Giudizio critico su Israele e infamia

La differenza tra individuo e popolo non esiste, perché il popolo in quanto insieme di individui NON esiste per mancanza… di individui. Chi può dire di essere un’individualità mentre si reca alla festa del tortellino, o del salame, o della bortellina, pur di non pensare secondo logica di realtà?

Ci si acontenta dei pensati altrui. Ti è simpatico Tria? Uscire dall’euro è la soluzione? Prendere in mano la rivoltella è la soluzione?

In senso psichiatrico, per esempio, i desideri nominalistici di uscire da un nome di una moneta o di un partito per entrare in un altro nome di moneta o di partito, sono nevrotici e/o psicotici, quindi patologici. Procedere in base ad attivismo partitocratico (nevrosi permanente attuale) o in base alla paura (psicosi permanente attuale) è, in ambedue i casi, tipico dell’ego, che per esempio ossequia i banchieri. Invece l’io, o l’ego capace di convertire il suo moto dall’elemento terrestre a quello celeste, rovescia i banchi dei cambiavalute (Marco 11,15; Giovanni 2,14-15). Però è del tutto inutile combattere le banche motivati solo da versetti biblici, perché in tal modo si assumono solo ennesime posizioni ideologiche, fideistiche o fanatiche dei creduloni o delle antiche superstizioni. Oggi ciò che più conta è uno stato di veglia consapevole… Invece il “popolo” continua con le feste del cotechino.  Ciò è un’abominevole infamia, esattamente come quella del singolo politico del magna magna. 

Spiegatemi la differenza che c’è fra il politico che governando produce nefandezze e il popolo che lo elegge. Oppure: spiegatemi la differenza che c’è fra il politico e coloro che lo eleggono. Oppure: perché si va ancora a votare pur sapendo che il voto non conta nulla? Oppure: chi obbliga il popolo ad andare in Piazza San Pietro la domenica ad osannare un Papa nonostante tutto il marcio che notoriamente vi è nella Chiesa (pedofilia, riciclaggio, armi, IOR, criminalità, ecc.)?

In altre parole: non è che il popolo è costituito da buoni e giusti mentre i politici sono disonesti: i politici FANNO PARTE del popolo. Il popolo vuole essere schiavo in realtà e dunque si merita quei politici che predicano bene e razzolano male. Pertanto non riesco a ragionare in termini di popolo o di “collettivo” (non riesco ad amarlo). Io mi pongo esclusivamente in termini di individualità. Se il “popolo” è fatto di individui che non si riconoscono come tali, peggio per il popolo. A mio parere il popolo ha ciò che si merita…
I risultati dei miei studi scientifico-spirituali a carattere antroposofico coincidono con quelli di Moni Ovadia, con la differenza che per Moni Ovadia la Bibbia è un sacro libro di fede, mentre per l’antroposofia è un libro scientifico-spirituale. Perciò i punti di arrivo sono identici, essendo UNA la verità (la Conoscenza infatti non è mai un’opinione)…

Per le affermazioni di Moni Ovadia si può essere odiati (rischiando ogni volta di essere fatto fuori) dai sionisti… Perché egli dice la verità basandosi sul proprio condivisibile sentimento di giustizia. Certo è che le guerre principiano spesso da lotte fideistiche e che queste nascono da opinioni non poggianti su universalità del pensare.

Il sionismo, di fatto, non è riconosciuto dagli ebrei ortodossi in quanto “Gli sforzi dei cosiddetti sionisti per fondare in Palestina uno Stato ebraico contraddicono le promesse messianiche del giudaismo formulate nelle Sacre Scritture e nei canoni religiosi successivi” (Ben Halpern, “The idea of the Jewish State”, Cambridge Mass., Harvard University Press, 1969², pp.145-148; Paul R. Mendes-Flohr e Jehuda e Reinharz, “The Jew in the Modern World”, cit., pp. 427-428).

Accusare di anti-semitismo chi critica la politica di Israele è un’infamia – afferma Anna Polo (1) in un articolo di agosto 2018 intitolato “Moni Ovadia: accusare di anti-semitismo chi critica la politica di Israele è un’infamia” (di “Pressenza – Internazional Press Agency”, 24/08/2018) – una bieca propaganda per tappare la bocca degli uomini liberi, una viltà per impedire qualsiasi discorso sull’ingiustizia subita dal popolo palestinese e anche una forma di corto-circuito psicopatologico, di paranoia. È come se chi la formula vivesse nella Berlino del 1935 e non in un paese armato fino ai denti, dotato anche di armi nucleari e alleato non solo degli Stati Uniti, ma anche di fatto dell’Egitto, della Giordania e dell’Arabia Saudita. Israele è l’unico paese che fa quello che vuole e ignora le risoluzioni dell’ONU senza che la comunità internazionale muova un dito.

La legge approvata nel luglio 2018 dal Parlamento israeliano, che dichiara Israele “Stato nazionale del popolo ebraico” istituisce “de iure” l’apartheid e il razzismo, che esisteva già di fatto ed esprime una logica e una mentalità colonialista. E’ una follia, dato che il 20% della popolazione è arabo-palestinese e pertanto Israele è già uno stato bi-nazionale.

Gli israeliani non hanno tutti questa mentalità: ci sono quelli attanagliati dalla paura e preda del mito dell’accerchiamento, quelli che preferiscono non vedere la realtà e quelli che criticano questa politica e pagano le conseguenze del loro coraggio. Purtroppo questi ultimi sono una minoranza, ma nella storia sono state spesso le minoranze a redimere e salvare. La maggioranza ha il diritto di governare, ma non quello di avere ragione.

Organizzazioni come “Combatants for Peace” riuniscono israeliani e palestinesi passati alla nonviolenza dopo aver partecipato ad azioni militari gli uni contro gli altri. La “Marcia delle Madri” ha coinvolto migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane per esigere una soluzione nonviolenta del conflitto accettabile dalle due parti. Sono iniziative coraggiose e ammirevoli, portate avanti da persone boicottate dal governo e accusate di essere contro gli interessi di Israele. Giovani obiettori di coscienza preferiscono andare in carcere, piuttosto che servire nei territori occupati. Esistono associazioni per i diritti umani come “B’Tselem”. Due anni fa il suo direttore Hagai El-Ad ha auspicato “azioni immediate” contro gli insediamenti di Israele durante una sessione speciale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’occupazione e ha denunciato l'”invisibile”, burocratica violenza quotidiana” che i palestinesi subiscono “dalla culla alla tomba”.

Per contribuire a una soluzione pacifica del conflitto tra Israele e Palestina occorre innanzitutto pensare, dato che pensare è come pregare. Occorre un lavoro culturale. Bisognerebbe continuamente ribadire che la denuncia delle ingiustizie e delle sopraffazioni subite dai palestinesi non è antisemitismo, né c’entra con esso o la Shoa. Occorrerebbe poi fare pressione sui governi affinché prendano posizione nell’esigere il rispetto delle risoluzioni dell’ONU sempre violate da Israele. Una di esse è il dovere per Israele di definire i propri confini, come ogni altro Stato, dato che Israele si inventa sempre nuovi confini per surrettiziamente espandersi su tutto il pianeta.

(1) Anna Polo è impegnata da anni nel campo della pace e della nonviolenza: coordinò la commissione dedicata a questo tema nella Regionale Umanista Europea del 2003 (riunione di Praga) e 2004 (riunione di Budapest) e nel Forum Umanista Europeo del 2006 a Lisbona e del 2008 a Milano. Nel 2009 ha fatto parte dell’equipe relazioni della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Attualmente partecipa a “Mondo senza guerre e senza violenza”.