Sul business dell’anidride carbonica

giaccio

PresentazioneSpergiurando che l’uomo provoca surriscaldamento globale in atto, il Cretino Globale (numerosi Paesi del mondo, tra cui il nostro) aderì al famoso Protocollo di Kyoto (Trattato di Kyoto), dalla cui attuazione (che comporta pesanti oneri che si riflettono sulle economie dei Paesi aderenti) dipenderebbe il controllo/attenuazione del cambiamento climatico. Questo protocollo è tanto famoso quanto infame. Sottoscritto 1’11 dicembre 1997 da numerosi Paesi il trattato entrò in vigore il 16 febbraio 2005. Greta Thunberg allora non era ancora nata ma già respirava spiritualmente l’aria “Gretina”. In base al protocollo sono oggi stabilite per ogni Paese le quote di anidride carbonica che possono essere immesse nell’atmosfera: chi supera le quote deve pagare la cosiddetta CARBON-TAX. Si genera così un mercato che fa girare centinala di miliardi di euro (dollari per gli anglosionisti). I partecipanti al protocollo si impegnarono a ridurre le emissioni dell’anidride carbonica di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990: in quell’anno l’anidride carbonica nell’atmosfera era di circa 2.900 Gt (miliardi di tonnellate), altrettanti erano sullo strato superficiale dell’oceano. L’anidride carbonica emessa dall’uomo era di 22,3 Gt, quindi l’incidenza delle emissioni antropiche era dello 0,76% (22,3 x 100/2.900). Pertanto la riduzione proposta sulla quantità globale di anidride carbonica (per salvare il pianeta) è attualmente dello 0,038 (il 5% dello 0,76). Il business dell’anidride carbonica (o della Carbon tax) è comunque in atto e procede senza che se ne sappia nulla: l’uomo è talmente schiavizzato che non ha più il tempo di verificare di che cosa si tratta. Quanto segue ha lo scopo di fornire elementi scientifici utili alla comprensione del MERCATO DELL’ANIDRIDE CARBONICA, in base a osservazioni di uno studioso non Gretino: Mario Giaccio, prof. Ordinario di “Tecnologia e innovazione” e di “Tecnologia ed economia delle fonti di energia” nel Dip. Di Scienze dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Giaccio ha insegnato nelle Università di B, Modena, Bologna, Ancona e Milano Bicocca. È stato Preside della Facoltà di Economia di Pescara per nove anni e Preside della facoltà di Scienze Manageriali per cinque anni. È responsabile scientifico della rivista The Global Review. È responsabile scientifico del Research Centre for Evaluation and Socio-Economic Development, member of the United Nation Academic Impact. Ha pubblicato oltre 100 lavori scientifici su riviste sia italiane che straniere.  

Mario Giaccio

Il mercato dell’anidride carbonica.

A cura di Nereo Villa

Indice sommario: Aspetti generali – Fasi evolutive dell’ETS – Situazione attuale dei crediti di carbonio – La “Riserva stabilizzatrice del mercato” – Conseguenze dell’attuazione del meccanismo EU ETS – Finanziamenti per il clima – La finanziarizzazione del mercato – Il mercato globale del carbonio – Le truffe legate al mercato dei crediti di carbonio (ed altre) – Impegni finanziari della COP 21 – La finanza internazionale e il clima –  Annotazioni sulla 24ª Conferenza delle Parti (COP 24) di Katowice (Polonia, 2-15 dicembre 2018)

Aspetti generali

L’accordo di Kyoto propone due sistemi per sensibilizzare le nazioni verso il ruolo dell’anidride carbonica (si ricordi che l’anidride carbonica (CO2) è al principio della produzione primaria della vita sulla Terra).

1) il sistema di scambio commerciale delle quote (o permessi di emissione) di anidride carbonica emessa (ETS = Emissions Trading Sistem).

Si basa sul cosiddetto cap and trade: si fissa un limite (cap) alla quantità totale di emissioni che ciascuno può emettere; i partecipanti all’accordo, se superano la quota assegnata, possono acquistare sul mercato (trade) i permessi di emissione da quelli che emettono di meno. In pratica il produttore di CO2 non necessariamente deve ridurre le proprie emissioni, ma può comprare i permessi in modo da rientrare nei limiti assegnatigli.

2) il Meccanismo per 10 Sviluppo Pulito (CDM = Clean Development Mechanism).

È il sistema della “compensazione”, che permette ai produttori di CO2 di finanziare progetti di riduzione di emissioni in altri Paesi (es.: Paesi in via di sviluppo), invece di ridurre le proprie emissioni (chiamate anche progetti offset). Si applica specialmente ai Paesi in via di sviluppo o altri paesi specificatamente elencati nel protocollo. In questo modo le aziende dei Paesi ricchi possono  evitare di sostenere i costi (necessari per adeguarsi) a casa loro. La realizzazione di progetti riconosciuti come CDM genera l’attribuzione di crediti di emissione chiamati CERs (Certified Emission Reduction Units: Unità di riduzione certificata delle emissioni) che possono essere negoziati sul mercato.

L’Europa ha dato seguito agli impegni del Protocollo di Kyoto con l’avvio di un mercato indipendente di scambio delle emissioni; questo procede nonostante l’art. 17 del Protocollo stesso non sia stato attuato dalla maggior parte degli altri Paesi. Ad esempio gli Stati Uniti, ad oggi, non hanno mai ratificato l’accordo in quanto i vincoli che ne derivano comporterebbero una ridotta competitività rispetto alle realtà industriali di altri Paesi specialmente con la Cina).

Il sistema ETS è stato avviato nel 2005 e da subito si è rivelato un grande mercato con scambi di diecine di miliardi di dollari. Ha avuto successo specialmente in Europa, infatti il peso del mercato europeo sullo viluppo complessivo del mercato globale del carbonio rappresenta il 90% (nel 2013 sono state scambiate 10 miliardi di t di CO2 per un valore di 62 miliardi di euro) (figura 1).

FIG 1 BUSINESS CO2

(Fig. 1 – Peso del mercato europeo (90%) sullo sviluppo complessivo del mercato globale del carbonio (2013 = 10 miliardi di t; 62 miliardi di euro). Fonte: GSE, Rapporto annuale sull’andamento delle aste di quote di emissione italiane. 2013).

Il funzionamento del sistema di scambio delle emissioni è all’incirca il seguente. La Commissione Europea definisce i limiti di emissione di anidride carbonica della Comunità e si occupa di distribuire le quote agli Stati membri (la direttiva 2003/87/CE del 13 ottobre 2003 regolamentava i sistemi di scambio di quote di emissione di gas serra al fine “di consentire ai Paesi dell’Unione Europea di adempiere, con costi meno significativi per le proprie imprese, agli impegni assunti con la ratifica del Protocollo di Kyoto del 1997”. Prevedeva che l’autorità regolamentare competente di ciascun Stato membro potesse assegnare un certo numero di quote di emissione di CO2 equivalente – da intendersi come permessi di emettere gas serra per un determinato ammontare – alle imprese autorizzate a partecipare ai sistemi di scambio e che necessitano di emettere gas nell’ambito del proprio ciclo produttivo. Con la direttiva 2004/39/CE il legislatore comunitario ha preso posizione circa la natura giuridica delle quote di emissione, inquadrandole nel novero degli strumenti finanziari. La qualificazione giuridica delle quote di emissione come strumenti finanziari comporta per i gestori dei relativi mercati l’obbligo di richiedere un’autorizzazione ad operare come mercato regolamentato oppure come sistema multilaterale di negoziazione o come sistema organizzato di negoziazione ai sensi della Direttiva MiFID. Il Regolamento della Commissione Europea del 12 novembre 2010 n. 1031/2010, modificato il 23 novembre 2011 n. 1210/2011, ha previsto che dal 2013 l’assegnazione delle quote di emissione alle imprese da parte degli Stati membri, avvenga tramite un meccanismo ad asta che dovrà essere effettuato su piattaforme autorizzate come mercati regolamentari ai sensi della Direttiva del MiFlD). Gli Stati membri assegnano alle imprese la quantità che ciascuna può emettere.

Sul mercato delle quote di emissione, contabilizzate in tonnellate equivalenti di CO2, si scambiano i “permessi di emissione” (o anche “diritti di emissione”); le aziende che emettono meno della quota loro assegnata dagli Stati in cui risiedono acquisiscono “crediti di carbonio”, che possono essere venduti. Al contrario, le imprese che superano la quota loro assegnata di emissioni, possono acquistare i crediti di carbonio sul mercato mondiale del carbonio (se si aderisce al sistema, l’acquisto è obbligatorio; come se fosse un’ulteriore imposta), da quelle imprese (di tutto il mondo) che emettono meno della quota a loro assegnata di anidride carbonica. Su questo mercato si scambiano pertanto i diritti di emissione – la quota di emissione che non viene utilizzata dalle imprese “virtuose” – che diventano permessi di emissione per quelle imprese che ne hanno bisogno, allorché superano la quota assegnata.

È il sistema “cap and trade”, per cui si fissa un limite alla quantità totale di emissioni da produrre e si permette ai partecipanti di vendere o acquistare i crediti che consentano loro di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Le operazioni vengono condotte da intermediari finanziari o market maker.

Nel sistema dell’EU ETS le quote di emissione sono rappresentate da certificati che hanno le caratteristiche di titoli trasferibili e come tali possono essere scambiati tra soggetti economici. L’acquisto di ciascuno di questi certificati dà diritto all’acquirente di immettere l’equivalente di 1 tonnellata metrica di CO2 nell’atmosfera (Direttiva ETS n. 2003/87/CE del Parlamento Europeo e dcl Consiglio del 13/10/2003). La Direttiva ETS si applica a tutti i gestori (o “operatori”) degli impianti fissi che oltrepassano uno specifico limite di potenza termica nominale fissato a 20 MW. La Direttiva coinvolge in Europa circa 11.000 operatori, tra impianti termoelettrici, industriali e gestori del settore aeronautico (dal 2012), tenuti a monitorare, su base annua, le proprie emissioni di gas serra al fine di compensarle con certificati CO2 presenti sul mercato.

Ogni gestore di impianti, soggetto alle disposizioni della Direttiva ETS, è tenuto a rispettare specifiche regole, come rappresentato in figura 2.

FIG 2 BUSINESS CO2

(Fig. 2 – Ciclo degli impegni per il gestore degli impianti. Entro il 31 marzo di ogni anno gli operatori effettuano una comunicazione al Comitato delle emissioni di gas ad effetto serra rilasciate nell’ambiente da essi gestito. Un mese dopo aver effettuato la comunicazione al Comitato, e comunque entro il 30 aprile di ogni anno, il gestore del singolo impianto sarà tenuto a riconsegnare un numero di quote di emissione in numero eguale alle emissioni totali immesse nell’atmosjera da tale impianto nell’anno civile precedente; per ogni quota non restituita è prevista una sanzione pecuniaria di Euro 700, oltre all’obbligo che rimane, per il gestore dell’impianto, di consegnare le suddette quote entro il 30 aprile dell’anno successivo (Fonte: La frode carosello nel mercato dello scambio di quote di emissione, Forensic Services, a cura di G. Fratini, F. Lagro, A. Beretta, PricewaterhouseCoopers SpA, Roberto Rima Editore, 2015; pwc.com).

In figura 3 sono rappresentate le parti formalmente coinvolte nel sistema EU ETS e il meccanismo di funzionamento dello scambio delle quote di emissione.

FIG 3 BUSINESS CO2

(Fig. 3 – Schema di scambio delle quote e parti formalmente coinvolte nel sistema EU ETS; fonte: La frode carosello nel mercato dello scambio di quote di emissione, Forensic Services, a cura di G. Fratini, F. Lagro, A. Beretta, PricewaterhouseCoopers SpA, Roberto Rima Editore, 2015; pwc.com).

La compravendita di tali quote consiste in uno scambio tra due controparti; il diritto di emissione fa capo inizialmente ai singoli Stati membri e viene traslato ai gestori degli impianti tramite: (1) il meccanismo della vendita tramite aste pubbliche europee (cd. Regolamento Aste) o (2) mediante l’assegnazione a titolo gratuito. Gli operatori che non utilizzano le quote (per esempio nel caso in cui gli impianti emettano meno CO2 nell’atmosfera perché resi più efficienti o perché vi è stata una contrazione della produzione) possono cederle vendendole.

Il sistema ETS si basa sull’assunto che un meccanismo di mercato possa contribuire a ridurre le emissioni industriali di gas serra in modo “economicamente conveniente”, il sistema dovrebbe tendere a far aumentare il prezzo delle “quote carbonio”, in modo che gli investimenti per le innovazioni industriali ecocompatibili siano indirizzati verso un percorso a bassa emissione di carbonio (il sistema europeo ETS interessa i grandi settori industriali in 30 Paesi, ossia i 27 Stati membri più l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Si occupa delle emissioni di circa 11.000 impianti: centrali per la produzione di energia, impianti di combustione, raffinerie petrolifere e impianti metallurgici, cementifici e fabbriche di vetro, calce, laterizi, ceramiche, pasta di cellulosa, carta e cartone, che rappresentano il 40 per cento delle emissioni totali dell’UE. Negli altri settori la riduzione delle emissioni si persegue attraverso dei piani di azione a livello nazionale, di cui rispondono i singoli stati membri). In teoria il sistema del “cap and trade” dovrebbe creare una penuria di permessi di emissione, con un aumento del loro prezzo tale da incoraggiare gli investimenti e ridurre le emissioni.

L’ETS ha cominciato ad operare quando l’unità di carbonio oscillava tra i 30 e i 50 euro (nel 2005 il mercato europeo aveva un valore di 9,5 miliardi di euro). In breve tempo però si è verificata una situazione di squilibrio dovuta ad una scarsità di domanda ed un eccesso di offerta, per cui il prezzo dei permessi si è orientato verso valori bassi. Il prezzo, nell’aprile del 2013, è sceso fino ad un valore minimo intorno ai 2 euro (per t di CO2), come conseguenza della recessione in atto e quindi del crollo della produzione industriale. Anche il prezzo dei crediti CER, legato all’altro meccanismo, quello del Clean Development Mechanism (CDM), è sceso a soli 0,31 euro (Point Carbon, 03 December, 2012, “EU carbon prices hit record low on vote delay”; pointcarbon.com).

Sul finire del 2013 le quote si sono assestate intorno a 5 euro ed hanno dato segni di ripresa all’inizio del 2014.

Alcuni analisti non credono che i prezzi possano mai raggiungere livelli tali da incentivare, da soli, dei cambiamenti strutturali riguardo alla produzione di energia, in assenza di altre misure.

La modalità con cui è stata gestita la distribuzione delle quote non ha funzionato, invece si sono avvantaggiati soprattutto i trader e gli intermediari finanziari e si sono verificati fenomeni di frodi e di corruzione. Dopo il 2008 vi è stata, nell’UE, una diminuzione delle emissioni che la maggior parte degli studi non attribuisce al sistema ETS bensì alla crisi economica (EEA, 2011).

***

Fasi evolutive dell’ETS [la parola “evolutive” applicata alle fasi Emissions Trading Sistem (ETS), cioè al sistema commerciale di emissioni, riguarda ovviamente l’evoluzione storica della frode, consistente nell’incesto tra due logiche antinomiche come sono la logica economica e la logica giuridica – ndc].

La prima fase dell’ETS (2005-2007) è stato un periodo di prova. La Direttiva aveva previsto che per tale periodo gli Stati membri assegnassero almeno il 95 per cento delle quote a titolo gratuito. Il numero di permessi a titolo gratuito risultò eccessivo ed inoltre furono concesse moratorie ad alcuni settori produttivi. Questo è stato uno dei motivi della scarsissima domanda e quindi del crollo del prezzo delle quote fino a livelli minimi, tanto da far venir meno l’incentivo ad investire per il miglioramento dell’efficienza energetica.

Uno studio di CE Delft (Bruyn et al., 2010) ha evidenziato che il costo aggiuntivo, nei casi di acquisto dei permessi di emissione, è stato trasferito interamente sui consumatori attraverso l’aumento dei prezzi e che la somma accumulata attraverso queste operazioni ha raggiunto i 14 miliardi di euro tra il 2005 e il 2008 (prima fase dell’ETS).

In mancanza di controlli efficaci, non si conosce se la quantità dei permessi acquistati corrisponde all’effettiva quantità di CO2 emessa oltre la quota assegnata e quanto della somma accumulata viene reinvestita per il suo contenimento.

L’ETS ha rappresentato in pratica un erogatore di sussidi per i settori europei maggiori produttori di CO2 (cfr. Counter Balance, Challenging The European Investment Bank, “L’Europa e il mercato del carbonio: la fine di un mito?”. Alla fine dello scritto vi è questa annotazione: “Questa pubblicazione è stata realizzata con il sostegno economico dell’Unione Europea. I contenuti sono di esclusiva responsabilità di Counter Balance e Re:Common e non riflettono in alcun modo la posizione dell’Unione Europea).

