universalità del pensare, nel corso degli ultimi quarant’anni è venuta esponenzialmente a mancare non solo la critica dell’economia politica, ma ogni critica delle idee di Keynes, Schumpeter ed altri mentecatti, finché è morta l’idea stessa di una SCIENZA sociale, politicamente significante. L’avvento poi dell’econometria azzerò del resto ogni spazio residuo di economia reale. Come il tacchino induttivista di Russell che, sicuro della robustezza delle proprie osservazioni, si stupì quando alla mattina della vigilia di Natale la padrona, anziché riempirgli come di consueto la ciotola, gli tirò il collo, i moderni economisti si illudono di ridurre il pensare economico a mera induzione. Così il più de-pensante dei de-pensanti: “Fusaro purtroppo è il frutto maturo di ciò che Schumpeter pronosticava già nel 1942: l’emergere, in seno al capitalismo, di una classe di intellettuali anticapitalisti, ma figli dei borghesi, che getterà la propria scure sul più entusiasmante processo di evoluzione economica mai esistito, quello contraddistinto dalla libertà” (Carmelo Ferlito, https://www.tempi.it/tutta-colpa-del-capitalismo-fusaro-usa-categorie-spazzate-via-dalla-storia/).

POLITICHINA

Riescono così a prevedere tutto, tranne… gli imprevisti. Insomma, quella di Schumpeter con lo studente non era un’umile battuta di spirito: la scienza economica era davvero per lui come la magia, dato che arrivò a scrivere: “Se la scienza è la conoscenza aiutata da strumenti speciali, […] sembrerebbe che nella scienza dovremmo includere, per esempio, la magia praticata in tribù primitive, se essa impieghi tecniche che non sono generalmente accessibili e che siano state via via sviluppate e tramandate nell’ambito di una cerchia di stregoni professionali. Ebbene sì, in via di principio dobbiamo includervi anche la magia” (Joseph A. Schumpeter, “Storia dell’analisi economica”, Ed. Boringhieri, Torino, 1972). Idea per i lapalissiani legionari schumpeter-keynes-dipendenti: perché non istituite una cattedra di magia per consolidarne la scientificità? Non si sa mai… andasse male la carriera di Economista, si può sempre provare con quella di Stregone, tanto la differenza è del tutto irrilevante.  Gli economisti sono come i virologi e dovranno sparire, anche dai governi. “Il migliore governo è quello che ci insegna a governarci da noi” diceva Goethe. Io la penso così. E la penso così, con o senza Goethe, con o senza Steiner. E comunque perfino un cretino come Schumpeter ammise la superiorità dell’amministrazione delle risorse produttive affidate all’uomo d’affari rispetto a quella che ci si poteva attendere dal funzionamento statale dei suoi tempi (cfr. J. Schumpeter, “Storia dell’analisi economica”, II, Torino 1959, p. 665). Dunque: tutto (perfino la magia) e il contrario di tutto (perfino il capitalismo). Questo era Schumpeter. D’altronde, il capitale non è il male se proviene dalla testa (capo, cranio). Chi combatte il capitale o il capitalismo è in fondo come un masochista che si bastona il capo alla Kant. Infatti Legione nei vangeli era, appunto, come questo schizoid man. Vi invito pertanto alla seguente lettura di Dublino, che sento molto vicino al mio modo di vedere il futuro.

VITTORIO DUBLINO

Titolo originale “Distruzione Creativa o Imprese Zombie?

La “DISTRUZIONE CREATIVA” (concetto noto anche come “la Tempesta di Schumpeter”) è un concetto in economia che negli anni ’50 è stato identificato dall’economista austriaco Joseph Schumpeter che lo ha derivato dal lavoro di Karl Marx e l’ha resa popolare come Teoria dell’Innovazione Economica e del Ciclo Economico. Secondo Schumpeter, la “tempesta della distruzione creativa” descrive il“processo di mutazione industriale che rivoluziona continuamente la struttura economica dall’interno, distruggendo incessantemente quella vecchia, creando incessantemente una nuova”. Nella teoria economica marxiana il concetto si riferisce più ampiamente ai processi collegati di accumulazione e annientamento della ricchezza sotto il capitalismo … Secondo Schumpeter sono le guerre, le epidemie e le catastrofi naturali che attivano la Distruzione Creativa [Azz! anche secondo Keynes 😊 – nota mia].

Il “Gruppo dei Trenta (G30)”, di cui Mario Draghi era nel 2020 co-presidente del Comitato direttivo, nel dicembre 2020 in seguito alla pandemia Covid-19, ebbe a redigere per i Responsabili Politici delle Nazioni le linee guida necessarie a contrastare la crisi economica e finanziaria. 

