Corrispondenze tra micro e macrocosmo 14

Dopo aver mostrato che il cosmo è comprensibile attraverso l’uomo (conferenza precedente), che vi è una importantissima differenza fra scientismo e scienza (conf. 12ª), che il battito cardiaco non è la causa ma l’effetto della circolazione del sangue (conf. 6ª) e che tutto ciò è strettamente collegato col valore 26 dell’anno platonico (conf. 4ª), nella seguente conferenza Steiner ribadisce ancora non solo la struttura del tempo ma anche precise relazioni tra il moto cardiaco umano, il Sole e le stelle, spiegando il cuore come condensazione di due correnti, una centrifuga e l’altra centripeta dell’Etere cosmico, cioè secondo un moto spiraliforme o a vortice verso il basso ed un altro moto turbinante invece verso l’alto che, irrompendo nel vortice discendente, genera il battito cardiaco. Nello stesso anno 1920, in cui furono tenute queste conferenze, Steiner tenne anche altre conferenze sulla medicina facendo notare a un pubblico di medici che il cuore non è una pompa. La conferma fisiologica di ciò si presentò 12 anni dopo: nel 1932, Bremer di Harvard filmò il sangue di un embrione nei suoi primi stadi, circolante per autopropulsione in flussi a spirale prima che il cuore incominciasse a battere, e Bremer fu così impressionato dalla natura a spirale del flusso sanguigno che non si rese conto che i fenomeni osservati avrebbero demolito il principio fisiologico della propulsione per pressione (Nereo Villa 23 giugno 2019).

Di Rudolf Steiner – Titolo originale “Corrispondenze fra microcosmo e macrocosmo. L’uomo un geroglifico dell’universo” (16 conferenze tenute a Dornach da Rudolf Steiner fra il 9 aprile e il 16 maggio 1920) – A cura di Nereo Villa

 

Quattordicesima conferenza: Il superamento della scienza pagana. Scienza e morale. J. R. Mayer e il principio della conservazione dell’energia. Diversa velocità di Jahve e di Lucifero. Parallelo fra anno platonico e vita umana. L’annullamento della materia. Sole, Luna e stelle fisse, e le loro orbite astronomiche. I periodi di 18 anni di Saros.

Dornach, 14 maggio 1920

L’essenziale delle considerazioni che seguono consisterà nel riconoscere come le due correnti storiche universali, la pagana e la cristiana, si incontrino nella nostra vita, come interagiscano, quale connessione abbiano con gli avvenimenti dell’intero universo. Inoltre, per poter penetrare in tutto ciò in modo ancora più esatto, è necessario che oggi si parta da una sorta di considerazione preliminare. Si tratta di tener separate con estremo rigore la concezione pagana del mondo nel suo senso più vasto (che non solo è senza alcun dubbio alla base della concezione del mondo che ancora oggi abbiamo, giustamente) e la concezione cristiana del mondo che a dire il vero solo in minima parte è penetrata nei cuori umani in tutta la sua realtà odierna. Si tratta di vedere bene con lo sguardo della propria attività interiore qualcosa che già più volte ho sottolineato in questa sede, e cioè che oggi siamo giunti a un diretto trovarci fianco a fianco di quella che possiamo chiamare l’immagine scientifica del mondo e di quello che chiamiamo l’ordinamento morale del mondo, di cui fa parte ovviamente anche la concezione religiosa del mondo. Gli eventi scientifici e gli eventi morali sono per l’uomo moderno – più di quanto egli riesca a prenderne coscienza – due cose quanto mai distanti l’una dall’altra, ed egli in sostanza non è in grado di riunirle se, partendo realmente dalla prospettiva della moderna concezione del mondo, vuole porsi davvero sinceramente di fronte a se stesso. Ecco dunque perché una gran parte della teologia del secolo scorso e di questo non ha in definitiva alcuna cristologia. Ho già fatto presente che esistono libri ad esempio “Essenza del cristianesimo” di A. Harnack (Adolf Harnack, 1851-1930, “Wesen des Christentums”, 1899-1900), nei quali la presenza del nome del Cristo non ha in genere motivazione alcuna. Quello che infatti vi compare come “Cristo” è solo la divinità che nell’Antico Testamento è presentata come Jahve, come la divinità che ha nome Jahve. In definitiva non vi è alcuna differenza tra l’essere che Harnack chiama ad esempio “Cristo” e il dio Jahve: voglio dire che non vi è nulla di diverso tra quel che vien detto sull’essere Cristo e ciò che i seguaci della concezione del mondo dell’Antico Testamento dicono sul loro Jahve. Se poi prendiamo l’immagine che molti uomini odierni hanno del Cristo e la confrontiamo con la concezione che essi hanno della vita, non vi è alcun motivo perché abbiano a parlare del Cristo e del cristianesimo. Infatti, se qualcuno parla del Cristo e del cristianesimo e spiega il concetto di nazione come la spiegano molti uomini di oggi, ci troviamo di fronte a una completa contraddizione. L’uomo moderno non se ne accorge per la sola ragione che evita di trarre coraggiosamente una conclusione da quel che in verità gli sta dinanzi. È però tra la visione scientifica e la visione cristiana delle cose che troviamo la spaccatura più profonda, il più profondo abisso. Il compito più importante del nostro tempo è costruire un ponte su quell’abisso. La concezione scientifica, ad esempio del contadino (che non sa di averla, ma ce l’ha), ebbe origine soltanto a partire dal secolo diciannovesimo. È anche bene non caratterizzare sempre le cose in modo solo astratto, ma guardare un po’ anche al concreto.

