Einsteinismo, maschera del sionismo

Einstein, l’avulsometro

(digilander.libero.it/VNereo)

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Con l’“avvento” della teoria della relatività il popolo mass-mediatico di tutto il pianeta si inginocchiò a un genio per il quale sentì e sente, ancora, immensa gratitudine… Si crede che perfino la seconda guerra mondiale terminò grazie a lui, che si diede da fare per compiere l’estremo atto eroico del suo “intelligere”, attraverso la costruzione dell’ordigno nucleare, conosciuto da tutti come prova empirica della sua genialità e del suo… pacifismo. Il genio dei geni è perciò il massimo rappresentante dell’intelligenza umana perfino nei detti popolari. “Non ci vuole mica Einstein per capirlo è una frase che abbiamo detto tutti di qualcosa che sembrava di difficile comprensione ma che invece era, tutto sommato,  fondo comprensibilissima…

Purtroppo però tutto ciò è falso: Einstein non era un genio e nemmeno il nuovo Copernico lo fu, anche se, rispetto ad Einstein, dedusse almeno cose logiche, pur tuttavia un po’ semplicistiche rispetto a Tolomeo.

La teoria tolemaica fu l’ultimo residuo di una saggezza primordiale, sulla cui base Copernico introdusse infatti molte semplificazioni.

Da allora in poi l’astrofisica continuò a teorizzare basi simili ma lo fece considerando ellissi, cerchi e quant’altro possibile, anziché linee intrinsecamente viventi come percorsi a vite, o a spirale che si riscontrano nel vivente come le conchiglie, le lumache, le corna di montone, ecc. Percorsi testimoniati anche in testi antichissimi come la Bhagavad Gita in cui la conchiglia del glorioso patriarca Bishma, era strumento musicale di richiamo dei condottieri (B. Gita, 1,12-14), oppure il corno “shofar” della Bibbia (Esodo 19,13; Giosuè 6,5; Salmo 98,6; Ezechiele 33,3; 33,5-6; ecc.). Questi strumenti significavano che il ciclo delle ripetute vite terrene dell’io umano non era, non è, e non sarà mai un eterno ritorno matematico dell’uguale nell’uguale, schematico, piatto, bidimensionale, ecc., ripetersi di un processo, ecc., ma di un ente sempre nuovo in sempre nuovi piani della spirale verso eventi sempre nuovi.

Ciò che sta in basso, come le conchiglie nel fondo del mare, ciò che sta sopra le acque, come le corna dei montoni, e ciò che sta ancora più in alto come, per esempio, nell’orecchio interno degli esseri umani, è in tutta la sua grandiosità una metafora dell’equilibrio del cielo e del cosmo intero, con le sue galassie spiraliformi, simili a corolle di fiori terrestri e marini. Perciò il “cosmos” è ordine e non “caos”, nonostante le varie teorie contrarie possibili oggi.

Oggi con la fisica e l’astrofisica einsteiniane si può dire tutto e il contrario di tutto perché si calcola come se tutto fosse piatto, cerchi, ellissi, appunto, e poi ci si stupisce quando ciò che si è osservato non coincide con quanto si è calcolato, e si è costretti ad apportare sempre nuove correzioni.

Basta vedere come la teoria della relatività sia costruita su un errore che riguarda i periodi di rivoluzione di Mercurio.

È a dir poco tragicomico che si cerchi poi di apportare correzioni attraverso il medesimo modo aberrante di pensare. Cioè, anziché apportare correzioni ritornando a preferire la connessione dell’uomo col mondo che lo circonda, si procede al contrario con la massima astrazione o sconnessione dalla realtà empirica. Einstein ragionava così, vale a dire, sconnettendo le cose dalla loro empiria e faccio notare che oggi la sconnessione del cervello dal mondo osservabile è giunta al suo apice massimo, grazie ai suoi esperimenti… mentali (Gedankenexperimente).

Considerando il cielo stellato come un grande meccanismo di stelle che, alla maniera newtoniana, si attraggono reciprocamente, l’astrazione einsteiniana pervenne ad esperimenti mentali come il seguente: Einstein immagina una cassa, lontana da tutti i corpi celesti, tale che nessun campo di gravità possa agire su di essa; e immagina che nella cassa vi sia un uomo che abbia nelle due mani un sasso e una piuma; quest’uomo si trova dunque dentro una cassa in un punto qualsiasi del cosmo in cui non esistano corpi celesti, e tiene in mano, entro quella cassa, un sasso e una piuma. L’esperimento mentale di Einstein vuole che ora egli lasci quei due oggetti e, guarda un po’, essi cominciano a cadere: cadono sul fondo. Cadono sul fondo? Già, dice Einstein, forse si dirà: il sasso e la piuma cadono sul fondo. Ma non è detto che debba essere così; piuttosto può darsi che in alto sia fissata una corda appesa in un punto (dove non si sa! Ah, ecco: a una torre, ma in che terreno tale torre possa poggiare in assenza di gravità non è dato sapersi). È allora l’intera cassa ad essere sollevata in alto: il sasso e la piuma, poiché non vi è alcun corpo celeste nelle vicinanze non cadono, ma rimangono dove sono e quando il fondo della cassa è giunto fino a questi, li trascina con sé.

