Corrispondenze tra micro e macrocosmo 01

di Rudolf Steiner – Titolo originale: “Corrispondenze fra microcosmo e macrocosmo. L’uomo un geroglifico dell’universo” (16 conferenze tenute a Dornach fra il 9 aprile e il 16 maggio 1920) – A cura di Nereo Villa

Prima conferenza: Polarità fra necessità naturale e libertà umana – Carattere della scienza dello spirito – L’astratta dimensione spaziale – Nulla vi è nel mondo che non sia anche nell’uomo – I tre piani nello spazio corrispondono a pensare, sentire e volere –  L’uomo è come un geroglifico del cosmo e non solo un’immagine matematica non adatta per la libertà e la moralità.

Dornach, 9 aprile 1920

Polarità fra necessità naturale e libertà umana

Cercherò oggi di indicare ulteriori prospettive riguardo a un tema già trattato qui di recente (R. Steiner, conf. del 28/03/1920 in “Heilfaktoren für den sozialen Organismus”. Opera Omnia n. 198, Dornach 1984, pag. 40). Dissi come per l’uomo del presente le concezioni morali e le concezioni intellettualistiche non coincidano. Mediante il suo intellettualismo l’uomo viene portato a riconoscere la ferrea necessità naturale. A causa di tale ferrea necessità naturale applichiamo la legge di causa ed effetto a tutto quanto rientra nel nostro campo di osservazione. Inoltre, quando una persona compie un’azione, ci chiediamo che cosa ve l’abbia spinta, che cosa abbia agito in lei o fuori di lei al fine di attribuire a quell’azione la sua causa. Tale riconoscimento della necessità di ogni accadimento ha acquisito negli ultimi tempi un carattere scientifico. In passato ebbe più un carattere teologico, e ancora per molte persone mantiene tale carattere. Il carattere scientifico emerge quando si è più inclini a pensare che quanto noi facciamo dipenda dalla nostra costituzione corporea e dalle influenze sulla nostra costituzione corporea. Ancora oggi del resto vi sono pur sempre persone che pensano che l’uomo agisca per necessità, più o meno come avviene per una pietra quando cade per terra. Tale sarebbe la coloritura scientifica del pensiero relativo alla necessità.

Si potrebbe in tal senso caratterizzare la coloritura più teologica dicendo: tutto è predeterminato da una volontà divina, da una provvidenza divina, e l’uomo deve realizzare quel che il volere divino gli ha predestinato. In entrambi i casi varrebbe o la necessità puramente scientifica oppure l’incondizionata preveggenza divina. Non sarebbe possibile parlare di libertà dell’uomo. Il mondo morale si trova tutto dall’altra parte. L’uomo si rende conto molto bene di non poter parlare del mondo morale senza pensare alla libertà delle decisioni che scaturiscono dalla sua volontà. Se infatti all’uomo è preclusa ogni libera determinazione della propria volontà, allora non esiste più neanche una moralità dell’agire umano. Tuttavia l’uomo sente dei doveri, degli impulsi morali e deve riconoscere un mondo morale. Già feci notare (R. Steiner, conf. del 17/10/1919 in “Soziales Verstständnis aus geisteswissenschaftlicher Erkenntnis”, Opera Omnia n. 191, Dornach 1983, a pag. 125) come l’impossibilità di creare un ponte tra i due mondi, tra il mondo della necessità e quello dell’elemento morale, abbia portato Kant (I. Kant. 1724-1804: “Critica della ragion pura”, 1781, “Critica della ragion pratica”, 1788, “Critica del giudizio” 1790) a scrivere due libri: “La critica della ragion pura”, che si occupa per così dire dell’indagine di tutto ciò che appartiene all’ordine naturale del mondo, e “La critica della ragion pratica”, volta a investigare tutto ciò che appartiene all’ordine morale del mondo. Dopo di che egli sentì pure la necessità di scrivere “La critica del giudizio”, che doveva essere per così dire una mediazione fra le due, mentre divenne semplicemente un compromesso, e che al massimo diventa realtà quando l’autore passa a considerare il mondo del bello, della creazione artistica. Anche questo però significherebbe soltanto che l’uomo ha da una parte il mondo della necessità nel quale è inviluppato, dall’altra il mondo dell’agire morale libero, e che ad unire entrambi vi sarebbe solo il mondo dell’apparenza artistica dove noi diciamo pure, nella scultura o nella pittura rappresentiamo appunto secondo la parvenza quanto è stato tolto alla necessita naturale, cui però imprimiamo quel che è libero dalla necessita naturale, conferendogli per così dire la parvenza di libero entro ciò che è necessità.