Già più volte citai il nome di un’eminente personalità del secolo diciannovesimo che subito ci conduce a un’esatta comprensione della concezione scientifica del mondo: J. R. Mayer (Julius Robert Mayer, 1814-1878, medico, scopritore della legge della conservazione dell’energia; cfr. anche su tale scoperta: La conservazione della materia non esiste – ndc), e sebbene su di lui possano per molti aspetti sorgere malintesi, dobbiamo tuttavia collegare al suo nome la concezione scientifica del secolo scorso. Sappiamo che si fa risalire la cosiddetta legge della conservazione dell’energia a Julius Robert Mayer; in termini più precisi, l’universo racchiude in sé una somma costante di forze che non possono né aumentare né diminuire, e che si trasformano semplicemente l’una nell’altra: calore, forza meccanica, elettricità, e forza chimica si mutano l’una nell’altra ma la somma delle quantità di forze presenti nell’universo rimane sempre la stessa. Ogni fisico moderno pensa naturalmente così. Anche se gli uomini, nella coscienza solita, non prestano attenzione alla legge della conservazione dell’energia, tuttavia i pensieri che fanno sui fenomeni naturali sono quelli che è possibile fare sotto l’influsso della legge della conservazione dell’energia. Intendo dire che occorre aver chiaro che nell’agire di un essere vi può essere qualcosa che corrisponde a un certo principio, senza che l’essere sia in grado di chiarirselo. Se ad esempio si volesse spiegare a un cane che si ha una doppia quantità di carne perché si è presa due volte la quantità unitaria, non ci si riuscirebbe, Il cane non potrebbe accoglierlo in modo cosciente, tuttavia agirebbe in pratica secondo tale principio. Se ha la possibilità di scegliere tra l’addentare un pezzo piccolo di carne o uno grande il doppio, di regola, se le condizioni sono le medesime, addenterà il pezzo grande il doppio. Si può comunque essere influenzati da un principio, senza spiegarselo nella sua forma astratta. Si può quindi dire: certo, la maggior parte della gente non pensa alla legge della conservazione dell’energia, tuttavia si rappresenta l’intera natura in quel modo, perché a scuola si apprende che esiste la legge della conservazione dell’energia. È ora interessante notare come il modo di pensare di Julius Robert Mayer si manifestasse quando, in presenza di altri che non la pensavano ancora come lui, doveva esporre in termini precisi tale suo modo di pensare.