In questo documento (https://vittoriodublinoblog.files.wordpress.com/2022/09/g30_reviving_and_restructuring_the_corporate_sector_post-covid.pdf) si legge che i decisori politici dovrebbero identificare obiettivi politici mirati per diverse categorie di imprese, definiti dalle loro dimensioni, dai vincoli finanziari, la natura di eventuali fallimenti del mercato e i costi del fallimento aziendale.

Gli obiettivi politici per le imprese dipenderanno dalle priorità e dai vincoli sociali e politici specifici di ogni giurisdizione [dei G30] in questione.

Nel documento si ipotizzano cinque macro-categorie d’impresa:

  1. Imprese economicamente sostenibili, con bassa leva finanziaria e facile accesso ai finanziamenti
  2. Imprese economicamente sostenibili, con bassa leva finanziaria, ma con accesso limitato ai finanziamenti (tipicamente piccole imprese e start-up)
  3. Imprese che hanno un modello di business economicamente sostenibile ma hanno troppa leva finanziaria e sono illiquide
  4. Imprese che hanno un modello di business economicamente sostenibile, ma hanno troppa leva finanziaria e sono insolventi
  5. Imprese che non sono economicamente sostenibili in base al loro attuale modello di business

 Gli interventi politici dovrebbero mirare a garantire che le imprese della categoria 1 non siano svantaggiate e che le imprese della categoria 5 subiscano i necessari adeguamenti aziendali o siano chiuse, contribuendo a evitare la creazione di imprese zombie.

Gli interventi politici per le categorie da 2 a 4 dovrebbero essere progettati per differenziare i bisogni delle imprese nelle diverse categorie al fine di realizzare tutti gli obiettivi politici in modo efficiente ed efficace. Ulteriori interventi politici possono essere giustificati, anche per le imprese “strutturalmente malsane”, se i costi di esternalità sociale del fallimento che altrimenti si concretizzerebbero sono giudicati sufficientemente elevati.

Le Imprese Zombie sono imprese che non sono in grado di coprire i debiti contratti e i costi di servizio dell’indebitamento con i profitti correnti e che dipendono quindi dai creditori per la loro esistenza.

Il termine “Imprese Zombie” è stato coniato per riferirsi a quelle imprese sostenute dalle banche giapponesi durante il cosiddetto decennio perduto in Giappone in seguito al crollo nel 2001 dovuto alla bolla dei prezzi delle attività giapponesi. Numerosi studi suggeriscono che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti delle aziende sane. Il concetto è stato successivamente utilizzato in altri casi, anche in seguito alla crisi finanziaria mondiale del 2008 e con riferimento all’economia cinese ed europea.
Tra gli esperti aumentano i timori che il sovraccarico di debiti nel settore aziendale dovuta alla crisi generata dal Covid-19 possa creare una nuova ondata di imprese zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica.

Il morto che cammina in Giappone

In Giappone, si è scoperto che le imprese zombie sono proliferate a causa delle banche che hanno prestato denaro a mutuatari fondamentalmente insolventi: sia per evitare di riconoscere le perdite sui bilanci delle banche (il che avrebbe portato le banche a scendere al di sotto dei livelli patrimoniali richiesti). Come anche per evitare un contraccolpo pubblico e politico che avrebbero ricevuto per aver negato credito alle aziende bisognose: una pressione politica che si può esemplificare riportando le parole dell’allora ministro delle Finanze Takeo Hiranuma che dichiarò: “Daiei, un’azienda che impiega 96.000 persone è troppo grande per fallire”. Si è notato inoltre che è stato più probabile che le imprese che hanno ricevano credito lo abbiano ricevuto da banche con bilanci deboli o dai sistemi creditizi all’interno delle stesse keiretsu.

I cali dei tassi di interesse durante la recessione economica hanno sostenuto la proliferazione delle imprese zombi riducendo alcune pressioni finanziarie e consentendo loro di evitare ristrutturazioni o fallimenti. La questione dei prestiti deteriorati fu esacerbata dalle autorità politiche e regolamentari giapponesi, poiché evitarono di chiedere riforme o ristrutturazioni delle banche, annunciando invece che non sarebbe stato necessario alcun denaro pubblico per assistere le banche, affermando nel 1998 che la questione sarebbe finita entro poche settimane.

