Esperienze di luce

Trascrizione del video e aggiunta

Se proietto un cilindro di luce su uno schermo, sullo schermo appare un disco illuminato. Se inserisco nella proiezione un prisma, quel disco si sposta verso l’alto col margine superiore blu-verdognolo e bluastro, e con quello inferiore giallo-rossiccio.

Accettando questo fatto, osservo che se la luce ha a che fare con un mezzo torbido, come ad esempio un corpo opaco, la luce si attenua. Allo stesso modo, anche nel prisma la luce subisce un intorbidamento formando, sopra, le sfumature scure del blu, e sotto quelle chiare del giallo.

I colori si presentano dunque con una polarità: da una parte si trova quanto è affine al giallo, come l’arancione e il rosso, e dall’altra quanto è affine al blu, come il violetto e alcune tonalità di verde.

Newton diceva che i colori erano nella luce e che questo era mostrato dal prisma ma si fermava lì: all’esperimento del prisma, non notandone però le caratteristiche. Questa superficialità generava però la pretesa assurda che una luce BIANCA fosse composta da luci più SCURE, oltretutto senza neanche rispondere alla domanda che avrebbe dovuto porsi: come fa la luce, se è un ente indiviso, a dividersi?

Goethe scopriva invece che col prisma si proiettava un’immagine, in cui il chiaro interagisce con lo scuro e viceversa. Visto che il disco (proiettato sullo schermo scuro) è all’interno chiaro ed all’esterno scuro, l’esperienza del fenomeno dei colori sorgenti dalla polarità di chiaro e scuro rende evidente e manifesta la reciproca influenza di luminosità ed oscurità.

La questione è ovviamente diversa se restringo il cilindro di luce, cioè se operando sul disco lo rendo sempre più piccolo, dato che così ottengo un arcobaleno continuo. In questo caso non ho fatto altro che avvicinare i margini colorati fino ad unirli.

Con Goethe noto perciò più cose: il prisma mostra due bande, o gamme di colori, staccate fra loro, nelle quali però il verde è assente ma può formarsi riunendole; scopro così che la banda viola-blu-azzurro è generata dall’azione della LUCE SULLA TENEBRA, mentre quella del giallo-arancione-rosso è generata dall’azione della TENEBRA SULLA LUCE; e così come il verde è ottenibile sovrapponendo la banda gialla a quella azzurra, allo stesso modo sovrapponendo il viola al rosso ottengo il porpora, colore sconosciuto a Newton in quanto non scomposto dal prisma, anche se presente nello spettro di alcuni arcobaleni.

Procedendo così non cerco di SCOPRIRE CON IPOTESI l’essere materiale che si manifesta come oggetto di percezione, ma delineo il comportamento della luce per caratterizzarne il concetto.

Se osservo ora una striscia bianca su sfondo nero attraverso un prisma, ai margini appaiono i colori, disposti come quando sono proiettati dal prisma sullo schermo, come ho fatto nell’esperimento precedente. Se allontano il prisma dalla striscia bianca, i colori si allargano fino a congiungersi al centro della striscia dove il giallo e l’azzurro, riunendosi, formano il verde.

Anticamente si spiegò ciò ritenendo la luce bianca già composta dai sette colori e si ritenne l’oscurità assenza di luce, e cioè nulla. Ma fu un errore.

Prendo ora una striscia nera su sfondo bianco da guardare attraverso il prisma: anche questa volta appaiono i colori ma invertiti, così da avere alle estremità il giallo e l’azzurro e, internamente, il rosso e il violetto, che prima erano alle estremità. Se distanzio il prisma dalla striscia nera, anche qui i due poli dei colori si sovrappongono e dalla sovrapposizione del rosso e del violetto nasce il porpora, o magenta.

Procedendo invece nel senso della teoria della scomposizione newtoniana, si dovrebbe dire che anche l’oscurità è scomponibile. Newton non lo fa. Goethe lo fa, e osserva che L’OSCURITÀ NON È SOLO ASSENZA DI LUCE, MA È UN’ENTITÀ DEL TUTTO REALE, CHE, COME LA LUCE, PERVADE LO SPAZIO ED HA MAGGIORE O MINORE INTENSITÀ.