Julius Robert Mayer aveva un amico che nelle sue memorie riportò alcune conversazioni avute con Julius Robert Mayer (Gustav Rümelin, 1815-1888, scrittore e uomo di Stato; i suoi ricordi relativi a J. R. Mayer sono compresi nel 3° vol. dei suoi “Reden und Aufsätze”, 1875-1894). Vi sono raccontati dei fatti, quanto mai interessanti; fatti grazie ai quali si può chiaramente vedere quale fosse il modo di pensare scientifico del secolo scorso. Anzitutto, per dare una prima caratterizzazione, vorrei menzionare che Julius Robert Mayer si era talmente immedesimato in quel suo modo di pensare, modo che lo condusse poi alla sua idea della conservazione dell’energia, a quel mero mutarsi di una forza in un’altra, che di regola, incontrando un amico per la strada, non poteva far altro che gridargli da lontano: “Da niente non nasce niente” (nell’autunno del 1841 Rümelin si incontrava spesso con J. R. Mayer e scrisse in proposito: “Era allora difficile parlare con lui di argomenti diversi da quello che lo occupava… Ex nihilo nihil fit; nihil fil ad nihilum. Causa aequat effectum. Questi erano i tre motti che ripeteva incontrandomi o lasciandomi”. Nella prima pagina della “Urabhandlung” del 1842 vi è già uno dei tre motti, il terzo. Il secondo capoverso inizia infatti con queste parole: “Le forze sono cause, e in esse vi è la piena applicazione della massima causa aequat effectum… Chiamiamo indistruttibilità questa caratteristica di tutte le cause”). Lo stesso motto ritorna sempre, anche all’inizio della “Urabhandlung” del 1842 di Julius Robert Mayer: “Da niente non nasce niente”. Accadeva pure che il Mayer facesse visita a quell’amico (si chiamava Rümelin), bussava, apriva la porta ed esclamava: “Da niente non nasce niente!”. Questo era il motto prima di ogni saluto. Julius Robert Mayer viveva davvero assai profondamente nel suo “Da niente non nasce niente”. Rümelin racconta di una conversazione molto interessante che ebbe luogo una volta durante la quale, dato che Rümelin stesso non sapeva ancora gran che della legge della conservazione dell’energia, si dovette discutere per capire in che cosa essa consistesse. Julius Robert Mayer disse a Rümelin che quando due cavalli trainano una carrozza (Julius Robert Mayer era di Heilbronn e là si trova anche il suo monumento) e avanzano nella loro corsa, qual è l’effetto che ne deriva? Rümelin rispose che l’effetto era che coloro che siedono nella carrozza, giungono ad esempio fino ad Öhringen. “Ma se essi invertono la corsa e tornano indietro, senza aver fatto in Öhringen proprio nulla, e ritornano a Heilbronn?”. Rümelin rispose che casualmente un percorso aveva annullato l’altro e quindi non vi era alcun effetto apparente, se non che la gente aveva viaggiato da Heilbronn a Öhringen e da Öhringen era di nuovo tornata a Heilbronn. Julius Robert Mayer affermò che tutto ciò era soltanto un effetto secondario e che nulla aveva a che fare con ciò che in verità era accaduto. Quel che era accaduto con l’impiego di forze da parte dei cavalli era qualcosa del tutto diverso. Vale a dire che mediante la forza impiegata dai cavalli, anzitutto i cavalli stessi, accaldandosi, avevano acquisito calore; in secondo luogo gli assi della carrozza, attorno ai quali si muovono le ruote, erano diventati più caldi; e se inoltre con un termometro raffinato si fosse misurata la temperatura dei solchi nei quali erano corse le ruote della carrozza, si sarebbe scoperto che dentro i solchi vi era più calore che ai bordi. Questo era l’effetto reale. Nei cavalli inoltre, attraverso il ricambio, vi era stata una combustione di sostanza. Ecco qual era l’effetto reale. Il resto, e cioè che le persone avessero viaggiato da Heilbronn a Öhringen e ritorno non è altro che motivo, effetto secondario, ma non costituisce la serie dei veri e propri eventi della fisica. Fenomeno fisico vero e proprio è la forza impiegata dai cavalli, la trasformazione avvenuta nell’aumento di calore nei cavalli, l’aumento di calore negli assi della carrozza, e qualora si lubrifichino le ruote, il consumo del lubrificante per mezzo del calore, il riscaldamento dei solchi sulla strada e così via. Misurando tutto quanto (Julius Robert Mayer in effetti misurò e fornì i relativi dati) si vede come tutta la forza impiegata dai cavalli si è interamente mutata in calore. Tutto il resto non è che effetto secondario.

È evidente che tutto ciò ha un certo effetto sulle nostre concezioni. Tuttavia alla fine si deve dire: sì, ora bisogna separare i fatti naturali da tutto quanto nel senso dello scienziato rigoroso è effetto secondario. L’effetto secondario non ha infatti nulla a che fare col pensare scientifico proprio del secolo scorso. Esso supera per così dire d’un balzo gli eventi che si svolgono nell’ambito scientifico. Se però solleviamo di nuovo il quesito “in che cosa si manifesta allora tutto ciò che chiamiamo ordine morale del mondo? dove si manifesta quello che chiamiamo valore umano, dignità umana?”, non lo si trova certo nella forza impiegata dai cavalli trasformata nell’accresciuto calore degli assi della carrozza; l’effetto secondario è qui l’elemento principale! D’altro canto pensiamo come in tutte le considerazioni scientifiche l’effetto secondario viene del tutto trascurato. Gli uomini del secolo diciannovesimo e già Kant nel diciottesimo (nel suo scritto “Storia generale della natura e teoria del cielo, ovvero tentativo di una concezione dell’universo e della sua origine meccanica, vista secondo le leggi di Newton”, apparso anonimo nel 1755) formularono le concezioni sul divenire dell’universo semplicemente a partire dai principi che Julius Robert Mayer circoscrive con precisi contorni, separando tutto quanto appartiene soltanto alla natura da quello che è invece effetto secondario.