Nella seconda fase dell’ETS (2008-2012), l’Europa ha tentato di   rimediare agli inconvenienti del primo periodo cercando di definire con maggiore precisione quali soggetti industriali dovessero essere sottoposti agli obblighi di riduzione ed a chi assegnare le quote. Su pressione della Germania, che da sempre difende la propria produzione termoelettrica a carbone, fu però commesso un altro errore: le quote furono assegnate sulla base della produzione industriale storica, che non corrispondeva più alla situazione della seconda fase, infatti la grave crisi economica, innescata dai mutui subprime statunitensi e protrattasi in Europa sino ad oggi, ha fatto crollare i consumi di energia e quindi la produzione, con conseguente sproporzione di quote di emissione assegnate gratuitamente: l’eccedenza è arrivata sino a 2 miliardi e 100 milioni di quote. In queste condizioni il prezzo delle quote si è ridotto a pochissimi euro, pertanto alle imprese forti consumatrici di energia è convenuto in quegli anni, e conviene ancora oggi, acquistare le quote di emissione sul mercato e produrre energia elettrica impiegando le fonti energetiche meno costose: la Germania, per esempio, ha incrementato la sua produzione di energia elettrica dal carbone, tanto che nel 2013, con 162 miliardi di chilowattora prodotti, ha raggiunto il livello più elevato dal 1990 (anno della riunificazione tedesca).

In questa seconda fase i produttori di energia elettrica sono stati    autorizzati ad accollare ai consumatori il futuro costo dell’adeguamento attraverso l’aumento dei prezzi in bolletta, consentendo accumuli di risorse finanziarie che oscillano tra i 23 ed i 71 miliardi di euro (Point Carbon, WWF (2008) EU ET Phase II – “The potential and scale of windfall profits in me power sector”, panda.org). La lobby della grande industria ha garantito alla maggior parte delle imprese manifatturiere (oltre il 75% del comparto) che queste continueranno a ricevere permessi di emissione a titolo gratuito almeno fino al 2020, generando profitti aggiuntivi per le aziende, invece che per le casse statali, per circa 7 miliardi di euro l’anno. Tutti i tentativi per porre fine a queste elargizioni si sono scontrati con le forti lobby dei settori industriali a elevato consumo energetico.

La terza fase del mercato EU ETS è stata inaugurata all’inizio del 2013: si estenderà fino al 2020. In questa fase è il comparto energetico che, prevalentemente, dovrà acquistare all’asta permessi di emissione, sebbene siano previste eccezioni per gli enti dei Paesi dell’Europa centrale e orientale, alcuni dei quali sono fortemente dipendenti dal carbone per la produzione di energia. Non vi è da meravigliarsi: l’ETS è stato modellato sulle esigenze della grande industria. Ad esempio, il gigante del petrolio BP, con il sostegno del governo del Regno Unito, è tra le aziende che hanno premuto presso l’UE a favore degli schemi ETS (cfr. Corporate Europe Observatory, corporateeurope.org) e CDM, perché accettare il modello di transizione è un modo per ritardare l’adeguamento degli impianti e quindi continuare a produrre prodotti petroliferi in modo ante-Kyoto.

La crisi economica e i permessi gratuiti hanno disincentivato l’avvio di processi produttivi a bassa emissione di CO2.

Non solo le grandi compagnie petrolifere, ma anche le grandi imprese in generale, sono sostenitrici della legislazione cap-and-trade in quanto è un meccanismo per dilazionare gli adeguamenti del ciclo produttivo. Esse partecipano alle borse del carbonio e, come produttrici di una merce che genera grandi quantità di CO2, risulta loro conveniente acquistare crediti-carbonio. Se il prezzo del petrolio sale, ottengono profitti dal commercio del petrolio, se il petrolio diventa più costoso, aumenta nel breve periodo la domanda del carbone, la cui unità energetica costa meno di quella del petrolio. Il carbone però, a parità di energia erogata, genera il 50% in più di CO2 rispetto al petrolio, il che significa che la domanda dei permessi di carbonio aumenterà per compensare le maggiori emissioni e quindi anche il prezzo dei crediti-carbonio salirà. In tal modo la compagnia petrolifera ottiene profitti in entrambi i modi: sia dal petrolio e sia dall’aumento di valore del proprio portafoglio costituito dai crediti-carbonio.

Back loading – Vista la situazione del mercato alla fine del secondo periodo di applicazione dell’ETS, nel 2012 la Commissione ritenne necessario adottare misure per affrontare lo squilibrio strutturale tra domanda e offerta, che si era protratto per tutto il periodo di applicazione del sistema. Fu valutato che il mercato avrebbe continuato a funzionare, per oltre un decennio, con un’eccedenza di circa 2 miliardi di quote, impedendo in tal modo al sistema di indurre la riduzione delle emissioni di CO2, in modo economicamente conveniente (riduzione d3i costi di produzione), e di spingere verso cicli produttivi a bassa emissione di carbonio.

Su questi presupposti, la Commissione europea, con il regolamento (UE) n. 176/2014 del 25 febbraio 2014, decise un intervento di breve termine, ossia adottò una misura di back loading, per risolvere il problema del surplus di quote di emissione in circolazione all’interno dell’ETS. Si trattava, nello specifico, di un emendamento al regolamento delle aste, vale a dire di un accantonamento temporaneo delle quote da mettere all’asta nel triennio 2013-2015, che permetteva di togliere dal mercato un numero significativo di quote per 900 milioni di Euro (400 Mln nel 2014, 300 Mln nel 2015 e 200 Mln nel 2016), per rimetterle in circolazione nell’ultimo biennio della terza fase (2019-2020).

Le previsioni indicavano un prezzo intorno ai 40 euro nel 2015, ma il prezzo delle quote di emissione, nonostante il back loading, non risalì: a settembre del 2016 il prezzo era di appena 4,17 Euro per tonnellata di CO2 [ho il sospetto che per chi ne sostiene l’esigenza la moneta elettronica, essendo invisibile e meno percepibile, sia più conveniente in tale contesto truffaldino (situazione dei crediti di carbonio). In ogni caso la stessa esistenza dei crediti di carbonio è un sintomo di malattia dell’organismo sociale. È un po’ come se nell’organismo umano il capo (capitale possibile o economia sana nell’organismo sociale) e il cuore (ritmicità giuridica, scadenze, ecc., nell’organismo sociale) non avessero più alcuna articolazione fisiologica, come avviene quando per accanimento terapeutico si tiene in vita un organismo quasi cadaverico mediante macchinari. Tale accanimento potrebbe invece essere studiato come un’altra esigenza: quella culturale rispetto all’idea tri-articolata del sociale così che siano realmente in vita i suoi tre principali poteri: l’economia, il diritto e la cultura, rispettivamente a nervi, cuore e mitocondri o metabolismo nell’organismo umano). Sarebbe un po’ come accorgersi della diversità essenziale di questa triade. Per es., la logica della convenienza economica – esattamente come quella della distruzione degli agrumi in eccesso per far rialzare i prezzi – è antinomica rispetto alla logica giuridica di uno Stato di diritto reale – ndc].

Situazione attuale dei crediti di carbonio

Il sistema di compravendita delle quote di emissione ha una sua borsa, con indici e bollettini di vendita, intermediari finanziari e aste di assegnazione: il confine tra tutela dell’ambiente e finanza si confonde. In Italia, l’ ente che colloca  all’asta le quote di CO2 è il Gestore dei Servizi Energetici (GSE). I carbon brokers sono per lo più società di consulenza energetica che operano sia sul mercato obbligatorio (che comprende il sistema delle aste e delle assegnazioni delle quote da parte degli Stati alle aziende) sia su quello volontario. Per avere un’idea (parziale) del paradossale meccanismo messo in atto si possono consultare i rapporti trimestrali del Sistema Europeo per Lo Scambio di Quote di Emissione (EU ETS) pubblicati dal GSE.

Nel 2013 l’Italia e gli altri Paesi europei, hanno avuto difficoltà a collocare le quote eccedentarie, in quanto in Europa l’offerta aveva superato di molto la domanda. La tonnellata di anidride carbonica, che valeva tra gli 11 e i 20 euro, scese a 4-5 euro come conseguenza del crollo della produzione industriale. Le quote in eccesso in circolazione ammontavano a 2,2 miliardi per carenza di richiesta, per cui, il 10 dicembre 2014, la Comunità Europea ha consentito il ritiro di circa 900 milioni di questi titoli per far rialzare i prezzi [come nel caso della distruzione degli agrumi… – ndc] anche per il timore che questa situazione potesse trasformarsi in una pericolosa crisi finanziaria.

Ergo: ad essere salvati non sono stati i progetti e le ricerche dei sistemi produttivi sostenibili, ma gli interessi finanziari degli speculatori.

Attuando il sopra citato intervento, la Comunità Europea ha trasformato un (presunto) meccanismo di tutela ambientale in uno strumento di speculazione degno di Wall Street (B. D’Amico “Il business dei crediti di carbonio nutre la finanza, non i progetti green”, La Stampa, 26/02/2014).

Le cause che hanno concorso alla caduta dei prezzi del carbonio nel mercato EU-ETS sono diverse. Bisogna ricordare anche che, oltre alla classica legge della domanda e dell’offerta, i prezzi sono sensibili al contesto politico ed economico globale ed europeo.

Come è stato sopra accennato, la ragione principale della caduta dei prezzi è stata determinata da un eccesso di permessi dati a titolo gratuito ed al contemporaneo crollo dei consumi energetici conseguente alla crisi economica; ciò ha comportato un calo della domanda di detti permessi. La crisi economica si è rivelata alleata dell’ambiente, proprio come auspicato dal protocollo di Kyoto, che vede nell’aumento della produzione una catastrofe imminente.

Il prezzo del carbonio è stato inoltre influenzato dai cambiamenti nella legislazione europea, nei riguardi del mercato ETS stesso (ad esempio con l’inclusione dell’aviazione tra i settori del mercato del carbonio nel 2012) e con la Direttiva Europea sull’Efficienza Energetica che ha prodotto un crollo del mercato del 18,5 nei due giorni successivi la pubblicazione della Direttiva, avvenuta il 22 giugno 2011. Il problema, ad oggi, resta sempre la scarsità della domanda, che probabilmente rimarrà tale anche nei prossimi anni. I prezzi, secondo gli analisti, difficilmente supereranno i 20 dollari fino al 2020. Una sintesi grafica dell’andamento dei prezzi degli ETS (dal 2005 al 2017) è riportata nella figura 4.

FIG 4 BUSINESS CO2

Fig. 4 – Andamento storico dei volumi e dei prezzi delle quote scambiate. Periodo: aprile 2005 – aprile 2018: 1) Nella fase I [evidenziata con la freccetta rossa – ndc] il prezzo delle quote crolla fino a zero per la non trasferibilità delle quote nella fase II – 2) Progressivo cumularsi di un’importante surplus di quote nella fase II, principalmente a causa della crisi economica – 3) Fase di ripresa speculativa trainata dalle modifiche regolatorie e dalla riduzione dei volumi all’asta grazie al backloading – 4) Fase di ribassi speculativi dovuti al venir meno del backloading (finito nel 2016) e sfiducia nella riduzione dei surplus nel breve termine – 5) Nonostante il processo di riforma per la IV fase, il prezzo non risale nel breve termine – 6) Nel terzo trimestre del 2017 con la fine dei negoziati sulla riforma ETS e con l’avvicinarsi (a gennaio 2019) dell’inizio del prelievo della MSR si iniziano ad intravedere segnali positivi di ripresa (Fonte: GSE, Rapporto sulle aste di quote europee di emissione, 2017).

Tra le principali conseguenze della persistenza di un basso prezzo del carbonio emerge il disincentivo, nel lungo termine, agli investimenti in energie rinnovabili e tecnologie pulite. Per questo motivo la Commissione Europea ha proposto una misura strutturale per sostenere il prezzo delle emissioni nel medio e lungo termine: la “Riserva stabilizzatrice del mercato”.

La “Riserva stabilizzatrice del mercato”

L’andamento del ciclo economico, la crisi ed altri fattori interni ed esterni al sistema, hanno contribuito dunque al calo delle emissioni ed alla diminuzione della domanda delle relative quote; la conseguente riduzione dei prezzi ha disincentivato gli investimenti nelle tecnologie a bassa emissione di CO2.

In questa situazione gli analisti prevedevano ulteriori eccedenze negli anni a venire. Per questo il Consiglio dell’UE ha adottato (in data 18/09/2015) la decisione di creare una riserva stabilizzatrice del mercato nell’ambito del sistema EU ETS. La riserva ha lo scopo di correggere gli squilibri strutturali tra domanda e offerta e di rendere il sistema più resiliente a tali squilibri.

La riserva stabilizzatrice del mercato fu costituita nel 2018 e incominciò ad essere operativa a partire dal 1° gennaio 2019. Deve tener conto del suo impatto sulla crescita, sull’occupazione, sulla competitività industriale e sul rischio di rilocalizzazione delle emissioni di CO2.  

– Si attiva così la regolazione dei volumi annuali di quote da mettere all’asta se il numero di quote in circolazione supera la forcella predefinita.

– In questo modo, le quote congelate (per stabilizzare l’eccedenza), cioè i 900 milioni di quote la cui messa all’asta era stata posticipata dagli anni 2014-2016 agli anni 2019-2020, sono così integrate nella riserva.

– Le quote non assegnate della terza fase dell’EU ETS saranno trasferite direttamente nella riserva stabilizzatrice del mercato nel 2020.

Per raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni dell’UE di almeno il 40% entro il 2030, i settori  coperti dall’EU ETS dovranno ridurre le loro emissioni del 43 % rispetto al 2005. Questo significa che il numero complessivo delle quote di emissione diminuirà più rapidamente di prima a partire dal 2021, cioè del 2,2% annuo invece che dell’l,74%. Tra il 2021 e il 2030 è prevista l’assegnazione gratuita alle imprese di circa 6,3 miliardi di quote, per un valore di 160 miliardi di euro (Consiglio Europeo, Riforma del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, Ultima modifica 14/11/2017), ma a tal proposito la Commissione prevede delle modifiche:

– una revisione del sistema di assegnazione gratuita per distribuire le quote disponibili nel modo più efficace ed efficiente possibile, concentrandosi sui settori che presentano il maggior rischio di trasferimento della produzione al di fuori dell’UE (circa 50 settori) (si noti la furbizia dell’Europa: prima fa pagare i permessi di emissione, cioè introduce un’ulteriore imposta sulla produzione, poi li regala, i.e.: toglie l’imposta per paura che le industrie – ben 50 settori produttivi – emigrino fuori).

– l’accantonamento di un numero significativo di quote gratuite per impianti nuovi e in crescita;

– regole più flessibili per migliorare l’allineamento della quantità di quote gratuite con i dati sulla produzione;

– un aggiornamento dei 52 parametri di riferimento utilizzati per misurare la prestazione in materia di emissioni, al fine di tener conto dei progressi tecnologici avvenuti dal 2008.

Le modifiche proposte mirano a ridurre al minimo la necessità dell’assegnazione gratuita in tutti i settori (se la domanda di quote gratuite supera le disponibilità) e a garantire alle imprese un contesto di prevedibilità.

[Ovviamente qui casca l’asino: le conseguenze dell’attuazione del meccanismo EU ETS sono una cura peggiorativa del male che si voleva curare, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello ecologico (vedi il cap. seguente). Anche questa è una chiara dimostrazione di come i colletti bianchi, cioè gli universitari che sanno, solo librescamente o keynesianamente, l’economia, non possono che distruggere l’economia, in quanto hanno disimparato, grazie ad università esecranti l’universalità, a pensare secondo logica di realtà. Di fatto l’attuale UE è la reincarnazione dell’URSS, come dico da sempre “Agli storditi…”). In altre parole, tutto questo fallimento è positivo in quanto dimostra l’esigenza sociale dei nuovi tempi, che già Goethe, Schiller e Steiner avevano saputo sovrasensibilmente osservare: l’idea della triarticolazione sociale. Credo pertanto che tutto proceda, di fallimento in fallimento, verso di essa. Perché le regole governative o nazionalistiche non sono e non saranno mai più importanti di coloro ai quali sono imperativamente e categoricamente o “scientificamente” imposte come convenzioni assolute – ndc]. 

Conseguenze dell’attuazione del meccanismo EU ETS  

Il livello dei prezzi strutturalmente così basso non ha favorito il passaggio dai combustibili fossili a fonti meno emissive o rinnovabili, ha provocato invece l’effetto opposto. Pertanto si è dovuto ricorrere ad incentivi governativi per incrementare le Fonti Energetiche Rinnovabili (FER): in Germania la spesa per incentivare le FER si aggira sui 23 miliardi l’anno, in Italia è di circa 12 miliardi l’anno, a cui si devono aggiungere altri 2 miliardi l’anno come contributo alle centrali elettriche che devono mantenere una riserva di potenza per coprire i fabbisogni quando la produzione delle rinnovabili scende, in quanto fonti discontinue. Tali oneri gravano sulla bolletta elettrica ed ovviamente sono a carico dei consumatori [evidenziazioni in grassetto mie – ndc].

In Europa la potenza installata delle rinnovabili è raddoppiata in dieci anni (2005 – 2014), infatti è passata dal 15% al 3l%; il nucleare dal 30% a1 27%, carbone e 1ignite dal 28% al 25%, il gas naturale dal 20% al 14%. Come può notarsi il raddoppio delle rinnovabili è andato principalmente a decremento del gas naturale, mentre il carbone ha subìto una riduzione più contenuta, tanto che il contributo alla riduzione delle emissioni è stato di circa 70 milioni di tonnellate all’anno.