Una analisi (di Caballero, Hoshi e Kashya, 2008) della Borsa di Tokyo ha rilevato che tra il 1981 e il 2002 quasi un terzo delle imprese ad un certo punto di questo periodo avrebbe potuto essere classificato come Impresa Zombie.
Questa analisi ha indicato che la crescita dell’occupazione, la produttività media e gli investimenti sarebbero stati maggiori senza la presenza di aziende zombi. Le industrie con più imprese zombi avevano prezzi più bassi e salari più alti, limitando la crescita per le imprese redditizie e riducendo i profitti delle nuove imprese, creando barriere d’ingresso a nuovi players.

Tuttavia molte aziende zombie si sono riprese negli anni 2000: ciò si riporta in uno studio condotto appunto sul tema della ripresa delle imprese zombie del Giappone, che ha rilevato che la combinazione di ristrutturazioni aziendali e un ambiente macroeconomico positivo ha contribuito a far rivivere le imprese. In particolare, hanno contribuito alla ripresa le strategie impiegate dalle aziende giapponesi che hanno provveduto: alla riduzione del numero di dipendenti, alla vendita di immobilizzazioni e all’aumento delle perdite speciali.

Proliferazione di zombi

Uno studio incentrato su 11 paesi europei in seguito alla crisi del debito sovrano ha rilevato che una più forte presenza di imprese zombi ha creato un eccesso di capacità di produzione e, di conseguenza, è stata la causa di ricarichi medi delle imprese, di prezzi dei prodotti ed investimenti e produttività più bassi con un relativo aumento delle materie prime e dei costi di manodopera.
Uno studio recente ha rilevato che in quattordici economie avanzate, la prevalenza di imprese zombie tra le imprese non finanziarie è salita al 12% tra la fine degli anni ’80 e il 2016, con rialzi che si verificano specificamente durante i periodi di recessione economica e tassi di interesse più bassi. Ad esempio, le stime sulla percentuale di imprese zombie tra le imprese industriali cinesi nel periodo 2013-2014 è variato dal 3,3% al 13,46%

Apocalisse zombie

Poiché i tassi di interesse restano bassi e i governi continuano a sostenere le imprese in difficoltà, il rischio di imprese zombie aumenta.

Uno studio recente ha rilevato che il rapporto di queste aziende aumenta al diminuire delle dimensioni delle imprese. Sollevando preoccupazioni per un numero crescente di morti viventi invisibili tra le aziende più piccole.

Piyush Gupta, CEO della banca DBS con sede a Singapore, prevede che la questione delle imprese zombie rappresenti una vera sfida tra le PMI e prevede un’ondata di default che aumenterà la pressione sul settore finanziario, ponendo una questione che i decisori politici devono affrontare: “Continuiamo… ad usare le finanze pubbliche per sostenere le aziende o lasciamo che la distruzione creativa di Schumpeter si realizzi …?”

***

Conclusione di Neritox

Ho smesso da anni di occuparmi di questi economisti del disastro, alla Bellia. La moneta a scadenza di Steiner (“I capisaldi dell’Economia”) sta in piedi da sola e nulla c’entra con quella di Schumpeter. Per esempio Steiner accenna alla moneta a scadenza, riprendendo certamente alcune intuizioni del coevo Gesell, ma la sua intuizione di scadenza va in tutt’a direzione: il denaro di Gesell, che tassava la moneta e non i redditi, restava comunque un denaro inflattivo in quanto conservava allo Stato un’ingerenza nell’economia, con un’imposizione che distorceva il sistema dei prezzi relativi, lo allontanava dai valori veri e lo inflazionava di valori fittizi. Diverso è il denaro datato pensato da Steiner, che non produce inflazione in quanto evita l’intrusione dello Stato, sostituito (IN QUESTO CAMPO DELLA TRI-ARTICOLAZIONE) da libere Istituzioni (scuole, ospedali, ateliers, d’arte, ecc.) sostenute dal dono. Tale denaro implica, in un contesto sociale che vede in fattiva collaborazione associazioni di produttori e consumatori, nonché un forte orientamento verso l’iniziativa e l’innovazione, l’introduzione del credito, mentre oggi ci muoviamo tutti nel monopolio bancario della moneta-debito, che genera per forza di cose la proliferazione di imprese zombie.

Per l’esistenza del denaro a servizio dell’organismo sociale tri-articolato “sarebbe non necessaria una Banca di Stato”: si tratterebbe di un denaro di libera emissione bancaria sottratta alla sovranità statale, cioè, di un vero e proprio “free banking” (cosiddetto dagli economisti) che è l’esatto contrario della politica monetaria “central banking” praticata dagli Stati moderni (nell’UE oggi addirittura a livello transnazionale con l’unificazione monetaria). Di più non so dirvi, perché ho potuto collaborare in questo campo con poche persone valide.

LI PECURI, RESPONSABILI, NELLE URNE ABOMINEVOLI

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