Se ora consideriamo con attenzione il problema dobbiamo concludere che quindi l’universo va pensato partendo dai principi che vengono riconosciuti come naturali, mentre tutto ciò che è accaduto grazie ad esempio al cristianesimo, è un effetto secondario, proprio come è un effetto secondario che i viaggiatori della carrozza vadano da Heilbronn fino a Öhringen. Per la concezione scientifica del mondo quel che essi vi dovevano fare non merita alcuna considerazione. Ma di nuovo le due correnti non si incrociano in qualche modo?

Supponiamo per un momento che Rümelin non si fosse subito acquietato, ma che avesse sollevato più o meno questa obiezione (so bene che per il fisico di oggi non si tratterà di un’obiezione valida, ma per la formulazione di una concezione complessiva del mondo essa è certamente valida), supponiamo dunque che avesse obiettato: se nelle persone che viaggiavano da Heilbronn a Öhringen non fosse esistita alcuna motivazione, i cavalli non avrebbero impiegato le loro forze; l’intera trasformazione in calore non ci sarebbe stata, oppure sarebbe avvenuta in tutt’altro luogo e in tutt’altre connessioni. Cioè quel che accade va considerato scientificamente in modo che si applichi solo su ciò che in definitiva non porta alla causa che l’ha determinato. Nulla sarebbe accaduto se le persone non avessero ritenuto di aver qualcosa da fare a Öhringen. Quel che sul piano della scienza va riconosciuto come un effetto secondario, si estende però fin dentro l’evento naturale. Oppure supponiamo che i viaggiatori avessero da fare qualcosa a Öhringen a un’ora precisa. Supponiamo che gli assi della carrozza non solo si fossero riscaldati, ma che uno si fosse spezzato, e che quindi non si fosse potuto proseguire il viaggio. È evidente che allora si potrebbe spiegare l’evento (lo spezzarsi degli assi della carrozza) in modo del tutto scientifico, ma ciò che si è ora verificato a seguito di tale evento naturale, e cioè che non si potesse realizzare qualcosa che si sarebbe dovuto realizzare, può a sua volta avere (si può ben immaginarlo) conseguenze di portata vastissima, persino rispetto ad altri processi naturali che subentrano in virtù degli eventi.

È dunque evidente che, anche rimanendo solo su una base logica, è inevitabile il sorgere di seri e importanti interrogativi. Gli interrogativi che si affacciano, bisogna ben dirlo, senza la scienza dello spirito non possono trovare risposta in una concezione del mondo nella quale, se si tien fede alle premesse della nostra civiltà, una persona è costretta con onestà a riconoscersi. Prima infatti che fosse tracciata la rotta che avrebbe condotto al pensare scientifico, che appunto già col Mayer ebbe tale esatta formulazione, quella rigida linea di demarcazione tra il pensare scientifico e il pensare morale non esisteva affatto. Se guardiamo al secolo tredicesimo, al dodicesimo, vediamo come quello che gli uomini dicevano sull’ordine morale e sull’ordine fisico, confluisse ancora. Solo che oggi la gente non legge più con attenzione. Non sono molte le cose, devo dire, che dall’antichità sono giunte fino ai giorni nostri senza subire contraffazioni. Persino prendendo oggi certi scritti, residui di antiche concezioni del mondo, si possono trovare indicazioni che stanno a testimoniare come nell’antichità si era portato l’elemento morale dentro il fisico e si era elevato l’elemento fisico fino a quello morale. Basta leggere una volta gli scritti, diciamo pure già piuttosto alterati ma pur sempre quasi leggibili ancora oggi, di Basilius Valentinus (visse dal 1413 nel convento di S. Pietro a Erfurt, alchimista; le sue opere furono pubblicate postume nel 1600 e ristampate ad Amburgo nel 1717 e nel 1740 in tre volumi. Si veda anche la conferenza di Rudolf Steiner del 26 aprile 1924 in “Considerazioni esoteriche su nessi karmici – II”, Opera Omnia 236, Ed. Antroposofica, Milano); basta leggere che cosa vi si racconta sui metalli, sui pianeti, sui farmaci. Quasi ad ogni riga ci si imbatte in aggettivi attribuiti ai metalli: metallo buono o cattivo, oppure intelligente e via di seguito; essi ci mostrano come persino in questo campo si introduceva qualcosa del pensare morale. È ovvio che questo non può succedere oggi. Infatti, dopo che l’astrazione è tanto progredita che si sono separati gli eventi naturali da tutto quanto è effetto secondario, come fece Julius Robert Mayer, non si può certo dire che sia un pregio degli zoccoli dei cavalli consumare nella corsa il lubrificante della carrozza, per effetto del calore che si sviluppa a seguito della corsa stessa. In un simile nesso scientifico non si possono affatto introdurre categorie morali. Qui i due campi, quello naturale e quello morale, stanno l’uno accanto all’altro in modo ben separato. Se gli eventi cosmici fossero quali ci vengono presentati da un simile modo di formare pensieri, nel nostro mondo l’uomo non potrebbe affatto esistere. Egli non sarebbe affatto qui. Qual è infatti la base per l’attuale figura fisica dell’uomo?