Si è verificato un paradosso che è stato messo in evidenza in un recente studio di Nomisma Energia (Nomisma Energia, Cambiare il mercato della CO2 per decarbonizzare l’Europa e aumentare la competitività del sistema Italia, novembre 2016) e ripreso da Scalia (2016): a causa del bassissimo prezzo delle quote di emissione, la crescita delle rinnovabili in Europa è avvenuta soprattutto a discapito delle centrali a gas piuttosto che di quelle a carbone o a lignite. Cioè vi è stata la tendenza a sostituire il gas naturale con il carbone e la lignite (molto meno costosi), fonti, queste ultime, che rappresentano attualmente il 60 per cento della produzione termoelettrica. Questo andamento ha ridotto di oltre la metà i benefici che si sarebbero potuti ottenere se la quota di gas, nel mix energetico, fosse rimasta quella di prima: con il 20% di gas (invece del 14%) e il 28% di carbone (invece dcl 25%) le emissioni si sarebbero ridotte nella misura di 180 milioni di tonnellate annue, rispetto ai 70 di cui sopra.

Inoltre il bilancio fra “oneri dei sussidi alle fonti rinnovabili” ed esternalità ambientali evitate è fortemente negativo. Uno studio, finanziato dalla Commissione europea (ExternE-Pol, Externalities of Energy: Extension of accounting framework and policy applications, Report to European Commision DG R – reseqrch Technological Development and Demonstration, 2005, by ARIMINES/Ecole des Mines de Paris), ha stimato che, se in assenza di sussidi l’energia fosse stata prodotta con centrali a gas a ciclo combinato, le esternalità ambientali complessive, comprensive dell’inquinamento atmosferico oltre che delle emissioni di CO2, sarebbero state di circa 10 euro per MWh. Ebbene, secondo quanto riportato in un documento del Council of European Energy Regulators (CEER) (CEER, Status Review of Renewable and Energy Efficiency Support Schemes in Europa. 2013), nel 2011 l’incentivo medio per il fotovoltaico in Italia fu di 367,2 €/MWh, equivalente a 36 volte il valore delle esternalità evitate; in Germania fu di 401,55 €/MWh, 40 volte il valore delle esternalità evitate; in Francia fu di 519,8, quasi 52 volte le esternalità evitate. A tal proposito Ramella (2014) osservò che: “La scelta di sussidiare e incentivare attraverso misure di regolamentazione fonti rinnovabili fino a renderle artificialmente competitive con altre forme di produzione di energia non sembrerebbe dunque essere giustificata né in termini di efficienza (i benefici sono di gran lunga inferiori ai costi) né di efficacia”. Si ricorda che l’attuale contributo del fotovoltaico all’offerta mondiale di energia è trascurabile: circa lo 0,2% nell’ultimo quinquennio (2013-2017).

Quindi le quote di emissione devono avere un prezzo stimato tra i 15 ed i 20-30 euro a tonnellata (Stime di Nomisma Energia 2016, cit. e del Comitato dei tre saggi – Pascal Canfin, Alain Grandjean e Gérard Mestrallet – incaricati dal Governo francese), per poter incentivare la dismissione della produzione elettrica a carbone a vantaggio del ciclo combinato a gas naturale e delle fonti rinnovabili.

Probabilmente la riserva di stabilità e gli altri meccanismi che l’Unione europea predispone o sta predisponendo, potrebbero consentire di arrivare ad un prezzo delle quote di emissione ad un livello efficiente. Questa evenienza, però, renderà ancor meno competitive le produzioni europee a vantaggio di quelle effettuate al di fuori dell’UE che impiegano fonti energetiche poco costose ma altamente emissive.

Pertanto l’Europa, che attualmente è il più grande mercato importatore del mondo, continuerà a finanziare con le proprie importazioni le industrie fortemente emissive dei Paesi extra UE. Il fenomeno si aggraverebbe se la Cina fosse riconosciuta come economia di mercato (SEM), con conseguente venir meno dei dazi antidumping a protezione della nostra industria energivora (la Cina produce oltre 1’80 per cento della propria energia elettrica con il carbone). Qi et al. (2014) hanno stimato, infatti, che i maggiori destinatari di emissioni di CO2, attribuibili al saldo export-import del carbonio incorporato nelle produzioni cinesi, includono l’UE (360 milioni di tonnellate), gli Stati Uniti (337 Mt) ed il Giappone (109 Mt) (i dati si riferiscono al 2007 e quindi si presume che i valori siano ad oggi molto superiori). Complessivamente le emissioni annue di CO2 scaturite dalla fabbricazione dei prodotti esportati dalla Cina sono state di 1.177 Mt, pari al 22% delle emissioni totali di CO2 della Cina nel 2007. Pertanto, nel calcolo delle emissioni europee, dovrebbe essere considerato anche il carbonio emesso dalle importazioni cinesi (le emissioni della Cina raggiunsero, nel 2014, il valore di 10,29 Gt CO2, più di quello della somma delle emissioni di Stati Uniti – 5,25 Gt -, UE – 13,2 Gr – e Giappone – 1,21 Gt).

L’ulteriore paradosso delle politiche ambientali europee è lo spostamento delle attività produttive in Paesi extra UE e quindi il trasferimento (non l’abbattimento) delle emissioni; ciò è una conseguenza della maggiore competitività dei prodotti extra europei sul mercato europeo. Quest’effetto è stato soltanto in parte limitato mediante l’assegnazione gratuita di generose quote di emissione alle industrie più energivore, che sono quelle più esposte alla rilocalizzazione delle emissioni” (carbon leakage).

Finanziamenti per il clima

I finanziamenti per il clima dell’UE e degli Stati membri sono stati di 17,6 miliardi di EUR nel 2015, con un aumento significativo rispetto al 2014 (si pensi se tale cifra fosse investita – ogni anno! – per la ricerca in generale o per quella medica in particolare – in oncologia, nelle malattie neurologiche come SLA, sclerosi, ecc., in cardiologia, nelle malattie rare -, per la ricerca nell’ambiente e per l’inquinamento, per lo sviluppo del lavoro e di tutti i livelli d’istruzione; viene spesa invece per qualcosa le cui conseguenze negative non sono provate, ma vengono dedotte soltanto da modelli previsionali). La cifra comprende i fondi provenienti dai bilanci pubblici e da altre istituzioni finanziarie di sviluppo. 1,5 miliardi di EUR provenienti dal bilancio dell’UE e 2,2 miliardi di EUR provenienti dalla Banca europea per gli investimenti. L’importo totale fu confermato il 24 ottobre 2016 nel corso di una riunione del Comitato economico e finanziario dell’UE.

I contributi furono destinati a iniziative di mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ad essi nei paesi in via di sviluppo, secondo gli accordi (non vincolanti) sui cambiamenti climatici di Parigi del dicembre 2015 (COP 21).

Sarà anche istituito un Fondo per il sostegno di investimenti pionieristici in energie rinnovabili, cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) e per le innovazioni atte a diminuire le emissioni di carbonio nei settori ad elevata intensità energetica. A tal fine saranno accantonati, a partire dal 2021, circa 10 miliardi di euro provenienti dalla vendita di 400 milioni di quote di emissioni.

Per quanto riguarda la cattura e lo stoccaggio del carbonio vi è da fare la seguente considerazione: il carbonio (sotto forma di carbonati, bicarbonati, anidride carbonica e di vari composti organici) presente sulla crosta terrestre è ripartito nei seguenti ambienti (i dati provengono dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti):

rocce sedimentarie carbonatiche = 70.000.000 di miliardi di t

riserve combustibili fossili = 20.000 miliardi di t

oceano profondo = 38.000 miliardi di t

sedimenti oceanici = 3.000 miliardi di t

oceano superficie = 1.000 miliardi di t

suolo = 2.500 miliardi di t

atmosfera = 800 miliardi di t

Totale = 70.065.300 miliardi di t

La quantità di anidride carbonica emessa dall’Europa è intorno a 3,6 miliardi di tonnellate annue, corrispondente a 0,98 miliardi di tonnellate di carbonio. Se tutta l’anidride carbonica emessa dall’Europa fosse stoccata in serbatoi (tipo rocce carbonatiche), l’incidenza sul carbonio già presente nell’ambiente naturale terrestre sarebbe: 0,98/70.065.300 = 0,0000014%.

Per trasferire da un serbatoio naturale (atmosfera) ad un altro serbatoio naturale (sedimenti) la quota dello 0,0000014% di anidride carbonica, l’Europa vuole spendere 10 miliardi di euro l’anno, a partire dal 2021 (vale quanto precedentemente detto sulla “furbizia” dell’Europa a proposito della cosiddetta “Riserva stabilizzatrice del mercato”).

La finanziarizzazione del mercato  

In questa situazione il disequilibrio tra domanda ed offerta, e in attesa dell’entrata in funzione della riserva stabilizzatrice del mercato, il prezzo dei permessi di emissione avrebbe dovuto tendere sempre più al ribasso, invece il valore delle ETS UE ha tenuto. Pur toccando i minimi nell’aprile del 2013, non si è ripetuto l’azzeramento nei prezzi registrato a fine 2007 e le quote si sono assestate intorno a circa 5 euro a fine 2013, con segni di ripresa all’inizio del 2014. La tenuta dei prezzi, il cui presupposto è la bancabilità ad libitum delle quote, sembra essere dovuta principalmente a due fattori:

1- La trasformazione progressiva del mercato del carbonio in un mercato finanziario che attrae operatori, non soggetti all’ETS, aventi finalità speculative o interessati ad offrire servizi finanziari legati ai permessi eli emissione.

2 – Le aspettative rispetto all’introduzione di modifiche all’assetto regolativo del mercato (ad es., estendere la protezione dei mercati finanziari a quello del carbonio; una delle modifiche più importanti per tutelare gli investimenti fu fatta con l’istituzione della riserva di stabilità), che crearono attesa per il rialzo dei prezzi e indussero gli operatori, inclusi quelli finanziari, a non abbandonare il mercato.

Per quanto concerne la finanziarizzazione del mercato, per molto tempo valutata negativamente dai policy maker europei, nelle parole del GSE: “gli andamenti dell’ultimo anno hanno mostrato come l’interesse del mondo finanziario abbia costituito un elemento di continuità per il mercato dei crediti e quindi del meccanismo ETS” (cfr. GSE, Rapporto annuale sull’andamento delle aste di quote di emissione italiane 2013, 2014); in pratica, se non ci fosse stata la speculazione, il sistema ETS sarebbe crollato.

 Infatti la maggior parte del mercato dei crediti, rappresentativi dei permessi di emissione di CO2, generò un mercato a termine. In questi mercati le operazioni di acquisto e vendita dei permessi passano ormai per i mercati derivali e sono condotte tramite contratti a termine che contengono le promesse di vendita delle quote di emissione o dei crediti di emissione in una certa quantità, ad un certo prezzo, ad una certa data (un mercato derivato è un mercato finanziario nel quale si negozia un’opzione o un altro strumento derivato. Come si evince dal loro stesso etimo, i derivati non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco bensì derivano il loro valore da altri prodotti finanziari ovvero da beni alla cui variazione di prezzo sono agganciati. Quindi il valore dei “derivati” scaturisce dai prezzi delle attività scambiate sui mercati, quali attività finanziarie: azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse, cioè attività reali: merci, materie prime; il titolo o il bene la cui quotazione imprime il valore al derivato assume il nome di “sottostante” del derivato. In teoria i derivati possono assolvere sia ad una funzione di copertura, cioè protettiva rispetto ad uno specifico rischio di mercato, sia ad una finalità speculativa. In concreto non può negarsi che sui mercati finanziari globali i derivati si siano affermati soprattutto quale mezzo di speculazione. Fra i contratti derivati vi sono i futures, consistenti nell’impegno ad acquistare o a vendere, a una data futura, una certa quantità di una determinata attività sottostante a un prezzo concordato; e vi sono le options, consistenti in facoltà di acquistare o vendere, a una data futura, una certa quantità di una determinata attività, sotto un prezzo concordato, dietro il pagamento iniziale di un conto, chiamato premio. Il mercato spot è il mercato in cui lo scambio dei prodotti trattati, per es., merci, titoli e valute, avviene mediante liquidazione immediata, per es., attraverso la consegna dei titoli e il pagamento del controvalore, cioè con un differimento di pochi giorni: l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore deve disporre degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato. Ciò si contrappone ai mercati a termine in cui invece i contratti conclusi dagli operatori prevedono una liquidazione differita nel tempo, anche di alcuni mesi). In altre parole, solo un’infima parte di questo mercato è riferita alle reali riduzioni di CO2, ed anche questa piccolissima parte è difficile da valutare, incline alla frode, di difficile controllo, e soggetta alla discrezionalità dei governi per cui il risparmio può essere conteggiato oppure no.

La proliferazione di contratti “derivati” e “a termine” comporta molteplici rischi, fra gli altri: difficoltà nel valutare gli effetti reali di un progetto sulle emissioni future; scarsa indipendenza degli organismi preposti alla valutazione; vendita a termine dei crediti ancora prima che siano assegnati (cioè si può anche vendere ed  acquistare anidride carbonica non ancora prodotta); il venditore e l’acquirente

possono non disporre degli strumenti negoziati e del loro (intero) valore al momento dello scambio, ecc.

La priorità assegnata alla “finanza della CO2” per governare i cambiamenti climatici ha rappresentato per i contrarti a termine un richiamo che li ha fatti crescere molto rapidamente, tanto da coprire la maggior quota di mercato (vedi figura 5). Si è quasi esaurito invece il mercato spot costituito da contratti a pronti.

FIG 5 BUSINESS CO2

Fig. 5 – La maggior parte del mercato dei crediti, che rappresentano i permessi di emissione di CO2 nell’ambito del sistema di scambio istituito a livello comunitario (ETS), è diventato un mercato a termine: si può anche comprare (o vendere) anidride carbonica non ancora prodotta.

Tutto questo meccanismo sembra tanto più spropositato se i ricordano le quantità in gioco: i limiti delle emissioni sono stabiliti dalla Commissione europea, che distribuisce le licenze agli Stati membri. Le attività produttive considerate (circa 11.000 impianti) rappresentano il 45% delle emissioni totali dell’UE. Poiché l’Europa produce 3,28 Gt di CO2, cioè il 9% delle emissioni sul totale mondiale, la riduzione da prendere in considerazione riguarderebbe il 4,05% delle emissioni mondiali. L’impegno preso durante l’ultima COP21 di Parigi del 2015 fu di ridurre entro il 2030, le emissioni del 30% rispetto a quelle del 1990, anno di riferimento dell’accordo di Kyoto. Nonostante l’Europa non viva in questo momento un’apprezzabile crescita economica, la Comunità Europea (prima della classe!) si è proposta un vincolo più forte rispetto alla COP21, ossia di ridurre le proprie emissioni del 40%. Quindi sarebbe il 40% del 4,05%, cioè una riduzione dell’1,6% in 15 anni, corrispondente allo 0,11% annuo: in quantità assolute 3,6 milioni di tonnellate all’anno per 15 anni = 54 milioni di tonnellate; l’Europa con le importazioni dalla Cina, come sopra ricordato, provoca emissioni per 360 milioni di tonnellate in un solo anno. La politica di restrizione dell’Europa, se si riuscisse ad attuare, influirebbe sul quantitativo totale di CO2 atmosferica per lo 0,01%  (il 9% dello 0,11%) che rappresenta una quota insignificante della quantità di anidride carbonica naturalmente presente nell’atmosfera terrestre (stimata in 3.000 miliardi di tonnellate).

Tale restrizione forse potrebbe sostenere il prezzo dci certificati, ma sicuramente non avrebbe alcuna influenza sul clima. Si ricorda inoltre che i dati del CDIAC (Carbon Dioxide Information Analysis Center, Oak Ridge National Laboratory, Oak Ridge, Tennessee; U.S. Department of Energy) mostrano che le emissioni di CO2 dell’Europa Occidentale sono aumentate dal 1990 (2,41 Gt) agli anni 2004-2005 (2,70 Gt) del 12%. Soltanto in seguito alla grave crisi economica innescata dai mutui subprime americani, e protrattasi in Europa fino ad oggi, la produzione ed i consumi di energia sono crollati: pertanto le emissioni si sono progressivamente ridotte, in otto anni, del 30% (dal 2006 al 2014), ma già dal 2014 al 2017 sono aumentate di nuovo del 4,7%. Se in 15 anni le emissioni europee erano aumentate del 12% e la successiva diminuzione è stata conseguenza della crisi economica (3,75 all’anno), tendenza peraltro in breve invertitasi, non si capisce come sia possibile ridurle del 40 in 15 anni. A meno che non intervenga una crisi economica ancora più grave!

Quest’azione, sostenuta da una presunta influenza dell’uomo sul riscaldamento globale, scaturisce da un problema che non è nemmeno vicino ad essere risolto. Pertanto la “scienza post-normale”, che sta dietro il riscaldamento globale di origine antropica e che determina la politica dei governi, serve soltanto per giustificare l’attuazione di un programma politico. Il sistema di scambio delle emissioni non ha fatto nulla, finora, per l’ambiente; sembra più un pretesto dei governi per introdurre una nuova tassa ed imporre restrizioni alla produzione, con profonde ripercussioni sociali, politiche ed economiche, che limitano la libertà di scelta delle persone.