Non si potrà neppure gettare un ponte tra il mondo della necessità e il mondo della libertà, senza trovare la via della scienza dello spirito. Ma la scienza dello spirito, perché possa svilupparsi appieno, esige veramente una realizzazione della massima che direi valida già da parecchi secoli, della massima apollinea dei Greci: “Conosci te stesso”. Ora, il “Conosci te stesso”, che non va inteso come una introversione nella propria soggettività ma come un conoscere l’intera entità umana e il modo in cui essa è inserita nel mondo, una tale ricerca deve venir introdotta nell’intero nostro movimento spirituale, proprio mediante la scienza dello spirito.

 

Carattere della scienza dello spirito

In questa prospettiva (lo voglio ora sottolineare a mo’ di introduzione) possiamo veramente dire che l’andamento, lo sviluppo del nostro movimento spirituale orientato antroposoficamente ha assunto negli ultimi giorni un indirizzo volto a mostrare in modo palese al movimento spirituale dell’umanità come si dovrebbe tentare di illuminare, con la conoscenza dell’uomo, il moderno modo di pensare che ha per così dire perso del tutto l’uomo. Si è infatti trattato di qualcosa che ha gettato piena luce nel corso per medici tenuto di recente (R. Steiner il volume “Scienza dello spirito e medicina”, Opera Omnia n. 312, Ed. Antroposofìca, Milano) e che rientra fra quelle cose appunto mediante le quali tentiamo di portare la conoscenza dell’uomo entro la vita spirituale. Si è quindi fatto un primo tentativo di portar luce in maniera positiva nelle necessità che le diverse discipline scientifiche si trovano oggi a dover affrontare. Ciò si è manifestato all’esterno con la serie di conferenze che i nostri amici e io stesso abbiamo tenuto qui (riferimento al convegno tenuto a Dornach dal 24 marzo al 7 aprile 1920 col titolo generale “L’antroposofia e le singole scienze” durante il quale, oltre a diverse conferenze di Carl Unger, Friedrich Husernann, Walter Johannes Stein, Eugen Kolisko, Karl Stockmeyer, Oskar Schmiedel, Roman Boos, anche Rudolf Steiner tenne due conferenze il 24 marzo. O.O. n. 73°, e il 7 aprile, questa seconda dal titolo “Igiene, problema sociale” in O.O n. 314, Ed. Antroposofica, Milano) e nelle quali si volle indicare quale rapporto le singole discipline speciali devono avere con gli impulsi che possono loro derivare dalla scienza dello spirito. Sarebbe senz’altro auspicabile, all’interno del nostro movimento scientifico-spirituale, la presenza di una consapevolezza veramente vigorosa della necessità di simili iniziative. Se infatti dobbiamo prosperare, è necessario chiarire al mondo esterno, indurlo per così dire a capire che qui non si vuole in alcun modo favorire il dilettantismo in qualsivoglia campo, bensì che qui si deve tendere verso una conoscenza seria. Eppure ciò viene spesso impedito a causa del modo in cui noi stessi presentiamo le nostre cose all’opinione pubblica, così che essa è portata a credere, o malignamente lo può addurre come motivo, che qui regna ogni possibile settarismo e ogni possibile dilettantismo.

Il mondo esterno dovrà sempre più venir convinto della serietà dello sforzo che sta alla base di tutto ciò che è rappresentato da questo edificio (è inteso il primo Goetheanum; cfr. di R. Steiner: “Verso un nuovo stile architettonico”, Opera Omnia n. 286, Ed. Antroposofìca, Milano). Dovrebbero essere portate da tutte le forze del movimento antroposofico le iniziative, quali ad esempio quelle che furono svolte qui alcune settimane fa. Infatti con ciò si dà inizio a una vera e propria conoscenza dell’uomo che deve formare la base di ogni autentica cultura dello spirito.

