Differenza tra materialisti concreti e astratti

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La differenza tra materialisti concreti e materialisti astratti (vedi più avanti il materialismo astratto di Albert Einstein) è come la differenza tra essere interiormente vivi ed essere interiormente morti, o attivi e passivi, liberi e schiavi, gioiosi e lamentosi, proprio perché il superamento della contraddizione è gioia.

Il materialista astratto afferma, per esempio, che il Gesù storico non è mai esistito e che i vangeli non sono attendibili in quanto scritti dopo secoli dagli eventi che raccontano.

Il materialista concreto può invece storicamente accertare – fino a prova contraria – che i principali fatti raccontati nei vangeli riguardano il tempo in cui visse Gesù e che quei fatti non furono inventati secoli dopo, quando cioè la chiesa era ormai stabilmente istituita. Questo sostengono oggi molti studiosi o teologi, o sedicenti scienziati del “facciamo finta che”, cattolici e non cattolici. Ciò però non ha fondamento. Eppure questa opinione, insegnata come verità tanto da tradizioni ebraiche, quanto da tradizioni cattolico-romane, o da studiosi laici o atei, o da materialisti astratti e da confessioni di ogni genere, è antiscientifica, dato che poggia, fino a prova contraria, solo su un pregiudizio facile da scoprire. Il materialista astratto e/o speculativo che voglia davvero fondare scientificamente le proprie opinioni, per esempio, sulla concretezza cartacea, appunto, dei testi, può farlo. Dovrebbe però tener conto anche della letteratura talmudica, la quale contiene documenti della storicità di quei fatti. Considerando tale letteratura – come ha fatto il fondatore dell’antroposofia Rudolf Steiner nelle conferenze sul vangelo di Matteo – è per esempio possibile accertare l’esistenza di frammenti del testo aramaico del vangelo di Matteo originale, risalente all’anno 71, vale a dire ad un momento ancora molto vicino agli eventi svoltisi intorno all’anno zero.

In tal caso, e per fare un paragone col tempo odierno, se è vero che Gesù è morto a 33 anni, e se è vero che 71-33=38, sarebbe un po’ come ricordare cose di 38 anni fa.

Mi riferisco al passo del “Talmud, Sciabbat 116 a”, accennato anche nel testo del 1910 di Daniel Chwolson intitolato “Ueber die Frage, ob Jesus gelebt hat” (Ed. Leipzig 1910), nel quale si cita il versetto di Matteo 5,17 in lingua aramaica; si veda anche in inglese: shabbath_116 sia il foglio “a” che il foglio “b” del sito come-and-hear.com .

Questo passo documenta che nell’anno 71, appunto, esisteva già non solo il vangelo di Matteo, ma che questo vangelo era ben noto ai cristiani del tempo. In quel documento cartaceo si menziona un avvenimento che dovrebbe interessare chi crede di dire scientificamente che i vangeli sono di secoli dopo.

Il fatto significativo del Talmud a cui alludo parla di un certo rabbino e cioè di Gamaliele 2°. Secondo la cronaca di quel fatto, Gamaliele 2° si sarebbe trovato coinvolto in una lite con sua sorella a proposito di un’eredità lasciata dal loro padre, morto nell’anno 70 nella guerra contro i romani. Entrambi dovettero perciò comparire davanti a un giudice, il quale, secondo quanto risulta da quel testo talmudico, sarebbe stato un cosiddetto giudeo-cristiano.

In sintesi, la contesa si svolge in questi termini: Gamaliele 2° contesta alla sorella l’eredità paterna, e davanti al giudice (che già conosceva qualcosa del cristianesimo) sostiene che secondo la legge ebraica solo il figlio può ereditare, non la figlia, e che pertanto l’eredità spetta a lui. Cosa dice allora il giudice? Dice che la Torà, cioè l’antica legge, non è più valida nell’ambiente in cui ora lui amministra la giustizia; e che siccome Gamaliele 2° si è rivolto a lui per avere un giudizio, fa presente che non intende più giudicare secondo la vecchia legge ebraica, ma in base alla legge che ora si era sostituita alla Torà. Tutto questo avveniva, appunto, nell’anno 71 (il padre, Gamaliele 1°, era morto nel 70, durante la persecuzione degli ebrei, ed è menzionato anche in Atti 5,34 e 22,5).