Soltanto un’oligarchia burocratica come quella dell’Unione Europea poteva concepire un tale meccanismo: un mercato di cose inutili sostenuto da una moneta senza Stato, il sogno del capitalismo finanziario (l’UE è l’unico posto al mondo in cui c’è una moneta senza uno Stato, una moneta che serve per un mercato comune che, a poco a poco, ha richiesto trasferimenti di sovranità con il pretesto di voler migliorare l’efficienza di questa comunità. Nell’illustrare il Libro Bianco della Commisione Europea sul futuro dell’Europa (10 marzo 2017) il Presidente Juncker ha detto: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”, vale a dire: l’UE si sganci da alcuni punti essenziali alle democrazie costituzionali: il suffragio universale, lo scontento dei cittadini (cioè il “populismo”), l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e agli “infortuni sociali” che possono scaturire dai mercati globali. Lo scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla globalizzazione, ma facilitare quest’ultima senza disturbarla. Si tratta di “prove” di un Mercato Unico da estendere preferibilmente a livello mondiale, secondo i dettami del capitalismo globale).

[L’autore Mario Giaccio non dice da dove provengano tali “dettami” perché in realtà il “capitalismo globale è uno spettro. Infatti lo stesso capitalismo NON ESISTE: esiste il capitale. Il capitale in sé è neutro: diventa giusto se si collega all’individuo creativo, ingiusto se si collega allo Stato non socialmente triarticolato a misura d’uomo. Qui l’esigenza dell’attuazione dell’idea della triarticolazione sociale (Rudolf Steiner) è chiara. Rimando a questo proposito alla lettura del PDF “I punti essenziali della questione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1980, da me curato. Da questo punto di vista anche lo sperpero del denaro non esiste: esiste lo sperpero dello Stato plenipotenziario che divora per i suoi fini (diversi dai fini dei contribuenti) il risparmio dei contribuenti. Pertanto dissento da quest’ultima proposizione di Giaccio, il quale, purtroppo come Diego Fusaro, sembra dare per scontata l’esistenza di “dettami” senza l’esistenza di chi o cosa li detti. Ciò, ovviamente non inficia la coraggiosa ed onesta opera analitica di Giaccio – ndc].

Il ruolo della Banca Europea degli Investimenti (BEI) nella finanza del carbonio

Attualmente la Comunità Europea, e gli stati membri, finanziano iniziative di Clean Developmcnt Mechanism ovunque nel Pianeta e forniscono assistenza tecnica per creare nuovi mercati, in modo da veicolare risorse su progetti di riduzione di emissioni. La BEI è uno dei maggiori erogatori di fondi indirizzati a sviluppare interessi in settori privati e per fornire assistenza tecnica ai paesi che la chiedono. Nel 2011, la BEI ha investito quasi 18 miliardi di euro in programmi di azione per il clima (EIB, 2012) (EIB (2012), “The European Investment Bank Promoting Climate Action”).

La Banca gestisce anche sei fondi per il carbonio (comprendenti: Multilateral Carbon Credit Fund, MCCF; Carbon Fund for Europe, CFE; Post 2012 Carbon Credit Fund, P2012; The EIB-KfW Carbon Programme; The EIB-KfW Carbon Programme II; Fonds Capital Carbone Maroc, FCCM), per un totale di 589 milioni di euro (FERN, 2012). I dati del 2011 mostrano che il 65% di questa somma è indirizzata a soggetti europei obbligati all’acquisto di crediti di emissione (governi, aziende facenti parte dell’ETS e intermediari che agiscono per conto di soggetti obbligati), il 20% a istituzioni e agenzie finanziarie di sviluppo europee. La percentuale restante, è indirizzata ad altre attività collegate a finalità climatiche (Counterbalance, CRBM, 2011, “Banking on carbon markets. Why the European Investment Bank got it wrong in the fight against climate change”. Il Fondo, attraverso i propri investimenti, si propone di finanziare attività pilota o dimostrative di gestione sostenibile del patrimonio forestale, sotto forma di pagamento dei servizi eco sistemici, PES).

Detti fondi hanno l’obiettivo di “affiancare, non sostituire, gli attori privati operanti sul mercato del carbonio” oltre che di “prevedere gli sviluppi del mercato e accrescere la fiducia nella politica di Kyoto” (eib.org e bookshop.europa.eu). Secondo la BEI, i fondi carbonio sono “un esempio importante della funzione catalizzatrice della banca”.

La BEI, pur rivestendo un ruolo molto importante nel commercio del carbonio, non possiede al suo interno le competenze necessarie per occuparsi di ciò che offre ai governi degli Stati membri e deve dare in appalto, a consulenti esterni, una gran parte della gestione dei suoi fondi carbonio.

Questi miliardi di euro potrebbero essere indirizzati verso attività economiche più utili alla collettività [Qui vi è un nervo scoperto dovuto alla mancata conoscenza della triarticolazione dei soldi sia da parte della BEI (Banca Europea Investimenti) sia da parte dei risparmiatori che si fidano ciecamente delle banche. Questo nervo scoperto genera l’automatismo dei rapporti tra il risparmiatore e l’investitore. L’automatismo, a sua volta, facilita altri “meccanismi”, quali il cosiddetto appalto e ciò comporta il dilemma faustiano in cui ci troviamo. 

risparmiatore-investitore

Sembra quasi che chi concede un prestito e chi lo riceve si voltino reciprocamente le spalle, e che ciascuno miri unicamente al proprio vantaggio. Nei rispettivi ruoli di risparmiatore e investitore non mostriamo alcun interesse reciproco. Eppure, per un certo periodo di tempo, siamo strettamente connessi l’uno all’altro. Oltretutto, se chi riceve il prestito non amministra oculatamente il mio denaro, sarà improbabile che io lo possa poi davvero riavere. In fin dei conti chi riceve un credito, determina quanto vale il mio risparmio. Ed il banchiere, dal canto suo, ha tutto il diritto di dire: “Data questa tendenza a voltarsi le spalle l’un l’altro diventa necessario l’intervento di una terza persona che crei un collegamento tra parti che mostrano reciproco disinteresse. Questa funzione oggi è svolta dalle banche” (Rudolf Mees, “Ecologia del denaro. Etica ed economia per un mondo migliore”. Ed. Filadelfia, Milano, 1996). Ciò che i complottisti chiamano truffa non è altro che pigrizia mentale rispetto alla volontà di capire le dinamiche del denaro in un organismo sociale sano. Ho trattato questo argomento nella mia pagina sul “denaro di prestito”. L’attuale alienazione del cittadino rispetto al denaro è pertanto la vera causa della paurosa crisi economica e finanziaria in un cui si trova tutto il pianeta. L’industria cinematografica e la pseudo cultura non fanno che alimentarne la paura mediante fantascienza e pseudo scienze bibliche sull’esistenza degli alieni. Si veda per esempio il film russo “Attraction” del 2017 sull’“avvento” degli alieni (ma è solo uno dei tanti film che da circa un secolo tentano di inserire nella sindéresi umana immaginazioni sognanti che addormentano la capacità di distinguere il bene dal male e i termini di ogni altro contrario) – ndc].

Il mercato globale del carbonio

Il Global Trading Carbon raggiunse i 176 miliardi di dollari nel 2011 (cfr. World Bank, State and Trends of the Carbon Market, siteresources.worldobank.org siteresources.worldbank.org) (il valore gestito è circa lo stesso della produzione mondiale di grano, che fornisce il 20% delle calorie consumate dai 7 miliardi di uomini sul pianeta).

Il mercato globale del carbonio è un gigantesco campo di gioco aziendale: infatti qualcuno, da qualche parte, versa del denaro in un sistema di scambio, per risolvere un problema per il quale non ci sono prove che sia un problema. Il mercato volontario è un trecentesimo del totale: senza una imposizione legale questo mercato svanirebbe.

Il mercato delle emissioni di CO2 include, come si è detto, anche lo scambio dei “crediti delle emissioni evitate”. I Certificati di Riduzione delle Emissioni (CER = Certified Emission Reductions) sono i “crediti” (non emessi dagli Stati) ottenuti grazie a interventi realizzati all’estero nel quadro dci “meccanismi di flessibilità” previsti dal Protocollo di Kyoto. Questi crediti sono la remunerazione per le emissioni “evitate” grazie ad investimenti “puliti”.

Il Meccanismo per lo Sviluppo Pulito (Clean Developmenr Mechanisrn: CDM) si applica agli investimenti effettuati nei Paesi in via di sviluppo, i cosiddetti “Paesi non inclusi nell’allegato I” del Protocollo di Kyoto, che storicamente inquinano di meno (esiste anche un meccanismo di attuazione congiunta, Mac o Joint Implementation; esso riguarda essenzialmente gli investimenti fatti nell’Europa

dell’Est ed offre la possibilità di ottenere i crediti a basso costo, grazie alla sostituzione di impianti industriali obsoleti). È un sistema di “compensazione” che permette ai partecipanti di finanziare progetti di riduzione di emissioni in Paesi terzi invece di ridurre le proprie emissioni. Se un partecipante investe in questi progetti, riceve dei crediti che potranno successivamente essere cambiati. I progetti devono essere riconosciuti come CDM dall’Onu. Il proponente deve dimostrare che tali progetti permettono effettivamente di evitare delle emissioni rispetto alla situazione preesistente e non avrebbero potuto realizzarsi in assenza di tale meccanismo (ad esempio, un progetto di sostituzione del carbone con energie rinnovabili).

La realizzazione di progetti riconosciuti come CDM genera quindi l’attribuzione di crediti di emissione chiamati CERs (Certified Emission Reductions Units: Unità di riduzione certificata delle emissioni) che possono essere negoziati sia sui mercati europei che su quelli internazionali. Le aziende dei Paesi ricchi hanno potuto così acquisire dei “diritti” a basso costo, evitando di sostenere i costi necessari per transitare verso processi produttivi a minore emissione di anidride carbonica (a casa loro).

I progetti CDM riguardano fondamentalmente le attività energetiche e quelle industriali; il settore dei trasporti, che assorbe il 54%  del petrolio consumato globalmente (nel 2008), salvo l’aviazione civile, risulta escluso dalle politiche di Kyoto in quanto poco controllabile poiché è costituito da milioni di singole unità: auto, treni, navi e così via, usate da singole o da poche persone alla volta.

Anche il mercato dei CER è diventato prevalentemente un mercato a termine (vedi figura 6).

FIG 6 BUSINESS CO2

Fig. 6 – La maggior parte del mercato dei certificati di riduzione delle emissioni (CER = Certified Emission Reductions, provenienti dai CDM) è diventato un mercato a termine.

Inoltre alcuni studi stimano che tra un terzo e due terzi dei certificati presenti sul mercato europeo “non rappresentano reali riduzioni di emissioni di carbonio” (Wara, 2008).

La Banca Mondiale, nel 2010, gestì 2.388 milioni di dollari di progetti CDM (figura 7) evidenziando così un forte interesse in questo mercato (guarda caso Sir Nicholas Stern, estensore del rapporto Stern, è l’ex capo economista della Banca Mondiale).

FIG 7 BUSINESS CO2

Fig. 7 – Evoluzione dei fondi CDM gestiti dalla Banca Mondiale

Il compito è di favorire la registrazione dei progetti CDM per il rilascio dei crediti di emissione; infatti, per facilitare l’acquisizione dei crediti, la Banca mette a disposizione ingenti fondi per pre-finanziare la realizzazione dei progetti.

I riflessi negativi di questi investimenti sono riportati più sotto [cfr. il successivo capitolo sulle truffe – ndc]. La finanza del carbonio rientra in pieno tra le attività di Banca Mondiale. Joelle Chassard, responsabile del settore “Carbon Finance Unit”, ha fornito alcune indicazioni in proposito (gse.it): la Banca Mondiale, tramite la Carbon Finance Unit, gestisce 15 fondi legati al carbonio, con un contributo aggregato dei partecipanti di 3,3 miliardi di dollari. L’Unità è sostenuta da 24 governi, da molti soggetti pubblici, da 55 imprese private e 2 fondazioni; il tutto vincolato alla produzione dei certificati di (presunte) riduzioni di emissioni (CER) che tutti i partecipanti possono vendere sul mercato.

Una delle iniziative della Banca Mondiale è la Partnership for Market Readiness (PMR) che aggrega la maggior parte delle grandi economie, i principali emettitori e i leader nel settore clima-energia, inoltre i Paesi a medio reddito intenzionati a parteciparvi. La PMR mobilizzò già dall’inizio 120 milioni di dollari. È fondata su un meccanismo di concessioni finanziarie dirette all’avvio di iniziative pilota; è una piattaforma di discussione tecnica sui meccanismi di mercato per contrastare i cambiamenti climatici e per studiare nuovi strumenti di mercato. Poiché i mercati del carbonio hanno la potenzialità di andare verso un mercato globale, il PMR sta supportando lo sviluppo di standard comuni al fine di permettere il mutuo riconoscimento, fra i diversi Paesi, dei processi e dei crediti del carbonio.

Tra le nuove formule per sconfiggere la povertà e condividere i benefici della prosperità, con il 40% più povero della popolazione mondiale, la Banca Mondiale ha istituito il Carbon Initiative for Development (Ci-Dev) di 75 milioni di dollari, con l’obiettivo di facilitare la realizzazione dei progetti CDM (per la riduzione delle emissioni) e l’accesso a fonti energetiche su piccola scala nei paesi più poveri, generando ipotetiche risorse che nella visione della Banca dovrebbero portare un beneficio alle comunità.

Cioè: “per sconfiggere la povertà” e per portare dei “benefici ai Paesi più poveri” c’è bisogno del riscaldamento globale, se questo non ci fosse i paesi poveri rimarrebbero poveri! [in questa “intellighenzia” sembrerebbe tangibile la totale rimozione del giudizio critico; in realtà si tratta di vera intelligenza truffaldina legata al mercato dei crediti per l’anidride carbonica (cfr. il seguente cap.: “Le truffe legate al mercato dei crediti di carbonio (ed altre)” – ndc].

Le truffe legate al mercato dei crediti di carbonio (ed altre)

Il mercato delle emissioni certificate è soggetto a falsi. Un esempio di permessi riciclati si è verificato in Ungheria. Il governo ungherese, visto che i CER erano stati rilasciati dalle azioni Unite (e non dall’Unione Europea), ha pensato di riutilizzarli per cancellare gli obblighi di alcune società ungheresi; queste, a quanto pare, li hanno rivenduti di nuovo, in modo che altre società li potessero utilizzare per cancellare i loro debiti di carbonio. Quando la cosa venne scoperta, il governo ungherese sostenne che i CER, utilizzati ma comprati al di fuori dell’Europa, erano stati venduti soltanto agli investitori non europei. Solo che, dato il meccanismo di un mercato “libero”, i CER riutilizzati arrivarono comunque sul mercato dell’UE, e furono stati scoperti.

Quando si seppe che i certificati di riduzione delle emissioni erano stati riutilizzati illegalmente, le agenzie di scambio “Blue ext” e “Nord Pool”, ne sospesero il commercio. Il valore del CER scese subito da € 12 per tonnellata di carbonio a meno di 1 €. La Commissione europea sospese temporaneamente la consegna delle indennità CER ed ERU.

Si può immaginare di colmare le lacune migliorando i regolamenti o i controlli, ma il problema è che un mercato basato su cose non misurabili e non verificabili ha intrinsecamente dei difetti. Questo tipo di mercato non sembra migliorabile.

Il mercato dell’anidride carbonica si presta benissimo a questo tipo di frode perché vi è la possibilità di operare su di un mercato senza particolari requisiti, che manca di efficaci controlli; basta avere la disponibilità di capitali da investire. In effetti non vi è effettiva movimentazione: tutto avviene senza bisogno di emettere bolle di accompagnamento, senza un effettivo trasporto, dunque senza logistica; in altre parole non vi è traccia materiale dell’operazione!

Truffe in Europa

L’ETS europeo è particolarmente soggetto alle truffe. Per misurare le emissioni si basa su procedure di calcolo approssimate e spesso non verificabili (quindi suscettibili di manipolazioni). Da quando sono entrate in vigore alcune contromisure, gli scambi dei crediti carbonio sono diminuiti del 90%. Questo dato fa desumere che tale percentuale del commercio era legata ad attività illecite. Il mercato europeo delle emissioni (ETS + CDM) rappresenta un giro d’affari da 90 miliardi di euro (dato Europol: l’ufficio europeo di polizia).

La frode carosello. La maggioranza degli Stati membri dell’UE ha assimilato, nelle proprie legislazioni, le quote di emissione ad un bene immateriale, monetizzabile ed utilizzabile a discrezione dell’operatore che ne possiede la proprietà. Il Comitato IVA (composto dai rappresentanti degli Stati membri e della Commissione) si è espresso assimilando il trasferimento di quote alle cessioni di diritti immateriali. Nel caso delle quote di emissione la compravendita si realizza tramite due soggetti passivi IVA.

La mancanza di un effettivo “sistema di controllo fiscale unico europeo” ha prodotto vere e proprie “opportunità strutturali “ per i frodatori fiscali.

Le frodi carosello appartengono alla più ampia categoria delle frodi IVA;  costituiscono un’opportunità per i mercati delle quote di emissione e dei servizi commerciabili (tradable services). I tradable services hanno caratteristiche funzionali che li rendono analoghi ai servizi ma si comportano commercialmente come beni. Questo carattere ibrido ostacola l’esatta individuazione del luogo di fornitura/tassazione, facilitando l’azione dei frodatori. L’immaterialità dei servizi e la rapidità con cui avvengono le transazioni di scambio (basti pensare che un permesso di emissione su un registro elettronico potrebbe essere trasferito da un soggetto residente in Paese UE ad un altro soggetto residente in un diverso Paese UE in pochi minuti) costituiscono i fattori principali per effettuare le frodi IVA e nello specifico le frodi carosello.