 

L’astratta dimensione spaziale

A partire dal secolo quindicesimo il concreto rapporto che gli uomini avevano in passato con il cosmo venne sempre più filtrato, reso astratto. Nell’antichità, grazie a una conoscenza atavica, certamente l’uomo sapeva molto di più riguardo a se stesso di quanto non sappia oggi. Infatti a partire dalla metà del secolo quindicesimo l’intellettualismo si estese a tutto il cosiddetto mondo civile. L’intellettualismo poggia soltanto su di una piccola parte, su di una parte assai piccola dell’essere umano, e proprio per questo anche della conoscenza del cosmo esso ci dà soltanto un’immagine astratta.

In realtà, che cosa è diventata nel corso degli ultimi secoli la conoscenza del cosmo per il mondo esterno? La conoscenza del cosmo [le evidenziazioni in grassetto sono mie – ndc], per quanto si riferisce all’universo, è diventata semplice calcolo matematico-meccanico; ad esso nei tempi più recenti si sono pure aggiunti i risultati dell’analisi spettrale, qualcosa riguardante la fisica e in più, in essa, un elemento matematico-meccanico. L’astronomo osserva il corso delle stelle e fa dei calcoli; egli constata unicamente l’esistenza di forze che a dire il vero, dato che la Terra è intessuta in esse, mostrano il cosmo, l’universo come una grande macchina, come un grande meccanismo. Possiamo inoltre dire che questo metodo di osservazione matematico-meccanico è oggi riconosciuto come l’unico e il solo veramente adeguato alla conoscenza.

 

Nulla vi è nel mondo che non sia anche nell’uomo

Ora, di che cosa tiene anzitutto conto tutto ciò che si manifesta, che traspare in tale costruzione matematico-meccanica dell’universo? Tiene conto anche di qualcosa che ha per così dire il suo fondamento nell’essere dell’uomo, ma soltanto in un pezzetto molto piccolo dell’uomo. Deve anzitutto tener conto dell’astratta tridimensionalità dello spazio. Con essa l’astronomo fa i suoi calcoli. Egli semplicemente distingue una prima dimensione dello spazio, una seconda e, se faccio un disegno prospettico, una terza, verticale rispetto alle due (Tav. 1, a sinistra).

tavola1

Così egli osserva una stella in movimento, oppure la posizione di una stella, e la sua osservazione si basa sulle tre dimensioni dello spazio. L’uomo non potrebbe parlare delle tre dimensioni dello spazio, se non le sperimentasse entro il proprio essere. L’uomo sperimenta le tre dimensioni dello spazio. Nel corso della sua esistenza sperimenta anzitutto la verticale. Da bambino, egli va a carponi e poi si erge. Sperimenta quindi la verticale. Non vi sarebbe possibilità alcuna di parlare della dimensione verticale, se non la si sperimentasse. Se la gente crede che l’uomo possa trovare nell’universo qualcosa di diverso da ciò che trova in se stesso, si abbandona a grandi illusioni. Soltanto perché la sperimenta in se stesso, l’uomo trova poi nell’universo la dimensione verticale.

E solo perché la sperimenta in se stesso l’uomo scopre anche l’altra dimensione (l’orizzontale). Se tendiamo le nostre mani, le nostre braccia, rispetto alla dimensione verticale sperimentiamo la seconda dimensione. Aggiungiamo quello che sperimentiamo mentre respiriamo, parliamo, insomma nel momento in cui inspiriamo o espiriamo aria, oppure nel momento in cui mangiamo, quando gli alimenti si muovono nel nostro corpo da davanti a dietro, sperimentiamo la terza dimensione [la profondità – ndc]. Soltanto perché l’uomo sperimenta in sé queste tre dimensioni, le proietta anche nello spazio esterno. Non esiste assolutamente nulla che l’uomo possa trovare nel mondo esterno senza che lo trovi prima in se stesso. È poi singolare che nell’epoca dell’astrazione, che parte dalla metà del secolo quindicesimo, l’uomo abbia fatto di tali tre dimensioni qualcosa di omogeneo. Vale a dire che ha semplicemente accantonato le differenze concrete. Ha accantonato ciò che fa della tridimensionalità dello spazio qualcosa che per lui è differenziato. Se egli si affidasse alla propria esperienza umana dovrebbe invece dire: la mia posizione eretta, il mio agire, il mio abbracciare oppure il mio tendermi. Fra queste tre dimensioni dello spazio egli dovrebbe cogliere una differenza. Se però l’uomo dovesse riconoscere che fra le tre dimensioni dello spazio esiste una differenza, di fatto non potrebbe nemmeno più concepire l’immagine astronomica del cosmo in maniera così astratta come egli la concepisce. Acquisterebbe infatti una visione del cosmo non solo intellettualistica. Dovrebbe però sperimentare in modo concreto qual è il suo rapporto col mondo riguardo alle tre dimensioni. Oggi egli non lo sperimenta. Oggi non sperimenta l’ergersi, l’essere nella verticale. Per questa ragione non sa nemmeno di trovarsi nella verticale, perché si muove insieme alla Terra in una determinata direzione che rispetta tale verticale (Tav. 2, metà superiore. La Terra con un tratto verticale).