Parlando della figura fisica umana voglio pregare di prendere la parola “figura” con assoluta serietà. I naturalisti di oggi non prendono seriamente l’espressione “figura umana”. Che cosa fanno infatti? Ad esempio, come fece Huxley (Thomas Henry Huxley, 1825-1895, zoologo) e anche altri, contano le ossa umane e le ossa degli animali superiori, e dal loro numero deducono che l’uomo è appunto solo un animale a un più alto grado di sviluppo. Oppure contano i muscoli o altro ancora. Abbiamo sempre fatto notare l’importanza che la linea della colonna vertebrale animale è essenzialmente orizzontale, mentre la linea della colonna vertebrale umana è essenzialmente verticale (Tav. 26, a sinistra), e anche se certi animali si mettono in una posizione eretta, per loro ciò non è

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l’essenziale: l’essenziale è la linea orizzontale della colonna vertebrale. Da questo dipende l’intera figura. Prego dunque di prendere proprio sul serio quanto desidero esprimere con la parola figura.

Dove abbiamo da ricercare in modo spirituale nell’universo la causa della figura umana, in primo luogo la sua causa fisica? Nel corso di queste conferenze mi sono già soffermato su questo punto, facendo presente che il cielo stellato, raffigurandolo schematicamente (Tav. 26, a destra), lo zodiaco con le sue costellazioni e il Sole, si muovono intorno alla Terra, e per ora non ci importa se tale movimento sia apparente o reale.

Se poi teniamo in considerazione, cosa per altro nota, che il Sole sposta ogni anno il suo punto di ascesa primaverile e resta un po’ indietro rispetto alle stelle, giungiamo a un fatto di straordinaria importanza. Il costante spostamento del punto primaverile si può rilevare dalle costellazioni perché, osservando una determinata costellazione, si vede che essa l’anno seguente sorge più presto del Sole e tramonta rispettivamente più presto (quando il Sole resta indietro rispetto ad una stella sorgente nello stesso punto in cui sorgeva col Sole, questa non è più presente: appare un po’ dopo nello stesso punto. La stella sorge quindi prima nel corso di un anno, e tramonta prima). Questo ci dice che il Sole resta indietro. Ho anche fatto presente che già gli antichi Egizi sapevano che, suddividendo il cerchio in 360 gradi, nell’arco di 72 anni il Sole rimane indietro di un grado rispetto alle stelle; in un periodo di 360 volte 72 anni, cioè in 25.920 anni, rimane indietro dell’intero cerchio, vale a dire ritorna alla stella assieme alla quale era sorto 25.920 anni prima.

Abbiamo quindi il fatto (come ho detto non mi voglio ora preoccupare se esso sia apparente o reale) che le stelle percorrono l’universo e che anche il Sole percorre l’universo. Vi è cioè il fatto importante che il Sole procede più lentamente, che dopo 72 anni il Sole rimane indietro di un grado dell’intero cerchio celeste. Come ho già fatto notare, quei 72 anni sono in effetti la durata massima normale della vita umana. L’uomo vive dunque 72 anni, proprio l’arco di tempo che per il Sole corrisponde al rimanere indietro di un grado rispetto alle altre stelle nel cerchio celeste.