Lo schema della frode carosello si sostanzia con l’interazione di tre soggetti: 

una società cedente (Conduit Company), appositamente costituita, effettua operazioni di acquisto e vendita intracomunitarie esenti dall’applicazione dell’IVA; essa risiede in uno Stato membro diverso da quello in cui avviene la frode;

una società interposta, denominata “cartiera”, acquista il titolo (delle conduit) e lo rivende immediatamente ad un’altra società del medesimo Stato (quindi gravato di IVA), con il solo fine di emettere fatture per operazioni inesistenti. Solitamente la titolarità di queste società cartiere viene affidata a soggetti prestanome e nullatenenti;

una società beneficiaria acquista dalla cartiera il titolo gravato di IVA e matura il diritto a detrarre l’IVA versata.

Il meccanismo si basa pertanto su operazioni triangolari tra Paesi membri della Comunità Europea e con l’introduzione di una o più Società che fanno da filtro (la cartiera) al fine di rendere più difficile la ricostruzione dell’intera operazione o ostacolando l’attività di vigilanza delle autorità fiscali. Dopo l’acquisto da parte della cartiera di certificati provenienti da un altro Stato membro, questi vengono continuamente rivenduti attraverso una serie di società nazionali, e infine riesportati con destinazione verso il Paese UE cedente. Anche se il soggetto inadempiente non versa l’IVA a debito, l’impresa, alla fine della catena dei fornitori (l’“esportatore”), ha formalmente il diritto di poter richiedere il rimborso sull’IVA pagata.

FIG 8 BUSINESS CO2

Fig. 8 – Schema della frode carosello. (Fonte: La Frode carosello nel mercato dello scambio di quote di emissione, Forensic Services, a cura di G. Fratini. F. Lagro, A. Beretta, Pricewaterhouse Coopers SpA, Roberto Rima Editore, 2015; pwc.com/it)

Nella Fig. 8 è rappresentato uno schema esemplificativo di frode carosello in cui:

1) un operatore italiano cede quote di emissioni ad una società residente nel Paese UE 2, che

2) attraverso un controllo bilaterale, rivende ad una società residente nel Paese UE 3 – Infine,

3)  l’utente finale della catena, una società ancora residente nel Paese UE 3, acquista le quote italiane (ad esempio) sul Nord Pool Exchange di Oslo.

Nella prima operazione, (A), una società energetica italiana, si ritrova quote di emissione in eccesso, e la vendita di questi certificati avviene sulla piattaforma borsistica Blue Next di Parigi.

L’acquirente è (B), una società residente nel Paese UE 2 apparentemente legittima, ma controllata dal frodatore. (A) e (B) sono società registrate in Stati UE e, quindi, il venditore non applicherà l’IVA.

L’operazione successiva, vendita da (B) a (C) non ha luogo mediante borsa emissioni. I certificati italiani vengono ceduti da (B) a (C) direttamente. Anche quest’ultima, come (B), altro non è che una società di comodo, o “shell company[lett: “società di rivestimento” o di copertura – ndc] di proprietà e controllo del frodatore.

Allo stesso modo, per questa seconda parte dell’operazione, vale il regime IVA precedente, poiché sia (B) che (C) sono stabiliti in Stati membri della UE diversi.

La cessione da (C) a D viene eseguita sulla piattaforma Nord Pool Exchange di Oslo, dove la “shell company” (C) è il cedente e (D), il cessionario, è una terza società residente nel Paese UE 3 che risulterà essere il destinatario finale. Poiché entrambe le società (C) e (D) sono residenti nello stesso Stato, (C) dovrà addebitare l’importo IVA in fattura.

La “shell company” sarà quindi liquidata non appena verrà distribuita agli azionisti la cassa dell’IVA illecita.

In linea generale, le frodi carosello si traducono in una effettiva perdita per le casse dell’Erario che si troverà nella posizione di dover concedere un rimborso IVA sotto forma di credito di imposta ad una società, senza che dall’altra pane vi sia stato un effettivo versamento di tale imposta da parte della cartiera, venendo a mancare il principio cardine della neutralità dell’IVA.

Durante l’estate del 2009, numerosi casi di frode carosello furono rilevati nel mercato delle quote di emissione dei Paesi membri dell’UE. Secondo quanto riportato da Thomson Reuters in Francia, per i primi 4 mesi del 2009 si cambiavano in media poco meno di 7 milioni di certificati al giorno sul mercato; durante il periodo in cui si ritiene che si siano verificate numerose frodi carosello, il volume giornaliero dei certificati scambiati raggiunse il livello di 9,4 milioni, con picchi fino al livello record di 19,8 milioni di crediti apparentemente scambiati in pochi mesi.

“L’Europol stima che la perdita dovuta alla frode dei crediti di carbonio nel periodo compreso tra il giugno 2008 e il dicembre 2009 si aggiri intorno ai 5 miliardi di EUR. Da allora le principali operazioni di polizia sono state condotte dalla Germania (aprile 2010) e dall’Italia (dicembre 2010), concludendosi con l’arresto di alcune persone e con la perquisizione di numerosi locali. Presso la sede di

Europol è stato costituito un gruppo bersaglio per coordinare circa 30 investigazioni criminali negli Stati membri dell’UE. Il primo processo nei confronti di persone sospettate di frode dei crediti di carbonio si è tenuto in Francia nel gennaio 2012, seguito da processi analoghi in Germania e nel Regno Unito” (Europol, 2012).

L’Europol ha scoperto che la maggior parte delle società che comprano i diritti di emissione per poi rivenderle, sono società rumene che offrono enormi volumi di CO2 e un’ottima commissione alle società compratrici.

Un tribunale tedesco ha condannato al carcere sei persone coinvolte in una truffa da 300 milioni di euro per una vendita di crediti di carbonio attraverso la Deutsche Bank, mentre altri tribunali londinesi hanno inflitto pene detentive a undici persone (BBC, 12 dicembre 2012, “Deutsche Bank offices raided in carbon tax fraud probe”; bbc.co.uk, cityoflondon.police.uk).

Grandi aziende quali i giganti dell’acciaio ThyssenKrupp e Salzgitter risultavano tra i maggiori beneficiari di crediti di carbonio contraffatti.

Si è verificato anche che alcuni crediti di carbonio del governo austriaco e ceco sono stati rubati, spingendo le autorità a sospendere le compravendite sul mercato ETS (EULib.com, 2011, Update on transitional measure: EU ET registries of Finland, Romania, Slovenia and Sweden to resume operations on 21 March; eulib.com) [vedi anche il PDF della Commissione Europea: “It is Time to Scrap the ETS!” – ndc].

Per tentare di arginare tale fenomeno la Comunità europea con una Direttiva (la 2010/23/EU) ha invitato gli Stati membri ad estendere temporaneamente l’applicazione del cosiddetto reverse charge: si tratta di un meccanismo per effetto del quale il destinatario di una cessione di beni (o prestazione di servizi), se soggetto passivo nel territorio dello Stato, è tenuto all’assolvimento dell’IVA al posto del cedente, al trasferimento delle quote di emissione. Inoltre, fino al 31 dicembre 2018, i Paesi membri hanno potuto avvalersi della facoltà di introdurre tale sistema attraverso una modalità più rapida e flessibile, infatti la Direttiva 2013/42/EU stabilì quanto segue: “una risposta rapida ed eccezionale ad ulteriori casi di frode improvvisa è assicurata nel migliore dei modi dalla misura speciale del meccanismo di reazione rapida (Quick Reaction Mechanism o QRM), che dà la possibilità di applicare l’inversione contabile per un breve periodo, con una semplice (ma circostanziata) notifica alla Commissione”.

In questo contesto bisogna tener conto, peraltro, che molti governi, per cercare di non deprimere ulteriormente la produzione industriale (conseguente la crisi economica), accettano il fatto che vi siano disponibili sul mercato tanti permessi di emissione.

 Truffe in Italia [questo capitolo costituisce anche la nota 3 della pagina Sul Gretino Patentato – ndc].

Una delle ultime frodi è stata scoperta dalla Guardia di finanza di Milano nel dicembre del 2014: sarebbero state emesse o utilizzate fatture false per 3,5 miliardi di euro, con una frode al fisco di 650 milioni (C. Scozzari, “Mercato delle emissioni di CO2 facile preda della criminalità”, Repubblica.it, 12/12/2014). Sono state arrestate nove persone per associazione a delinquere.

La frode è stata realizza tramite il mercato telematico dei certificati di emissione di CO2, le cui piattaforme di negoziazione sono presenti in tutti gli Stati membri. A queste piattaforme gli operatori possono accedere con la sola attestazione d’iscrizione ad una Camera di Commercio e con l’indicazione di un conto di corrispondenza su cui far annotare gli acquisti e le vendite, Pertanto qualsiasi soggetto economico può operare sulle piattaforme europee, questo rende facile l’ambiente per la criminalità: società aperte da pochi mesi, con capitale esiguo ed amministrate da soggetti stranieri, hanno negoziato quote per centinaia di milioni di euro. Si ha la possibilità di riciclare, senza controlli, grandi quantità di danaro di provenienza ignota o quanto meno dubbia.

Un’indagine seguita dalla Procura di Milano nei confronti di due organizzazioni criminali, una anglo-pakistana e una franco-israeliana [l’evidenziazione in grassetto è mia – ndc] che, dal 2009 al 2012, hanno sottratto all’Italia più di un miliardo di euro di Iva, si è ricongiunta con una documentazione ritrovata dalle forze alleate in un blitz effettuato in un covo dei talebani al confine tra Afghanistan e Pakistan nel 2010. Le informazioni contenute in tali documenti hanno portato ad evidenziare una colossale frode fiscale sui certificati di carbonio, che coinvolge l’Europa, il Medio Oriente e Hong Kong (i servizi segreti americani e inglesi hanno ipotizzato che, dietro le “imponenti operazioni di riciclaggio” legate alla frode fiscale, porrebbe celarsi un canale di finanziamento al terrorismo internazionale di matrice islamica, cfr. L. Ferrarella e G. Guastella, “La grande truffa dell’Iva in Italia per finanziare i gruppi islamici”, riferito da Corriere.it, 24/09/2014).

Le due organizzazioni acquistavano i certificati in Gran Bretagna, Francia, Olanda e Germania tramite società fittizie con sede in Italia; queste producevano soltanto fatture che erano intestate o a prestanome (quasi sempre cinesi) o a persone estranee vittime di furti d’identità. Dopo l’acquisto senza pagare l’IVA, esclusa in quanto transazioni intracomunitarie, le “società” aggiungevano l’IVA al 20% e vendevano i certificati ad altre società, anche queste fittizie, che facevano da intermediari con gli ignari acquirenti finali. Una volta incassata l’IVA, invece di versarla allo Stato italiano, le “società” sparivano, mentre i soldi, milioni di euro venivano dirottati su conti correnti a Cipro e Hong Kong per finire a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

Le frodi sono state replicate per anni con centinaia di transazioni, facendo intervenire quasi tutte le polizie d’Europa, fino a quando le due organizzazioni hanno trasferito gli affari in Italia dopo che altri Paesi dell’UE avevano emanato norme che riuscivano ad impedire questo meccanismo. Risulta infatti che nei suddetti documenti erano citate alcune società intestate a prestanome cinesi ed italiani. In definitiva i mercati del carbonio europei sono “fortemente manipolati e comunque viziati da un numero impressionate di transazioni commerciali effettuate al precipuo scopo di realizzare frodi agli Erari”.

È vero che i meccanismi speculativi sono stati da sempre usati ed abusati, ma qui si tratta di un organismo internazionale che vuole “salvare il mondo” [“salvare il pianeta” secondo il Gretinismo imperante – ndc] contrastando (in apparenza) lo sviluppo del vecchio capitalismo industriale. Nella foga di farlo, ha dato adito al rafforzamento del nuovo capitalismo finanziario, mettendo in mano agli speculatori e ai truffatori un’aggiuntiva possibilità di speculare e di truffare. Per un’azione che si definisce morale, il risultato è quanto meno deludente.

Alcune conseguenze negative dell’applicazione dei progetti CDM

Le industrie che producono anidride carbonica possono compensare le loro emissioni investendo in progetti che riducono tale gas da qualche altra parte (l’utilizzo degli offsets per ridurre le emissioni di gas serra è come cercare di perdere peso pagando qualcun altro per fare la dieta e quindi sostenere che la perdita di peso dell’altro è quella tua) [il mondo odierno vive realmente entro questo spaventoso livello di alienazione di coloro che ci governano, nel cui contesto i “Gretini” sono i meno responsabili in quanto contagiati da un “catechismo” che opera buonisticamente come una “peste”: esprimendosi in una determinata dialettica, il logico paranoide è portato a trasmettere il proprio male perché soltanto contagiando la moltitudine, il suo dialettismo rientra nell’ordine della normalità, cioè nell’ordine di una generale necessità, a lui indispensabile come forma di un valore etico: in ciò facilitato dai media, che oggi sembrano funzionare come suoi appositi strumenti. Il collettivo riconoscimento di una “verità” oggettiva, in quanto trasmessa secondo canone logico-dialettico, operando come una fede, è ciò di cui egli necessita come di un sostegno mistico. Infatti, per istinto tende a suscitare la fede più facile, quella che oggi tutti devozionalmente accordano ai risultati dell’indagine scientifico-razionalistica, senza esigenza di verifica. Il contagio dialettico è facile, perché fa presa sull’inerzia mentale tendente a darsi giustificazione filosofica e logica evitando sforzo d’autoconoscenza. Tale inerzia è appunto il principio dell’alterazione mentale, o l’alterazione che comincia a divenire normalità, in quanto risponde a uno scadimento del pensiero in dialettismo, e al dialettismo come discorso indipendente dal pensiero. Il “catechismo” assume in tal senso la funzione che oggi può essergli più regolare: operare per la fede che risponde alla segreta necessità del mentale alterato: servire i processi della corporeità e della materia mitizzata e culturizzata; si veda a questo proposito M. Scaligero, “Catechismo e contagio” in “La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero”, Ed. Tilopa, Roma, 1967, PDF – ndc].

Ma di recente alcuni studiosi hanno cercato dì definire i costi sociali dei progetti di compensazione, e si è visto che a volte questi possono essere molto dannosi per le comunità locali dove sono implementati. Un crescente numero di analisi sostiene che le premesse che stanno alla base degli offsets di carbonio sono intrinsecamente viziate e portano a riduzioni discutibili della CO2 . Il meccanismo dei CDM ha contribuito scarsamente a limitare le emissioni a livello globale, in quanto è stato stimato che da un terzo a due terzi di questi interventi non corrispondono a reali riduzioni di emissioni di CO2. Ha provocato invece, in molti casi danni sociali ed ambientali.

Le gravi ripercussioni sulle popolazioni e sulle singole persone sono state estesamente descritte in una raccolta di saggi a cura di Bohm e Dabhi (2009), le critiche sono numerose, si vedano ad esempio i reports del Carbon Trade Watch che mostrano le ripercussioni negative dei CDM sulle comunità povere e marginalizzate, inoltre i reports del World Rainforest Movement ed alcune esaurienti pubblicazioni (Lohmann, 2006, 2008, 2009), Timmons e Park (2006), (Smith, 2007), (Faris, 2007), (Fahrenthold, 2008), Leary et al. (2008), Crate e Nuttall (2008).

Il report di Gilbertson e Reyes (2009) tratta del commercio del carbonio, di come funziona e del perché ha fallito, delinea i limiti di un approccio che, per affrontare i cambiamenti climatici, ridefinisce il problema per adattarlo ad ipotesi di un’economia neoliberista.

Dimostra che il Clean Development Mechanism delle Nazioni Unite favorisce sistematicamente progetti che si sono rivelati inefficaci dal punto di vista ambientale ed hanno prodotto ingiustizie dal punto di vista sociale e ne suggerisce l’abbandono. Tutto questo è illustrato con casi di studio riguardanti progetti in Brasile, Indonesia, India e Thailandia.

Un recente studio (del dicembre 2014) propone un titolo molto significativo: “Un albero per un pesce”, “A tree for a fish” a cura di Cabello0 e Gilbertson (2014), dove sono riportati diversi esempi degli effetti negativi dei CDM sulla biodiversità. Si possono ricordate fra i tanti quello del Brasile dove gli impatti delle monocolture a Rio Grande do Sul hanno prodotto grave siccità nel sud dello Stato, riduzione della portata d’acqua dei fiumi, scomparsa della Pampa e delle praterie temperate, che ha avuto come conseguenza la perdita della sua straordinaria biodiversità; oltre che la diminuzione di piante alimentari, l’inquinamento e la ridotta fertilità del suolo (Barcellos e Ferreira, 2008). Alcune conseguenze dei CDM (sostenuti dalla politica di Kyoto) sulla biodiversità sono discusse in Giaccio (2017).