tavola2

Inoltre l’uomo neppure sa di compiere il proprio movimento respiratorio, il proprio movimento digestivo e nutrizionale e altri movimenti ancora che seguono la medesima direzione, una precisa direzione in cui di nuovo si muove la Terra seguendo una linea determinata (il precedente disegno viene completato con una linea curva). Tale attenersi a direzioni determinate corrisponde a un inserirsi nei movimenti dell’universo. L’uomo si astrae completamente da tale concreta comprensione delle dimensioni, e per questo non può nemmeno integrarsi nel processo cosmico; per tale motivo non è nemmeno a conoscenza di come egli sia inserito nel processo cosmico, di come egli sia per così dire parte integrante del processo cosmico. Si dovranno sempre più intraprendere passi grazie ai quali l’uomo possa acquisire una certa conoscenza dell’essere umano, una certa autoconoscenza rispetto al suo inserimento nell’universo.

 

I tre piani nello spazio corrispondono a pensare, sentire e volere

Le tre dimensioni dello spazio sono a dire il vero diventate già tanto astratte per l’uomo, che con estrema difficoltà egli può educarsi a sentire come egli partecipi a certi movimenti della Terra e dell’intero sistema planetario, nel momento stesso in cui, nello spazio tridimensionale, egli compie qualcosa. Il modo di pensare scientifico-spirituale può però venir esteso alla conoscenza dell’uomo, se in primo luogo si cerca almeno un surrogato alla difficile comprensione della tridimensionalità dello spazio. Noi possiamo già con più facilità essere stimolati a tale conoscenza dello spazio, se non ci soffermiamo adesso sulle tre linee dello spazio, perpendicolari fra loro, ma se consideriamo i tre piani dello spazio. Proviamo una volta a fare un’osservazione: ci sarà facile vedere che la nostra simmetria ha qualcosa a che fare con il nostro pensare, se vediamo che, volendo esprimere in gesti il pensare raziocinante, si compiono gesti elementari e spontanei. Toccandoci il naso con un dito, compiamo un movimento entro il piano di simmetria verticale che ci scinde in due: la nostra parte sinistra e quella destra (Tav. 2, a destra). Tale piano, che passa attraverso il nostro naso, attraverso il nostro corpo e che vuol rappresentare il piano di simmetria, è ciò di cui possiamo prendere coscienza come di qualcosa che ha a che fare con tutto quanto in noi è il discernere, con tutto il pensare discriminante, con il giudizio discriminante. Partendo da tale gesto elementare, è possibile acquisire di fatto una coscienza grazie alla quale si arriva a riconoscere che l’essere umano in quanto tale e in tutti i suoi atti ha a che fare con quel piano.

Prendiamo il caso della funzione del vedere. Noi vediamo coi due occhi in modo che quel che entrambi gli occhi fanno è portato a un preciso punto di convergenza (Tav. 2, a sinistra).

tavola2

Guardiamo un punto e lo vediamo sia da sinistra che da destra, ma lo vediamo un’unica volta poiché le linee ottiche, le linee di focalizzazione si intersecano e lo fanno in modo che il loro intersecarsi avvenga nel piano che ho qui disegnato. La nostra attività umana è spesso così disposta che l’intendere, il comprendere, ha qualcosa a che fare con quel piano.