È incredibile che questo esempio di astrazione estrema che rasenta l’imbecillità sia ancora oggi presentato nelle scuole come la moderna teoria della relatività di Albert Einstein. Da ciò si capisce fino a che punto l’umanità si è allontanata dal pensare la realtà. Si parla di relatività, e lo si può e fare. Ma si provi a pensare un po’ che cosa accadrebbe se si prendesse sul serio tutto quell’esperimento mentale (NB: Einstein dichiarò che l’esperimento mentale, il cosiddetto Gedankenexperiment è eseguibile per principio anche se non è eseguibile realmente. Queste le sue precise parole: «un “Gedankenexperiment” è un esperimento in punto di principio eseguibile, anche se non realmente eseguibile»: in “Physikalische Zeitschrift”, Vol. 21: “Allgemeine Diskussion ueber Relativitaetstheorie bei Versammlung deutscher Naturforscher und Aerzte”, Bad Nauheim, September 1920): una cassa, lontana da tutti i corpi celesti, nessun corpo celeste nelle vicinanze che potrebbe attirare il sasso e la piuma, e dentro la cassa un uomo. L’aria si trova soltanto in prossimità di corpi celesti, ma ugualmente lui se ne sta lì, col suo sasso e la sua piuma, che come è ovvio non hanno alcun bisogno di respirare. Per di più la cassa (appesa ad una torre che per essere torre o punto fermo deve poggiare su un piano secondo gravità; sic!) viene tirata verso l’alto.

Tutto ciò non è altro che il potenziamento dell’idea della spinta newtoniana che il corpo celeste riceve nella tangente, e che gli consente, con forza centrifuga, di proseguire il suo volo in direzione della forza centripeta. Faccio notare che introducendo l’idea di “carica gravitazionale” per il cosiddetto “Principio di equivalenza” einsteiniano delle due forze, si riduce l’identità tra massa inerziale e massa gravitazionale ad una banale tautologia, così che tale “Principio di equivalenza” è, e rimane, il frutto metafisico di uno dei numerosi Gedankenexperimente einsteiniani. Detto più semplicemente: un uomo in sella ad una bicicletta con i piedi sui pedali cade se non pedala, in quanto il pedalare si oppone alla forza di gravità e al cadere. Dire che la-gravità-che-fa-cadere e il-pedalare-che-non-fa-cadere si equivalgono – Principio di equivalenza di Einstein – significa tener conto del concetto astratto di forza – o di energia – senza alcuna connessione con la realtà: l’ENERGIA GRAVITAZIONALE proviene dalla Terra, l’ENERGIA MUSCOLARE del pedalare proviene dall’essere umano. Dire che sono equivalenti per il fatto che hanno in comune l’energia è un errore simile a quello di dire che il bianco equivale al nero perché hanno in comune il colore, o che una mela equivale a una pera perché hanno in comune la frutta. Il Principio di equivalenza di Einstein – come molte altre scienziaggini o misticherie – è pertanto una sua mera necessità dogmatica per rivestire di logica ciò che logico non è, dato che si tratta di equiparare due forze opposte: quella centripeta della gravità, e quella centrifuga del moto rotatorio costante dell’orbitare astrale, e in ultima analisi per ricondurre quest’ultimo ad una velocità di rotazione costante, alla quale siano applicabili gli effetti della sua relatività speciale.

Questa operazione mentale è pertanto insensata.

Cose del genere furono in effetti oggetto di dibattito scientifico, e le si giudicò grandi imprese (oggi vengono addirittura studiate a memoria dagli studenti di fisica, dato che per la loro insensatezza logica non potrebbero stare in piedi), mentre non sono altro che la testimonianza di come si sia giunti a un’astrazione estrema, cioè di come il materialismo, proprio per quella via, tanto abbia fatto che non ci sia più nulla della materia, e si riesca a vivere in una costruzione di pensieri avulsi da ogni realtà. Da qui il mio sottotitolo “Einstein l’avulsometro”.

Tengo a precisare che la mia opposizione all’einsteinismo non è una mia avversione al personaggio Albert Einstein, che reputo un fantoccio creato dalla politica.