Un altro Report interessante è il “CDM carbon sink tree plantations in Africa: A case study in Tanzania”, a cura di Karumbidza Menne (2011). In esso è analizzato dalla Timberwatch Coalition (la Timberwatch Coalition fu fondata nel 1995 con lo scopo di riunire gli organismi e le persone del Sud Africa preoccupati per gli effetti negativi delle piantagioni industriali di alberi, per la produzione di legname e intermedi per la carta, il cui reddito andava principalmente alle aziende multinazionali della carta. Alla coalizione aderiscono 14 NGO – Non Governmental Organisation – sudafricane ed una vasta rete di singoli sostenitori che tengono sotto osservazione specialmente le regioni lontane dove i proprietari delle piantagioni spesso violano le leggi ambientali) un progetto di piantagione monoculturale di alberi per la cattura dell’anidride carbonica a Idete nelle Southern Highlands della Tanzania. La proprietaria del progetto era la società norvegese Green Resources Ltd, con lo scopo di attuare il progetto secondo il CDM in modo da generare crediti di carbonio da vendere al governo norvegese. Le analisi condotte dalla Timberwatch sono esemplari nel descrivere gli effetti delle piantagioni di alberi sulla biodiversità e sulle condizioni socio-economiche e di vita in generale delle popolazioni locali.

Sul piano scientifico, l’equivalenza delle emissioni da compensare è difficile da misurare. Su un piano generale, molti critici delle “compensazioni” pongono il problema dell’addizionalità, cioè in quale grado impiegare investimenti per compensare la riduzione di nuove emissioni, rispetto a progetti che sarebbero stati fatti comunque per ridurle.

Per esempio, un rapporto del novembre 2008 dall’U.S. General Accountability Office (GAO), esaminando i CDM, ha scoperto che i suoi effetti sulle emissioni di gas serra sono incerti in gran parte perché è “quasi impossibile” determinare il livello di emissioni che si sarebbe verificato in assenza dei singoli progetti (GAO 2008).

Un rapporto dall’Istituto tedesco di ecologia applicata ha trovato che il 40% dei progetti CDM, registrati dal 2007, ha rappresentato un “improbabile” o almeno “discutibile” taglio delle emissioni, in parte perché molti progetti di compensazione sarebbero tati realizzati senza ricorrere ai fondi di compensazione (Schneider L. 2007).

Tra il novembre 2008 e il settembre 2009 le Nazioni Unite sospesero l’accreditamento di due fra le più grandi società mondiali di revisione dei progetti CDM (principalmente per verificarne l’addizionalità), in quanto non avevano adeguatamente esaminato i progetti prima di approvarli.

Nel 2009 fu sospesa la principale agenzia di verifica dei progetti CDM, mentre nel 2011 fu sospesa l’Ucraina, con l’accusa di avere truccato al ribasso la propria dichiarazione di emissioni di gas serra (ICIS Heron, 2011, UN suspends Ukraine from carbon trading, 12 agosto; icis.com). Nonostante i sempre più numerosi elementi che provano i loro effetti negativi, nel 2011 il ricorso alle compensazioni (offsets) è aumentato dell’85 per cento (Click Green, 19 novembre 2012, “European companies nearly doubled the rate of carbon offsetting last year”; clickgreen.org.uk).

I progetti CDM si svolgono prevalentemente nei Paesi in via di sviluppoe possono includere: la realizzazione di impianti a fonti energetiche alternative, la tecnologia per ridurre le emissioni di CO2, l’ampliamento e lo sviluppo delle foreste per catturare l’anidride carbonica sfruttando la funzione clorofilliana. Quest’ultima azione è alquanto problematica: la finalità dovrebbe essere quella di sequestrare l’anidride carbonica incorporandola nel legno degli alberi, e quindi usare il legno come combustibile in sostituzione dei combustibili fossili. Ma in questo modo non si riduce la quantità totale di anidride perché quella assorbita dal legno è la stessa che viene reimmessa nell’atmosfera con la combustione. Ed ancora: il bosco assorbe anidride carbonica durante la crescita, ma quando diventa adulto va in equilibrio: tanta anidride assorbe quanta ne emette; quando comincia a morire tutta l’anidride carbonica (accumulata durante la crescita) viene di nuovo reimmessa nell’atmosfera.Quindi non si capisce come questo sistema dovrebbe far diminuire l’anidride carbonica dell’atmosfera. Molto più efficace di un bosco è la capacità di “sequestro” di colture ad elevata produttività, come ad esempio il mais (un ettaro di mais assorbe, nella sola granella, 19 tonnellate di CO2) (cfr. Luigi Mariani, MULSA – Museo Lombardo di Storia dell’Agricultura, Milano; sites.google.com/site/storiagricoltura/museo).

Una volta certificati, questi programmi danno il diritto ad acquisire i crediti CER. I crediti possono essere assegnati ad uno specifico progetto di investimento ed utilizzati per la compensazione di emissioni di carbonio degli investitori, oppure negoziati sul mercato del carbonio. Circa il 5% di questo mercato proviene da persone che desiderano attenuare il loro senso di colpa per le attività ad alta intensità di carbonio (come ad es. i viaggi in aereo). Il resto è costituito da imprese dei più svariati settori.

Il lavoro della Checker (2009) tende a dimostrare che gli offsets producono danni all’uomo, sia nel breve che nel lungo termine, che il percorso del produttore di crediti offset, finalizzato a compensare il credito del consumatore, è disseminato da violazioni dei diritti umani e dell’ambiente. L’Autrice sostiene che nel breve periodo i progetti di compensazione aggravano, a livello geografico, la povertà ambientale, economica, le condizioni politiche e/o sociali delle comunità locali, sia nel Sud che nel Nord del mondo.

Nel lungo periodo, i progetti di compensazione incidono negativamente sui diritti umani in modo indiretto: 1) promuovono il successo delle società che vi partecipano e quindi facilitano qualsiasi pratica “non sostenibile” che una società può sponsorizzare; 2) l’enfasi sulle emissioni del gas serra fa trascurare il fatto che i progetti di compensazione a volte non tengono conto della produzione di inquinanti tossici, pur non aventi un effetto serra; 3) la redditività e la pubblicità positiva che circonda i programmi di compensazione disincentiva le aziende (e i governi) a sviluppare pratiche che consentano di ridurre in modo significativo (non soltanto di neutralizzare) le emissioni di anidride carbonica; 4) poiché gli offset sono progettati per bilanciare le emissioni di gas serra (non per ridurle) aggravano il riscaldamento globale.

L’unica nota positiva è che i collegamenti tra le comunità residenti dove agiscono i produttori di offset e i consumatori, aprono nuove opportunità di alleanze internazionali ed un’opposizione consapevole al commercio dell’anidride carbonica.

Tre esempi emblematici sono stati riferiti dalla Checker (2009, cit.) e qui di seguito viene fatto di essi un cenno strettissimo:

Grangemouth, Scozia / Sao Jose do Buriti, Brasile

Sulla costa orientale della Scozia, una delle più grandi raffinerie di petrolio d’Europa, localizzata nelle vicinanze della città di Grangemouth, di proprietà all’epoca (1990) della British Petroleum, brucia, a cielo aperto, i gas in eccesso, con l’immissione in atmosfera di anidride carbonica, anidride solforosa, ossidi di azoto, metalli pesanti e particolato. A seimila miglia di distanza, nel Brasile orientale, gli abitanti del villaggio di Sao Jose do Buriti lottano affinché le loro fonti d’acqua non si prosciughino per non far scomparire le coltivazioni che hanno dato loro la sussisteva per generazioni. L’inquinamento a Grangemouth e la carenza di acqua di Sao Jose do Buriti erano legate attraverso il sistema di “compensazione” delle quote di carbonio (Lohmann, 2009, cit.). La Banca Mondiale si era offerta di aiutare la Plantar (una fonderia di ferro brasiliana) per espandere la foresta di eucalipto (di proprietà della fonderia) dalla quale l’azienda ricavava il carbone (da legna) necessario alla fonderia e per dissuaderla dall’usare il carbone fossile. La Banca finanziò il progetto brasiliano attraverso il suo Carbon Fund, nel quale la British Petroleum (BP) aveva investito ingenti somme di denaro per compensare le emissioni provenienti dalla raffineria di Grangemouth. In questo modo, dopo aver ricevuto i crediti di carbonio dal progetto, la BP poté continuare ad operare senza ridurre le emissioni dell’impianto di Grangemouth e per questo è considerata una raffineria “verde”.

Purtroppo, in un rapporto del 2008 del Sustainable Energy and Economy Network’s, fu rilevato che le enormi radici degli alberi di eucalipto avevano cominciato (quasi subito) ad assorbire grandi quantità di acqua dal terreno. Pertanto gli abitanti del villaggio si erano dovuti recare sempre più lontano per trovare l’acqua per la sussistenza e per alcune piante medicinali. Inoltre, la piantagione impiegava erbicidi e pesticidi, i corsi d’acqua erano stati contaminati e le colture diminuite (o anche scomparse). Nel rapporto è riportato anche che: “Le persone sostengono che la Plantar ha esercitato pressioni sui residenti locali per firmare lettere di sostegno per il progetto, a pena di perdere il posto di lavoro nella piantagione”. Quelli che si opposero pubblicamente alla Plantar, e i membri delle loro famiglie furono minacciati di essere licenziati. Le foreste guadagnano crediti di carbonio sequestrando apparentementela CO2: nel caso descritto il legno prodotto era destinato a fornire carbone da bruciare per la fonderia e quindi a reimmettere subito in atmosfera l’anidride carbonica catturata, inoltre gli alberi assorbono l’anidride carbonica durante la loro crescita, poi vanno in equilibrio e, quando muoiono, la restituiscono integralmente” (se e in quale misura il carbonio assorbito dagli alberi è equivalente al carbonio emesso dalla combustione di combustibili fossili è argomento di grande dibattito. Si vedano ad esempio: guardian.cu.uk/environment/2008/dec/17/carbonoffset-projectscarhonemissions e Ken Caldeira della Stanford Universitv: nytimes.com).

COME PUÒ UN SISTEMA DI QUESTO GENERE COMPENSARE LE EMISSIONI, NETTE, DI UNA RAFFINERIA? Un caso analogo è il seguente:

Monte Elgon, Uganda / Generating Board, Olanda

Mount Elgon, in Uganda, offre uno dei più documentati e violenti esempi di un progetto di offset andato storto. Nel 1990, l’impresa elettrica olandese Generaring Board progetta di ridurre fortemente le sue emissioni di carbonio sia migliorando l’efficienza energetica che compensando le emissioni attraverso la strategia dell’impianto di alberi. Perciò si rivolge alla Fondazione Forests Absorbing Carbon Dioxide Emissions (FACE). Nel 1994, la FACE, assieme al Wildlife Authority dell’Uganda (UWA) impianta 25.000 ettari di alberi all’interno del Parco Nazionale di Monte Elgon. Per finanziare la piantagione, la FACE riceve i diritti conseguenti al sequestro del carbonio da quegli alberi, stimato a 2,11 tonnellate di CO2 per oltre 100 anni.

Alcuni reports mostrano però che le persone viventi vicino alle piantagioni hanno avuto un’esperienza molto negativa. Infatti, un anno prima che il progetto FACE-UWA iniziasse, il governo ugandese dichiarava Monte Elgon un Parco Nazionale. Come conseguenza furono sfrattate circa 6000 persone (alcune delle quali erano vissute in quel luogo per 40 anni), dando loro nove giorni di tempo per lasciare le loro case. Secondo Himmelfarb (2006) “il numero esatto di persone rimaste senza casa varia a seconda della fonte”; nell’ottobre del 2003, Businge (2003) riferisce che 561 famiglie sono rimaste senza terra a causa della modifica dei confini nell’area di Benet.

Dopo un anno, la gestione del Parco è assunta dall’UWA, mentre i contadini cacciati dal parco, lasciati senza casa e senza accesso alla loro terra per la sopravvivenza, tentavano di continuare ad utilizzare il terreno del parco. Ma i rangers, incaricati dall’UWA, rispondono con la violenza. Fra le tante indagini condotte, un Rapporto del World Rainforest Movement, pubblicato nel 2006, descrisse dettagliatamente le azioni dei rangers UWA che avevano commesso stupri, incendi dolosi, sparatorie ed altri atti violenti sugli abitanti del villaggio [non dovrebbe allora stupire se dai nativi dell’Africa nasce l’esigenza di emigrazione in Europa – ndc].

Oltre ad altri aspetti negativi, sia umani che ambientali, vi furono ombre sugli aspetti economici: se si segue l’iter del finanziamento e la traccia dei crediti di carbonio generati dal progetto del Monte Elgon, si trova un intrigo di aziende e di speculazioni sulle emissioni di carbonio, infatti una delle principali critiche mosse ai sistemi di scambio del carbonio è che questi generano un’oscura rete di strumenti finanziari buoni per la corruzione (Lohmann, 2008, cit.).

Agricoltori Sri Lanka / Klamath Falls (Oregon)

Fu progettata la costruzione di una centrale elettrica a gas naturale da 500 megawatt presso la città di Klamath Falls in Oregon. Per compensare i gas serra generati dall’impianto, gli amministratori locali decisero di collaborare con la PacifiCorp Power Marketing, Inc. (PPM) investendo $ 3,100,000 in progetti offset per compensare le previste emissioni di anidride carbonica. Una parte di questa somma (500.000 $) fu investita in un programma di prestiti per dotare le famiglie in India, Sri Lanka e Cina di impianti fotovoltaici. Per realizzare il progetto, la PPM incaricò una società statunitense esperta nel settore del fotovoltaico (la SELCO), che sviluppò il progetto in Sri Lanka, nel comparto delle piantagioni di thè, dove il 90% dei lavoratori era senza l’elettricità. Ad essi furono offerti prestiti, per cui si indebitarono (Lohmann, 2006, cit.).

Oltre ad aggravare le cattive condizioni economiche, il programma finì per esacerbare le tensioni sociali. I prestiti per i pannelli solari erano stati per prima offerti in una zona dove vivono prevalentemente persone del gruppo etnico dei Tamil; questo escluse i cingalesi, un vicino gruppo etnico che già aveva relazioni tese con i Tamil. Inoltre, il programma dei pannelli solari aveva urtato i politici locali che, per avere più consensi alle elezioni, avevano storicamente usato la promessa di portare l’energia elettrica ai residenti della zona. Per cui gli abitanti dei villaggi furono scoraggiati (con minacce) ad entrare nel programma dei prestiti. Si temeva pure che, se molta parte della popolazione si fosse munita di sistemi solari, il paese non sarebbe mai arrivato a realizzare una rete elettrica, impedendo così alle piccole imprese l’opportunità di sviluppo economico. Questi problemi non sono stati adeguatamente pubblicizzati, anzi, le relazioni sul progetto lo presentavano come impianto “carbon neutral” (per esempio, nel 2002, la SELCO vinse un Premio, come Azienda di eccellenza, dallo U.S. Dept. of State. Cfr. anche la biografia di Neville Williams, fondatore della SELCO: Williarns N., 2005, Chasing the Sun: Salar Adventures around the World. New Society Publishers), sostenendo che gli offsets sono in grado di “azzerare” le emissioni di carbonio.

Come conseguenza aumentò il potere delle aziende sui lavoratori, sui politici e sulle comunità locali. L’offset ha anche fornito alla Klamath Falls la possibilità di costruire un’ulteriore centrale elettrica a combustibile fossile. In sintesi, il progetto dello Sri Lanka ha intensificato le tensioni sociali ed economiche tra gli abitanti locali che aveva invece lo scopo di servire; questo caso esemplifica il percorso labirintico delle compensazioni di carbonio: dalle aziende beneficiarie ai profitti delle imprese. Spesso questi percorsi sono ammantati da una “green wash” che nasconde i reali costi ambientali ed umani [è dunque la cosiddetta “rivoluzione verde” a generare l’esodo di proporzioni bibliche dei popoli più poveri verso l’Europa nonostante il fatto che le ricchezze dell’Africa (oro, diamanti, petrolio, gas naturali, uranio, terre rare, il COLTAN dei nostri smarphones, ecc.) siano ingenti – ndc].

Piantagioni in Uganda per catturare l’anidride carbonica e sfrattare le popolazioni locali [il contrario dell’aiutare gli emigranti “a casa loro” si attua appunto con la missione Gretina detta “SALVIAMO IL PIANETA”, cioè mediante il cosiddetto “SVILUPPO PULITO CDM” – ndc].

La New Forests Company con sede nel Regno Unito, pianta alberi in Uganda in conformità con il meccanismo di sviluppo pulito “CDM”. La Società affittò due lotti di terreni dalla National Forest Authority ugandese nel 2004; una superficie di 9.000 ettari nel Namwasa Central Forest Reserve (distretto di Mubende) e una di 8.000 ettari nella Luwunga Forest Reserve (distretto di Kiboga). In entrambi i casi vi erano popolazioni che vivevano con le risorse naturali disponibili in loco per il loro sostentamento.

Nel caso di Kiboga, nel 2008, almeno 2.500 residenti avevano ricevuto ordini di sfratto da parte della National Forest Authority (NFA). Il Commissario James Sserunjogi descrisse così la situazione: “Funzionari del NFA hanno distrutto coltivazioni appartenenti alle popolazioni che vivono nelle riserve forestali senza informare i responsabili dell’area”. Alcuni dei residenti avevano vissuto su quel territorio dal 1975 e la NFA li aveva cacciati senza prima indicare un territorio alternativo dove andare.

Nel caso di Mubende, nel 2009, diverse documentazioni e testimonianze hanno messo in evidenza l’impatto delle attività della New Forests Company sulla popolazione locale: i residenti nei villaggi di Kyamukasa, Kyato, Kicucula, Kisiita, Mpologoma, e Kanaamire riferirono che dei gruppi armati avevano picchiato la gente, sequestrandoli e distruggendo la loro colture e le loro case. Tali azioni sono state effettuate “per costringerli a lasciare la loro terra, che avevano occupato per decenni”, in modo che la New Forests Company potesse piantare i suoi alberi. Si noti che la richiesta di progetto presentato al Consiglio Esecutivo del CDM non parlava del fano che migliaia di persone sarebbero stare spostate dalla zona per far posto alle piantagioni della Società.