Di fatto non abbiamo più alcuna giusta percezione per queste cose. Già nei misteri ebraici il maestro diceva ai suoi discepoli, in modo che si imprimesse profondamente in loro: Jahve fa sì che il Sole resti indietro rispetto alle stelle, e con la forza con cui trattiene il Sole, Jahve plasma la figura umana che è sua immagine. Si badi dunque bene: le stelle procedono a una velocità maggiore, il Sole a una velocità minore. Ne deriva una differenza di forza. Secondo gli antichi misteri tale differenza darebbe origine alla figura umana. L’uomo viene generato dal tempo in modo da dovere la sua esistenza alla differenza di velocità esistente tra il giorno cosmico siderale e il giorno cosmico solare. Nel nostro linguaggio oggi diremmo: se il Sole non si trovasse dov’è, se esso fosse una stella che si muove alla velocità delle altre stelle, che conseguenza si avrebbe? Si avrebbe come conseguenza che le potenze luciferiche sarebbero le sole a regnare. Che nell’universo non regnino solo le potenze luciferiche, ma che l’uomo sia in grado di sottrarsi con l’intera sua entità alle potenze luciferiche, lo si deve al fatto che il Sole non si muove alla stessa velocità delle stelle, ma si attarda rispetto ad esse, sviluppando non la velocità di Lucifero, ma la velocità di Jahve.

E ancora, se esistesse unicamente la velocità del Sole e non quella delle stelle, l’uomo non riuscirebbe a precedere con la sua ragione la sua ulteriore evoluzione. Per così dire, questo non armonizzerebbe nemmeno con lo sviluppo complessivo dell’uomo. È qualcosa di evidentissimo nella nostra epoca. Se si accoglie seriamente la scienza dello spirito si sa anche molto bene che ad esempio a 36 anni si sono comprese cose che a 25 non si potevano ancora comprendere. Per la comprensione di certe cose occorre infatti l’esperienza. Oggi si stenta a riconoscerlo, poiché a 25 anni ci si sente completi. Siamo invece completi soltanto per quanto riguarda l’intelletto, ma non per l’esperienza. Lo sperimentare procede più lentamente dell’acquisizione delle facoltà intellettuali. Se si riflettesse che lo sperimentare procede più lentamente dell’acquisizione delle facoltà intellettuali, i più giovani non avrebbero già oggi i loro punti di vista, poiché saprebbero di non poter affatto avere punti di vista per i quali è necessario l’aver fatto esperienze. L’intelletto va di pari passo con le stelle, lo sperimentare col Sole. Esaminando la vita umana (72 anni, se non intervengono altri eventi per i quali l’uomo diventa più vecchio o meno vecchio) notiamo che essa dura fino a che il Sole col suo punto di ascesa primaverile si trova retrocesso di un grado. Questa può essere la durata della vita. Perché ha questa durata? La ragione sta in una certa sottigliezza cosmica. Nel corso di queste considerazioni preliminari cercheremo di muoverci insieme in questo campo.

Le cose stanno così: se in un dato anno vogliamo osservare un’eclissi lunare, vi è una data precisa in cui l’eclissi può avvenire. Essa si ripresenta all’incirca dopo 18 anni, di nuovo alla stessa data e rispetto alla stessa costellazione. Nelle eclissi vi è un ritmo periodico che abbraccia l’arco di 18 anni: 72 diviso 4 fa 18. È la quarta parte esatta di un giorno cosmico e la quarta parte esatta di una vita umana. Se così mi posso esprimere, l’uomo sperimenta quattro periodi d’eclissi. Perché? Perché nell’universo in realtà tutto numericamente corrisponde. L’uomo non solo ha un’esistenza che ricopre mediamente un arco di 72 anni, ma ha anche di media 72 pulsazioni e 18 respiri, connessi con la sua ritmica attività cardiaca. Di nuovo la quarta parte! Tale connessione numerica espressa nell’universo (il periodo di 18 anni fu chiamato il periodo caldaico di Saros – è un periodo di 18 anni e 11 giorni, dunque non è identico al periodo dei nodi lunari che è di 18 anni e 7 mesi; vi è dunque qui di nuovo un “sovrapporsi di fenomeni” come già ricordato nella dodicesima conferenza – dato che i Caldei ne furono i primi sostenitori) cioè tale ritmo esistente tra il periodo solare e il periodo di Saros è lo stesso che troviamo anche nell’uomo, nella sua mobilità interna tra respiro e pulsazione. Non per nulla Platone affermava: Dio geometrizza, aritmetizza (il citato non deriva da testi di Platone, ma da una tradizione della sua scuola. Ne parla Plutarco nella sua ottava conversazione conviviale). Pensiamo che, a causa della quarta parte che interessa la nostra attività respiratoria, noi dobbiamo suddividere giustamente l’attività del respiro affinché essa non coincida con le pulsazioni, ma in modo che queste ultime siano più rapide. Così nel corso dei nostri 72 anni di vita, ai quali è associata l’attività cardiaca e delle pulsazioni, sperimentiamo per quattro volte il periodo di Saros, dato che in esso è contenuta per quattro volte la nostra attività respiratoria. L’organizzazione umana è interamente costruita tendendo al cosmo. Però ne riconosceremo il senso soltanto dopo aver considerato ancora un’altra connessione.