Possiamo poi trasporci in un altro piano; esso dovrebbe passare più o meno per il centro del nostro cuore e dovrebbe separare la nostra parte posteriore da quella anteriore. L’uomo anteriore, disposto secondo una prospettiva fisionomica, è l’espressione della sua natura animica. Tale articolazione animico-fisionomica è separata dalla disposizione posteriore per mezzo di un piano perpendicolare al primo piano di cui abbiamo poc’anzi parlato (nel disegno, secondo piano verticale). Come fra destra e sinistra siamo divisi da un piano, così la nostra parte anteriore e quella posteriore sono divise da un piano. Basta infatti che tendiamo le braccia, le mani e, in contrapposizione con quella che è la parte semplicemente organica, rivolgiamo la parte fisionomica in avanti e la parte organica all’indietro, ecco che dai punti principali, dalle linee principali possiamo ricavare un piano, ottenendo così quel piano al quale mi riferisco. In modo analogo possiamo collocare un terzo piano, che segnerebbe il confine fra il capo e il viso che si dispongono verso l’alto, e il tronco e le membra che si configurano in basso. Otterremmo così un terzo piano, orizzontale, ancora una volta perpendicolare agli altri due che passerebbe all’incirca completamente attraverso le nostre braccia, se le teniamo tese verso i due lati, con la superficie delle mani rivolta in basso. Le nostre mani rientrerebbero allora in quel piano.

Si può giungere fino ad acquisire un sentimento dei tre piani. Ho già detto come sia possibile acquisire un sentimento del primo piano. Lo si deve sentire come il piano del pensare discernente. Il secondo piano, che separa l’uomo in un davanti e un dietro, starebbe senz’altro a indicare l’elemento grazie al quale l’uomo è uomo. Nell’animale non potremmo delineare tali piani allo stesso modo. In un animale possiamo tracciare il piano della simmetria, ma non possiamo tracciarvi l’altro piano, quello verticale. Questo secondo piano, il piano della verticalità, sarebbe connesso con tutto ciò che è volontà umana. Il terzo, il piano orizzontale, perpendicolare al precedente, andrebbe messo in relazione con tutto ciò che è umano sentire. Tentiamo ancora una volta, partendo dai gesti elementari, di dar vita a una concezione imperniata su quei fatti. Vedremo che lo si può fare, che si è nella condizione di fare qualcosa del genere. In definitiva, tutto ciò di cui l’uomo si serve per esprimere il suo sentire, sia che si tratti di un sentire nel saluto, oppure di ogni altro partecipare a un sentimento altrui, si avvicina in certo qual modo al piano orizzontale.

Analogamente possiamo osservare che per quanto riguarda il volere lo dovremo sempre mettere in relazione con il piano verticale già indicato. È possibile educare in noi un sentimento di questi tre piani. Se acquistiamo un sentimento di tali tre piani, in noi sorgerà la necessità di comprendere l’universo nel senso di quei piani, così come nel cogliere in astratto la tridimensionalità dello spazio calcoliamo in maniera matematico-meccanica, sulla base delle teorie di Galileo e di Copernico, l’universo, i suoi moti e le sue posizioni. Soltanto così finiremo con l’accorgerci come entro l’universo vi siano concreti rapporti. Non si faranno più meri calcoli basandosi sulla tridimensionalità dello spazio, ma nel momento in cui si imparano a sentire in noi stessi i tre piani si comincerà a notare come in noi esista una differenza tra sinistra e destra, tra sopra e sotto, tra davanti e dietro. Per una prospettiva matematica è indifferente se qualcosa si trova un po’ più a destra o a sinistra, un po’ più avanti o un po’ più dietro. Quando semplicemente misuriamo, lo facciamo dal basso verso l’alto, da destra a sinistra, da davanti a dietro. Se tre metri stanno in questa o quella posizione, rimangono pur sempre tre metri. Al massimo, per poterci trasporre nel movimento, distinguiamo appunto le dimensioni che sono fra loro perpendicolari. Facciamo così però soltanto perché, mentre misuriamo, non possiamo rimanere fermi: altrimenti il mondo si contrarrebbe in una linea retta. Se però impariamo a caratterizzare pensare, sentire e volere in modo concreto nei tre piani, e impariamo a porci noi stessi quali esseri animico-spirituali nello spazio col il nostro pensare, sentire e volere, nello stesso modo in cui con una parte di noi imparammo ad applicare le tre dimensioni all’astronomia, impariamo ad applicare all’astronomia anche quella nostra articolazione. Ci è inoltre data la possibilità, se ora abbiamo Saturno, Giove, Marte, Sole, Mercurio, Venere, Luna e poi la Terra (Tav. 1, al centro), di guardare al Sole, come ci si manifesta, come a qualcosa che divide, che separa (un altro schema potrebbe servirei altrettanto bene come base).