Ebbene, cosa fa allora Gamaliele 2°? Non trova altra via d’uscita che corrompere il giudice. Ed il giorno dopo, il giudice corrotto, emette, sì, la sua sentenza basata sulla citazione di un passo del testo originale aramaico del vangelo di Matteo. E cosa dice in quel suo giudizio? Dice che Cristo “non era venuto per sopprimere la legge di Mosè, ma per portarla a compimento” (Matteo 5,17). In tal modo, credendo di scaricare la sua coscienza affermando di giudicare secondo il pensiero di Cristo, il giudice assegna ugualmente l’eredità a Gamaliele 2°.

Dalla vicenda si ricava perciò che già nell’anno 71 esisteva un testo cristiano, in base al quale si erano potute citare parole presenti oggi nel vangelo di Matteo. E poiché quel passo è citato in aramaico, non si può negare che questo è il segno che già allora esisteva, almeno parzialmente, il testo originario aramaico del vangelo di Matteo. Dunque, anche dal punto di vista del materialismo storico siamo su un terreno solido nel far risalire il vangelo di Matteo a un’epoca piuttosto antica.

Questo accertamento permette allora di considerare comprovato che tutti coloro che parteciparono alla composizione del vangelo di Matteo vissero in un tempo non molto lontano dagli eventi reali svoltisi in Palestina.

Di conseguenza, come non fu possibile mentire spudoratamente alla gente, affermando che Gesù di Nazaret fu inventato solo secoli dopo, così non si dovrebbe ritenere possibile affermare ciò che affermano oggi alcuni preti o laici odierni, sedicenti studiosi o “scienziati”.

Infatti non era passato neanche mezzo secolo e ci si trovava ancora di fronte a testimoni oculari, ai quali non era possibile raccontare fatti che non si erano mai verificati.

Quei fatti sembrano perciò, a me stesso almeno, storicamente importanti, anche se tale importanza è ben poca cosa rispetto alla cosmicità dell’avvento dell’io umano (il figlio dell’uomo) nell’uomo, il quale dai primordi dell’umanità tende ad apparire all’interno dell’uomo come io, anche se nell’antichità l’uomo si esprimeva nominando se stesso in terza persona: il mio cuore dice al tuo cuore, la mia anima dice alla tua anima, l’anima mia magnifica il Signore, il mio cielo dice al tuo cielo, ecc., esattamente come fanno gli infanti fino al 3° anno di vita, dicendo per esempio: “Mario vuole giocare”, anziché “io voglio giocare”…

Il fatto che l’uomo antico si esprimesse in terza persona è testimoniato non solo nelle conferenze di Steiner ma anche in documenti storici, evangelici e non evangelici: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore….” (Luca, 1,46); si veda per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizir Sepses-rie. Il faraone Azoze parla di sé sempre in terza persona singolare, appunto, come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi servendosi del proprio nome: “La mia maestà ha visto questo scritto che mi hai fatto portare nella corte, in questo bel giorno in cui è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò che veramente ama. […]. Quanto è vero che Azoze vive all’infinito -afferma appunto Azoze – se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito” (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184 in Nereo Villa, “Il sacro simbolo dell’arcobaleno. Numerologia biblica sulla Reincarnazione”, SeaR Edizioni, Reggio Emilia, 1998).

L’idea di “Figlio dell’Uomo” riguarda un’antica terminologia tecnica connessa propriamente all’io umano (cfr. Urs von Balthasar, “Sponsa verbi”, Ed. Jacabook, p. 480). In quanto “io”, il Figlio dell’uomo non nasce da carne e sangue, bensì dall’elemento spirituale (immateriale) dell’umanità. La sua natura è tale che muove in sé la possibilità della nascita, crescita e scoperta dell’io. Il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice “io” a se stesso. Si tratta della vera e propria nascita verginale del Figlio dell’uomo da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro protettivo (sinderesi) dell'”io sono” nell’uomo.

Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità. Infatti, tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla coscienza di sé in terza persona alla coscienza di sé in prima persona.

Purtroppo la mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell’autocoscienza (o il suo oscurantismo) – da parte delle confessioni religiose, preposte a promuovere in senso paolino la capacità dell’io (impulso cristico) di superare i condizionamenti dell’ego (“Non io ma il Cristo in me”: vedi la lettera di Paolo ai Galati, 2,20) – comportò la nascita della psicanalisi, tentativo di materialismo astratto e quindi fallimentare di oggettivazione dell’io ai fini della sua individuazione ed evoluzione (cfr. ibid.). L’io infatti può solo essere percepito in modo sovrasensibile dall’uomo proprio perché Non è materiale ma immateriale: «La parola “io” non può mai penetrare dal di fuori nell’orecchio di un essere umano come suo appellativo; solo l’essere stesso può applicarla a sé. “Io sono un io solo per me; per ogni altro io sono un tu, e ogni altro è per me un tu”» (R. Steiner, “La scienza occulta nelle sue linee generali”, cap. 2°: Costituzione dell’uomo, Ed. G. Laterza & Figli, Bari 1947).

Il materialista astratto è così costretto a dire che l’io è una sovrastruttura del corpo fisico o della materia. Quando però vuole dire ciò scientificamente è messo alle strette: vorrebbe negare la realtà dell’io ma non può farlo dialetticamente senza dire “io” a se stesso. Il caso di Einstein è in tal senso emblematico. Scrisse: “Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io” paradossalmente in un libro che intitolò “Come io vedo il mondo” (Newton Compton, Roma 1999, p.28). Einstein era dunque un imbecille? I fatti sembrano dimostrarlo. Eppure il mondo l’ha seguito per il semplice fatto che il mondo stesso si è rimbecillito sempre più, anche se solo ora incomincia ad accorgersi di questa “svista” (non mi riferisco al libro ma ad uno stupido preso per genio).

Forse il mio giudizio è troppo ironico o sarcastico o artistico su questo mondo malmondato, dato che ci sono, come dicevo, anche molte eccezioni, cioè scienziati onesti, come Giordano Bruno per esempio, o Goethe, o Steiner, Roberto Monti, Umberto Bartocci, Bolognesi, ecc., che auguro a tutti di trovare prima o poi, dato che il materialismo astratto porterà il mondo scientifico a ridere di se stesso, a causa dei propri immani paradossi creduti genialità. Quando il mondo scientifico riderà di sé incomincerà davvero qualcosa di serio (questa è una battuta che farà ridere solo i veri scienziati, dato che chi non ride mai non è una persona seria… ok basta con le battute).

Il materialista astratto e/o speculativo diventa infatti ridicolo quando per esempio afferma che “è pericoloso in fisica usare la sana ragione umana, dato che la Fisica va compresa e non intuita” (Albert Einstein in B. Thüring, “Albert Einsteins Umsturzversuch der Physik und seine inneren Möglichkeiten und Ursachen”, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1940).

Non è comico? Quando Einstein diceva questo pensava però alla sua fisica – “fisica teorica” – non di certo alla fisica classica.

La fisica di Einstein è infatti solo “fisica teorica”, cioè un altro esempio di materialismo astratto. L’uomo odierno non vede che lì vi è qualcosa di stonato o di spurio, dato che non ha ancora chiarito in sé la differenza fra ciò che è fisico e ciò che è teorico (= non fisico).

Riporto da altra fonte il citato tentativo di Einstein di scotomizzare l’intuire: “[…] ciò che l’uomo considera intuitivo o non intuitivo è cambiato! La concezione di ciò che è intuitivo è in certa misura una funzione del tempo. Intendo dire che la Fisica è comprensibile e non intuitiva” (“Physikalische Zeitschrift”, Vol. 21: “Allgemeine Diskussion ueber Relativitaetstheorie bei Versammlung deutscher Naturforscher und Aerzte”, Bad Nauheim, September 1920). Pazzesco!