L’impianto inizia con la distruzione della biodiversità locale in due fasi: 1) “pulizia della boscaglia”, 2) “irrorazione di diserbanti, pesticidi, ecc.”. Una volta che la vegetazione locale viene completamente eliminata (e l’ambiente inquinato da fitofarmaci), essa viene sostituita da due specie arboree (aliene) a rapido accrescimento (eucalipto e pino) piantate come monocolture su vaste aree; questi deserti verdi sono le “nuove foreste” da cui questa azienda prende il nome.

Nel progetto presentato al CDM, l’azienda asserisce che la conversione viene operata su una “prateria degradata e improduttiva o su terreni agricoli non utilizzati in modo sostenibile”, mentre la piantagione di pini e di eucalipti si tradurrà in un “miglioramento locale del flusso d’acqua”, quando è un fatto acclarato che tali piantagioni riducono le risorse idriche. Jackson et al. (2005) hanno trattato in generale le ripercussioni delle strategie di sequestro dell’anidride carbonica mediante piantagioni di alberi, le quali spesso vengono attuate senza considerare le complesse conseguenze ambientali. Gli Autori citano espressamente il Clean Development Meccanism del Protocollo di Kyoto, come mezzo per compensare parte delle emissioni di CO2. Una ricerca condotta su più di 600 osservazioni, ha mostrato i risvolti negativi, conseguenti al rimboschimento. Le piantagioni fanno diminuire drasticamente il flusso delle acque nel giro di pochi anni dalla messa in opera dell’impianto (perdita del 52%) e producono aridità completa nel 13% dei casi per almeno un anno.

Per l’approvazione del progetto CDM l’azienda produce la certificazione del Forest Stewardship Council (FSC) (il FSC è un’organizzazione internazionale, senza scopo di lucro, che effettua un sistema di certificazione forestale riconosciuto a livello internazionale). Il FSC, che fornisce le credenziali necessarie, ha quindi una duplice responsabilità: dice ai consumatori di legno ed agli acquirenti dei crediti di carbonio (l’Azienda prevede di vendere i crediti di carbonio che scaturiscono dal progetto CDM) che queste piantagioni “beneficiano le persone e l’ambiente”, il che chiaramente non è vero.

A parte le considerazioni sulla capacità effettiva di catturare il carbonio con nuovi impianti (anche la savana e le coltivazioni catturano carbonio) come detto sopra, è stata fatta la considerazione che lo spostamento di tutte quelle persone può causare molte più emissioni di quelle presumibilmente “catturate” dalle piantagioni. Dove sono andati a vivere hanno prodotto più o meno anidride carbonica di prima? Questo dovrebbe essere monitorato per calcolare un effettivo bilancio (positivo o negativo?).

Ma quello che più conta è di mettere in evidenza le sofferenze delle popolazioni locali che vengono perseguitate e sfrattate con l’accusa di “sconfinare” sui terreni di questa società. Ma chi sono i veri invasori? Le persone che hanno bisogno di guadagnarsi da vivere nel proprio paese o una società britannica che vuole fare profitti con le terre di questa gente? Gli esseri umani sono più importanti di alberi.

Considerazioni analoghe a quelle riferite dalla Checker c dagli altri Autori contenute dalla raccolta del volume di S. Bohm e S. Dabhi 2009 (cit.), Upsetting the Offset: The political economy of carbon markets, sono state fatte per alcune località africane dall’Ejolt report n.2 del 30 dicembre 2012, The CDM Cannot Deliver the Money to Africa. Why the carbon trading gamble won’t save the planet from climate change, and how African civil society is resisting, pp. 120.

Il Report Ejolt 2 è stato redatto presso la “University of KwaZuluNatal Centre for Civil Society” e il “Dartmouth College Climate Justice Research Project” [sottolineo “civil” per memorizzare un fatto, impunemente rimosso del mito della nostra kultura: la nostra “civiltà” del “civis romanus”, nasce dal fratricidio e dalla rapina, cioè con la fondazione di Roma, quando Romolo, per “diritto”, ammazza suo fratello Remo, e i romani, per “diritto”, sequestrano le donne sabine (ratto delle sabine) – ndc].

Il rapporto fornisce un’analisi delle politiche e dei casi documentati circa il ruolo del meccanismo di sviluppo pulito (CDM) in Africa. In esso viene spiegato in dettaglio, esaminando sei casi di studio (in Sudafrica, Niger, Kenya, Uganda, Mozambico, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania), perché il meccanismo di sviluppo pulito (CDM) si è rivelato un fallimento e non salverà il pianeta dai cambiamenti climatici. Si chiede perché i responsabili politici europei stanno cercando di mantenere un mercato del carbonio “che è uno zombi vivente” nonostante i suoi evidenti difetti.

In tutta l’Africa, il CDM, invece di erogare i finanziamenti per i progetti legati alla diminuzione dei gas a effetto serra, sovvenziona invece la proliferazione di “FALSE SOLUZIONI” alla crisi climatica, come l’energia da impianti megaidrici, le piantagioni di alberi e per i biocarburanti. Queste attività, che alla lunga si sono rivelate pericolose, sono risultate molto vantaggiose per le multinazionali europee, statunitensi o del Sud Africa e per i governi che esse influenzano. Queste stesse imprese possono continuare ad inquinare oltre i limiti stabiliti, soprattutto in Europa, perché i CDM “perdonano” il crescente inquinamento nel Nord se esso viene compensato da dubbi progetti nel Sud, soprattutto in Cina, India, Brasile e Messico (i principali luoghi dei CDM).

La strategia dell’Occidente di ridurre le emissioni, mediante il meccanismo CDM, sta causando più danni che benefici per l’Africa, creando ulteriori ingiustizie verso le popolazioni più vulnerabili, che maggiormente soffrono degli impatti negativi di queste politiche. Per non parlare della forte perdita di credibilità dell’UE, come leader della democrazia, della trasparenza e del contrasto al cambiamento climatico.

Alcuni dei problemi che si sono manifestati con i CDM sono:

– L’idea di inventare un diritto di proprietà di inquinare è effettivamente la “privatizzazione dell’aria”;

– Le imprese più inquinanti e la Banca mondiale (che è la maggiore finanziatrice dei combustibili fossili) sono le forze trainanti del mercato. Esse sono impegnate in raggiri sistematici per attirare il denaro sul mercato dei CDM, anche se ciò è inefficace per una vera riduzione delle emissioni. Esempi provati di frode, di sospetti di frode, di doppia contabilità, ecc., ricorrono nella maggior parte dei progetti;

 – Molti progetti, come le piantagioni di alberi monocolturali, la “protezione” delle foreste e le centrali elettriche funzionanti col metano ricavato dalle discariche, hanno avuto impatti devastanti sulle comunità e l’ambiente locali;

– Il carbonio spesso è sequestrato temporaneamente (ad es.: gli alberi muoiono) rispetto al carbonio emesso.

Gli autori concludono: “I casi esaminati suggeriscono la necessità di una revisione urgente della politica del funzionamento del meccanismo CDM. Suggeriscono, come primo passo, una moratoria immediata di tutti i nuovi crediti di carbonio nel sistema CDM ed anche del sistema ETS. In seguito il CDM e l’ETS dovrebbero essere eliminati, a causa dei profondi difetti strutturali e di attuazione che comportano. Il danno fatto finora dai CDM dovrebbe essere incluso nel calcolo del “debito climatico” che il Nord deve al Sud, con l’obiettivo di compensare le vittime dei CDM in modo appropriato”.

Gli inconvenienti dei due sistemi (ETS e CDM) possono così riassumersi: il meccanismo proposto dall’ETS ha provocato l’effetto contrario a quanto si proponeva: i permessi costano poco, quindi non conviene investire per ridurre le emissioni, risulta più conveniente acquistare le quote eccedentarie offerte dal mercato.

Il sistema è risultato conveniente per i movimenti finanziari, svincolati ormai dalle problematiche climatiche.

Il meccanismo dei CDM ha contribuito scarsamente a limitare le emissioni a livello globale, in quanto è stato stimato che da un terzo a due terzi di questi interventi non corrispondono a reali riduzioni di emissioni di CO2. Ha provocato, in molti casi, danni sociali ed ambientali [ETS e CDM sono probabilmente le cause principali dell’esodo in Europa delle popolazioni così duramente  colpite da questa nuova anglofona corsa all’oro, detta CIVILTÀ – ndc].

Impegni finanziari della COP 21

Durante la conferenza di Copenhagen del 2009 fu fatta una proposta secondo la quale i paesi sviluppati si dovevano impegnare a mobilizzare 100 miliardi di dollari l’anno, a partire dal 2020, per i progetti CDM. Sembra che tale accordo sia stato modificato in occasione della COP 21 di Parigi del dicembre 2015 (in seguito alle denunce dei Paesi in cui i CDM hanno operato?). Infatti è stato previsto un meccanismo di “crescita programmata” ed i Paesi industrializzati si sono impegnati ad alimentare un fondo annuo di 100 miliardi di dollari (a partire dal 2021) per il trasferimento delle tecnologie pulite nei paesi che non sono in grado di fare da soli il passaggio verso un’“economia verde”. Si tratta quindi di investimenti industriali.

A questo proposito si può fare una riflessione partendo dai dati globali della CO2:

– il contenuto di CO2 nell’atmosfera è di 2933 Gt (miliardi di tonnellate);

le emissioni dei sei maggiori emettitori (Cina, USA, UE, India, Russia, Giappone = 24,2 Gt sul totale mondiale di 35,9 Gt, cioè il 67%. Questo quantitativo è superiore al quantitativo minimo, che è il 55%, occorrente per far entrare in vigore, non prima del 2020, il testo dell’accordo approvato a Parigi) ammontano a 24,2 Gt;

– pertanto il contributo antropico rappresenta lo 0,8% [infatti 24,2 x 100/2933 = 0,8250937606546198ndc].

Per farsi “perdonare” il peccato di immettere in atmosfera lo 0,8% di anidride carbonica, i Paesi industrializzati vogliono elargire un’“indulgenza” di 100 miliardi di dollari l’anno per esportare nei Paesi non industrializzati tecnologie che non servono per lo sviluppo, perché sono fonti energetiche discontinue oltre che costose [giudico questa “indulgenza” un cinico crimine contro l’umanità, in quanto impedisce ai Paesi poveri ogni tipo di sviluppo: sarebbe come pretendere di curare la povertà dei Paesi poveri con industrie funzionanti a transistors come se fossero radioline. Tale cinismo criminale non è molto diverso da quello di Maria Antonietta, regina di Francia dal 1774 al 1791, alla quale si attribuisce la frase “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”  (“Se non hanno più pane, che mangino brioche”), che avrebbe pronunciata riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane (poi, nella Rivoluzione francese, Maria Antonietta fu decapitata assieme a Luigi XVI) ndc].

Nicholas Stern, ex responsabile economico della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, così ha commentato: “Dal summit esce con chiarezza la direzione che sta prendendo l’economia. Chi oggi deve decidere gli investimenti da fare avrà molta più fiducia nel fatto che sarà il settore a basse emissioni a dare profitti; mentre il settore delle fonti fossili, comporterà dei grandi rischi finanziari”.

Questo chiedono gli investitori mondiali: grande possibilità di investimenti, buoni profitti e libertà di azione. Essi vedono nel cambiamento climatico la nuova svolta economica da cui estrarre valore.

Infatti il disinvestimento dai combustibili fossili è di forte progressione (cfr. Figura 9).

FIG 9 BUSINESS CO2

Fig. 9 – Somme gestite in T$ (migliaia di miliardi di dollari) [colonna di sinistra nella figura: $7T, $6T, $5T…$0T – ndc] e numero di istituzioni che hanno segnalato piani di dismissione dai combustibili fossili.

Un recente report dell’Arabella Advisors (The Global Fossil Fuel Divestment and Clean Energy Investment Movment, 2018) riferisce che ormai il patrimonio gestito da compagnie di assicurazione, di fondi di investimento pubblici (fondi sovrani) e fondi pensione, che hanno scelto di non investire più in società del comparto carbone, gas e petrolio, ha raggiunto i 6.240 miliardi di dollari nel 2018. Le istituzioni che hanno segnalato piani di dismissione dai combustibili fossili sono 985 in 37 Paesi: il 29% sono organizzazioni religiose, il 17% sono fondazioni filantropiche, quindi vi sono istituti di istruzione, istituzioni governative e fondi pensione che coprono un altro 15%; altre istituzioni rappresentate sono le organizzazioni non governative (4%), i gestori patrimoniali a scopo di lucro (3%) ed istituzioni culturali e sanitarie (l% ciascuna). Date le caratteristiche di questi enti, che hanno bisogno di entrate per adempiere alle loro finalità, è improbabile che i fondi disinvestiti vadano, ad esempio, verso le energie rinnovabili, in quanto queste sono attive soltanto se sostenute economicamente da politiche governative le quali sono mutevoli e potrebbero, sempre per motivi politici, decidere di togliere gli incentivi.

Il report asserisce che: “una delle principali cause del cambiamento climatico è l’inquinamento ambientale”, provocato in gran parte dall’uso di fonti fossili. Per questo la società (definita di Investimenti Responsabili) ETICA SGR S.p.A., con sede a Milano, promuove investimenti sostenibili e responsabili e dialoga con le imprese affinché si impegnino nella rendicontazione c nella riduzione delle emissioni di gas alteranti. Per promuovere la transizione ad un’economia a basso impatto di carbonio la Etica Sgr ha recentemente lanciato un nuovo fondo comune di investimento: “Etica Impatto Clima”. Tale fondo è focalizzato sul tema del cambiamento climatico ed investe in titoli emessi da aziende e Stati che hanno scelto la sostenibilità ambientale per sviluppare il proprio business. Il report fornisce le indicazioni per sottoscrivere il fondo.

La finanza internazionale e il clima

Per avere un’idea dell’interesse che la finanza internazionale mostra per le politiche climatiche (che non hanno nulla a che vedere con la presunzione di prevedere il futuro del clima), si può aprire la home page dell’FSB (Financial Stability Board). Gli scritti (articoli, reports, raccomandazioni, analisi, discorsi, rivelazioni, ecc.) che trattano l’argomento clima. principalmente dal punto di vista finanziario, sono circa 3510.

I ministri delle finanze del G20 e i governatori delle Banche Centrali hanno chiesto all’FSB di esaminare in che modo il settore finanziario possa tenere conto delle tematiche legate al clima. Il Board ha istituito una Task Force, la Climate-related Financial Disclosures (TCFD), per elaborare raccomandazioni efficaci basate sui dati disponibili in modo da consentire agli stakeholders di comprendere meglio sia i riflessi delle attività correlate al carbonio sul settore finanziario e sia le esposizioni del sistema finanziario ai rischi legati alle politiche climatiche (il report finale del TCFD, Recommendations of the Task Force on Climate related Financial Disclosures, di 74 pagine, è stato pubblicato nel giugno 2017 ed è facilmente reperibile sul sito dell’FSB, fsb.org), così da promuovere investimenti più informati (nel credito, nelle assicurazioni, ecc.).

Queste migliori informazioni sulle politiche climatiche atte a fornire al sistema finanziario la possibilità di limitare i costi, ampliare le opportunità e ridurne i rischi conseguenti al cambiamento climatico (si noti che l’uso generico dell’espressione “cambiamento climatico” è stata raccomandato da pochi anni; in precedenza veniva raccomandato “riscaldamenro globale”, sostituito perché evidentemente era meno funzionale) sono state auspicate da tempo. Prima della Task Force vi erano quasi 400 iniziative per fornire tali informazioni. Oltre il 90% delle imprese comprese nell’indice FTSE 100 (il FTSE 100 è un indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange. È l’acronimo di “Financial Times Stock Exchange”, in quanto originariamente l’indice era gestito da una joint venture tra il Financial Times e il London Stock Exchange. Le 100 società componenti l’indice rappresentano circa 1’80% della capitalizzazione di mercato dell’intero London Stock Exchange. Al 29 dicembre 2006 le 6 più grandi società che componevano l’indice erano BP, Royal Dutch Shell, HSBC, Vodafone, Royal Bank of Scotland e GlaxoSmith Kline, che valevano più di 60 miliardi di sterline ciascuna. La Royal Dutch Shell è rappresentata da 2 diverse classi di azioni ed è la più grande compagnia petrolifera nell’ambito dell’oligopolio del petrolio. Nell’indice vi sono altre società petrolifere: la Petrofac, servizi all’industria petrolifera, la Tullow Oil è una multinazionale per l’esplorazione del petrolio e del gas) e l’80% delle aziende Fortune Global500 partecipano a queste diverse iniziative. Ad esempio, il Carbon Disclosure Project rende disponibili informazioni da 5.000 aziende ai responsabili degli investimenti per oltre 90 miliardi di dollari di attività.