tavola1

Dovremo poi immaginare il Sole attraversato da un piano (viene disegnata la linea orizzontale) e non vedremo più come qualcosa di semplicemente dimensionale ciò che, rispetto al piano, si trova sopra e sotto, ma vedremo tale piano come qualcosa di separatorio e opereremo ora una distinzione tra il sopra e il sotto (nel disegno le parole: sopra e sotto). Insomma, non diremo più che Marte dista tante e tante miglia, e che Venere dista tante e tante miglia dal Sole, poiché impareremo in tal modo a servirci della conoscenza dell’uomo per conoscere il cosmo. Quindi ci diremo: proprio come non liquido la questione delle dimensioni semplicemente col dire che il capo umano oppure il naso si trovano a una certa distanza dal piano orizzontale (l’ho indicato come il piano del sentire), che il cuore si trova alla tal distanza, ma porrò il trovarsi a una certa distanza sopra o sotto ili relazione con la conformazione, con la struttura; altrettanto poco dirò semplicemente: Marte e Mercurio (Tav. 1, le parole Marte e Mercurio) distano tanto e tanto dal Sole; saprò invece che, se considero il Sole come qualcosa che separa, Marte, che si trova all’esterno, dovrà avere una natura di-versa da quella di Mercurio che si trova all’interno.

tavola1

Adesso potrò anche disporre un altro piano perpendicolare attraverso il Sole sulla verticale (viene disegnata la verticale). Giove, oppure Marte, si muoverà allora una volta in un senso, in modo da essere a destra del piano (r) e poi nell’altro senso, venendosi così a trovare in una posizione che è a sinistra del piano (1). Se procedo astrattamente soltanto in base alle dimensioni, allora esso si trova una volta a destra e una volta a sinistra, a tante e tante miglia di distanza dal piano. Se porto entro lo spazio cosmico una certa concretezza, così come devo portarla quale essere umano in me stesso, non mi sarà indifferente se un pianeta si trova una volta a destra e una volta a sinistra, ma sosterrò invece che fa differenza se esso è a destra oppure a sinistra, più o meno come esiste una certa differenza fra un organo di destra e uno di sinistra. Non basta che io dica che il fegato è situato nel corpo tanti e tanti centimetri a destra del piano di simmetria, lo stomaco tanti e tanti centimetri a sinistra, ma piuttosto che entrambi sono diversi nella loro struttura perché uno si trova a destra e l’altro a sinistra. Di fatto, già alla semplice osservazione Giove si presenta in un modo diverso quando si trova a destra, in un altro quando si trova a sinistra.

Analogamente potrei collocare un terzo piano e di nuovo dovrei rettificare il mio giudizio a seconda di come tale piano si presenta. Al tempo stesso, se ora estendo la mia conoscenza dell’uomo all’universo, mi troverei costretto a considerare tutto quel che si riferisce al primo piano allo stesso modo in cui considero il pensare umano; a considerare quel che si riferisce al secondo piano come considero il sentire umano; a considerare il terzo piano come considero il volere umano.

 

L’uomo è come un geroglifico del cosmo e non solo un’immagine matematica non adatta per la libertà e la moralità