Luminosità e oscurità possono interagire in modi diversi. Se si compenetrano mantenendosi indipendenti nascono i colori, se invece si mescolano senza rimanere autonomi nasce il grigio.

Secondo la fisica, i colori sono presenti nella luce, l’oscurità è assenza di luce e la luce bianca contiene tutti i colori. Ma questa è solo un’opinione sbagliata. Seguendo questa opinione, si divise il cerchio in sette spicchi che vennero colorati coi colori dell’arcobaleno e lo si fece girare velocemente. Secondo Newton i colori avrebbero dovuto unirsi nel bianco. Infatti, girando velocemente quel cerchio a spicchi colorati, prima che l’impressione che un colore imprime nell’occhio sia passata, viene esercitata anche quella degli altri colori; allora questi secondo Newton si fondono riunendosi nel bianco, perché per lui erano contenuti nella luce bianca. Ma c’è un “ma”, dato che stando ai fatti non si ottiene in realtà il bianco. Si ottiene invece un grigio. L’ho già mostrato materialmente questo grigio in un altro mio video sulla relatività; vedi anche
Sulla-teoria-della-relativita-(ottava-parte-conclusione).htm“.

In merito all’oggettività dei colori in rapporto al tempo, Steiner propone l’importante “esperimento delle ombre colorate”, riguardante un altro importante fenomeno. Occorrono per questo esperimento due sorgenti di luce ed un bastoncino disposto fra quelle e una superficie bianca come schermo. Si formano due zone, in cui è proiettata l’ombra del bastoncino. Poi si colora una delle due luci ponendovi davanti una lastra di vetro rossa. L’ombra del bastoncino che questa luce colorata proietta sullo schermo diventa verde. Invece se si colora la luce con un vetro verde, l’ombra appare rosso-magenta, e lo stesso fenomeno avviene per le coppie arancione-blu e giallo-viola, che sono coppie di colori complementari come quella rosso-verde.

Questi accompagnamenti di colori si ritrovano anche nel seguente altro importante fenomeno prima accennato a proposito dell’impressione duratura che il colore imprime nell’occhio rispetto agli altri colori: se infatti osservo intensamente (per una decina di secondi circa) una piccola immagine rossa e poi sposto lo sguardo su una superficie bianca, vedo ancora l’immagine che precedentemente osservavo proiettata sul bianco, ma ora è verde, colore complementare al rosso; questa “immagine verde” non è ovviamente lì, dato che la superficie predisposta era bianca. Dico che “era bianca” e non che “è bianca” per non rischiare di cadere nell’errore di Goethe, errore che gli fa dire che quell’”immagine verde” è soggettiva in quanto proiettata dall’occhio. Per Steiner questo è un errore di Goethe che va corretto.

L’affinità tra il fenomeno prima descritto e questo fa concludere a Goethe che anche l’ombra del bastoncino, colorata di verde, sia un’immagine soggettiva, causata dalla presenza del rosso su tutto lo schermo circostante, che indurrebbe l’occhio a produrre il colore complementare al rosso: il verde. Tuttavia, ripeto, c’è un errore. L’errore consiste nell’assemblare l’osservazione di questo fenomeno a quella del precedente fenomeno (detto “esperimento delle ombre colorate”). Se infatti osservo l’ombra verde attraverso un piccolo tubo, escludendo dalla vista tutto il resto, quell’ombra PERMANE verde. L’ombra colorata è dunque oggettiva! Occorre davvero rendersi conto che i nostri sensi NON ci ingannano ma che sono casomai i nostri giudizi ad ingannarsi a volte.