Si viene a capo di quanto già dissi nel corso delle ultime considerazioni, cioè del movimento della Luna, della sua rivoluzione, soltanto mettendo in relazione tale rivoluzione non col giorno solare, ma col giorno sidereo. Considerando la fase siderea, per quanto riguarda la rivoluzione della Luna si vede come vada tenuto conto di un periodo più breve: 27 giorni e mezzo. Pertanto verremo a capo del moto lunare solo che non lo si associ al movimento del Sole, ma a quello delle stelle. Il movimento del Sole esula in certo modo da un sistema al quale appartengono sia la Luna sia le stelle. Ci troviamo quindi inseriti nell’universo in modo che da un lato siamo coordinati al movimento della Luna e delle stelle, dall’altro al movimento del Sole.

Già qui vediamo come si vadano a poco a poco separando l’una dall’altra l’astronomia solare e l’astronomia stellare. Come già ebbi a dire l’ultima volta, non ne veniamo a capo se abbiamo un’unica astronomia. Confondiamo tutto. Ne usciamo soltanto se non ci limitiamo ad un’astronomia, ma se riconosciamo che da un lato vi è il sistema delle stelle (che sotto un certo aspetto comprende anche la Luna), e che dall’altro vi è il sistema di cui fa parte il Sole. Essi si compenetrano reciprocamente, svolgono un’azione congiunta. Non siamo però nel giusto se applichiamo ad entrambi lo stesso ordine di leggi.

Dopo aver riconosciuto che abbiamo anzitutto a che fare con due astronomie ben diverse, ci diremo: l’insieme di eventi cosmici entro i quali siamo inseriti ha una duplice origine. Noi però vi siamo inseriti in modo che in noi le due correnti appunto confluiscono. Esse confluiscono in noi. Che cosa accade in noi? Supponiamo che in noi accada soltanto ciò che il naturalista moderno può accettare; vedremmo allora prodursi nel nostro organismo, tanto per fare uno schema (Tav. 27, all’estrema sinistra,

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senza i tratti segnati sul capo), ogni sorta di movimenti della sostanza e altro ancora. Essi interesserebbero tutto il resto dell’organismo fino a inoltrarsi nel cervello, vale a dire nei sensi. Ma quale conseguenza si avrebbe se l’intero metabolismo che avviene in noi e che è inserito nel cosmo nel modo in cui l’ho prima descritto, si estendesse al cervello? Non potremmo mai essere coscienti che noi stessi pensiamo. Dovremmo dire che sono l’ossigeno, il ferro, le altre sostanze, il carbonio e così via a pensare in noi, che con le loro reciproche relazioni esse pensano in noi. Non possiamo però in alcun modo riconoscere in una tale condizione una circostanza propizia alla coscienza. È escluso di potervi vedere una realtà connessa con la coscienza. Come realtà della coscienza abbiamo il contenuto di vita della nostra attività interiore. Esso non può esistere se non presupponendo il logorio totale di tutti gli accadimenti materiali, del loro annientamento (vengono segnati i tratti che ricoprono il capo), così che in noi non compaia in alcun modo una conservazione di energia e di materia, ma che mediante la distruzione della materia sia fatto posto allo sviluppo della vita di pensiero. Di fatto l’uomo è l’unico scenario sul quale avviene una vera e propria distruzione della materia. In un’epoca come la nostra, nella quale non si sviluppa affatto una conoscenza dell’uomo, ma si osserva soltanto ciò che ne è al di fuori, non si può giungere a tanto.

Premesso dunque che nello zodiaco il Sole dopo 72 anni rimane indietro di un grado, che tra il movimento delle stelle e il movimento del Sole vi è una differenza di velocità, di cui risentiamo gli effetti e che confluisce in noi, e pensando poi che dal cielo stellato riceviamo la configurazione del capo e che, come dice una bellissima locuzione, nel “venire alla luce” siamo accolti entro il movimento del Sole, dobbiamo dirci: in noi è sempre presente la tendenza a contrastare, attraverso una velocità ridotta, la più celere velocità delle stelle. Si viene a creare un’azione contrastante a ciò che le stelle fanno in noi. Qual è l’effetto di tale azione contrastante? L’effetto ne è il logorio di quanto di materiale le stelle producono in noi, il logorio delle leggi puramente materiali che avviene attraverso l’azione del Sole. Possiamo dunque dire: se movendoci nel mondo procedessimo con le stelle, ne deriverebbe che soggiaceremmo alle leggi materiali dell’universo. Ma noi non lo facciamo. Le leggi solari agiscono in contrapposizione, ci trattengono. Vi è qualcosa in noi che trattiene. Si possono anche fare dei calcoli, ma non li posso ora esporre in questa sede, in primo luogo perché richiederebbero troppo tempo e poi perché non interesserebbero; tuttavia si possono fare dei calcoli quando avviene un certo movimento (Tav. 27, a