In particolare “la nuova tragedia che si profila all’orizzonte” (così è stata definita dai banchieri) preoccupa molto le Compagnie di assicurazioni (nel senso che sono occupate ad aumentare i premi assicurativi). Nel discorso di Mark Carney (attuale Governatore della Banca d’Inghilterra) tenuto il 29/09/2015 ai Lloyd’s di Londra, si dice: “Con gli occhi costantemente all’orizzonte, i Lloyd’s sono rimasti all’avanguardia nell’assicurazione globale. Mentre è sempre in atto il dibattito scientifico sul cambiamento climatico ho scoperto che gli assicuratori sono tra i più determinati sostenitori per affrontarli prima che sia troppo tardi. Mentre gli altri discutono di teoria, essi affrontano la realtà: dagli anni ’80 il numero degli eventi negativi (legati al clima) si è triplicato; le perdite assicurative (tenendo conto dell’inflazione) conseguenti a questi eventi sono aumentate da una media annua di circa $ 10 miliardi negli anni ’80 a circa $ 50 miliardi nel corso degli ultimi dieci anni” (See Munich Re, NatCarSERVICE, 2015).

Si ricorda che non vi è alcuna evidenza scientifica che gli eventi estremi siano aumentati (Pinna, 2014) (Pielke 1997). È accaduto invece che per giustificare gli aumenti dei premi assicurativi le previsioni disastrose sono state aumentate in modo fraudolento (Pielke, 2005).

Carney esamina i rischi che i cambiamenti climatici possono rappresentare per la stabilità finanziaria, in mancanza di politiche certe e non chiare: “Tali rischi saranno ridotti al minimo se la transizione verso un mondo a 2 gradi (sic!) comincia presto e segue un percorso prevedibile; in questo modo il mercato può anticipare tale transizione. Gli attori finanziari hanno un chiaro interesse nell’assicurare che il sistema finanziario sia resiliente a qualsiasi transizione conseguente alle decisioni politiche e che tale transizione possa essere finanziata in modo efficiente. Ma per costruire un mercato della transizione le politiche messe in atto per affrontarla devono basarsi sulla trasparenza delle informazioni. Il mercato ha il potenziale per attuare tale adeguamento, ma solo se saranno disponibili le informazioni e soprattutto se le risposte politiche dei governi e le innovazioni tecnologiche del settore privato saranno credibili”.

Non poteva mancare in questo contesto un’analisi dello stress-test del sistema finanziario conseguente al problema climatico. Gli stress-test sono esercizi di simulazione volti a misurare la capacita di un’impresa di fronteggiare scenari avversi. In campo finanziario sono utilizzati dagli intermediari in relazione ai rischi di credito, di mercato, operativi, ecc., e dalle autorità di vigilanza come strumento di supervisione. Consentono di effettuare valutazioni e stime di una certa attendibilità sulla solidità dei singoli intermediari (finalità microprudenziale) e del sistema finanziario nel suo complesso (finalità macroprudenziale). Nelle imprese bancarie e assicurative l’analisi di stress-test viene imposta per tenere sono controllo gli scenari negativi, che potrebbero verificarsi, in casi di crisi, sui coefficienti di liquidità e di solvibilità, che rivestono un’importanza pubblica e generale. L’impiego degli stress-test è divenuto più frequente con la crisi finanziaria iniziata nel 2007.

Battiston et al., (2017), hanno sviluppato uno “stress-test sul clima” per il sistema finanziario, in quanto gli Autori ritengono non chiaro come i cambiamenti climatici (e le relative azioni politiche) potrebbero influenzare il sistema finanziario. L’analisi prende in esame il settore del combustibili fossili e dei servizi pubblici energetici, i settori ad alta intensità energetica, inoltre le differenze tra i diversi tipi di investitori in questi settori. Il lavoro propone una nuova metodologia di stress-test climatico per valutare i rischi dei portafogli di investimento nel settore clima. Utilizza le comuni statistiche finanziarie al fine di tener conto dei rischi derivanti dai cambiamenti climatici e dalle politiche climatiche, ambedue attraverso le esposizioni dirette e indirette tramite la rete dei contratti finanziari. I dati di micro-livello sono stati dedotti dalle partecipazioni di tutte le società quotate VE e USA detenute da singoli investitori finanziari (ricavati dal Bureau Van Dijk Orbis, 2014); dai dati di bilancio delle prime 50 banche europee (ricavati dal Bureau Van Dijk Bankscope); dalle esposizioni finanziarie a livello settoriale dalla BCE Data Warehouse.

I risultati mostrano che le esposizioni di tutti i tipi di investitori finanziari verso il settore fossile sui loro portafogli azionari, sono limitate (vale a dire 4% – 13%). In particolare, l’esposizione diretta nelle principali banche dell’UE verso i settori dci combustibili fossili e dei servizi pubblici è bassa (vale a dire il Valore a Rischio è in media l’l% del capitale delle banche e la perdita massima del 7% circa del capitale tramite le banche), anche quando si tiene conto delle amplificazioni attraverso la rete delle obbligazioni interbancarie. Ciò implica che le politiche climatiche non sarebbero direttamente cause di default e di rischi sistemici nel sistema bancario.

Tuttavia, le “esposizioni combinate” nel portafoglio azionario degli investitori finanziari nei settori rilevanti per la politica climatica (compresi i settori ad alta intensità di energia) sono grandi (vale a dire 36% – 48% fra le diverse tipologie di investitori). Inoltre, le esposizioni reciproche degli investitori finanziari hanno importanza anche perché possono amplificare i rischi. In particolare i fondi pensione detengono esposizioni indirette attraverso le loro partecipazioni nei fondi di investimento e nelle banche, tramite i prestiti interbancari.

L’effetto diretto delle politiche climatiche sui settori dei combustibili fossili e dei servizi pubblici correlati è improbabile che possa causare inadempienze delle banche o addirittura un rischio sistemico nel sistema finanziario, pertanto le banche dell’UE non dovrebbero temere l’introduzione di politiche climatiche (penso che tutti possano trarre un sospiro di sollievo!). Nella discussione politica circa le linee guida della Task Force dell’FSB sull’informativa finanziaria relativa al clima, i risultati suggeriscono che è necessaria la divulgazione di informazioni finanziarie riguardanti il clima per migliorare le stime dei rischi e creare gli incentivi giusti per gli investitori. Comunque, poiché le esposizioni combinate sono grandi, una migliore divulgazione potrebbe non essere sufficiente per mitigare il rischio. La tempistica e la credibilità dell’attuazione delle politiche climatiche sono importanti: un accordo politico veloce e stabile consentirebbe un più agevole adeguamento dei prezzi delle attività nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

Riflessione finale: L’UNICA SPERANZA PER RICONDURRE IL PROBLEMA DELLE EVOLUZIONI CLIMATICHE DEL PIANETA IN UN AMBITO SCIENTIFICO È CHE LA GRANDE FINANZA SMETTA DI INTERESSARSI AL CLIMA.

Annotazioni sulla 24ª Conferenza delle Parti (COP 24) di Katowice (Polonia, 2-15 dicembre 2018)

La 24ª Conferenza delle Parti (COP 24) si è svolta a Karowice, in Polonia, dal 2 al 15 dicembre del 2018. Vi hanno partecipato quasi ventitremila persone (scienziati, politici, rappresentanti delle economie locali e globali, attivisti, oltre a 6000 dipendenti con mansioni varie, dagli addetti alle pulizie ai tecnici più avanzati).

La presidenza della COP 24 è stata affidata alla Polonia, la cui produzione energetica si basa quasi tutta sui combustibili fossili, in particolare sul carbone; perciò il governo polacco si oppone alle politiche necessarie al raggiungimento degli obiettivi previsti dalla COP 23 di Parigi. Infatti il presidente polacco Duda, in una conferenza stampa, ha escluso che la Polonia possa passare in tempi brevi dal carbone alle energie rinnovabili, in quanto le riserve polacche possono coprire l’intero fabbisogno nazionale per i prossimi due secoli e rappresentano una garanzia per la sicurezza energetica della nazione polacca e per la propria sovranità.

A differenza di Parigi, dove i rappresentanti politici dei Paesi partecipanti erano di massimo livello (tutti Capi di Stato e di Governo), a Katowice l’apertura è stata di basso profilo: i Capi di Stato e di Governo erano pochissimi, erano presenti invece quasi esclusivamente le delegazioni.

Fra gli scopi della Conferenza vi erano: 1) rendere vincolanti gli impegni assunti dell’Accordo di Parigi; questi infatti, essendo soltanto su base volontaria, non erano soggetti a sanzioni per gli inadempienti; 2) stabilire dei protocolli per quantificare le emissioni di ogni Paese aderente all’Accordo e individuare gli strumenti per verificare il rispetto degli impegni assunti da ognuno di essi; 3) decidere chi pagherà i 100 miliardi di dollari annui da versare ai Paesi in via di sviluppo per consentire la produzione di energia loro necessaria, senza aggravare il livello di emissione dei gas serra; 4) ove si decidessero impegni sostanziali (non volontari) per qualsiasi azione, si dovranno determinare le sanzioni per colpire quei Paesi che non rispettano gli impegni presi.

Il Brasile e l’Australia si sono collocati su posizioni simili a quelle degli USA. Gli altri partecipanti hanno sostenuto, a parole, la necessità di rendere vincolanti gli impegni volontari assunti a Parigi, ma nei fatti l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha rilevato che nel 2018 le emissioni di anidride carbonica sono aumentate dello 0,5 rispetto al 2017 a causa di un incremento dell’uso del petrolio e del gas, non compensato da un’adeguata riduzione dell’uso del carbone o di un adeguato incremento delle energie rinnovabili. Il consumo mondiale di petrolio ha raggiunto il livello più alto della storia sfiorando i 100 milioni di barili al giorno.

Nella deliberazione finale non è stato raggiunto un consenso unanime tra i delegati: i rappresentanti di USA, Russia, Arabia Saudita e Kuwait, non hanno accettato i risultati del Rapporto Speciale dell’IPCC (SR 15) il cui scopo è quello di fornire le basi scientifiche alle decisioni della COP 24. Si è raggiunta una dichiarazione di “compromesso” in cui le parti si sono limitate ad accogliere favorevolmente la pubblicazione dell’IPCC, riconoscendo l’importanza dello studio, senza condividerne le conclusioni.

Fra l’altro, alcuni importanti obiettivi esaminati nella relazione, come lo sviluppo sostenibile, lo sradicamento della povertà e la riduzione delle disuguaglianze, avrebbero dovuto essere determinati di per se stessi e non si capisce perché siano fatti dipendere dalle incerte evoluzioni climatiche.

Come è già accaduto per le precedenti Conferenze, i commenti ai lavori si sono divisi in due posizioni: i sostenitori della tesi dell’Antrhopogenic Global Warming (causato dall’uomo) ritengono che la COP 24 non abbia apportato progressi significativi, mentre gli organizzatori sono convinti di aver raggiunto risultati importanti.

Le principali ONG sono unanimi nel ritenere che si tratta di un accordo che è già molto definire minimale.

Clément Sénéchal ha parlato per Greenpeace: “Si è scavato un fossato tra la realtà dei cambiamenti climatici, con le sue conseguenze drammatiche per le popolazioni di alcune regioni del mondo, e l’azione politica. Tra le nazioni che difendono i loro interessi economici e industriali, e quelle più vulnerabili che si giocano la sopravvivenza”. Jennifer Morgan, sempre di Greenpeace: “Non puoi più partecipare all’incontro e dire che non puoi fare di più!”. La decisione finale della COP si limita a “ripetere la richiesta di aggiornamenti” degli impegni entro i1 2020, già formulata nell’accordo di Parigi.

La Réseau Action Climat ha commentato: “Il testo approvato sabato rappresenta una prima base per adottare regole utili a contenere la temperatura, ma omette elementi essenziali per rendere la transizione giusta, inclusiva, equa e per dare risposte ai più vulnerabili”.

Manuel Pulgar-Vidal del WWF internazionale dice che sono stati compiuti imporranti progressi, ma i lavori di Katowice rivelano una fondamentale mancanza di comprensione, da parte di alcuni Paesi, della nostra attuale crisi climatica. Ricorda che l’IPCC prevede che abbiamo solo 12 anni per agire e che pertanto non c’è più tempo da perdere.

I governi non hanno trovato un accordo circa la contabilizzazione della CO2 dispersa nell’atmosfera e pertanto le trattative per creare un mercato mondiale delle emissioni di CO2 non hanno avuto esito.

Resta irrisolto un altro tema-chiave della lotta ai cambiamenti climatici: quello dei cosiddetti INDC (Intended Nationally Determined Contributions), cioè quello delle promesse di riduzione delle emissioni di CO2 avanzate dai singoli governi prima della COP 21 di Parigi.           .

L’accordo di Katowice è stato anche giudicato moralmente inaccettabile in quanto non punisce adeguatamente i Paesi sviluppati per le loro responsabilità storiche in fatto di emissioni di gas serra e per le disuguaglianze socio-economiche tra il nord ed il sud del mondo.

Tra le questioni ancora da risolvere (e rimandate alla prossima ennesima Conferenza delle Parti) c’è il modo in cui i Paesi aumenteranno i loro obiettivi di taglio delle emissioni, l’uso di approcci cooperativi ed il meccanismo di sviluppo sostenibile, contenuti nell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi.

Per l’ONU la conclusione della COP 24 di Katowice può essere considerata “un risultato eccellente . “Il sistema multilaterale ha prodotto un risultato solido”, ha dichiarato il segretario responsabile delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, Patricia Espinosa, nel suo discorso conclusivo. “Ora c’è una tabella di marcia con cui la comunità internazionale può affrontare in modo decisivo il cambiamento climatico”. Vi è l’impegno a rispettare cinque priorità: “mitigazione, adattamento, finanza, cooperazione tecnica e innovazione tecnologica”.

Teresa Ribera, ministro spagnolo dell’Ambiente, ha accolto con favore il documento: “È sufficientemente chiaro per rendere operativo l’Accordo di Parigi. Date le circostanze attuali, continuare a portare avanti il progetto è già un successo”.

Le nazioni sviluppate hanno promesso di aumentare i finanziamenti per il clima, con l’obiettivo di offrire maggiore fiducia a quelle più vulnerabili che temono di non riuscire a fronteggiare le minacce del clima che sarebbero provocate soprattutto dai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra.

La COP 24 si è conclusa sabato 15 dicembre 2018 con l’adozione del “Katowice Climate Package’, ossia un “libro delle regole” per rendere operativo l’Accordo sul clima di Parigi. Tale libro è stato redatto soprattutto grazie all’attivismo dei delegati USA: un sostanzioso volume contenente un sistema di dichiarazione e cout.rollo delle emissioni per il raggiungimento degli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi. Tutti i meccanismi di dichiarazione e revisione degli obiettivi nazionali sono stati individuati in modo minuzioso. Indica in che modo i Paesi forniranno informazioni sui loro contributi nazionali per ridurre le emissioni, per la revisione dei contributi determinati a livello nazionale e per la contabilizzazione degli impegni adottati, nonché l’insieme di regole condivise per la trasparenza delle azioni e del supporto, secondo l’articolo 13 dell’Accordo di Parigi. Vi sono incluse le linee guida per stabilire nuovi obiettivi in materia di finanziamento dal 2025 in poi e per valutare i progressi nello sviluppo e nel trasferimento della tecnologia. Le Parti dispongono quindi di una guida e di un registro per comunicare le loro azioni in merito all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici, anche se gli impegni concreti di riduzione delle emissioni sono rinviati al 2020, quando i Paesi dovranno dichiarare il reale innalzamento degli obiettivi che si propongono.

Il capolavoro diplomatico della delegazione USA è stato quello di rendere i vari accordi e protocolli (in primis l’Accordo di Parigi) uguale per tutte le Parti. Non vi è più la differenziazione tra Paesi storicamente responsabili delle emissioni, obbligati ad assumere impegni, e Paesi non storicamente responsabili delle emissioni e quindi esentati dal rispetto degli obblighi validi per gli altri. Ad esempio la Cina non potrà più essere esonerata dagli obblighi validi per altri, ad esempio per l’Italia.

Questo meccanismo peraltro non vale per gli USA in quanto essi non sono Parte dell’Accordo di Parigi. Il libro delle regole vale per gli altri, ovvero per i loro competitori internazionali. Inoltre i delegati USA, dimostrando un notevole amor patrio, hanno congegnato queste regole in modo tale da tutelare gli interessi delle imprese statunitensi, anche nell’ipotesi in cui una futura amministrazione americana intendesse rientrare nell’Accordo di Parigi.

Per gli altri Paesi, come ad esempio l’Italia, il regolamento vale al completo: le conclusioni del SR dell’IPCC, l’obbligo del rispetto dei limiti alle emissioni dichiarati nel 2015, l’obbligo del rispetto dei nuovi limiti alle emissioni che verranno stabiliti all’interno del gruppo degli ambiziosi, i vincoli derivanti da eventuali future norme attuative dell’Accordo di Parigi. Per alcuni Stati Europei la COP 24 è stata un successo, se valutata dal punto di vista dei sostenitori della responsabilità antropica dei cambiamenti climatici, è stata invece una sciagura per chi ha opinioni diverse.

Nella serata del 15 dicembre 2018, il presidente della Conferenza, il vice-ministro polacco dell’Ambiente Michal Kurtyka, ha dichiarato chiusi i negoziati, affermando che: “È stato un cammino lungo. L’impatto del pacchetto di misure che abbiamo deciso è positivo per il pianeta. Ci avvicina a concretizzare le ambizioni dell’Accordo di Parigi” .

La COP 24 deve essere considerata per quello che realmente è: una soluzione di compromesso tra le diverse esigenze delle delegazioni governative.


Brano creato sulla rielaborazione ritmica di “Gorgeous blues backing track in G