Ecco le parole di Steiner sull’errore di Goethe: «[…] qui – dice Steiner, parlando di Goethe – non vi sarebbe alcun verde reale, ma questo verde è solo un effetto secondario, perché lo schermo è colorato di rosso. Questa concezione goethiana è però errata. Perché se prendete un piccolo tubo e vi guardate attraverso in modo da osservare puramente quest’ombra verde, la vedete verde anche allora. Non vedete quello che c’è nell’ambiente, ma solo in quel punto il verde OGGETTIVAMENTE esistente. Perciò vi potete convincere che il verde è OGGETTIVO. Rimane verde anche quando si elimina tutto quello che c’è intorno. Non può essere quindi una manifestazione derivante da contrasto, ma una MANIFESTAZIONE OGGETTIVA. Come dice il proverbio: “La parola di due testimoni è sufficiente per provare il vero”. Lo stesso – continua Steiner – avverrà con un altro colore: se produrrò il rosso per mezzo del verde, questo resterà rosso. In questo caso– continua – Goethe ha accolto l’errore nella sua teoria dei colori, e questo errore va corretto. Miei cari amici, vorrei che tra le varie manifestazioni conserviate il puro elemento di fatto che abbiamo notato ora […] qui viene prodotta una manifestazione oggettiva, quella del verde. […] NON C’È ALCUNA REALE, ESSENZIALE DIFFERENZA TRA L’IMMAGINE VERDE PRODOTTA SPAZIALMENTE CON L’OMBRA ROSSA, E L’IMMAGINE POSTUMA VERDE CHE APPARE SOLO TEMPORALMENTE; OGGETTIVAMENTE CONSIDERATO, NON C’È UNA DIFFERENZA AFFERRABILE, SOLO CHE UNA VOLTA IL PROCESSO È SPAZIALE, E L’ALTRA È TEMPORALE: QUESTA È L’UNICA DIFFERENZA ESSENZIALE» (R Steiner, “Impulsi scientifico spirituali per lo sviluppo della fisica”, primo corso, Milano 2013, p. 117-120).

I colori sono dunque causati sia da predisposizioni (o da apparecchiature) esterne, sia dal nostro occhio, che in fondo non è altro che un apparecchio interno. I colori riguardano il medesimo fenomeno, solo che nel primo caso l’esperienza del colore avviene nello spazio, mentre nel secondo caso avviene nel tempo.

A pagina 117 del libro di conferenze citato vi è una lunga nota redazionale, importante forse per chi voglia fare l’esperimento servendosi della MISURAZIONE DELLA TEMPERATURA DEL COLORE. Ne leggo alcuni punti anche se è per me antilogico misurare i colori come se fossero suoni, onde sonore, e quindi mediante calcoli di frequenza. I colori di un dipinto possono essere caldi o freddi per l’attività interiore umana, cioè SOVRASENSIBILMENTE. La pretesa di misurarne SENSIBILMENTE il grado di calore (in gradi kelvin per esempio) è oggi tecnologicamente possibile ma non poggia su logica di realtà. Perciò genera risposte antilogiche, dato che le tonalità cosiddette calde (che vanno verso il rosso e il giallo) mostrano una temperatura inferiore a quelle cosiddette fredde (che vanno verso l’azzurro chiaro e il bianco). Contrariamente al suono, in cui le frequenze più alte determinano tonalità più alte (suoni più acuti), nel calore sono le frequenze più basse ad associarsi a tonalità di colore vicine all’infrarosso, mentre quelle tendenti all’ultravioletto sono più alte. Questo è il mio parere ma non voglio addentrarmi ulteriormente in queste astrazioni che giudico antilogiche e del tutto fuorvianti, dato che in fondo riducono la fisica a un arido gioco di parole, cioè dialettica vuota di contenuti. Il fatto che la contraddizione risultante dal misurare tecnologicamente il suono come se fosse colore sia accettata dalla fisica odierna come normalità è una delle tante prove che la scienza odierna, anziché illuminare, abbaglia. Cioè: prova ad immaginare che in una mostra di pittura, di fronte all’impressione di calore di un bel dipinto, qualcuno vi ponga sopra il palmo della mano per sentirNe materialmente il caldo. Delle due l’una: o costui è un malato mentale che vuole misurare tutto perché solo così può credere a ciò che vede oppure è un genio della fisica teorica o del CERN (sic!).

Comunque, come ho detto, leggo ora alcuni punti di quella nota per me materialistica fino all’antilogica. Ed ecco la mota: «Al fine di dimostrare la realtà FISICA del colore nell’ombra colorata, Hans-Georg Herzel, fotografo professionista di Basilea, ha effettuato numerosi esperimenti…» – adesso oramai tutto è fotografato dagli smartphone, quindi il problema non c’è neanche più, ma c’è scritto nella nota: «[…] Data la complessità della fotografia a colori, il fotografo professionista non si avvale nel suo lavoro solo dei propri occhi – che a volte vedono anche solo colori soggettivi ma dispone anche di uno strumento di controllo: il MISURATORE DELLA TEMPERATURA DEL COLORE. La “temperatura del colore” è una grandezza fisica particolare […] si misura in gradi kelvin mediante lo strumento appositamente costruito. Nel nostro esperimento, se è accesa solo la lampada acromatica, la temperatura del colore nel punto in cui successivamente apparirà l’ombra colorata è di 2720 kelvin, un valore che rimane piuttosto costante. Se ora si accende anche la seconda lampada, quella con la luce colorala, si determina una variazione della temperatura del colore anche nel punto dei 2720 kelvin; la sua temperatura diviene ora dipendente dal colore della luce colorata, sebbene il punto sia protetto da questo colore da una schermatura.