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destra, freccia verso il basso) e cioè che una corrente si manifesta a una certa velocità e che l’altra, con un’altra velocità, confluisce nella prima, tenendo comunque presente che la seconda non scorre nello stesso senso, ma in senso contrario (freccia verso l’alto) e che le due correnti, scorrendo, confluiscono poi l’una nell’altra.

Cioè proviamo a pensare al turbinio di un vento che con una certa velocità soffi dall’alto verso il basso, mentre un altro soffia dal basso verso l’alto, determinando così un vortice (al centro del disegno di destra). Se si prende la differenza di velocità tra la corrente discendente e quella ascendente, così che la prima si rapporti a quella ascendente in modo che ne risulti una differenza di velocità corrispondente al rapporto che troviamo nella differenza di velocità tra il tempo sidereo e quello solare, se si facessero turbinare le due correnti fra loro, si vedrebbe che da tale turbinio emerge una condensazione che acquista la sua forma determinata. L’una dunque (al centro della tavola) si muove a vortice verso il basso e poiché l’altra turbina verso l’alto, irrompe nel vortice discendente a una velocità maggiore (dall’alto verso il basso si avrebbe la velocità minore): a seguito di tale irruzione si ha uno scontro e si viene a formare una condensazione, una determinata figura. Essa, a prescindere da tutto ciò che la può condizionare (ne traccio solo lo schema), è la forma del profilo del cuore umano.

È quindi possibile che dall’incontro della corrente di Lucifero con la corrente di Jahve si giunga a costruire giustamente la forma del cuore umano. Essa è costruita semplicemente movendo dai rapporti esistenti nel cosmo. Addirittura bisogna dire: appena si riconosce che il movimento del Sole è l’espressione di un movimento meno veloce che si incontra con un movimento più rapido, ci troviamo inseriti nei due movimenti in modo che da essi scaturisce la forma del nostro cuore. Il resto della figura umana vi viene poi aggiunto. Si possono così vedere quali arcani si celino nel cosmo. Nel momento infatti in cui dico che abbiamo due astronomie e che esse confluiscono con i loro risultati, che cosa ne consegue? Il risultato è il cuore umano. Tutta la tendenza scientifica del presente tende a non distinguere l’una dall’altra le due correnti. Questo è il motivo per cui si consuma in essa il tragico destino che vede l’azione comune delle due correnti separarsi in un altro modo, negli eventi naturali, così come Julius Robert Mayer li pensò, e negli effetti secondari (sulla scoperta di Mayer cfr. anche La conservazione della materia non esiste – ndc). Poiché non si è in grado di pensare cosmicamente unito ciò che agisce in un concorrere di azioni da due sorgenti, per il pensare il mondo si scinde in due estremi.

Qui vi è innanzi tutto l’aspetto cosmico di qualcosa di straordinaria importanza per la comprensione dell’uomo e del cosmo. Se movendo dalle premesse odierne non si fa in modo di rinnovare le conoscenze che furono un tempo patrimonio degli antichi misteri, quando ancora si attendeva il cristianesimo, quando lo si attendeva nel modo da me descritto nel mio libro “Il cristianesimo come fatto mistico” (Opera Omnia 8, Ed. Antroposofica, Milano), se non si fa in modo dunque di rinnovare quell’antica conoscenza nella forma richiesta dal presente, ogni sapere rimane un’illusione. Infatti, ciò che nel cuore umano si esprime nel suo aspetto più pregnante, è certo presente ovunque. Gli eventi sono ovunque tali da essere spiegabili attraverso il confluire di due correnti, provenienti da sorgenti diverse. Mai si comprenderà l’inserimento difforme del mistero del Golgota nel divenire della Terra, se non si comincerà con l’applicare una simile comprensione già al cosmo. Con questa conversazione preliminare, ho voluto oggi gettare le basi necessarie per poter edificare domani e dopodomani su di esse.