Con ciò ho voluto soltanto mostrare come la moderna concezione del mondo poggi su un ultimo residuo di un’astrazione massima: tre linee tutte perpendicolari fra loro, cui si connettono posizioni e movimenti delle stelle; a tali posizioni e moti stellari si applicano poi calcoli, e si fa dell’universo un meccanismo. Si mette in relazione ora questo uno, lo spazio del tutto astratto (coi suoi punti di riferimento), con l’universo della concezione astronomica galileiana. Lo si può anche estendere a una più consistente conoscenza dell’uomo. Si può dire: l’uomo è un essere che pensa, sente e vuole. Come essere che presenta all’esterno una sua configurazione spaziale, il suo pensare ha qualcosa a che fare con un piano, il suo volere con un piano verticale rispetto al primo, il suo sentire con un piano perpendicolare agli altri due. Questo deve avere un riscontro nel mondo esterno. A dire il vero, proprio a partire dalla metà del secolo quindicesimo l’uomo mostra appunto di non sapere altro che di essere inserito in tre dimensioni astratte. Il resto non sono che appunti di un sapere, non è che un insieme di materiale di osservazione. Quella che va riconquistata è una reale conoscenza dell’uomo dopo di che, attraverso di essa verrà conquistata anche una conoscenza del cosmo. Si imparerà allora a comprendere come possa esistere una relazione tra necessità e libertà, come entrambe possano aver posto nell’uomo, essendo egli nato dal cosmo. È infatti ovvio che cogliendo solo l’ultimo residuo della natura umana, vale a dire le tre dimensioni perpendicolari l’una con l’altra e ritenendolo qualcosa che si vuole ancora capire, accade pure che l’universo ci appaia immensamente povero, infinitamente povero; e infinitamente povera è la moderna concezione astronomica. D’altro canto essa non si arricchirà se prima non perverremo a una vera e propria conoscenza dell’uomo, se prima non impareremo a scrutare davvero nell’uomo.

Ciò è connesso con determinate cose che esposi qui l’altro ieri nel corso della conferenza pubblica (si riferisce alla già citata conferenza “Igiene, problema sociale”, e in particolare al passo in cui è detto: “Il principale errore del matematismo non consiste nel negare lo spirito… ma piuttosto nel non conoscere la materia, dato che ne osserva solo il suo aspetto esterno”); dissi che la concezione del mondo orientata antroposoficamente introduce la materia nel vero e proprio conoscere spirituale. Cose quali il pensare, il sentire e il volere non stanno forse oggi dinanzi alla conoscenza umana come astrazioni terribilmente spoglie? Soltanto che gli uomini non si osservano abbastanza. A dire il vero essi non si chiedono affatto che cosa vi è in ciò che poi esprimono usando parole. Ed è qui proprio la ragione per cui molto è diventato frase fatta. In realtà ci si dovrebbe chiedere in coscienza, se pronunciando la parola pensare ci si rappresenti anche chiaramente qualcosa, per non parlare poi di sentire e volere. Proviamo a riflettere su come, con un reale ritorno alle immagini, il vuoto profondersi in parole si potrebbe mutare in visione del mondo. Quand’anche per il pensare si avesse soltanto l’immagine dell’afferrarsi il naso (non occorre certo farlo sempre) pure si saprebbe che quel movimento compare sovente nella situazione in cui ci veniamo a trovare quando dobbiamo pensare; oppure ci tocchiamo il mento quando dobbiamo prestare attenzione, andando così ad afferrare quel piano, poiché anche qui vogliamo giudicare qualcosa che stiamo ascoltando. Scindiamo per così dire il nostro organismo in una metà sinistra e in una metà destra, poiché con l’organo di senso di sinistra facciamo in realtà qualcosa di diverso da ciò che facciamo con quello di destra. In che modo con l’organo di senso di sinistra facciamo qualcosa di diverso da ciò che facciamo con quello di destra, possiamo certo dedurlo perché a dire il vero con l’organo di senso di sinistra facciamo sempre qualcosa che, similmente al pensare, è come un tastare l’oggetto. Con l’organo di senso di destra tastiamo per così dire di nuovo il nostro tastare. Soltanto allora esso diventa nostro. Certo non potremmo mai pervenire al concetto dell’io, se non fossimo in grado di percepire ciò che sperimentiamo a sinistra insieme a quel che sperimentiamo a destra. Il semplice sovrapporre le mani è già un’immagine del pensare l’io. Va detto che l’uomo, nell’istante in cui dal puro e semplice vivere in frasi vuote pasa all’immagine, diviene interiormente più ricco, acquista quindi anche la possibilità di pensare l’universo in modo più ricco