La tabella seguente mostra alcuni dei numerosissimi valori misurati. G è il grigio fotografico dell’ombra acromatica con temperatura del colore vicina a 2720 kelvin, A è il colore dell’ombra colorata, A¹ la sua temperatura. B è il colore dell’ombra colorata come lo vede l’occhio, B¹ è la temperatura misurata al suo interno. AB¹ è la differenza rispetto al valore G».

Che significato hanno questi dati per la considerazione editoriale citata? Indicherebbero che nel momento in cui appare l’ombra colorata B, mutano nella sua sede anche le sue condizioni fisiche, cioè la sua temperatura del colore. Per cui la nota vorrebbe dire che anche misurando il calore del colore L’OMBRA COLORATA, PERCIÒ, NON È SOLO UN FENOMENO SOGGETTIVO ma è oggettivo come da Steiner affermato.

Però, ripeto, a me pare tutto ciò aleatorio, e quindi inutile. E in fisica quello che è inutile è anche dannoso, tant’è vero che la stessa nota conclude togliendo universalità all’esperimento dicendo che, sì, il percorso per questo complesso risultato sperimentale auspica che in futuro si arrivi a trovarne uno più semplice, raccomandando infine quest’ultima indicazione: «Per la riuscita dell’esperimento è necessario che la luminosità della lampada acromatica non sia eccessiva, perché solo così i valori fisici AB¹ acquisiscono grandezza».

Perciò abbiamo qui un risulato sperimentale che vale solo a determinate condizioni, e che quindi non è un risultato sperimentale universale: secondo questo modo di intendere sarebbe come dire che quel malato di mente che si bastona la testa con un martello da solo non è eccessivamente matto, perché dal suo punto di vista è perfettamente normale che si comporti così…

 

AGGIUNTA

Onde evitare fraintendimenti circa la nota citata, aggiungo le considerazioni seguenti: unna cosa sono i dati della ricerca scientifica, altra la loro interpretazione, e quindi le teorie. I dati, in quanto percepibili, sono universali (oggetti di percezione), mentre le teorie, in quanto pensabili, non sono universali (per essere universali, gli oggetti di percezione devono passare dall’essere individuali interpretazioni o rappresentazioni all’essere universalità del pensabili cioè concetti o idee). Se vedo un papavero e credo che il suo colore e la sua forma siano solo mie interpretazioni, devo dire che anche il mio occhio che lo vede è una mia interpretazione. Pertanto mi accorgo che questa mia teoria del “tutto è interpretazione” o del “tutto è rappresentazione” NON regge. Perché il mio occhio è il mio occhio, non un’interpretazione. E ciò vale anche per il papavero che vedo: è un oggetto di percezione, non una mia interpretazione. Così, nella parte finale del video ho voluto mostrare che con quell’orribile nota, i redattori, sedicenti antroposofi, dimostrarono di non avere capito che è sbagliato dimostrare la realtà dei colori mediante la misura del loro calore, dato che il colore non è calore. Se lo fosse, allora dovremmo sentire il suono della luce, creduta ondulatoria come il suono. Ma questa credenza è ancora una volta einsteinismo, cioè porcheria. Il suono è il suono e la luce è la luce. Il tempo è il tempo e lo spazio è lo spazio. I colori sono qualità oggettive, dati oggettivi del mondo, non interpretazioni. Se fossero interpretazioni, la dialettica sarebbe la realtà, invece è sempre evocazione di questa.

 

Per ulteriori approfondimenti:

RISPOSTE AD ALESSANDRO SU LUCE E SUONO

PDF di “Risposte ad Alessandro su luce e suono”

sul-buio.htm