Se si prova ad analizzare un po’ questa “argomentazione” di Einstein, si fa un’opera di psichiatria sociale, dato che essa ebbe una tale progressiva eco nella letteratura di divulgazione scientifica e nei Media, che ancora oggi continua a generare attivisti non pensanti (cioè deprivati della funzione dell’intuire) in ogni campo (della cultura, dell’economia e del diritto).

In sostanza cosa affermò Einstein per togliere realtà all’intuire?

Se si osserva la dinamica delle sue parole si vede che vi è in esse solo l’arte di un giocoliere.

Dice Einstein: “La concezione di ciò che è intuitivo è in certa misura una funzione del tempo. Intendo dire che la Fisica è comprensibile e non intuitiva”.

Con queste due proposizioni Einstein mette in atto un vero e proprio gioco di PAROLE, giocato coi seguenti termini: “ciò che è intuitivo”, “tempo” e “comprensibile”, facendoli apparire livelli differenti del discorso anche se in realtà non solo affatto differenti. Perché?

Perché “ciò che è intuitivo” ha bisogno del “tempo” per essere intuito. E ne ha bisogno ESATTAMENTE come ogni “comprensione” ha bisogno del “tempo” per essere compresa.

Insomma Einstein crede che basti battezzare una certa funzione cervellotica col nome di “tempo”, così che poi questo tempo (ma lo si potrebbe fare con qualsiasi altro concetto o idea) possa avere un’origine e una fine, e quant’altro si voglia matematicamente calcolare. In tal modo conduce ogni cosa verso la matematizzazione.

La matematica però – e soprattutto la matematica dei relativisti, in quanto fatta di unità di misura, cioè di convenzioni – appare qui come il cappello di un prestigiatore, da cui può uscire fuori qualsiasi cosa vi sia stata messa dentro prima, come in una sorta di “latinorum” per nuovi moderni don Abbondio, che la utilizzano come espediente retorico per giustificare tutto e il contrario di tutto!

La fisica teorica infatti non può fare a meno della matematica per misurare l’infinito.

Ma l’infinito è costretto in fisica a diventare finito se lo si vuole misurare, dato che solo ciò che è finito può essere misurato. Pertanto chi, con questa prospettiva, misurerà l’infinito, si promuoverà da se stesso: malato di mente. E crederà se stesso scienziato in quanto riuscirà a dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Lo si può vedere anche con un semplice esempio: confrontando una sequenza di numeri dall’1 all’infinito con un’altra, costituita da soli numeri pari dal 2 all’infinito. La prima sequenza e la seconda, giocando fisicamente il proprio ruolo all’infinito, non possono avere che il medesimo quantitativo di quantità numeriche perché l’infinito è sempre uguale a se stesso e quindi riguarda entrambe le liste. Eppure nella sequenza dei soli numeri pari, mancherebbero tutti i numeri dispari, quindi si potrebbe affermare paradossalmente che, pur avendo il medesimo quantitativo di numeri della prima serie, la seconda ne ha la metà! Ma è sensato? No. Se DUE è il doppio di UNO non può essere uguale a UNO. Se mangio una mela di due che ne ho, resto con una sola mela.

Ed Einstein, invece lo trova sensato quando afferma sostanzialmente che una velocità finita è infinita: “Nella nostra teoria […] la velocità della luce gioca fisicamente il ruolo di una velocità infinita” (A. Einstein, Ann. Phys. 17, 891, 1905). Einstein forse non ha mai mangiato la mela… o la foglia… Non riesco davvero a parlare in modo serio delle scienziaggini di Einstein!

Purtroppo alle persone che ragionano come Einstein scarseggiano sempre i pensieri, quando si avvicinano al vivente o all’immateriale in generale, perciò si evolvono al contrario: regrediscono patologicamente di 2300 anni bloccandosi in una scura strada a spirale infinita che sembra riprodurre a livello sub-atomico i paradossi di Zenone…

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