A me pare – a ragion veduta e fino a prova contraria – che l’einsteinismo non sia stato altro che sionismo mascherato, cioè terrorismo mascherato, col quale fu possibile dire tutto e il contrario di tutto, affinché ci si abituasse ad una relatività insensata in quanto assoluta, ben diversa dalla sacrosanta relatività di Giordano Bruno. Si pensa ancor oggi che Einstein sia stato un pacifista, e sono ben pochi a chiedersi come sia possibile che un pacifista sia anche il principale organizzatore del progetto Manhattan per la costruzione dell’ordigno nucleare, che tutti ben conoscono.

Il potere aveva insomma bisogno di un genio che dicesse fandonie. Perché solo così si può poi tartassare tutti per costruire macchinari ispirati al genio anche se del tutto inutili, come quelli di Ginevra e del Gran Sasso (LHC). C’è un solo uomo su questo pianeta realmente convinto della loro utilità? Io non credo.

La maggior parte delle affermazioni di Albert Einstein sono astruserie di questo tipo. Si prenda per esempio quella che perfino la dilatazione dei corpi è qualcosa di assolutamente (sic!) relativo, e che dipende dalla velocità del movimento. In altre parole, secondo la teoria di Einstein, se qualcuno si muove nello spazio cosmico a una certa velocità, non ha più lo spessore che aveva tra davanti e dietro, ma se si muove con la necessaria velocità, diventa sottile come un foglio di carta. Anche di questo si disputava come qualcosa di serio (e oggi lo si fa studiare con altrettanta serietà). Questa idea della dilatazione dei corpi a seconda della loro velocità è la conseguenza della trasformazione di Lorentz a una velocità vicina a quella della luce: applicata direttamente all’uomo questa deduzione non si trova in Einstein, anche se gli esempi non la escludono. Così in una conferenza poco nota di Einstein, tenuta a Zurigo il 16 gennaio 1911 e pubblicata nel fascicolo 56 del 1911 sulla rivista trimestrale della “Naturforschenden Gesellschaft” di Zurigo (di cui una copia si trova nella biblioteca di Rudolf Steiner) si parla di un essere vivente che riceva un impulso tale da spingerlo a una velocità vicina a quella della luce. Se a seguito della ripetizione del processo e di essere stato a lungo sottoposto alla velocità della luce, quell’essere ritornasse al punto di partenza, troverebbe altri esseri a lui simili, ma di generazioni successive. Un uomo così immaginato, vale a dire “sottile come un foglio di carta” (pur non essendo un citato preciso) caratterizza quel modo astratto di pensare non solo fra i seguaci di Einstein del suo tempo, ma anche fra quelle persone che ancora oggi scoprono tra i banchi di scuola la geniale teoria della relatività che segnò un’epoca.

Ed è proprio da un tale vagare in pensieri estranei alla realtà che scaturisce ancora oggi la scienza.

Rudolf Steiner si accorse già nel 1920 della stupidità necessaria per poter sostenere le scienziaggini di Einstein. Ecco le sue parole “Oggi non si presta attenzione a queste cose, e su tutti i giornali compare la notizia che annuncia una grande scoperta: la teoria della gravitazione è stata soppiantata dalla semplice teoria d’inerzia. Il sasso e la piuma non vengono attirati, ma rimangono dove sono, forse soltanto perché possiamo anche immaginare che restano là, mentre la cassa viene nel frattempo tirata verso l’alto. Si può davvero dire che tanta è l’assurdità che oggi vive come fosse genialità, che è fin grottesco riuscire a pensare quanta assurdità vive sotto le spoglie della genialità. Come ci si può dunque stupire se in quest’epoca, anche in altri campi, i pensieri vadano per dritto e per traverso, in linee rette e curve, e abbiano prodotto alla fine ciò che abbiamo sperimentato negli ultimi cinque, sei anni?” (R. Steiner, Dornach 1920, “Corrispondenze fra Microcosmo e Macrocosmo. L’uomo, un geroglifico dell’Universo”, Ed. Antroposofica, Milano 1989).

E ancora: “Si confinò il medico in ciò che è puramente fisico, e il sacerdote in ciò che è puramente animico. Lo spirito fu abolito […] e così le due correnti se ne stanno estranee l’una di fronte all’altra, come i medici materialisti della metà del secolo scorso e i parroci predicatori. È proprio vero che non si sono capiti, non si sono stimati gli uni con gli altri, e si sono forse tutt’al più combattuti sul piano politico. È sorta dunque un’epoca nella quale si è meno leali, meno conseguenti, ma che ora con estrema serietà va superata: deve però avvenire in tutta serietà. Non abbiamo da lottare soltanto contro la cattiva volontà, cosa che forse va anche messa sul piatto della bilancia, ma contro ogni modo di vedere che deriva da stupidità e ignoranza” (ibid.).

Chissà cosa direbbe Steiner se potesse osservare la situazione di oggi…