Se tale cammino sarà intrapreso, penetrerà di nuovo vita nell’universo e in noi uomini penetrerà il sentimento di partecipare alla vita dell’universo. Avrà allora di nuovo un senso collegare l’universo all’uomo, gettare un ponte che va dall’universo all’uomo. Se si getterà quel ponte, si potrà riconoscere se in effetti c’è davvero nell’universo un impulso che è causa della necessità naturale per tutto ciò che si trova nell’uomo, così che l’universo ci determini in tutto e per tutto, oppure se in certo qual modo ci lascia liberi. Ma finche viviamo solo in astrazioni non ci è possibile gettare un qualsivoglia ponte tra l’elemento morale e la natura. Dobbiamo anzitutto poterci chiedere: fin dove si estende nell’universo ciò che è secondo natura e dove nell’universo compare qualcosa che non possiamo far rientrare nella prospettiva di ciò che è soggetto a legge di natura? Veniamo in tal modo a conoscere il rapporto, significativo anche per l’uomo, che intercorre tra ciò che è secondo natura e ciò che è libero, morale. Impareremo così a dare di nuovo un senso alle parole: Marte è un pianeta distante dal Sole, Venere è vicino al Sole.

Col semplice stabilire distanze in cifre astratte ancora non abbiamo detto proprio nulla, o per lo meno assai poco. Infatti tutto ciò che è determinato soltanto a quel modo – e in fondo tutto quanto l’astronomia afferma è determinato così – è come se si dicesse: si vede in realtà una linea che passa attraverso le due braccia e le due mani e si parla poi di un organo che dista due decimetri e mezzo da tale linea. Certo è così, ma dei due organi che si trovano a una determinata distanza da quella linea, l’uno (Tav. 2, metà inferiore) si può trovare di sotto, l’altro di sopra. Importante non è soltanto che gli organi si trovino alla tale o alla tal altra distanza ma che un organo si trovi a quella distanza verso l’alto e un altro verso il basso.

tavola2

Se non vi fosse differenza alcuna tra il sopra e il sotto, allora non ve ne sarebbe neppure tra il nostro naso e il nostro stomaco, o tra i nostri occhi e il nostro stomaco. L’occhio è occhio soltanto perché si situa al di sopra di tale linea; lo stomaco è stomaco soltanto perché si trova al di sotto della stessa linea. La loro intima natura è condizionata dalla loro posizione.

Così anche l’intima natura di Marte viene condizionata dalla sua posizione esterna rispetto al corso del Sole, e la natura di Venere dalla sua posizione interna rispetto al corso del Sole. Chi non coglie quale intima ed essenziale differenza esista tra un organo del capo e un organo del tronco, di cui uno è situato al di sopra, l’altro al di sotto del piano ricordato, non coglie neppure che Marte e Venere, oppure Marte e Mercurio, abbiano diversa natura. La possibilità di pensare l’universo organizzato dipende dall’apprendere anzitutto a leggere i geroglifici dell’universo organizzato che ci stanno dinanzi. Dobbiamo imparare a concepire l’uomo come un geroglifico dell’universo, poiché egli ci dà la possibilità di vedere da vicino come si diversifichino essenzialmente il sopra e il sotto di qualcosa, la destra e la sinistra di qualcosa, il davanti e il dietro di qualcosa. Lo dobbiamo apprendere partendo dall’uomo. Allora lo troveremo anche nell’universo.

In realtà la moderna concezione scientifica dà un’immagine dell’uomo che lo esclude; lo riconosce infatti soltanto come il superiore tra gli animali, vale a dire come un’astrazione, poiché in tale visione del mondo l’uomo non è affatto inserito: a tale concezione tutto l’universo appare soltanto in un’immagine matematica. In essa non potrà mai venir riconosciuta la sorgente universale della libertà e della moralità. Importante nel presente è però che si possa imparare a comprendere in modo scientifico il rapporto che esiste tra l’elemento morale e quanto proviene dalla necessità naturale, così che entrambi non si scindano ulteriormente. Oggi ho tentato di portare davanti all’anima, quasi in sottili concetti, qualcosa che possa intimamente indicare una via, percorrendo la quale si può pervenire alla conoscenza dell’uomo, e da questa di nuovo alla conoscenza del cosmo.

Ai medici mi fu possibile mostrare, in modo rigorosamente scientifico, come tale via debba essere ricercata nell’ambito della medicina, della fisiologia e della biologia (cfr. il già citato “Scienza dello spirito e medicina”). Qui dobbiamo vedere come essa debba essere ricercata in funzione di una concezione del mondo universalmente umana; ne abbiamo bisogno nell’epoca moderna per la nostra vita sociale.

In tal senso dunque continueremo domani.